226. Primo Levi a Joachim Meinert, 8 marzo 1985

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Nota al testo


Levi risponde a Meinert dicendo di comprendere le ragioni del rifiuto di Se questo è un uomo. Afferma di provare disagio, in quanto ex-deportato, di fronte alle celebrazioni, sebbene ritenga necessario mantenere viva la memoria di quanto successo.

8/3/85

 

Caro Signor Meinert,[1]

mi rendo conto benissimo delle ragioni profonde del rifiuto: del resto, è osservazione già fatta più volte che ciascuno di noi ex-deportati (o del resto, ciascun «ex» in generale) ha vissuto la propria esperienza in proprio, in modo unico, suo personale, non generalizzabile, non intercambiabile; ed è questo il motivo per cui sentiamo intensamente la necessità del «non dimenticare», ma ci danno un certo disagio le celebrazioni.[2] Durante l’anno del mio soggiorno a Buna-Auschwitz, ho assistito soltanto a due episodi collegati alla Resistenza interna del Lager, e ne ho compreso il senso solo molti anni dopo, quando un «eingeweihter»[3] me li ha spiegati.

La ringrazio ancora della Sua solidarietà, e della Sua lettera del 5 febbraio, così seria ed onesta, che ho ricevuto solo pochi giorni addietro.
Suo

 

Primo Levi

8/3/85

 

Caro Signor Meinert,[1]

mi rendo conto benissimo delle ragioni profonde del rifiuto: del resto, è osservazione già fatta più volte che ciascuno di noi ex-deportati (o del resto, ciascun «ex» in generale) ha vissuto la propria esperienza in proprio, in modo unico, suo personale, non generalizzabile, non intercambiabile; ed è questo il motivo per cui sentiamo intensamente la necessità del «non dimenticare», ma ci danno un certo disagio le celebrazioni.[2] Durante l’anno del mio soggiorno a Buna-Auschwitz, ho assistito soltanto a due episodi collegati alla Resistenza interna del Lager, e ne ho compreso il senso solo molti anni dopo, quando un «eingeweihter»[3] me li ha spiegati.

La ringrazio ancora della Sua solidarietà, e della Sua lettera del 5 febbraio, così seria ed onesta, che ho ricevuto solo pochi giorni addietro.
Suo

 

Primo Levi

8/3/85

 

Dear Mr. Meinert,[1]

I fully understand the deep underlying reasons for the rejection: after all, the observation has already been made many times that each one of us ex-deportees (or, for that matter, each “ex” in general) has lived his own experience on his own, in a way that is unique, personal, not generalizable and not interchangeable. And this is the reason we feel so intensely the need to “not forget,” but the celebrations cause a certain discomfort in us.[2] During the year I spent at Buna-Auschwitz, I witnessed only two episodes related to internal Resistance at the Lager, and I only understood the meaning many years later, when an “eingeweihter”[3] explained them to me.

I thank you once again for your solidarity, and for your letter dated February 5, so serious and honest, which I only received a few days ago. 

Yours

 

Primo Levi

8/3/85

 

Caro Signor Meinert,[1]

mi rendo conto benissimo delle ragioni profonde del rifiuto: del resto, è osservazione già fatta più volte che ciascuno di noi ex-deportati (o del resto, ciascun «ex» in generale) ha vissuto la propria esperienza in proprio, in modo unico, suo personale, non generalizzabile, non intercambiabile; ed è questo il motivo per cui sentiamo intensamente la necessità del «non dimenticare», ma ci danno un certo disagio le celebrazioni.[2] Durante l’anno del mio soggiorno a Buna-Auschwitz, ho assistito soltanto a due episodi collegati alla Resistenza interna del Lager, e ne ho compreso il senso solo molti anni dopo, quando un «eingeweihter»[3] me li ha spiegati.

La ringrazio ancora della Sua solidarietà, e della Sua lettera del 5 febbraio, così seria ed onesta, che ho ricevuto solo pochi giorni addietro.
Suo

 

Primo Levi

8/3/85

 

Caro Signor Meinert,[1]

mi rendo conto benissimo delle ragioni profonde del rifiuto: del resto, è osservazione già fatta più volte che ciascuno di noi ex-deportati (o del resto, ciascun «ex» in generale) ha vissuto la propria esperienza in proprio, in modo unico, suo personale, non generalizzabile, non intercambiabile; ed è questo il motivo per cui sentiamo intensamente la necessità del «non dimenticare», ma ci danno un certo disagio le celebrazioni.[2] Durante l’anno del mio soggiorno a Buna-Auschwitz, ho assistito soltanto a due episodi collegati alla Resistenza interna del Lager, e ne ho compreso il senso solo molti anni dopo, quando un «eingeweihter»[3] me li ha spiegati.

La ringrazio ancora della Sua solidarietà, e della Sua lettera del 5 febbraio, così seria ed onesta, che ho ricevuto solo pochi giorni addietro.
Suo

 

Primo Levi

8/3/85

 

Dear Mr. Meinert,[1]

I fully understand the deep underlying reasons for the rejection: after all, the observation has already been made many times that each one of us ex-deportees (or, for that matter, each “ex” in general) has lived his own experience on his own, in a way that is unique, personal, not generalizable and not interchangeable. And this is the reason we feel so intensely the need to “not forget,” but the celebrations cause a certain discomfort in us.[2] During the year I spent at Buna-Auschwitz, I witnessed only two episodes related to internal Resistance at the Lager, and I only understood the meaning many years later, when an “eingeweihter”[3] explained them to me.

I thank you once again for your solidarity, and for your letter dated February 5, so serious and honest, which I only received a few days ago. 

Yours

 

Primo Levi


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