Levi risponde a Meinert dicendo di comprendere le ragioni del rifiuto di Se questo è un uomo. Afferma di provare disagio, in quanto ex-deportato, di fronte alle celebrazioni, sebbene ritenga necessario mantenere viva la memoria di quanto successo.
mi rendo conto benissimo delle ragioni profonde del rifiuto: del resto, è osservazione già fatta più volte che ciascuno di noi ex-deportati (o del resto, ciascun «ex» in generale) ha vissuto la propria esperienza in proprio, in modo unico, suo personale, non generalizzabile, non intercambiabile; ed è questo il motivo per cui sentiamo intensamente la necessità del «non dimenticare», ma ci danno un certo disagio le celebrazioni.[2] Durante l’anno del mio soggiorno a Buna-Auschwitz, ho assistito soltanto a due episodi collegati alla Resistenza interna del Lager, e ne ho compreso il senso solo molti anni dopo, quando un «eingeweihter»[3] me li ha spiegati.
La ringrazio ancora della Sua solidarietà, e della Sua lettera del 5 febbraio, così seria ed onesta, che ho ricevuto solo pochi giorni addietro.
Suo
Primo Levi
8/3/85
Caro Signor Meinert,[1]
mi rendo conto benissimo delle ragioni profonde del rifiuto: del resto, è osservazione già fatta più volte che ciascuno di noi ex-deportati (o del resto, ciascun «ex» in generale) ha vissuto la propria esperienza in proprio, in modo unico, suo personale, non generalizzabile, non intercambiabile; ed è questo il motivo per cui sentiamo intensamente la necessità del «non dimenticare», ma ci danno un certo disagio le celebrazioni.[2] Durante l’anno del mio soggiorno a Buna-Auschwitz, ho assistito soltanto a due episodi collegati alla Resistenza interna del Lager, e ne ho compreso il senso solo molti anni dopo, quando un «eingeweihter»[3] me li ha spiegati.
La ringrazio ancora della Sua solidarietà, e della Sua lettera del 5 febbraio, così seria ed onesta, che ho ricevuto solo pochi giorni addietro.
Suo
Primo Levi
8/3/85
Dear Mr. Meinert,[1]
I fully understand the deep underlying reasons for the rejection: after all, the observation has already been made many times that each one of us ex-deportees (or, for that matter, each “ex” in general) has lived his own experience on his own, in a way that is unique, personal, not generalizable and not interchangeable. And this is the reason we feel so intensely the need to “not forget,” but the celebrations cause a certain discomfort in us.[2] During the year I spent at Buna-Auschwitz, I witnessed only two episodes related to internal Resistance at the Lager, and I only understood the meaning many years later, when an “eingeweihter”[3]explained them to me.
I thank you once again for your solidarity, and for your letter dated February 5, so serious and honest, which I only received a few days ago.
Yours
Primo Levi
8/3/85
Caro Signor Meinert,[1]
mi rendo conto benissimo delle ragioni profonde del rifiuto: del resto, è osservazione già fatta più volte che ciascuno di noi ex-deportati (o del resto, ciascun «ex» in generale) ha vissuto la propria esperienza in proprio, in modo unico, suo personale, non generalizzabile, non intercambiabile; ed è questo il motivo per cui sentiamo intensamente la necessità del «non dimenticare», ma ci danno un certo disagio le celebrazioni.[2] Durante l’anno del mio soggiorno a Buna-Auschwitz, ho assistito soltanto a due episodi collegati alla Resistenza interna del Lager, e ne ho compreso il senso solo molti anni dopo, quando un «eingeweihter»[3] me li ha spiegati.
La ringrazio ancora della Sua solidarietà, e della Sua lettera del 5 febbraio, così seria ed onesta, che ho ricevuto solo pochi giorni addietro.
Suo
Primo Levi
8/3/85
Caro Signor Meinert,[1]
mi rendo conto benissimo delle ragioni profonde del rifiuto: del resto, è osservazione già fatta più volte che ciascuno di noi ex-deportati (o del resto, ciascun «ex» in generale) ha vissuto la propria esperienza in proprio, in modo unico, suo personale, non generalizzabile, non intercambiabile; ed è questo il motivo per cui sentiamo intensamente la necessità del «non dimenticare», ma ci danno un certo disagio le celebrazioni.[2] Durante l’anno del mio soggiorno a Buna-Auschwitz, ho assistito soltanto a due episodi collegati alla Resistenza interna del Lager, e ne ho compreso il senso solo molti anni dopo, quando un «eingeweihter»[3] me li ha spiegati.
La ringrazio ancora della Sua solidarietà, e della Sua lettera del 5 febbraio, così seria ed onesta, che ho ricevuto solo pochi giorni addietro.
Suo
Primo Levi
8/3/85
Dear Mr. Meinert,[1]
I fully understand the deep underlying reasons for the rejection: after all, the observation has already been made many times that each one of us ex-deportees (or, for that matter, each “ex” in general) has lived his own experience on his own, in a way that is unique, personal, not generalizable and not interchangeable. And this is the reason we feel so intensely the need to “not forget,” but the celebrations cause a certain discomfort in us.[2] During the year I spent at Buna-Auschwitz, I witnessed only two episodes related to internal Resistance at the Lager, and I only understood the meaning many years later, when an “eingeweihter”[3]explained them to me.
I thank you once again for your solidarity, and for your letter dated February 5, so serious and honest, which I only received a few days ago.
Yours
Primo Levi
Info
Note
Tag
Mittente: Primo Levi
Destinatario: Joachim Meinert
Data di stesura: 1985-03-08
Luogo di stesura: Torino
Descrizione del documento: copia carbone su carta velina di lettera ds. con firma ms. a biro nera, mm
1
Questa lettera fu pubblicata per la prima volta e in traduzione tedesca in J. Meinert, Geschichte eines Verbots. Warum Primo Levis Hauptwerk in der DDR nicht erscheinen durfte (“Storia di un divieto. Perché l’opera principale di Primo Levi non poté essere pubblicata nella DDR”), in «Sinn und Form», 2/2000, pp. 162-163. Cfr. la biografia di Joachim Meinert.
2
L’affermazione è coeva alla composizione della prefazione dei Sommersi e i salvati, dove si legge: «Non è detto che le cerimonie e le celebrazioni, i monumenti e le bandiere, siano sempre e dappertutto da deplorare. Una certa dose di retorica è forse indispensabile affinché il ricordo duri [...]; ma bisogna stare in guardia dalle semplificazioni eccessive» (OC II, p. 1153).
3
«eingeweihter», significa «iniziato»; potrebbe alludere sia a Hermann Langbein sia a Alfred Besserman, l’ex-deportato francese e membro della resistenza del Lager rievocato da Levi nell’articolo Ad Auschwitz un comitato segreto di difesa uscito su «Ha Keillah / La Comunità» nell’aprile 1979 (OC II, pp. 1445-1446). Besserman, con cui Levi si era trovato a pranzo in un raduno di reduci a Roma nel 1960, gli aveva spiegato il significato di una frase che l’amico e compagno di prigionia Aldo Levi gli aveva detto nel dicembre 1944. Besserman svelava così le dinamiche che avevano portato a una sostituzione di nomi nelle liste per la camera a gas ai danni di un Kapo brutale. L’episodio è raccontato anche nella lettera 181 a Emil Davidovic del 2 febbraio 1965; cfr. inoltre S. Luzzatto, Primo Levi e i suoi compagni. Tra storia e letteratura, Donzelli, Roma 2024, pp. 100-3. Il secondo episodio è invece l’impiccagione dell’«Ultimo», un prigioniero che aveva tentato di organizzare un’insurrezione nel dicembre del 1944, raccontata nell’omonimo capitolo di Se questo è un uomo (OC I, pp. 254-258). In una lettera al direttore de «La Stampa» del 19 ottobre 1965 (scritta insieme a Giuliana Tedeschi e Leonardo De Benedetti), Levi tornò su questo episodio rivelando che ad essere impiccati furono tre prigionieri, appoggiandosi alla letteratura storiografica esistente per inserire quanto testimoniato nel più ampio fenomeno della resistenza nei campi di sterminio. Tra le fonti citate il volume del 1962 Auschwitz. Zeugnisse und Berichte di Hermann Langbein. Cfr. L. De Benedetti, P. Levi e G. Tedeschi, Furono i deportati di Auschwitz a distruggere i forni crematori, in «La Stampa», 19/10/1965, p. 3.