Fred Wander

Biografia


di Alice Gardoncini

L’ebreo errante

Le traiettorie di  Fred Wander e di Primo Levi si incontrano in un breve carteggio all’inizio degli anni Ottanta: sono entrambi ebrei, entrambi reduci dei campi, entrambi scrittori. I loro libri più celebri (Se questo è un uomo Il settimo pozzo) hanno in comune alcuni tratti formali (sono costruiti per accumulo, giustapponendo capitoli-racconti); un certo tono – pacato –, nei confronti della materia dolorosa da cui la scrittura scaturisce; la grande attenzione per gli esemplari umani incontrati lungo il proprio cammino. 

L’ebreo errante di Gustave Doré, fonte Wikimedia Commons.

Eppure, se Levi fa della propria sedentarietà un vanto e quasi una comica idiosincrasia («il mio è un caso estremo di sedentarietà, paragonabile a quello di certi molluschi, ad esempio le patelle, che dopo un breve stadio larvale in cui nuotano liberamente, si fissano ad uno scoglio, secernono un guscio e non si muovono più per tutta la vita», OC II, p. 803) Fred Wander è all’opposto: nel 1950 cambia programmaticamente il suo nome in Wander in onore della figura senza patria dell’ebreo errante, ama dire di sé di essere sempre in viaggio, e con la valigia leggera. Curiosamente nelle prime pagine della sua autobiografia scritta nel 1996, Das gute Leben, si trova proprio la contrapposizione tra questi due opposti tipi umani. Il giovane Wander è appena arrivato a Parigi nel 1938, scappando da Vienna, dove ha assistito alla folla inneggiante Hitler nella Piazza degli Eroi che cinquant’anni dopo Thomas Bernhard renderà celebre nella sua omonima pièce. Wander osserva Parigi, osserva i parigini con invidia bruciante, ma retrospettivamente rivendica la propria scelta di vagabondo, e commenta: «nelle grandi città le persone vegetano come coralli, fermi sul posto. Restano attaccati in eterno al loro scoglio e si fanno accarezzare dalle onde in movimento. E ci sono uomini che non hanno ancora scoperto la propria vera natura, semplicemente perché non hanno avuto il coraggio di uscire da sé stessi. Vivono e muoiono in un unico posto, chiusi in se stessi come  incapsulati» (Wander 1996,  p. 10). La vita avventurosa e movimentata di Fred Wander, è l’esempio concreto dell’esatto contrario, e la sua opera, spaziando dal reportage di viaggio al romanzo concentrazionario, riflette questo carattere. 

Dalla Vienna austroungarica all’esilio francese 

Wander nasce nel 1917 a Vienna, da Jakob e Berta Breine. È il terzo di tre fratelli, dopo Otto e Renée. La famiglia era originaria della Galizia austriaca e, come gli oltre centomila profughi ebrei in fuga dopo l’occupazione russa dei territori orientali dell’impero, si era trasferita a Vienna pochi anni prima della nascita di Fritz. Gli Asburgo avevano concesso i diritti civili agli ebrei nel  1867, eppure i profughi ebrei galiziani divennero presto il gruppo etnico più svantaggiato nella Vienna di inizio secolo, i veri poveri tra i poveri (Cazzola 2018). Wander abbandona la scuola a 14 anni e diventa apprendista in una fabbrica di vestiti, vivendo sulla propria pelle l’antisemitismo e l’odio verso lo straniero da parte della società viennese. Con l’Anschluss, decide definitivamente di lasciare la città e si trasferisce a Parigi, dove iniziano i suoi anni di vagabondaggio, esilio e un succedersi di lavori saltuari fatti per mantenersi.

Quando nel settembre del 1939 Hitler invade la Polonia, Parigi si riempie di manifesti che intimano a tutti i cittadini tedeschi e austriaci di radunarsi nello stadio di Colombes per essere internati in quanto nemici. Wander ci va, pensando di essere presto liberato, ma da quel momento inizia la sua peregrinazione tra vari campi di raccolta, di prigionia, di lavoro, che durerà fino al 1945 e comprenderà una ventina di trasferimenti in totale. 

Inizialmente viene internato nel campo di Le Meslay-du-Maine, poi riesce a fuggire a Marsiglia, da cui spera di poter raggiungere la Spagna o il Portogallo e imbarcarsi per gli Stati Uniti, ma il suo piano fallisce perché nonostante fosse in possesso di una garanzia giurata di uno zio americano, non riesce a dimostrare di possedere la somma necessaria per mantenersi una volta espatriato (erano richiesti almeno 1000 dollari). Rielaborata negli anni del dopoguerra, questa delusione è la prima di una lunga serie che porterà Wander a una generale sfiducia nei confronti della capacità e della volontà del blocco occidentale di rappresentare una reale potenza antifascista (Wander 1996, p. 80-81). 

Sono anni di grande incertezza e di presagi oscuri per l’Europa. Wander racconta di essere stato preda, in quel periodo, di un certo fatalismo paralizzante. Nessuno riesce ad immaginare quello che sta per succedere, e Wander, come altri, resta come bloccato per tutto il 1941 a Tolosa, dove condivide le giornate con studenti stranieri e altri giovani in fuga; nell’autunno di quell’anno lavora alla vendemmia per mettere da parte qualche soldo e impressionare Olga, una ragazza polacca di cui si è innamorato. Al suo ritorno non la ritroverà (Wander 1996, p. 81). Nel romanzo Hôtel Baalbek (Wander 1991), pubblicato per Aufbau nel 1991, Wander descriverà la cupa sensazione di essere presi in trappola vissuta in quegli anni dagli esiliati di mezza Europa nel sud della Francia. 

Dopo diverse vicissitudini tra Tolosa e Marsiglia, nel luglio del ‘42 viene internato nuovamente, questa volta nel campo di Agde. Dopo pochi mesi fugge verso Lione, dove spera di ricongiungersi con il fratello Otto, ma non riesce a rintracciarlo. È settembre quando da Lione si unisce a un gruppo di altri ebrei in fuga, e insieme a loro si dirige in Svizzera, dove spera di trovare asilo politico. In quanto comunista sarebbe potuto rimanere, ma quando i federali scoprono che è ebreo lo consegnano alla polizia di Vichy, condannandolo alla deportazione.

1942-45, gli anni nei campi

Da Ginevra viene mandato al campo di Rivesaltes, nei Pirenei nei pressi di Perpignan. Da lì, passando per il campo di raccolta di Drancy vicino a Parigi, viene infine deportato ad Auschwitz e inizia il lungo periodo di detenzione nei Lager: da Auschwitz verrà trasferito a Hirschberg nei Monti Giganti (un sottocampo di Gross-Rosen), in quanto prigioniero ritenuto idoneo al lavoro e costretto ai lavori forzati. L’ultima tappa sarà Buchenwald, dove verrà liberato dalle truppe statunitensi nell’aprile del 1945. 

Dopo la liberazione torna in Austria, dapprima a Salisburgo e infine a Vienna, a cercare i suoi familiari: non trova nessuno. Solo un anno dopo verrà a sapere tramite la Croce Rossa che il fratello Otto si è effettivamente salvato, rimanendo nascosto a Lione per tutta la durata della guerra grazie a un calzolaio da cui aveva lavorato. Al contrario, da Amsterdam (dove il resto della famiglia si era trasferita nel 1938) la madre e la sorella Renèe erano state deportate ad Auschwitz ed erano morte il 30 settembre e il 15 dicembre del 1942, mentre il padre era stato deportato a Sobibor ed era morto il 13 marzo 1943. 

Il dopoguerra e il trasferimento in DDR

Nel primo dopoguerra Wander entra nel partito comunista, convinto che sia la sola strada per dare concretezza al proprio antifascismo, in un mondo – quello del blocco occidentale –  in cui la denazistificazione assume i tratti della farsa e, a parte i pochi gerarchi giustiziati nel Processo di Norimberga, per il resto le posizioni di potere restano in mano a quelli che lui considera a tutti gli effetti criminali di guerra; inoltre, come riporta nella sua autobiografia, nella capitale austriaca l’antisemitismo non sembra aver avuto alcuna battuta di arresto dopo la fine della guerra: 

«La ricostruita Repubblica austriaca anche ufficialmente non era un paese vinto, ma “liberato”… Ma le condizioni che avevano portato ad Auschwitz erano ancora essenzialmente presenti in Germania e in Austria…. La grande ipocrisia secondo la quale l’Austria era stata la “prima vittima” dell’occupazione nazista e quindi non fu corresponsabile della guerra, divenne la menzogna vitale di questo popolo».

(Wander 1996, p. 117)

Nella Vienna semidistrutta del primo dopoguerra, divisa nelle quattro zone di occupazione e abitata da più di 600000 displaced persons francesi, polacchi, ucraini, ebrei, senza lavoro e senza fissa dimora, inizia a collaborare come reporter con i giornali comunisti «Der Abend» e  «Volksstimme» (Schmidjell 2005, p. 126-28). Vorrebbe guadagnarsi da vivere con la scrittura e cerca di lavorare anche per il teatro, ma incontra molte resistenze e non riesce a chiudere alcun contratto editoriale; per mantenersi fa il fotografo, il grafico, il reporter. Stringe amicizia con il direttore dell’«Abend», Ernst Epler, che gli insegna il mestiere di reporter, e con Bruno Frei, giornalista comunista rientrato a Vienna nel 1947 dopo l’esilio messicano, e fondatore del giornale. Nello stesso periodo sposa Ottilie Resch, e i due nel 1953 hanno una figlia, Evelin Renèe Wander. 

In occasione del Congresso dei popoli per la pace del dicembre 1952 l’amica Rösl Großmann-Breuer, giornalista comunista e femminista, gli presenta Elfriede Brunner, detta Maxie: una viennese di famiglia operaria, anche lei comunista, che all’epoca ha solo diciannove anni. Nel giro di poco Wander divorzia dalla prima moglie e inizia una nuova fase accanto a Maxie: per più di vent’anni saranno compagni inseparabili e affiatati, dando vita a un sodalizio anche artistico che oltre al reciproco supporto nei progetti personali si concretizza in una serie di reportage di viaggio scritti a quattro mani. Per i primi anni di stabiliscono insieme a Vienna, ma hanno difficoltà trovare una propria realizzazione e a rapportarsi con una società che percepiscono ancora impregnata di antisemitismo.

L’occasione di lasciare il paese arriva nel 1955, quando Bruno Frei gli consiglia di fare domanda per una borsa di studio presso l’Istituto di Letteratura Johannes R. Becher di Lispia, prestigiosa scuola di formazione fondata proprio quell’anno dal Ministero della cultura della Repubblica Democratica Tedesca. Il suo scopo era la «formazione ed educazione socialista di una nuova generazione di artisti e funzionari culturali» (Kulturpolitisches Wörterbuch 1970, p. 371), sul modello dell’Istituto Maxim Gorkij a Mosca.

Frontespizio del primo libro di Wander, Taifun über den Inseln, Neues Leben 1959.

Wander, in quanto austriaco e in quanto reduce dei campi di concentramento, viene ammesso con una borsa di studio e, per la prima volta, può dedicarsi completamente alla letteratura, di cui fino a quel momento è stato un entusiasta autodidatta; all’Istituto passano importanti professori, come Ernst Bloch, Viktor Klemperer, Hans Mayer e altri. Nel frattempo, sempre in Germania orientale, riesce a firmare il suo primo contratto editoriale con la casa editrice Neues Leben, legata all’organizzazione giovanile ufficiale della DDR (FDJ): così nel 1956 viene pubblicato il suo romanzo per ragazzi, Taifun über den Inseln (“Tifone sulle isole”), per il quale aveva cercato invano un editore in Occidente.

La traiettoria di Wander non è un caso isolato, anzi, si stima che negli stessi anni furono almeno un centinaio gli scrittori che per affinità politica e opportunità editoriali si fecero protagonisti di questa emigrazione letteraria “al contrario”, abbandonando la Germania Ovest o l’Austria per stabilirsi in DDR. Accanto ai nomi più celebri come Bertolt Brecht, Anna Seghers, Arnold Zweig, ci fu anche un folto gruppo di esordienti, come Wander e la moglie, Wolf Biermann (in seguito celebre per essere stato espulso dal paese nel 1976), Adolf Endler, Peter Hacks e molti altri (Bircken e Degen 2015).

Nel 1957 la stessa casa editrice pubblica un libro scritto in collaborazione con Maxie: un reportage sulla Corsica corredato di fotografie, frutto del loro primo viaggio insieme (Korsika noch nicht entdeckt, “Corsica ancora da scoprire”). Il compenso per entrambi i libri è però in valuta spendibile soltanto all’interno del territorio della DDR, ed è questa, inizialmente, la spinta a trasferirsi nel paese. Così, quando il periodo di studi a Lipsia volge al termine, Fred e Maxie, che ormai sono sposati e hanno una figlia, Kitty, decidono di trovare un modo per restare nel paese. 

In quel periodo sono spesso ospiti della residenza letteraria di Petzow, gestita dall’associazione degli scrittori della DDR (Deutscher Schriftstellerverband). Lì hanno l’occasione di vivere e lavorare a stretto contatto con i più noti scrittori del paese: Brigitte Reimann, Dieter Noll, Otto Gotsche, Bruno Apitz, e infine Christa Wolf e il marito Gerhard Wolf, di cui diventano amici. L’anno dopo Fred e Maxie si trasferiranno definitivamente a Kleinmachnow, un sobborgo di Berlino vicino al confine con l’Ovest, e ci resteranno per oltre vent’anni. 

Wander trova quindi nella DDR una patria adottiva dal punto di vista editoriale e letterario: qui riesce ad affermarsi e a essere riconosciuto pubblicamente come scrittore, cosa che in Austria sembrava impossibile, anche a causa della scarsa attenzione riservata ai reduci dai campi di sterminio e agli ebrei in particolare. In Germania Orientale, a partire dal 1961, oltre a guadagnare dalla pubblicazione delle proprie opere riceverà regolarmente dei sussidi che gli permetteranno di lavorare ai vari progetti di scrittura, prima da parte del Fondo per la Cultura, gestito dall’associazione degli scrittori tedeschi della DDR; più tardi dalle stesse case editrici con cui collaborerà, prima tra tutte la Aufbau (Schneider 2012, pp. 182-86).

Copertina di Guten Morgen, du schöne, Der Morgen, Berlino 1977

Negli anni la sua attività letteraria si consolida in varie direzioni: inizialmente solo come autore di libri per ragazzi e di reportage di viaggio, in parte scritti a quattro mani con Maxie (su Parigi, sull’Olanda, sulla Provenza), e poi, a partire dal 1971, anche come scrittore letterario e testimone. È la prestigiosa Aufbau a pubblicare il suo libro più celebre, Der siebente Brunnen (“Il settimo pozzo”), che nel 1972 vince il Premio Heinrich Mann; sempre ispirati a vicende autobiografiche seguiranno Ein Zimmer in Paris (“Una stanza a Parigi”, 1975) e Hotel Baalbek (1991). A questo si aggiungono la scrittura per il teatro e altre attività legate al ruolo sociale che nei paesi socialisti ci si aspetta da uno scrittore, come la collaborazione con il circolo degli operai scrittori (Zirkel Schreibender Arbeiter) presso gli stabilimenti ferroviari RAW Brandenburg West, all’inizio degli anni Sessanta.

Nei tardi anni Settanta Wander ha ormai acquisito il capitale sociale per poter aiutare la moglie a trovare un editore per il suo progetto: si tratta di un volume basato su lunghe interviste e conversazioni con diciannove donne della Germania Orientale. Diventerà il libro Guten Morgen, du Schöne. Protokolle nach Tonband (tradotto in italiano Ciao bella. 19 storie, quasi un romanzo), pubblicato nel 1977 (Wander 1977) e accolto da uno straordinario successo, tanto da essere considerato uno dei casi letterari più noti della Germania Orientale. Quando esce il libro Maxie è già malata da tempo; pochi mesi dopo muore di cancro al seno.

Il settimo pozzo come svolta nel paradigma della memoria in DDR

Merita qualche parola in più Il settimo pozzo, l’opera più importante di Wander. Nell’autobiografia egli ricorda di aver avuto fin da subito il desiderio di scrivere dell’esperienza del Lager, ma di non aver mai trovato la forma giusta, di non essere stato pronto. Ci vollero più di vent’anni, e, a quanto dichiara Wander stesso, un nuovo trauma a segnare una cesura nella sua vita. Nel 1969 la figlia Kitty muore in un incidente, e Wander fa risalire a quel momento la sua decisione di scrivere finalmente il libro, che infatti è dedicato alla figlia.

Già Taifun raccontava di un gruppo di persone costrette da circostanze eccezionali a vivere insieme un’esperienza drammatica, ma nella forma del romanzo d’avventura per ragazzi; Il settimo pozzo affronta invece per la prima volta il tema del Lager in modo diretto, calando il lettore in una narrazione in medias res, che nelle prime pagine risulta quasi spiazzante. Il romanzo è composto da dodici capitoli, in cui si susseguono i volti e le storie dei compagni di sofferenze. Il personaggio che dice io (che coincide con il punto di vista di Wander) non è mai messo a tema in modo esplicito: il narratore quasi scompare come personaggio del proprio romanzo, trasformandosi in una sorta di forma cava o apparecchio fotografico, e servendo da punto di congiunzione tra le varie voci e storie che si intrecciano nei vari racconti. Come scriverà anni dopo: «Su milioni di morti non si può dire nulla. Ma su due o tre si potrebbe raccontare una storia» (Wander 1996, 108). 

Queste particolarità della voce narrante, la prominenza data ai volti dei compagni (c’è un capitolo che si intitola per l’appunto «Volti») e infine la grande fascinazione per il racconto scanzonato e per il potere quasi magico e trasformativo della parola (di chiara ascendenza chassidica e più in generale ebraica), sono le caratteristiche del romanzo di Wander che lo differenziano nettamente dalla narrazione ufficiale eroica della memoria nella Germania Orientale. Nel blocco orientale infatti, il racconto delle atrocità del nazismo e della seconda guerra mondiale aveva assunto un ruolo strettamente ideologico-politico, declinato quasi totalmente sul registro dell’antifascismo e sui valori della resistenza organizzata all’interno dei Lager. Lo sterminio degli ebrei veniva sì tematizzato, ma nel quadro più ampio dell’oppressione dei dissidenti politici da parte del nazismo (Schmidt 2006). Il modello più celebre di questa narrazione epica della memoria è rappresentato da Nackt unter Wölfen (“Nudo tra i lupi”) di Bruno Apitz, pubblicato nel 1958 e adattato per il cinema nel 1963, in cui si racconta il salvataggio di un bambino ebreo nel campo di Buchenwald da parte dell’organizzazione clandestina comunista (Schneider 2012, pp. 204-31).  

Dettaglio della copertina del fascicolo contenente la proposta di pubblicazione del Settimo pozzo di Fred Wander. Fonte: Bundesarchiv.

In questo contesto, di fatto, il Settimo pozzo forza e amplia le possibilità di rappresentazione della memoria all’interno della narrazione ufficiale della DDR. E anche se in fase di pubblicazione il testo riuscì a ottenere un parere positivo dalla Hauptverwaltung Verlage und Buchhandel (HV, il reparto del Ministero che controllava il sistema di censura) grazie ai tre pareri previsti dal sistema di Druckgenehmigung (autorizzazione alla stampa) – uno interno alla casa editrice (di Wolfgang Trampe) e due esterni (di Walter Czollek e di Helle Carola Gärtner-Scholle) –, quasi subito fu aspramente criticato dal Komitee der Antifaschistischen Widerstandskämpfer (il Comitato dei combattenti antifascisti della Resistenza della DDR), che però non riuscì a fermarne la pubblicazione. Dalla ricostruzione condotta sulla base dei materiali d’archivio da Ulrike Schneider emergono due diversi punti critici per quanto riguarda il libro di Wander. Intanto l’autorizzazione alla stampa fu concessa già nell’agosto del 1970, ma i pareri dei lettori avevano suggerito l’aggiunta precauzionale di un’introduzione esplicativa in cui Wander avrebbe dovuto allontanare da sé i sospetti di sionismo, in un momento in cui una sua eventuale simpatia per il lo Stato d’Israele sarebbe stata fortemente problematica. Wander rifiutò di farlo, ma il libro fu approvato egualmente. 

Eppure in occasione del lancio, quando il 16 maggio del 1971 sulla rivista «Sonntag» apparve un’intervista di Wolfgang Trampe a Wander corredata dall’ultimo capitolo del libro, «Joschko und seine Brüder» (Wander 1971b), sorse un ulteriore problema: il punto erano i contenuti del capitolo (il «piccolo campo» di Buchenwald), che sembravano quasi riferirsi polemicamente al libro di Apitz, ormai un classico del genere. Il Comitato dei combattenti antifascisti scrisse una lettera a Wander mettendo in dubbio la sua rappresentazione di Buchenwald, e in particolare il ruolo marginale da lui assegnato alla resistenza interna nel campo e l’attenzione posta sul «piccolo campo» (Schneider 2012, p. 248-9). La critica è grave perché di fatto rappresenta una messa in dubbio della sua attendibilità in quanto testimone e di riflesso del suo ruolo sociale di scrittore nella Germania Orientale. Questo episodio colpì molto Wander, tanto che lo ricorda anche nella lettera a Primo Levi, del 14 marzo 1982, definendo il Comitato dei combattenti come «una cerchia di anziani signori alquanto ottusi e senili, dei quali non conosco i nomi, ma conosco l’ambiente a cui appartengono» (Lettera 205). In questa occasione Wander racconta a Levi di aver parlato con il viceministro della Cultura Herr Höpcke:

Ho parlato con lui e mi ha assicurato di non essere affatto contrario alla pubblicazione delle Sue opere; al contrario, le considera eccellenti. Ha tuttavia finito per capitolare di fronte al parere di alcune personalità.  Gli ho raccontato che le stesse persone si erano opposte anche alla pubblicazione del mio Il settimo pozzo e che avevo dovuto lottare per sei mesi per smontare tutte le argomentazioni provenienti da quel fronte. 

(Lettera 205: Wander a Primo Levi, 14 marzo 1982)

Nonostante le critiche sollevate dal Comitato, dopo la pubblicazione il libro ebbe un’ottima ricezione di critica, fu apprezzato pubblicamente da voci importanti come Christa Wolf (Wolf 1972), Anne Seghers, Eduard Claudius, e il 4 aprile 1972 vinse il premio Heinrich Mann, ottenendo così pieno riconoscimento (Schneider 2012, p. 284-87). 

Gli anni Ottanta: la delusione politica, il ritorno a Vienna

La vicenda che vede intrecciarsi il destino di Wander a quello di Levi risale invece ai primi anni Ottanta e dal punto di vista di Wander può essere considerata una sorta di seconda puntata della sua diatriba con il Comitato dei combattenti. Wander viene coinvolto dal Lektor Joachim Meinert per redigere la perizia esterna, in occasione del tentativo di pubblicare Se questo è un uomo La tregua per Aufbau: di fatto, chiamandolo a scrivere la perizia, Aufbau gli accorda proprio quelle qualità di attendibilità e legittimità a esprimersi sulla letteratura memoriale e concentrazionaria che lo stesso Comitato dei combattenti nemmeno dieci anni prima gli avrebbe voluto negare. 

La perizia di Wander è datata 9 settembre 1980 (Meinert 2000, 168-173), ed è decisamente positiva. I libri di Levi (dedica a Se questo è un uomo cinque pagine e alla Tregua solo una conclusiva) vengono elogiati per la loro «accuratezza, precisione, sincerità e profonda umanità»: sono più che un semplice resoconto e mantengono sempre il loro doppio carattere di documenti che si attengono al vero e di opere dall’alto valore letterario. Wander non nasconde gli elementi potenzialmente problematici dei due testi, ma cerca di disinnescarli attribuendoli nel caso di Se questo è un uomo alla mancanza di informazioni di Levi nei campi, nel caso della Tregua alla sua soggettività e parzialità nei confronti dell’Armata Rossa (nella Tregua), il cui ritratto, sebbene bozzettistico, è sostanzialmente positivo, perché guidato dall’umorismo e dalla simpatia nei confronti del popolo russo.

Il seguito dimostrerà che la strategia non era vincente: il Comitato dei combattenti sarà molto duro nel suo giudizio e contesterà in particolare proprio la perizia di Wander. Il parere di Otto Funke è conservato negli archivi federali, ma una prima bozza, leggermente diversa, si può leggere nel saggio di Joachim Meinert Geschichte eines Verbot (2000); in essa il giudizio su Wander è impietoso:

In conclusione, sia consentito sollevare la questione se Fred Wander si sia mai reso conto pienamente del significato della richiesta che gli è stata rivolta dalla casa editrice. Se si prendono sul serio le sue parole riportate a pagina 3 della perizia, allora bisogna supporre che finora egli fosse all’oscuro dell’esistenza della DDR come Stato di pace antifascista e dell’atteggiamento antifascista fondamentale della nostra popolazione…

(Meinert 2000, p. 187)

L’intera storia è ricostruita in maniera dettagliata nell'approfondimento relativo e nella biografia di Joachim Meinert, ma già da queste poche righe è chiaro come il confronto sulla pubblicazione dei libri di Levi si configuri di fatto come una lotta per l’egemonia sulla “corretta” storiografia dei campi di concentramento e di sterminio, condotta dal Comitato dei combattenti alle spese di Wander e di Levi.

Poco dopo la mancata pubblicazione dei libri di Levi Wander lascerà definitivamente la Germania Orientale, e insieme alla terza moglie, Susanne Wedekind Wander (1954-2025) si ritrasferirà a Vienna dopo quasi trent’anni in Germania Orientale; a Vienna morirà il 10 luglio 2006. Se nel corso degli anni Sessanta e Settanta la permanenza nella Germania Orientale aveva assicurato a Wander una patria letteraria, d’altra parte la sua notorietà non era stata tale da superare i confini del blocco orientale: dalla critica letteraria Occidentale era tutt’al più ricordato come marito di Maxie Wander, l’autrice di culto di Guten Morgen, Du Schöne. Con il rientro in Austria, dagli anni Ottanta in poi, inizia una lenta riscoperta delle sue opere. Hôtel Baalbek e Das gute Leben degli anni Novanta gli danno una nuova visibilità, ma solo negli anni Duemila Wallstein Verlag decide di ripubblicare le sue opere più importanti (Der siebente Brunnen nel 2005, Das gute Leben. Von der Fröhlichkeit im Schrecken nel 2006 e Hôtel Baalbek nel 2007) ed entra finalmente a tutti gli effetti nel canone della letteratura concentrazionaria.

Riferimenti e bibliografia

I pareri di lettura di Der siebente Brunnen redatti nel corso del 1971 per Aufbau sono in parte disponibili sulla piattaforma Argus del Bundesarchiv: Fred Wander: Der siebente Brunnen; Druck-Nr. 120/101/71; 1971; Gutachten: Walter Czollek, Trampe, Helle Carola Gärtner-Scholle.

Il parere di lettura di Fred Wander ai due libri di Levi, datato 9 settembre 1980, è pubblicato in Meinert 2000, pp. 168-173.

Nel corso della vita Fred Wander è stato insignito di diversi premi letterari:

- Fontane-Preis, 1966.
- Heinrich-Mann-Preis der Akademie der Künste der DDR, 1972.
- Würdigungspreis für Literatur der Republik Österreich, 1996.
- Sonderpreis zum Kinder- und Jugendbuchpreis der Republik Österreich, 1998.
- Theodor-Kramer-Preis, 2003.
- Preis für Literatur der Stadt Wien, 2006.

Per la ricerca bibliografica, le informazioni biografiche e l’immagine di Fred Wander, si ringraziano gli eredi Frau Nina Aichinger-Rosenberger e Herr Kai Seyffarth.

Bibliografia.

Carteggi


Il carteggio tra Primo Levi e Fred Wander risale ai primi anni Ottanta e si svolge in occasione del progetto di Joachim Meinert della Aufbau Verlag di pubblicare i due maggiori libri di Levi in Germania Orientale. La prima lettera, di Wander, è del febbraio del 1981, l’ultima, ancora di Wander, è del maggio dell’anno seguente. Wander ha scoperto Levi molto tardi, ma mostra nei suoi confronti un entusiasmo genuino, da lui stesso definito «giovanile», nonostante abbia ormai sessantaquattro anni:

Le prime pagine della Tregua, in particolare, sono per me quanto di più importante e più bello sia mai stato detto o scritto su questo tema! I Suoi libri sono testimonianze e documenti non soltanto colmi di verità e dignità umana, ma anche ricchi di grazia, umorismo, poesia e calore, come raramente mi è accaduto di incontrare. Lei dev’essere certamente una persona molto amabile, e pensarLa allarga il cuore. Questa era la premessa; mi perdoni lo slancio giovanile: ho sessantaquattro anni, sono un Suo compagno di sofferenza, ebreo, internato in campo di concentramento dal settembre 1942 fino alla fine (prima ancora ero stato nei campi francesi) e scrivo libri. (Lettera 201)

Wander è stato incaricato da Aufbau di redigere un parere editoriale sui libri di Levi (9/9/1980) e anche di proporre direttamente all’autore alcune piccole modifiche per smussare gli aspetti potenzialmente criticabili dei suoi testi, in modo da ottenere più facilmente l’approvazione alla stampa da parte della censura del Ministero della Cultura della Ddr. È quello che fa nella sua prima lettera, entusiasta e piena di elogi. Nel breve scambio che segue, Levi si mostra disponibile a venire incontro alle esigenze dell’editore, non solo perché fortemente interessato a essere pubblicato anche in DDR, ma anche perché i tagli proposti coincidono con un aspetto di Se questo è un uomo su cui la sua prospettiva è mutata, da quando il confronto con Hermann Langbein gli ha permesso di complicare il proprio giudizio sui prigionieri politici ad Auschwitz.

Il dialogo prosegue, ma già nel marzo del 1981 Wander informa Levi sulle difficoltà relative alla pubblicazione. Il Comitato dei Combattenti della Resistenza Antifascista (KdAW) ha bloccato il processo di autorizzazione alla stampa.

Nell’archivio di Primo Levi accanto alla corrispondenza con Wander è conservata una copia dattiloscritta del «Nachwort», la postfazione che Wander ha scritto nel 1981 e che avrebbe dovuto accompagnare i due libri di Levi. La postfazione viene qui pubblicata come allegato all’ultima lettera inviata da Wander il 16 maggio 1982. Quando Wander perde le speranze di convincere il Comitato a dare il proprio benestare alla pubblicazione, decide di far uscire in rivista una versione leggermente modificata della sua postfazione (Wander, 1982).

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