223. Joachim Meinert a Primo Levi, 12 novembre 1984

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Meinert scrive a Primo Levi una seconda lettera, dal tono più informale, in cui approfondisce le ragioni della mancata pubblicazione di Se questo è un uomo e aggiunge alcune riflessioni personali.

Berlino, 12-11-84

 

Egregio Signor Levi,

nei giorni appena scorsi Le ho scritto dalla casa editrice – diciamo così «a titolo ufficiale» – per darle notizie finalmente per quanto riguarda l’esito del suo Uomo. Oggi mi si presenta per caso l’occasione di far impostare questa lettera da un amico che torna al midì dalla Francia – è dunque probabile che questa le arrivi molto prima dell’altra. Ne approfitto anche per aggiungere una parola personale su tutta questa faccenda.

Come vedrà dall’altra lettera,[1] abbiamo dovuto rinunciare al nostro progetto che ci fu pure molto caro ed importante. Ho esposto lì, in parole assai chiare,[2] il motivo del nostro «cambiamento di idea», che si trova, mi creda, assolutamente fuori dalla casa editrice (e addirittura del «campo culturale», se così vogliamo dire). È triste che sono stati proprio degli ex «compagni di destino» Suoi che non hanno voluto che il libro esca da noi. Noi eravamo sicuri che abbiamo sempre bisogno in questo paese (anche nella nostra parte della Germania, dove sicuramente il nazismo fu sradicato con più vigore) della Sua testimonianza, non soltanto perché è un gran bel libro, ma anche per tutto quello che documenta. Sarebbe un frammento di più di quella verità sul nazismo che già crediamo di conoscere, senza conoscerla per intero. E pare che è quel tanto di più che forse entra in contrasto con certe descrizioni agiografiche che si tratta di salvare. Io certo non ho il diritto morale di giudicare chicchessia chi[3] ha quella terribile e drammatica esperienza alle spalle: ma sento lo stesso tristezza e delusione per una chiusura mentale che non spiego. (Sembra però che dietro tutti quelli giudizi sul libro ci siano anche faccende personali soggettive forse in rapporto con cose e contrasti nell’ambito dei[4] comitati di prigionieri sopravvissuti di Auschwitz – Lei ne saprà più di me, forse). Comunque, posso integralmente parlare soltanto per me, ma fummo in parecchi che abbiamo[5] letto il libro ed eravamo tutti molto commossi, e contenti che doveva finalmente uscire, perché ci sembra ancora molto utile e necessario, anche 40 anni dopo la fine del fascismo storico.

La prego di credermi che abbiamo fatto quanto c’era da fare, dalla nostra (debole) posizione. Speriamo che quell’esito non sia definitivo. Per il momento non vediamo una uscita praticabile. E Se non ora, quando?, che pure ho letto,[6] non mi ha certo fornito nuovi argomenti, come forse comprenderà, anche se mi è molto piaciuto, come libro e come documento – invenzione storica, grande struttura etica-filosofica romanzata.

Non so se potrà scusare il mio lungo silenzio, per cui mi sentivo, naturalmente, «mal dans ma peau»[7] (ma sempre sperando di ottenere un risultato migliore).

Mi permetta comunque di ricambiare la stretta di mano, con tutto il mio gran rispetto per la Sua vita e la Sua opera che va visibilmente crescendo.
Cordialmente Suo

Joachim Meinert

 

J. Meinert
Sadowash. 16/18
DDR – 1157 Berlin
RDT

Berlino, 12-11-84

 

Egregio Signor Levi,

nei giorni appena scorsi Le ho scritto dalla casa editrice – diciamo così «a titolo ufficiale» – per darle notizie finalmente per quanto riguarda l’esito del suo Uomo. Oggi mi si presenta per caso l’occasione di far impostare questa lettera da un amico che torna al midì dalla Francia – è dunque probabile che questa le arrivi molto prima dell’altra. Ne approfitto anche per aggiungere una parola personale su tutta questa faccenda.

Come vedrà dall’altra lettera,[1] abbiamo dovuto rinunciare al nostro progetto che ci fu pure molto caro ed importante. Ho esposto lì, in parole assai chiare,[2] il motivo del nostro «cambiamento di idea», che si trova, mi creda, assolutamente fuori dalla casa editrice (e addirittura del «campo culturale», se così vogliamo dire). È triste che sono stati proprio degli ex «compagni di destino» Suoi che non hanno voluto che il libro esca da noi. Noi eravamo sicuri che abbiamo sempre bisogno in questo paese (anche nella nostra parte della Germania, dove sicuramente il nazismo fu sradicato con più vigore) della Sua testimonianza, non soltanto perché è un gran bel libro, ma anche per tutto quello che documenta. Sarebbe un frammento di più di quella verità sul nazismo che già crediamo di conoscere, senza conoscerla per intero. E pare che è quel tanto di più che forse entra in contrasto con certe descrizioni agiografiche che si tratta di salvare. Io certo non ho il diritto morale di giudicare chicchessia chi[3] ha quella terribile e drammatica esperienza alle spalle: ma sento lo stesso tristezza e delusione per una chiusura mentale che non spiego. (Sembra però che dietro tutti quelli giudizi sul libro ci siano anche faccende personali soggettive forse in rapporto con cose e contrasti nell’ambito dei[4] comitati di prigionieri sopravvissuti di Auschwitz – Lei ne saprà più di me, forse). Comunque, posso integralmente parlare soltanto per me, ma fummo in parecchi che abbiamo[5] letto il libro ed eravamo tutti molto commossi, e contenti che doveva finalmente uscire, perché ci sembra ancora molto utile e necessario, anche 40 anni dopo la fine del fascismo storico.

La prego di credermi che abbiamo fatto quanto c’era da fare, dalla nostra (debole) posizione. Speriamo che quell’esito non sia definitivo. Per il momento non vediamo una uscita praticabile. E Se non ora, quando?, che pure ho letto,[6] non mi ha certo fornito nuovi argomenti, come forse comprenderà, anche se mi è molto piaciuto, come libro e come documento – invenzione storica, grande struttura etica-filosofica romanzata.

Non so se potrà scusare il mio lungo silenzio, per cui mi sentivo, naturalmente, «mal dans ma peau»[7] (ma sempre sperando di ottenere un risultato migliore).

Mi permetta comunque di ricambiare la stretta di mano, con tutto il mio gran rispetto per la Sua vita e la Sua opera che va visibilmente crescendo.
Cordialmente Suo

Joachim Meinert

 

J. Meinert
Sadowash. 16/18
DDR – 1157 Berlin
RDT

Berlin, 12-11-84

 

Dear Mr. Levi,

A few days ago, I wrote to you from the publishing company – let us say “officially” – to finally give you news regarding the outcome of your Man. Today, by chance, I have an opportunity to have this letter posted by a friend who is returning to the south of France – it is therefore probable that this letter will arrive much sooner than the other. I take advantage of this to add a few personal words regarding this entire matter.

As you will see from the other letter,[1] we have had to forgo our project, which was very dear and important to us. In it, I explained, in very clear terms,[2] the reason for our “change of plans,” which, please believe me, lies completely outside the publishing company (and even the “cultural field,” if we can put it that way). It is sad that it was none other than your former “companions of destiny” who did not want to have the book published here. We were sure that in this country (even in our part of Germany, where Nazism was undoubtedly eradicated more vigorously), we always need your testimony, not only because it is a wonderful book but also because of everything it documents. It would be one more fragment of that truth about Nazism that we think we already know, yet without knowing it in full. And it appears to be that one extra bit which perhaps clashes with certain hagiographic descriptions people are trying to conserve. I certainly do not have the moral right to judge anyone who[3] has undergone that terrible and dramatic experience: but I nonetheless feel sadness and disappointment for a narrow-mindedness I cannot explain. (But it seems that, behind all those opinions of the book, there are also personal, subjective matters which are perhaps in relation to things and contrasts within the circle of the[4] committees of prisoners who survived Auschwitz – and you may know more about this than I do). In any case, I can only speak entirely for myself, but many of us[5] read the book and we were all moved, and glad that it was finally going to be published, because it still strikes us as very useful and necessary, even 40 years after the end of historical fascism.

Please believe me that we did everything that could be done, from our (weak) position. We hope that this result will not be definitive. For the moment, we see no feasible path to publication. And If Not Now, When?, which I have also read,[6] did not provide me with new arguments, as you can perhaps understand, even if I liked it very much, as a book and as a document – historical invention, great fictionalized ethical-philosophical structure.

I do not know if you will be able to pardon this long silence of mine, for which I naturally felt myself “mal dans ma peau”[7] (but always hoping to obtain a better result).

In any case, allow me, in turn, to shake your hand, with all my great respect for your life and your opus, which is visibly growing. 

Cordially yours 

 

Joachim Meinert

 

J. Meinert
Sadowash. 16/18
DDR – 1157 Berlin
RDT

Berlino, 12-11-84

 

Egregio Signor Levi,

nei giorni appena scorsi Le ho scritto dalla casa editrice – diciamo così «a titolo ufficiale» – per darle notizie finalmente per quanto riguarda l’esito del suo Uomo. Oggi mi si presenta per caso l’occasione di far impostare questa lettera da un amico che torna al midì dalla Francia – è dunque probabile che questa le arrivi molto prima dell’altra. Ne approfitto anche per aggiungere una parola personale su tutta questa faccenda.

Come vedrà dall’altra lettera,[1] abbiamo dovuto rinunciare al nostro progetto che ci fu pure molto caro ed importante. Ho esposto lì, in parole assai chiare,[2] il motivo del nostro «cambiamento di idea», che si trova, mi creda, assolutamente fuori dalla casa editrice (e addirittura del «campo culturale», se così vogliamo dire). È triste che sono stati proprio degli ex «compagni di destino» Suoi che non hanno voluto che il libro esca da noi. Noi eravamo sicuri che abbiamo sempre bisogno in questo paese (anche nella nostra parte della Germania, dove sicuramente il nazismo fu sradicato con più vigore) della Sua testimonianza, non soltanto perché è un gran bel libro, ma anche per tutto quello che documenta. Sarebbe un frammento di più di quella verità sul nazismo che già crediamo di conoscere, senza conoscerla per intero. E pare che è quel tanto di più che forse entra in contrasto con certe descrizioni agiografiche che si tratta di salvare. Io certo non ho il diritto morale di giudicare chicchessia chi[3] ha quella terribile e drammatica esperienza alle spalle: ma sento lo stesso tristezza e delusione per una chiusura mentale che non spiego. (Sembra però che dietro tutti quelli giudizi sul libro ci siano anche faccende personali soggettive forse in rapporto con cose e contrasti nell’ambito dei[4] comitati di prigionieri sopravvissuti di Auschwitz – Lei ne saprà più di me, forse). Comunque, posso integralmente parlare soltanto per me, ma fummo in parecchi che abbiamo[5] letto il libro ed eravamo tutti molto commossi, e contenti che doveva finalmente uscire, perché ci sembra ancora molto utile e necessario, anche 40 anni dopo la fine del fascismo storico.

La prego di credermi che abbiamo fatto quanto c’era da fare, dalla nostra (debole) posizione. Speriamo che quell’esito non sia definitivo. Per il momento non vediamo una uscita praticabile. E Se non ora, quando?, che pure ho letto,[6] non mi ha certo fornito nuovi argomenti, come forse comprenderà, anche se mi è molto piaciuto, come libro e come documento – invenzione storica, grande struttura etica-filosofica romanzata.

Non so se potrà scusare il mio lungo silenzio, per cui mi sentivo, naturalmente, «mal dans ma peau»[7] (ma sempre sperando di ottenere un risultato migliore).

Mi permetta comunque di ricambiare la stretta di mano, con tutto il mio gran rispetto per la Sua vita e la Sua opera che va visibilmente crescendo.
Cordialmente Suo

Joachim Meinert

 

J. Meinert
Sadowash. 16/18
DDR – 1157 Berlin
RDT

Berlino, 12-11-84

 

Egregio Signor Levi,

nei giorni appena scorsi Le ho scritto dalla casa editrice – diciamo così «a titolo ufficiale» – per darle notizie finalmente per quanto riguarda l’esito del suo Uomo. Oggi mi si presenta per caso l’occasione di far impostare questa lettera da un amico che torna al midì dalla Francia – è dunque probabile che questa le arrivi molto prima dell’altra. Ne approfitto anche per aggiungere una parola personale su tutta questa faccenda.

Come vedrà dall’altra lettera,[1] abbiamo dovuto rinunciare al nostro progetto che ci fu pure molto caro ed importante. Ho esposto lì, in parole assai chiare,[2] il motivo del nostro «cambiamento di idea», che si trova, mi creda, assolutamente fuori dalla casa editrice (e addirittura del «campo culturale», se così vogliamo dire). È triste che sono stati proprio degli ex «compagni di destino» Suoi che non hanno voluto che il libro esca da noi. Noi eravamo sicuri che abbiamo sempre bisogno in questo paese (anche nella nostra parte della Germania, dove sicuramente il nazismo fu sradicato con più vigore) della Sua testimonianza, non soltanto perché è un gran bel libro, ma anche per tutto quello che documenta. Sarebbe un frammento di più di quella verità sul nazismo che già crediamo di conoscere, senza conoscerla per intero. E pare che è quel tanto di più che forse entra in contrasto con certe descrizioni agiografiche che si tratta di salvare. Io certo non ho il diritto morale di giudicare chicchessia chi[3] ha quella terribile e drammatica esperienza alle spalle: ma sento lo stesso tristezza e delusione per una chiusura mentale che non spiego. (Sembra però che dietro tutti quelli giudizi sul libro ci siano anche faccende personali soggettive forse in rapporto con cose e contrasti nell’ambito dei[4] comitati di prigionieri sopravvissuti di Auschwitz – Lei ne saprà più di me, forse). Comunque, posso integralmente parlare soltanto per me, ma fummo in parecchi che abbiamo[5] letto il libro ed eravamo tutti molto commossi, e contenti che doveva finalmente uscire, perché ci sembra ancora molto utile e necessario, anche 40 anni dopo la fine del fascismo storico.

La prego di credermi che abbiamo fatto quanto c’era da fare, dalla nostra (debole) posizione. Speriamo che quell’esito non sia definitivo. Per il momento non vediamo una uscita praticabile. E Se non ora, quando?, che pure ho letto,[6] non mi ha certo fornito nuovi argomenti, come forse comprenderà, anche se mi è molto piaciuto, come libro e come documento – invenzione storica, grande struttura etica-filosofica romanzata.

Non so se potrà scusare il mio lungo silenzio, per cui mi sentivo, naturalmente, «mal dans ma peau»[7] (ma sempre sperando di ottenere un risultato migliore).

Mi permetta comunque di ricambiare la stretta di mano, con tutto il mio gran rispetto per la Sua vita e la Sua opera che va visibilmente crescendo.
Cordialmente Suo

Joachim Meinert

 

J. Meinert
Sadowash. 16/18
DDR – 1157 Berlin
RDT

Berlin, 12-11-84

 

Dear Mr. Levi,

A few days ago, I wrote to you from the publishing company – let us say “officially” – to finally give you news regarding the outcome of your Man. Today, by chance, I have an opportunity to have this letter posted by a friend who is returning to the south of France – it is therefore probable that this letter will arrive much sooner than the other. I take advantage of this to add a few personal words regarding this entire matter.

As you will see from the other letter,[1] we have had to forgo our project, which was very dear and important to us. In it, I explained, in very clear terms,[2] the reason for our “change of plans,” which, please believe me, lies completely outside the publishing company (and even the “cultural field,” if we can put it that way). It is sad that it was none other than your former “companions of destiny” who did not want to have the book published here. We were sure that in this country (even in our part of Germany, where Nazism was undoubtedly eradicated more vigorously), we always need your testimony, not only because it is a wonderful book but also because of everything it documents. It would be one more fragment of that truth about Nazism that we think we already know, yet without knowing it in full. And it appears to be that one extra bit which perhaps clashes with certain hagiographic descriptions people are trying to conserve. I certainly do not have the moral right to judge anyone who[3] has undergone that terrible and dramatic experience: but I nonetheless feel sadness and disappointment for a narrow-mindedness I cannot explain. (But it seems that, behind all those opinions of the book, there are also personal, subjective matters which are perhaps in relation to things and contrasts within the circle of the[4] committees of prisoners who survived Auschwitz – and you may know more about this than I do). In any case, I can only speak entirely for myself, but many of us[5] read the book and we were all moved, and glad that it was finally going to be published, because it still strikes us as very useful and necessary, even 40 years after the end of historical fascism.

Please believe me that we did everything that could be done, from our (weak) position. We hope that this result will not be definitive. For the moment, we see no feasible path to publication. And If Not Now, When?, which I have also read,[6] did not provide me with new arguments, as you can perhaps understand, even if I liked it very much, as a book and as a document – historical invention, great fictionalized ethical-philosophical structure.

I do not know if you will be able to pardon this long silence of mine, for which I naturally felt myself “mal dans ma peau”[7] (but always hoping to obtain a better result).

In any case, allow me, in turn, to shake your hand, with all my great respect for your life and your opus, which is visibly growing. 

Cordially yours 

 

Joachim Meinert

 

J. Meinert
Sadowash. 16/18
DDR – 1157 Berlin
RDT


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