Joachim Meinert
Biografia
di Simone Ghelli e Camilla Veneziani
Scrivevo al mio traduttore tedesco della Germania Est, Joachim Meinert: «Voi dovreste tradurre Primo Levi». Rispondeva: «L’ho proposto, l’han rifiutato».
F. Camon, 2014 (OC III, p. 1161)
Vita di un Lektor della DDR
Joachim Meinert nasce nel 1939 a Chemnitz, in Sassonia. Cresciuto in un contesto operaio («una casa praticamente senza libri», dirà in un’intervista del 2025), sviluppa fin da giovanissimo uno spiccato interesse per la letteratura. Nel 1957 si iscrive alla facoltà di filologia romanza dell’Università di Lipsia, dove si dedica allo studio del francese, dello spagnolo e dell’italiano. Tra i suoi docenti figura Vladimiro Macchi, in quel momento uno degli italianisti più attivi e influenti della DDR.

Fonte Technische Universität Chemnitz
Ottiene la laurea nel 1962 e nei cinque anni successivi lavora come interprete. Nel 1967 viene assunto come redattore presso la Volk und Welt, l’importante casa editrice di Berlino Est specializzata nella pubblicazione della letteratura contemporanea internazionale all’interno della Repubblica Democratica. Meinert entra nella redazione dedicata alle letterature romanze. Si occupa soprattutto di letteratura francese e italiana – allora i settori trainanti del Romanistik-Lektorat – e, più marginalmente, di quella sudamericana.
Il lavoro di Meinert si svolge dunque all’interno di un contesto fatto di ricerca, aggiornamento, competizione, ma anche di continue relazioni e, soprattutto, autocensura preventiva. Formalmente vietata dalla costituzione, la censura era di fatto una realtà concreta nella Repubblica Democratica, dove il controllo capillare dello Stato e le pressioni ideologiche delle istituzioni culturali erano ben note a chi, come Meinert, viveva quotidianamente all’interno del mondo dell’editoria. Anticipare queste dinamiche, mettendo dunque al riparo il proprio lavoro e la propria persona, era forse l’abilità principale che un redattore doveva dimostrare di possedere; anche alla Volk und Welt, dove l’apertura al mondo “oltre il muro” garantiva margini di manovra certamente più ampi che altrove, ma comunque non immuni dalle pressanti richieste di conformità ideologica e politica che arrivavano dall’alto.

La vita professionale di Meinert sarà segnata dalle scelte che, di volta in volta, si troverà a compiere all’interno di un sistema rigido e volutamente opaco. Ad appena un anno dall’assunzione, nel settembre del 1968 si ritrova tra le mani un libro che in Italia era uscito cinque anni prima, riscontrando un ampio successo di critica e pubblico. L’autore era stato prigioniero ad Auschwitz e in queste pagine raccontava il lungo viaggio di ritorno dalla Polonia alla sua città natale Torino attraverso l’Europa orientale devastata dal conflitto mondiale. A Ovest – in quella Repubblica Federale che a Est appariva ancora pesantemente compromessa con il passato nazista – il libro era stato immediatamente tradotto dall’editore Wagner: l’autore era Primo Levi, il libro Die Atempause (“La tregua”). Il nome dello scrittore non era nuovo a Joachim Meinert: aveva già letto una sua raccolta di «racconti fantastici», Storie naturali, ma lo aveva ritenuto un volume marginale, non particolarmente significativo. La tregua, invece, lo convince, lo trova «spiritoso e bello»; è ambientato nei territori liberati dalla vittoriosa Armata Rossa e non vi rintraccia alcuna «polemica antisovietica». Tuttavia, l’immagine a tratti goffa e sgangherata dell’esercito russo che emerge in alcuni passaggi potrebbe entrare in contrasto con la retorica celebrativa ed eroicizzante diffusa dalla pedagogia istituzionale della Repubblica Democratica, e dunque impone cautela editoriale.
Quando Meinert legge il libro di Levi, la situazione dentro e fuori le mura della casa editrice è particolarmente delicata: quattro settimane prima, i carri armati sovietici hanno marciato su Praga, mettendo fine ai tentativi di riforma avviati a inizio anno in Cecoslovacchia. In quei frangenti di crisi, la «finestra sul mondo» offerta dalla Volk und Welt si è rivelata nientemeno che una fragile concessione di partito: i dipendenti sono infatti chiamati a firmare una risoluzione a favore del «necessario intervento degli eserciti fratelli per la protezione del socialismo», e anche Meinert, neoassunto lettore, per il timore di ritorsioni, ha prontamente aderito all'iniziativa.
Quando viene il momento di decidere il destino del libro di Levi, Meinert non se la sente perciò di portare avanti una proposta editoriale che ritiene potenzialmente scivolosa.
Il 20 settembre scrive una recensione per motivare la bocciatura di Die Atempause:
è un peccato che, per considerazioni di natura politica, non possiamo pubblicare questo libro bello e ricco di umorismo. Sebbene non sia alimentato da polemica antisovietica, il resoconto di Levi sulle sue esperienze in Unione Sovietica (e i fatti narrati non sono sempre spiegabili con il caos di un paese devastato dalla guerra) non è tuttavia adatto a consolidare l'immagine dell'Unione Sovietica a cui aspiriamo.
Meinert 2000, p. 160.
Molti anni più tardi, commenterà questa vicenda senza ricorrere a giustificazioni:
non avrei almeno potuto spendermi per il magnifico libro di Levi? Certo, con ogni probabilità non sarebbe stato approvato, tanto meno in quel periodo così cupo. Ma cosa mi sarebbe potuto succedere di grave? Forse il direttore mi avrebbe convocato nel suo ufficio, mostrandomi ancora una volta il bastone della casa editrice di partito e agitandolo sopra la mia testa. Più di questo, probabilmente no — direi oggi. Allora, certo, non lo si poteva sapere: l'atmosfera era incandescente. Perché tanto conformismo, mi chiedo. Hanno forse già fatto effetto, dall'interno, anche piccole dosi del veleno dell'autocensura?
Meinert 2000, p. 160.
Il rapporto con l’opera di Levi è però destinato a complicarsi ulteriormente in futuro.

Malgrado queste dinamiche, l'ambiente della casa editrice lascia comunque margini di discussione sufficienti a far procedere la maggior parte dei suoi progetti. Meinert si afferma in breve tempo come un profondo conoscitore della letteratura italiana contemporanea. In questo periodo è impegnato anche in sporadiche trasferte di lavoro nella Penisola. Al rientro dall'ultimo viaggio – siamo attorno al 1973 – riceve in ufficio la visita di due agenti della Stasi. L'interrogatorio è vago: gli chiedono dei suoi contatti con Leonardo Sciascia — in quel momento inviso al partito per la pubblicazione della Recitazione della controversia liparitana, dedicata ad A.D. (Alexander Dubček, il leader della Primavera di Praga) — e di giustificare il suo interesse per autori come Italo Calvino. L’intento era forse di semplice intimidazione per la sua presunta vicinanza a intellettuali stranieri non propriamente ortodossi, o è anche possibile che il vero obiettivo fosse quello di sfruttare la sua conoscenza delle lingue per fare di lui una spia (Martini 2007, pp. 77-79). Scosso dall'esperienza, Meinert si vede costretto a rinunciare ai viaggi fuori dal paese.
Il coronamento della sua attività di redattore dell’italianistica alla Volk und Welt può essere considerato la pubblicazione nel 1975 della raccolta in due volumi Italienische Erzähler: aus sechs Jahrzehnten (“Narratori italiani: sei decenni di narrativa”). Cinque anni prima, nel 1970, la collega del Romanistik-Lektorat Thea Mayer aveva già curato per Aufbau un’antologia dedicata alla letteratura italiana contemporanea: Erkundungen. 27 italienische Erzähler (“Esplorazioni. 27 narratori italiani”). Il volume era stato pensato come il tentativo di «cogliere alcuni aspetti letterari e al tempo stesso politico-sociali della situazione italiana che possano essere d’interesse per i nostri lettori e avvicinarli ai problemi di quel paese e della sua letteratura» (Bundesarchiv, Druck-Nr. 410/46/70, p. 378). A farla da padrone era naturalmente il realismo, e tra i racconti figurava L’ordine a buon mercato di Primo Levi, tratto da Storie naturali del 1966 (e uscito in Germania Ovest nel 1968 per Wegner con la traduzione di Heinz Riedt). Nella sua relazione, Mayer presentava il testo dello scrittore torinese come un esempio di «critica (spesso indiretta) alle istituzioni e alle strutture semifeudali e capitalistiche» (Bundesarchiv, Druck-Nr. 410/46/70, p. 380).
Era da nove anni che un testo di Levi non usciva nella Repubblica Democratica. Nell’estate del 1961, poco prima della crisi del muro di Berlino, la rivista letteraria «Sinn und Form» aveva pubblicato, grazie all'iniziativa di Heinz Riedt (Levi 2024, p. 79), un’anteprima dell’edizione Fischer di Ist das ein Mensch? contenente la poesia Shemà e il capitolo “Ka-Be”.
Meinert, che aveva revisionato il lavoro di Mayer (Bundesarchiv, Druck-Nr. 410/46/70, p. 352), dopo qualche anno decide dunque di proporre una sua personale antologia, mettendo a frutto l’esperienza maturata in casa editrice e offrendo ai lettori della Repubblica Democratica la sua personale interpretazione della lettura italiana novecentesca.
I due volumi di Italienische Erzähler raccolgono racconti e romanzi brevi di ventisette autori, da Pirandello a Pavese, da Moravia a Tomasi di Lampedusa, da Natalia Ginzburg a Leonardo Sciascia. Di questi, diciassette sono tradotti per la prima volta in DDR.
Nella Germania Est degli anni Sessanta e Settanta, la letteratura italiana contemporanea è letta attraverso i filtri del materialismo storico e dell’ideologia socialistica: l’Italia è lo «specchio capovolto» della Repubblica Democratica, in cui un proletariato ampio, diffuso e guidato da un Partito Comunista forte lotta contro le forze reazionarie che dominano la Penisola. Sotto questo profilo, il realismo e il neorealismo diventano le correnti letterarie privilegiate per comprendere le contraddizioni di un paese la cui storia pare segnata da istanze socialdemocratiche rimaste incompiute prima nel Risorgimento, e poi nella Resistenza.

Nella sua postfazione all’antologia del 1975, Meinert muove da questi assunti per concentrarsi, attraverso categorie gramsciane, sulla situazione culturale dell’Italia postbellica. Riconosce gli indubbi miglioramenti in ambito economico – ottenuti anche grazie alle lotte delle classi lavoratrici – e la significativa diminuzione dell’analfabetismo e la sempre maggiore vitalità dell’editoria, a fronte però di una ancora insufficiente democratizzazione della cultura:
La crisi della politica scolastica continua tuttora a ostacolare la nascita e la diffusione di una letteratura nazional-popolare nel senso di Gramsci. Un sistema scolastico sclerotizzato e arretrato privilegia il bambino di città rispetto a quello di campagna, quello del Nord rispetto a quello del Sud, quello benestante rispetto a quello di estrazione popolare. Per quanto riguarda le biblioteche pubbliche, l'Italia è un paese sottosviluppato.
Meinert 1975, p. 647.
L’Italia non è e non può essere la DDR, la «terra dei lettori» su cui insiste la propaganda di partito. L’analisi di Meinert non esce dal perimetro di una lettura ideologica della letteratura italiana, e riafferma il primato del neorealismo rispetto anche alla più recente avanguardia della «letteratura industriale». Ciononostante, la sua antologia si distingue per una scelta di genere non scontata, non sempre apprezzata anche dai suoi colleghi: quella del racconto breve, autoconclusivo e portatore di un messaggio morale non necessariamente di stampo critico-sociale. È in questo genere, quello della «novella», che, secondo Meinert, la letteratura italiana avrebbe raggiunto «risultati eccellenti» nel Novecento.
In Italia questo genere è stato notevolmente produttivo nel corso del Novecento. Proprio in esso importanti narratori ci hanno consegnato i loro capolavori. Per quanto autori, editori e critici lo presentino come «romanzo» o «romanzo breve», i corrispondenti termini tedeschi «Roman» o «Kurzroman» non coincidono con la nostra concezione del genere. Secondo i canoni della tradizione narrativa tedesca, buona parte di questi testi andrebbe classificata come Novelle. Nella critica italiana odierna, tuttavia, la denominazione "novella" non è più in uso: Pirandello fu l'ultimo narratore di rilievo a classificare così la sua prosa breve.
Meinert 1975, p. 669-670.
Nel 1978 Joachim Meinert viene assunto come redattore all’Aufbau, l’altra prestigiosa casa editrice di Berlino Est aperta alla letteratura internazionale, ma specializzata soprattutto nella pubblicazione dei classici tedeschi, socialisti e sovietici. Nella DDR, la pubblicazione della letteratura italiana contemporanea è di fatto spartita tra la Volk und Welt e l’Aufbau (mentre la Rütten & Loening si occupa maggiormente del Rinascimento e dell’Ottocento). All’Aufbau Meinert può dunque continuare il suo lavoro di lettore dell’italianistica, disponendo di fondi e dell’interesse dell’editore. Tuttavia, il passaggio alla concorrenza comporta l’inserimento in un contesto più verticale e controllato, meno aperto alla discussione dal basso tra redattori a cui era stato abituato negli anni precedenti.
All’Aufbau le cose stavano diversamente: la situazione lì era, a confronto, piuttosto terribile. I redattori avevano ben poco potere decisionale. Potevano sì avanzare proposte, ma se queste venissero poi accolte si decideva ai vertici, in una ristretta cerchia dirigenziale. Mentre alla Volk und Welt le cose andavano in modo piuttosto democratico. Questo era uno dei grandi pregi di questa casa editrice, e ciò spiega il programma editoriale così variegato: moltissime persone, esperti del settore, si sono impegnati a fondo e hanno preso parte alle discussioni.
Meinert, 2003, p. 154.
Negli anni Settanta e nei primi anni Ottanta, l’ambiente dell’Aufbau risentiva ancora delle pesanti repressioni che colpirono la casa editrice alla fine degli anni Cinquanta. Con il XX congresso del PCUS del febbraio 1956 e l’inizio della destalinizzazione, anche il mondo intellettuale della DDR si mobilitò a favore di un progetto di riforma che superasse le rigidità e l’autoritarismo del modello sovietico. L’Aufbau Verlag, guidata in quel momento da Walter Janka e Wolfgang Harich, divenne uno dei centri di discussione più vivaci soprattutto in relazione al tema scottante della censura. A seguito della crisi ungherese, il Partito Socialista Unitario di Germania a capo della DDR diede inizio a una pesante repressione che tra novembre e dicembre del 1956 portò all’arresto di Janka, Harich e altri dipendenti della casa editrice. I vertici dell’Aufbau vennero sostituiti con personalità più vicine al partito, nel segno di una profonda restaurazione stalinista che influì pesantemente sulla libertà editoriale della casa editrice nei decenni successivi.
Negli anni Ottanta, Meinert diminuisce le ore di lavoro presso l’Aufbau per dedicarsi di più – e forse anche con maggiori spazi di autonomia – all’attività di traduttore e redattore freelance.

Con la caduta del Muro di Berlino nel novembre del 1989, l’editoria della DDR entra in un momento complicato di transizione. Il passaggio dall’economia statalista a quella capitalista comporta tagli dei costi, fallimenti di alcuni settori e una più generale riorganizzazione delle prassi redazionali. Meinert, ormai freelance a tempo pieno, si trova a lavorare in un mercato sempre più precario. Nel 1994 è nuovamente assunto dalla Volk und Welt, che nel frattempo è stata privatizzata e ridimensionata. Dopo soli due anni, anche la Volk und Welt è costretta a chiudere e Meinert torna nuovamente alla libera professione.
Ho accolto favorevolmente la "Wende" [la “svolta”, ossia la fine della Repubblica Democratica Tedesca, N.d.A], poiché pose fine alla stagnazione politica percepibile nella DDR e portò alla Germania la riunificazione incruenta. Tuttavia non l'avrei voluta come un semplice "Anschluss", in cui alla DDR veniva semplicemente imposto dall'alto il sistema capitalistico. Ma una "terza via" era, date le condizioni di forza economiche, un mero sogno a occhi aperti. La riflessione sui pro e i contro di questo processo non avrà probabilmente mai fine per le persone della mia generazione.
Meinert 2025, p. 144.
Il caso Primo Levi – secondo atto

ll primo giorno di lavoro all’Aufbau nel settembre del 1978 deve sicuramente essere sembrato a Joachim Meinert uno scherzo del destino: ad attenderlo alla sua nuova scrivania c’è infatti il manoscritto di Das Periodische System di Primo Levi. Il progetto editoriale era stato presentato tre anni prima dalla collega Christine Wolter, che per l’occasione aveva redatto una relazione entusiasta:
[Il sistema periodico] è la biografia di un uomo che appartiene agli oppressi e ai perseguitati del fascismo, che diventa partigiano, cade prigioniero dei fascisti tedeschi, viene deportato ad Auschwitz, che nonostante tutto rimane in vita e che non concepisce né presenta la propria testimonianza come un lamento, bensì come un monito e un appello all’umanità.
[...]
L’attualità della sua accusa non riguarda soltanto la situazione italiana: essa sarà immediatamente comprensibile ai nostri lettori sia alla luce della propria storia sia degli avvenimenti internazionali (Cile, Spagna ecc.). Riterrei inoltre straordinariamente auspicabile che il libro di Levi venisse pubblicato nella DDR, là dove non ha avuto luogo alcuna “elaborazione del passato” di tipo occidentale, bensì dove il fascismo è stato realmente sconfitto.
Bundesarchiv, Druck-Nr. 120/241/79; 1979, pp. 49-50.
È di nuovo Primo Levi, l’autore che esattamente dieci anni prima aveva rifiutato perché incompatibile con la pedagogia socialista, e del quale nel frattempo non aveva letto altro. Ora la situazione sembra essersi ribaltata: Levi è considerato un autore espressamente antifascista, pubblicabile persino nella Repubblica Democratica. Occorre infatti ricordare che, oltre alle anticipazioni di Se questo è un uomo su «Sinn und Form» e al racconto presente nell’antologia di Meyer, sugli scaffali delle librerie della DDR era finora presente solo un libro di Primo Levi: Storie naturali, edito in una versione parziale dalla Reclam Verlag nel 1972. Uno spaccato dell’'immagine dello scrittore torinese nella Germania Orientale alla fine degli anni Settanta ci è fornito dalla voce a lui dedicata nel Lexikon fremdsprachiger Schriftsteller (“Dizionario degli scrittori stranieri”) che il Bibliographisches Institut di Lipsia aveva redatto nel 1978 e pubblicato nel 1979:
Levi, Primo, nato a Torino nel 1919; scrittore italiano. Proveniente da una famiglia ebraica della borghesia torinese, si laureò in chimica e nel 1943 entrò a far parte di una formazione partigiana. Catturato, all'inizio del 1944 fu deportato ad Auschwitz.
La distruzione sistematica della persona umana nelle condizioni disumane del Lager è al centro della sua prima opera, Se questo è un uomo (1947), mentre la liberazione e il lungo, avventuroso viaggio di ritorno attraverso mezza Europa sono raccontati ne La tregua (1963), il romanzo che gli valse la fama internazionale.
Dal suo costante rapporto con le questioni scientifiche — Levi ha lavorato per anni come chimico, fino a diventare direttore tecnico di un'azienda chimica — nacquero le raccolte di racconti Storie naturali (pubblicata nel 1966 sotto lo pseudonimo di Damiano Malabaila) e Vizio di forma (1971). Oltre alla descrizione di invenzioni straordinarie e bizzarre dagli effetti sorprendenti, viene mossa, questi libri — specialmente il secondo — muovono una critica alle conseguenze sociali e morali della tecnicizzazione nel capitalismo moderno.
Elementi autobiografici, storia contemporanea e scienza si fondono in una sintesi artistica ancora più matura ne Il sistema periodico (1975).
Lexikon fremdsprachiger Schriftsteller 1979, p. 291.
Incuriosito dalla relazione di Wolter, Meinert si dedica alla lettura de Il sistema periodico: ogni capitolo è dedicato a un elemento della tavola periodica di Mendeleev e l’autore, un chimico di professione, lega a ciascuno di essi alcuni degli episodi più importanti della sua vita, dalla giovinezza all’età adulta, dando molto spazio alla Torino antifascista degli anni Trenta e Quaranta. Grazie a La tregua, sa che Primo Levi è stato deportato nella Germania nazista in quanto ebreo, ma finora non ha mai letto il libro dedicato all’anno di prigionia trascorso ad Auschwitz a cui di tanto in tanto si allude in queste pagine.

L’incontro inaspettato con Il sistema periodico lo persuade a colmare finalmente questa lacuna. È una lettura folgorante. Come ricorderà in un'intervista del 2019:
Non avevo mai letto nulla di simile a Ist das ein Mensch? su Auschwitz. Si percepisce l'assoluta onestà e accuratezza dei suoi racconti. Descrive in modo conciso, e con un linguaggio semplice ma comunque toccante, ciò che è accaduto a lui e ad altri nel campo di concentramento: cose terribili. Ma non c'è retorica, nulla di artificiale. A mio parere, si tratta del libro di riferimento sul tema dei campi di concentramento. Lo considero uno dei libri più importanti scritti a livello globale dopo la Seconda Guerra Mondiale e la frattura della civiltà rappresentata dall'Olocausto. Ognuno, almeno in Germania, dovrebbe leggerlo almeno una volta, per non cadere nella leggenda minimizzante secondo cui l'Olocausto e i campi di concentramento sarebbero solo “una cacca di mosca [Fliegenschiss] su secoli di storia tedesca di successo”*.
Lenz 2019.
Il 24 gennaio del 1979 Meinert scrive a Primo Levi, dando inizio a una lunga e intensa corrispondenza. A dicembre, terminati i lavori redazionali per Das Periodische System riceve una proposta dall’autore:
Forse Lei sa già che [La chiave a stella] ha vinto l’ultimo Premio Strega, ed ha superato in Italia le 150000 copie; la Aufbau ha già preso qualche decisione?.
Lettera 214
Nel frattempo, Meinert aveva letto il libro e, come già successe per La tregua, temeva di trovarsi davanti all’ennesima proposta editoriale scivolosa. I pareri dei colleghi non lasciavano dubbi in proposito: la «visione del protagonista [era] troppo limitativa, ristretta e semplificatrice» (Lettera 215); difficilmente avrebbe incontrato il favore dei piani alti dell’Aufbau. Meglio dunque non procedere. Tuttavia, forse per rimediare preventivamente all'imbarazzo di dover comunicare all'autore la propria autocensura, in queste prime settimane del 1980, Meinert elabora un progetto editoriale diverso, più urgente: portare al di qua del muro le due grandi opere su Auschwitz di Primo Levi, Se questo è un uomo e La tregua.
A inizio febbraio redige una relazione a solo uso interno per presentare la sua idea alla casa editrice. Lettore esperto, sa di dover anticipare le obiezioni che i suoi superiori non mancheranno di sollevare. Pertanto, mette le mani avanti: elogia la prosa di Levi, auspica la pubblicazione del suo resoconto, ma riconosce al contempo la presenza di generalizzazioni e giudizi sui «prigionieri politici» che non possono essere trascurate.
...dall'esperienza soggettiva dell'antifascista borghese Levi, vengono ricavate affermazioni sui prigionieri politici che non corrispondono alla nostra visione e che sembrano racchiudere, se non altro, un'indebita generalizzazione.
Meinert 2000, p. 156.
Il libro potrebbe dunque beneficiare di un commento autorevole per spiegare e correggere «errori» imputabili esclusivamente alla parzialità fisiologica della sua testimonianza. La persona più adatta dovrebbe essere qualcuno che, come Levi, è sopravvissuto al Lager. La relazione si chiude senza indicare un nome, ma Meinert ha già pensato anche a questo: Fred Wander, scrittore ebreo, comunista ed ex deportato nei campi di concentramento nazisti. La presentazione incontra il favore dell'editore. Tutto sembra funzionare e a Meinert non manca che presentare il progetto all'autore. Il 18 febbraio gli scrive:
Una rinuncia al Suo ultimo libro [La chiave a stella] ci pare tanto più giustificata quando si pensa che finora non è uscito da noi il Suo libro senz’altro più importante: Se questo è un uomo. Ci sembra una ingiustizia e mancanza che vorremmo finalmente riparare pubblicando una nostra edizione di licenza di Ist das ein Mensch?. L’abbiamo prevista per il 1981, e spero che ricaverà nei prossimi mesi la notizia ufficiale attraverso la S. Fischer, appena le avremo sottoposta la nostra proposizione di contratto.
Lettera 215
Levi accoglie la proposta con entusiasmo. Il progetto di Meinert è quello di pubblicare Se questo è un uomo e La tregua in un unico volume con una postafazione di Fred Wander. Purtroppo, le buone intenzioni del suo gruppo di lavoro si scontrano presto con l’intricato e opaco sistema di autorizzazioni della Hauptverwaltung Verlage und Buchhandel (l’autorità del ministero della cultura preposta al controllo dell’editoria e il commercio del libraio) che nessuno all’Aufbau ha il coraggio di chiamare con il suo vero nome: censura.

Tra Meinert, Wander e Levi nasce un giro di posta che ha come obiettivo principale quello di realizzare un progetto editoriale che sta a cuore a tutti gli interlocutori. Meinert non può esporsi troppo ed è Wander, esterno al circuito dell’Aufbau, a suggerire a Levi di «rimuovere» (“beheben”) i passaggi problematici (Lettera 201). Senza esitare, Levi accetta, segno del suo forte desiderio di vedere pubblicato Se questo è un uomo anche nell'altra Germania.
Nella primavera del 1981, il progetto sembra procedere. Non mancano i ritardi, ma le strategie anti-censura messe in atto da Meinert fanno sperare nella riuscita finale. Purtroppo, gli sforzi congiunti serviranno a ben poco.
A novembre del 1981, il manoscritto giunge ai piani alti della Hauptverwaltung Verlage und Buchhandel, che lo invia per un’ulteriore revisione esterna al Comitato dei Combattenti della Resistenza Antifascista (Komitee der Antifaschistischen Widerstandskämpfer): tutti i tredici membri - verrà a sapere solo in seguito Meinert (questo almeno quanto dichiara in una sua memoria del 2000) - a loro volta ex prigionieri politici dei Lager nazisti, ritengono i due volumi di Levi «inaccettabili» (Meinert 2000, p. 158). Anche la scelta di Fred Wander come revisore si rivela controproducente: nel 1970, Il settimo pozzo, il libro che lo scrittore austriaco aveva dedicato alla sua esperienza di deportato, era stato duramente criticato dal Comitato, che non era però riuscito a bloccarne la pubblicazione (lettera 205).
Meinert ne esce sconfitto, deluso. Prova vergogna per sé stesso, per non essere riuscito a mantenere l'impegno con Levi e rimediare all’autocensura del 1968; per la casa editrice, che si rivela un’istituzione verticale e censoria; ma anche per la DDR: in fondo, i due libri di Levi erano usciti da tempo a Ovest, in quella Repubblica Federale che la propaganda dell’Est dipingeva come la controparte tedesca ancora pesantemente compromessa con il nazismo.
Sulla sua scrivania c’è una lettera di Primo Levi datata 11 febbraio 1981 che ancora attende una risposta. Ma non ha il coraggio di scrivergli.
Passano due anni. Levi non ha più ricevuto aggiornamenti, né da Meinert né da Wander. Scrive perciò una lettera all’Aufbau per conoscere il destino del suo libro in DDR:
Egregio Signor Meinert,
non ho più avuto notizie dalla Aufbau fin dal febbraio 1981: Le sarei veramente grato se mi informasse sui programmi di pubblicazione di Se questo è un uomo, che secondo le ultime comunicazioni avrebbe dovuto uscire fin dal 1982.
Lettera 220
Meinert non può più posticipare il confronto con l’autore. Dirgli la verità, spiegargli cioè che il suo libro era stato censurato, è impensabile. Scrive una lettera a nome dell’editore e, anche questo testo, deve passare dalle mani dei superiori prima di essere spedito. Ne esce «un documento imbarazzante e contorto» (Meinert 2000, p. 160), datato 8 novembre 1984.
Gentile dottor Levi,
La prego innanzitutto di scusarmi se posso rispondere soltanto oggi alla Sua lettera del 16 settembre – ero assente dalla casa editrice per alcune settimane nel mese d’ottobre, quando la lettera ci giunse. Ma sono ben cosciente che si tratta di un ritardo ben più grave nel darLe notizie che mi rende difficoltoso il rispondere al Suo quesito circa le sorti del Suo libro nelle nostre edizioni, perlomeno in poche frasi. In una lettera non posso che accennare alle ragioni che ci hanno indotto – dopo vari rinvii ed un rinnovato esame approfondito – a rinunciare provvisoriamente al progetto di edizione.
[...]
Quelle Sue testimonianze soggettive hanno incontrato, in una tappa consecutiva della presentazione del progetto, serie perplessità e pareri critici da parte di autorevoli testimoni della stessa esperienze tragica che oggi vivono nel nostro paese. C’era da temere una reazione all’uscita del volume da parte di tali personalità che pure meritano il nostro massimo rispetto per il loro combattimento attivo contro il nazismo. Per non offendere i loro sentimenti, anch’essi sinceri e da rispettare, non meno di quelli dell’autore del libro, abbiamo preso, dopo alcune esitazioni, la decisione ingrata di rinunciare alla pubblicazione.
Non so se Lei potrà accettare questa spiegazione e se può comprendere il perché del nostro lungo silenzio, imbarazzato e colpevole, come dobbiamo ammettere. La prego soltanto di crederci che non abbiamo preso quella decisione alla leggera.
Lettera 221
Levi prende atto, con rammarico, della decisione dell’editore. Le richieste di Wander lo avevano insospettito e non si era fatto illusioni (lettera 222).

Fonte Archivio Privato Primo Levi
La vergogna tormenta Meinert, che, insoddisfatto della risposta freddamente burocratica confezionata dai suoi superiori, decide di scrivere a Levi direttamente dal proprio indirizzo di casa, aggirando i controlli dell’Aufbau. Solo così può dire apertamente la verità che nessuno ha il coraggio — o la possibilità — di ammettere, ma che è evidente a tutte le parti in causa, Levi compreso. Come se il caso della bocciatura di Se questo è un uomo lo avesse costretto a fare i conti con le proprie convinzioni ideologiche, a distinguere finalmente la censura, laddove in tante altre occasioni aveva creduto di agire in difesa del sogno della Germania socialista.
È triste che sono stati proprio degli ex «compagni di destino» Suoi che non hanno voluto che il libro esca da noi. Noi eravamo sicuri che abbiamo sempre bisogno in questo paese (anche nella nostra parte della Germania, dove sicuramente il nazismo fu sradicato con più vigore) della Sua testimonianza, non soltanto perché è un gran bel libro, ma anche per tutto quello che documenta. Sarebbe un frammento di più di quella verità sul nazismo che già crediamo di conoscere, senza conoscerla per intero. E pare che è quel tanto di più che forse entra in contrasto con certe descrizioni agiografiche che si tratta di salvare. Io certo non ho il diritto morale di giudicare chicchessia chi ha quella terribile e drammatica esperienza alle spalle: ma sento lo stesso tristezza e delusione per una chiusura mentale che non spiego.
[...]
La prego di credermi che abbiamo fatto quanto c’era da fare, dalla nostra (debole) posizione. Speriamo che quell’esito non sia definitivo. Per il momento non vediamo una uscita praticabile.
Lettera 223
Nell’autunno del 1986 Meinert torna in Italia per la prima volta dopo tredici anni. Vorrebbe fare visita a Primo Levi, ma gli impegni di lavoro non glielo consentono. Sei mesi dopo, viene raggiunto dalla notizia della sua morte. Rimane stordito per giorni, consapevole di dover convivere da ora in poi con un nodo irrisolto, non solo professionale.
* Meinert richiama qui le controverse affermazioni che il presidente dell’AfD Alexander Gauland aveva pronunciato durante il congresso federale dell’ala giovanile del partito neonazista nel giugno del 2018: «Hitler und die Nazis sind nur ein Vogelschiss in über 1.000 Jahren erfolgreicher deutscher Geschichte» [“Hitler e i nazisti sono stati solo una cacca di uccello in più di mille anni di storia della Germania”].
Un ultimo tentativo in DDR

Il 26 novembre 1987 si tiene a Berlino Est il Decimo Congresso degli Scrittori della DDR. Per la prima volta, l'insofferenza verso la censura irrompe pubblicamente davanti ai rappresentanti del governo. Sono numerosi gli autori e le autrici a prendere la parola — tra loro Günter de Bruyn e Christa Wolf, della quale viene letta una lettera — ma è Christoph Hein a pronunciare uno degli interventi più incendiari:
La procedura di approvazione, il controllo statale… in parole povere: la censura delle case editrici e dei libri, dei redattori e degli autori è antiquata, inutile, paradossale, disumana, antipatriottica, illegale e criminale.
Goldstein 2017, p. 370.
Per placare le proteste e contenere l'eco internazionale del dibattito — anche in virtù della glasnost voluta da Gorbaciov nel 1985, che aveva permesso la presenza della stampa occidentale — il governo della DDR allenta il sistema dei controlli, concedendo maggiore autonomia decisionale alle case editrici.
Uno degli eventi editoriali più rappresentativi di questo periodo di distensione è la pubblicazione nel 1988 del manoscritto inedito di Johannes R. Becher Selbstzensur (“Autocensura”) sulla rivista Sinn und Form. Figura di spicco della cultura della Repubblica Democratica, Becher aveva fondato l’Aufbau Verlag nel 1945 e la stessa Sinn und Form nel 1949. Nel 1956, quando ormai ricopriva il ruolo di ministro della cultura nel governo di Walter Ulbricht, aveva scritto questo saggio, in reazione al dibattito sulla destalinizzazione aperto dal XX Congresso del PCUS — una stagione che, come si è visto, si era conclusa con le epurazioni dei vertici dell’Aufbau.

Contesto nel modo più risoluto che si possa muovere agli scrittori l'accusa di scarsa vicinanza al popolo [...]. Molti scrittori sono così legati al popolo che, in certi tempi, non hanno il coraggio di scrivere cose che altri ritengono piacevoli e utili. Questi scrittori preferiscono tacere e dedicarsi a lavori secondari, piuttosto che investire le proprie energie in un'opera che non possiede nemmeno la forza vitale sufficiente a sopravvivere fino alla propria pubblicazione. Si rimprovera a questi scrittori di fuggire, ma è senza dubbio più onorevole rifugiarsi in un silenzio eloquente piuttosto che darsi alla fuga «in avanti», dove ha posto soltanto chi accetta commissioni e le evade puntualmente e come richiesto.
Becher 1988, p. 551
Sebbene la censura resti una realtà percepibile e funzionante, è in questo clima di maggiore apertura che Meinert tenta un'ultima volta di portare le opere di Primo Levi su Auschwitz nella DDR.
Da quando lo scrittore torinese è scomparso, ha letto tutti i suoi libri pubblicati negli anni Ottanta: Lilít, La ricerca delle radici, Se non ora, quando?, L'altrui mestiere e I sommersi e i salvati. Si accorge non solo che l’opera di Levi non può più essere ridotta alla sola testimonianza su Auschwitz, ma anche che la poliedricità dei suoi interessi, se ben confezionata, potrebbe persino essere utilizzata come grimaldello per scardinare la coltre di pregiudizi e sospetti che sinora ne impedito la pubblicazione di Se questo è un uomo e La tregua.
Questa la bozza di indice che è possibile ricavare dalla proposta editoriale che Meinert presenta all’Aufbau nel giugno del 1989:
Primo Levi
Lilith. Erzählungen und Essays
a cura di Joachim Meinert
Capitolo 1: Lilith
Contiene la sezione Passato prossimo di Lilít e altri racconti
Capitolo 2: Die Zauberer (“Gli stregoni”)
Contiene la sezione Presente indicativo di Lilít e altri racconti
Capitolo 3: Grossvater Tuchladen (“Il fondaco del nonno”)
Raccoglie racconti autobiografici tratti da L’altrui mestiere.
(La mia casa, La forza dell’ambra, Il fondaco del nonno e Tornare a scuola)
Capitolo 4: Der Mond und Wir (“La luna e noi”)
Raccoglie i racconti e i saggi di stampo naturalistico presenti ne L’altrui mestiere
(La luna e noi, Il libro dei dati strani, «Le più liete creature del mondo», Paura dei ragni e Notizie dal cielo).
Capitolo 5: Der Ritus und das Lachen (“Il rito e il riso”)
Raccoglie saggi su questioni linguistiche e antropologiche tratti da L’altrui mestiere
(Il linguaggio degli odori, Segni sulla pietra e Il rito e il riso).
Capitolo 6: Warum schreibt man? (“Perché si scrive?”)
Raccoglie i saggi che Levi ha dedicato all’attività della scrittura ne L’altrui mestiere
(Perché si scrive, Dello scrivere oscuro e A un giovane lettore).

Nella premessa che apre la relazione, emergono anche i rancori e i timori di Meinert. L'indice del volume nasconde infatti una strategia ben precisa. Dedicare il primo capitolo ai racconti di Lilít sul Lager non rappresenta soltanto un ulteriore tentativo di redimere il fallimento del 1982, ma anche un modo, non troppo velato, di ricordare all’editore le sue ipocrisie.
Per ragioni di politica culturale e morali non possiamo, a mio avviso, permetterci di trascurare l'opera di uno scrittore tanto grande solo perché alcune sue affermazioni toccano dei tabù. La selezione dei suoi ultimi saggi e racconti che qui propongo non elude il tema del Lager, che egli riprende ancora una volta nella prima parte della raccolta Lilít, ma lo presenta soltanto come uno dei nuclei tematici tra i tanti, così come, del resto, non era affatto assente ne Il sistema periodico, da noi già pubblicato.
Bundesarchiv, Druck-Nr. 120/187/90; 1990, pp. 254-255.
Il volume non vedrà mai la luce. Nel 1990, l’editore Aufbau decide di riprendere in mano il progetto editoriale legato a Se questo è un uomo-La tregua in vista di una trilogia che comprenda ora anche I sommersi e i salvati. Meinert e Wander sono nuovamente coinvolti nei lavori preparatori, ma anche questa volta il progetto non arriva a conclusione.
Meinert dovrà attendere la dissoluzione della DDR per veder pubblicato un suo progetto editoriale legato a Primo Levi. Nel 1993 esce per i tipi di Piper la sua traduzione della conversazione con Ferdinando Camon del 1987: Ich suche nach einer Lösung, aber ich finde sie nicht, “cerco una soluzione, ma non la trovo”.

Da sinistra: Ich suche nach einer Lösung, aber ich finde sie nicht (Piper 1993), Das Mass der Schönheit (Hanser 1997) e Gespräche und Interviews (Hanser 1999).
Abbiamo cercato in tutti i modi di contattare Joachim Meinert ai suoi indirizzi noti. Restiamo a sua disposizione qualora leggesse questa biografia e questo carteggio.
Bibliografia “italiana” di Joachim Meinert

| Autore | Titolo | Ruolo | Anno |
| Giuseppe Dessì | Das Lösegeld Volk und Welt (Berlin) | Curatore | 1969 |
| Giorgio Bassani | Die Gärten der Finzi-Contini Volk und Welt (Berlin) | Curatore | 1970 |
| Silvano Ambrogi | Die Verfettung Volk und Welt (Berlin) | Traduttore | 1972 |
| Eduardo De Filippo | Komödien Volk und Welt (Berlin) | Curatore e traduttore | 1972 |
| Ferdinando Camon | Der fünfte Stand Volk und Welt (Berlin) | Curatore | 1974 |
| Giorgio Bassani | Ferrareser Geschichten Volk und Welt (Berlin) | Curatore | 1975 |
| Joachim Meinert | Italienische Erzähler: aus sechs Jahrzehnten, 2 voll. Volk und Welt (Berlin) | Curatore e traduttore | 1975 |
| Ferdinando Camon | Das ewige Leben Volk und Welt (Berlin) | Curatore | 1976 |
| Giambattista Basile; Joachim Meinert | Die verzauberte Hirschkuh und andere Märchen Kinderbuchverlag (Berlin) | Curatore e traduttore | 1978 |
| Cesare Pavese | Klar und verlassen gehen die Morgen hin Volk und Welt (Berlin) | Curatore e traduttore | 1978 |
| Marina Jarre | Die Prinzessin vom alten Mond Volk und Welt (Berlin) | Traduttore | 1979 |
| Paolo Volponi | Ich, der Unterzeichnete Aufbau (Berlin) | Curatore | 1980 |
| Gianni Rodari | Die Sirenenbraut : Erzählungen Aufbau (Berlin) | Curatore e traduttore | 1982 |
| Natalia Ginzburg | Die Stimmen des Abends : ausgew. Erzählungen. Die kleinen Tugenden, Rütten & Loening (Berlin) | Curatore e traduttore | 1984 |
| Alberto Moravia | Prähistorische Histörchen Aufbau (Berlin) | Curatore e traduttore | 1985 |
| Cesare Pavese | Ein Leben im Spiegel der Briefe. 1925–1935 Volk und Welt (Berlin) | Traduttore | 1986 |
| Cesare Pavese | Ein Leben im Spiegel der Briefe. 1936–1950 Volk und Welt (Berlin) | Traduttore | 1986 |
| Alberto Moravia | Der Zuschauer : Roman Aufbau (Berlin); List (München) | Traduttore | 1987 |
| Giambattista Basile | Die verzauberte Hirschkuh und andere Märchen Kinderbuchverlag (Berlin) | Curatore e traduttore | 1987 |
| Carlo Collodi | Pinocchio Abenteuer, Aufbau (Berlin) | Curatore e traduttore | 1988 |
| Primo Levi, Ferdinando Camon | "Ich suche nach einer Lösung, aber ich finde sie nicht" : Primo Levi im Gespräch mit Ferdinando Camon, Piper (München, Zürich) | Traduttore | 1993 |
| Ferdinando Camon | Jeder Mann braucht ein Geheimnis Piper (München, Zürich) | Traduttore | 1994 |
| Natalia Ginzburg | Schütze Wagenbach (Berlin) | Traduttore | 1994 |
| Primo Levi | Das Mass der Schönheit (con traduzioni di H. Riedt e J. Meinert), Hanser (München, Wien) | Traduttore (con Heinz Riedt) | 1997 |
| Primo Levi | Gespräche und Interviews (a cura di M. Belpoliti), Hanser 1999 Hanser (München, Wien) | Traduttore | 1999 |
| Luigi Pirandello | Die erste Nacht: Sizilianische Novellen Steidl Verlag (Göttingen) | Traduttore | 2021 |
Riferimenti e bibliografia
Le informazioni sulla vita e la carriera di Joachim Meinert sono tratte da:
- J. Lebedewa e V. Stukalenko, Interview mit Joachim Meinert: „Wir Lektoren hatten sicher eine ‚Schere im Kopf‘“, in Geteilte Übersetzungen Literarische Übersetzungs- und Verlagskultur in der DDR und der BRD, a cura di J. Lebedewa e V. Stukalenko, Frank & Timme, Berlin 2025, pp. 141-145.
- S. Lenz, Das Antifa-Komitee lehnte das Manuskript einhellig ab, in «Frankfurter Rundschau», 18 agosto 2019: https://www.fr.de/kultur/antifa-komitee-lehnte-manuskript-einhellig-12926976.html.
- M. Liber, Vladimiro Macchi, lettore e lessicografo, in Il lettori d’italiano in Germania. Convegno di Weimar, 27-29 aprile 1995. Atti della sezione storica, a cura di D. Giovanardi e H. Stammerjohann, Gunter Narr, Tübingen 1996.
- M. Martini, La cultura all’ombra del muro. Relazioni culturali tra Italia e DDR (1949-1989), Il Mulino, Bologna 2007.
- J. Meinert, Nachwort, in Id.Erzähler: aus sechs Jahrzehnten, vol. II, Volk und Welt, Berlin 1975, pp. 641-671.
- J. Meinert: Demokratische Strukturen? Gemeinsame Diskussionen und Entscheidungen, in Fenster zur Welt. Eine Geschichte des DDR-Verlags Volk und Welt., a cura di S. Barck e S. Lokatis, Links Verlag, Berlin 2003, pp. 151–156.
- J. Storost, In memoriam Valdimiro Macchi. Aspekte der Wissenschaftsgeschichte, Romanistischer Verlag, Bonn 2008.
Sulla storia delle case editrici Volk und Welt e Aufbau e la ricezione della letteratura italiana nella DDR:
- S. Barck e S. Lokatis (a cura di), Fenster zur Welt. Eine Geschichte des DDR-Verlags Volk und Welt, Links Verlag, Berlin 2003.
- S. Lokatis, Volk und Welt: ein Verlag als Sprachinstitut, in «Chronotopos. A Journal of Translation History», 2/2023, pp. 201-229.
- M. Martini, Una finestra sull’Italia. L’attività della casa editrice berlinese Volk und Welt, in Riflessioni sulla DDR. Prospettive internazionali e interdisciplinari vent’anni dopo, a cura di M. Martini e T. Schaarschmidt, Bologna, Il Mulino 2011, pp.283-306.
- B. Rago, Il Gattopardo a guardia del muro, Feltrinelli, Milano 2025, pp. 25-26.
- C. Wurm, Jeden Tag ein Buch 50 Jahre Aufbau-Verlag 1945-1995, Aufbau, Berlin 1995.
Sul sistema editoriale della DDR e la questione della censura:
- Aa.Vv., Leseland DDR, «Aus Politik und Zeitgeschichte», 11/2009: https://www.bpb.de/shop/zeitschriften/apuz/32134/leseland-ddr/.
- J. R. Becher, Selbstzensur, in «Sinn und Form», 3/1988, pp. 543-541.
- B. Dahlke, M. Langermann e T. Taterka (a cura di), Literaturgesellschaft DDR, J.B. Metzler, Stuttgart 2000.
- T. Goldstein, Glasnost in the GDR?: the East German Writers Congress of 1987, in «Studia Politica: Romanian Political Science Review», v. 17, n. 3, 2017, pp. 357-378.
- C. Leeder, Rereading East Germany. The Literature and Film of the GDR, Cambridge University Press, Cambridge 2015.
- A. Malycha, Reformdebatten in der DDR, in «Aus Politik und Zeitgeschichte», 20 aprile 2006: https://www.bpb.de/shop/zeitschriften/apuz/29787/reformdebatten-in-der-ddr/.
- S. Parker e M. Philpotts, Sinn und Form. The Anatomy of a Literary Journal, Walter de Gruyter, Berlin-New York 2009.
I documenti relativi alla progetto editoriale dell’antologia Erkundungen. 27 italienische Erzähler di Thea Mayer sono disponibili sulla piattaforma Argus del Bundesarchiv:
- Kollektiv, Thea Mayer (Herausgeber): Erkundungen. 27 italienische Erzähler (Reihe: Erkundungen); Druck-Nr. 410/46/70; 1970; Gutachten: Ruth Greuner, Joachim Meinert, Thea Mayer: https://www.argus.bstu.bundesarchiv.de/dr1_druck/mets/dr1_druck_2342a/index.htm?target=midosaFraContent&backlink=http://argus-bstu:8080/barch/MidosaSEARCH/dr1_druck/index.htm-kid-c2e4d3eb-0576-463a-a437-06d21c7eb429&sign=DR%201/2342a.
P. Levi, Il carteggio con Heinz Riedt, a cura di Martina Mengoni, Einaudi, Torino 2024.
G. Steiner, H. Greiner-Mai e W. Lehmann (a cura di), Lexikon fremdsprachiger Schriftsteller von den Anfängen bis zur Gegenwart, Vol. II (H-O), VEb Bibliographisches Institut, Leipzig 1979.
Sul caso della bocciatura di Se questo è un uomo e La tregua nella DDR:
- J. Meinert, Geschichte eines Verbots. Warum Primo Levis Hauptwerk in der DDR nicht erscheinen durfte, in «Sinn und Form», 2/2000, pp. 149-165.
- J. Meinert, Geschichte eines Verbots. Warum Primo Levi Hauptwerk in der DDR nich erscheinen durfte, in Die Argusaugen der Zensur. Begutachtungspraxis im Leseland DDR, a cura di S. Lokatis e M. Hochrein, Hauswedell Verlag e.K, Stuttgart 2021, pp. 461-475.
- La vicenda è interamente ricostruita nell’approfondimento di Martina Mengoni, Carmen Mitidieri e Camilla Se questo è un uomo nella Repubblica Democratica Tedesca disponibile su questo portale.
Sul progetto della trilogia Se questo è un uomo-La tregua-I sommersi e i salvati per Aufbau, cfr., S. Barck, Primo Levi en RDA (1972-1989/1990), in Primo Levi à l'oeuvre: La réception de l'oeuvre de Primo Levi dans le monde, a cura di P. Mesnard e Y. Thanassekos, Editions Kimé, Paris 2008, pp. 115 e 118.
La proposta editoriale dell’antologia Erzähler: aus sechs Jahrzehnten di Joachim Meinert è disponibile sulla piattaforma Argus del Bundesarchiv:
- Kollektiv, Joachim Meinert (Herausgeber): Italienische Erzähler aus sechs Jahrzehnten; Druck-Nr. 410/94/75; 1975; Gutachten: Edwin Orthmann, Manfred Küchler, Alfred Antkowiak: https://www.argus.bstu.bundesarchiv.de/dr1_druck/mets/dr1_druck_2358/index.htm?target=midosaFraContent&backlink=http://argus-bstu:8080/barch/MidosaSEARCH/dr1_druck/index.htm-kid-c2e4d3eb-0576-463a-a437-06d21c7eb429&sign=DR%201/2358.
Le relazioni e le proposte editoriali relative alla pubblicazione delle opere di Primo Levi per l’editore Aufbau sono disponibili sulla piattaforma Argus del Bundesarchiv:
- Primo Levi: Das periodische System; Druck-Nr. 120/241/79; 1979; Gutachten: H. Rost, Christine Wolter: https://www.argus.bstu.bundesarchiv.de/dr1_druck/mets/dr1_druck_2117/index.htm?target=midosaFraContent&backlink=http://argus-bstu:8080/barch/MidosaSEARCH/dr1_druck/index.htm-kid-4d8d0650-ba19-4c1f-ab32-597472c2e5d0&sign=DR%201/2117.
- Primo Levi, Joachim Meinert (Herausgeber): Lilith. Erzählungen und Essays; Druck-Nr. 120/187/90; 1990; Gutachten: Joachim Meinert: https://www.argus.bstu.bundesarchiv.de/dr1_druck/mets/dr1_druck_2145a/index.htm?target=midosaFraContent&backlink=http://argus-bstu:8080/barch/MidosaSEARCH/dr1_druck/index.htm-kid-4d8d0650-ba19-4c1f-ab32-597472c2e5d0&sign=DR%201/2145a.
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