Emil Davidovič
Biografia
di Simone Ghelli
Infanzia e formazione: 1912-1944
Emil Davidovič nasce a Chust, nella Rutenia subcarpatica, il 30 dicembre 1912, sesto di undici figli. Il padre, Mór Davidovič (nato nel 1875), è titolare di una piccola osteria; la madre, Sally Weisz-Davidovič muore nel 1926 a soli quarant’anni.
Situata ai piedi dei Carpazi, Chust (oggi in Ucraina) è una piccola cittadina multietnica e plurilinguistica, in cui convivono ruteni, ungheresi, rumeni, tedeschi ed ebrei. Fino alla fine della Prima guerra mondiale la città fa parte dell’Impero austro-ungarico, per poi passare, dopo la sua dissoluzione, alla Cecoslovacchia; nel 1939 viene nuovamente occupata dall’Ungheria. La giovinezza di Davidovič si svolge dunque nel contesto storico e politico altamente instabile della Mitteleuropa, il quale di certo rende ancora più difficile il sostentamento di una famiglia molto numerosa (con il secondo matrimonio di Mór Davidovič entreranno in casa altri sei figli).

Sulla sinistra, l’insegna di un ristorante kosher.
Fonte Wikimedia Commons.
Come tutti i suoi fratelli e i bambini ebrei della città, il piccolo Emil frequenta inizialmente lo heder, la scuola elementare dedicata all’apprendimento della lingua ebraica e della Torah, per poi proseguire gli studi in una scuola elementare statale. Il contesto della Rutenia subcarpatica permette a Emil di imparare diverse lingue: in famiglia parla yiddish, a scuola studia l’ebraico, il ceco e l’ungherese, e nella vita quotidiana è d’uso anche il ruteno.

Studente dotato, decide di proseguire la propria formazione negli studi rabbinici. Lascia Chust alla volta di Tisa (in Romania), trasferendosi poi a Kaschau e infine a Bratislava (entrambe in Cecoslovacchia), dove entra alla Yeshiva di Pressburg (nome della città di Bratislava sino alla dissoluzione dell’Impero austro-ungarico), il collegio rabbinico più prestigioso dell’Europa Centrale. I suoi interessi intellettuali sono però anche laici: per questo, negli anni Trenta, si iscrive all’Università di Brno per studiare filosofia, sociologia e germanistica.
Dopo una breve permanenza a Vienna nel 1937 per perfezionare il tedesco, nel 1938 entra nel Collegio di Studi Ebraici di Berlino con l’obiettivo di conseguire il dottorato, ma la situazione politica della Germania lo costringe a lasciare il paese. Dal 1939 è allievo del seminario rabbinico di Budapest, allora l'unica istituzione in Ungheria — dove le leggi razziali erano state introdotte nel 1938 — in cui ai cittadini ebrei fosse ancora consentito di studiare.
Nel 1941 sposa Chilli Jakobovitz, di otto anni più giovane, anche lei originaria della Subcarpazia. I Davidovič si stabiliscono a Sighet, nella città in cui la famiglia di lei vive da tempo e in cui il padre Moritz possiede un’impresa di legname. Nell'impossibilità di continuare gli studi a causa dell'inasprimento della legislazione antisemita, Emil comincia a lavorare come operaio di segheria nell'azienda di famiglia. Dal matrimonio con Chilli nascono due figli: Tibor, nel 1942, e Jafa, nel 1943.
La prigionia ad Auschwitz: 1944-1945

Fonte: US Holocaust Memorial Museum, courtesy of Albert Rosenthal.
Durante i primi anni Quaranta, Emil Davidovič e la sua famiglia devono affrontare il crescente inasprimento delle politiche antisemite del governo nazionalista ungherese di Miklós Horthy. In un primo momento, l’azienda dei Jakobovitz — alla quale, malgrado le leggi razziali ungheresi del 1938, è consentito di continuare a operare — riesce a fornire non solo il sostentamento necessario, ma anche un riparo dalla persecuzione, evitando i lavori forzati (i munkaszolgálat) agli uomini della famiglia. Non è così fortunato uno dei fratelli di Emil, Samuel, classe 1916, che è arruolato in un battaglione di lavoro sul fronte orientale e muore fucilato in Russia nel 1942.
Due ghetti vennero creati a Sighet. Uno grande, in mezzo alla città, occupava quattro strade, e uno, più piccolo, si estendeva su parecchie viuzze, in periferia [...].
L’opinione generale era che saremmo restati nel ghetto fino alla fine della guerra, fino all’arrivo dell’Armata Rossa; poi tutto sarebbe tornato come prima. Non era né il tedesco né l’ebreo a regnare nel ghetto: era l’illusione.
Wiesel 1980

La situazione peggiora velocemente con l’occupazione tedesca dell’Ungheria nel marzo 1944 e l’istituzione, in aprile, di due ghetti a Sighet. I Jakobovitz e i Davidovič vengono rinchiusi insieme agli altri 13.000 ebrei della città, e dopo poche settimane, il 20 maggio, le due famiglie vengono deportate ad Auschwitz, dove i più anziani, i coniugi Moritz e Regina Jakobovitz (nati rispettivamente nel 1892 e nel 1895), muoiono subito, e così anche i figli dei Davidovič, Tibor e Jafa, strappati all’arrivo dalle braccia della madre; anche la sorella di Chilli, Hinda, quindicenne, viene selezionata per la camera a gas poche settimane dopo.
Rimasta sola, Chilli fu trasferita a Dachau, dove rimase fino alla liberazione, nel maggio del 1945; Emil e il cognato Isidor Jakobovitz, che solo due mesi prima aveva compiuto diciannove anni, furono invece dislocati ad Auschwitz III-Monowitz, dove aveva sede uno stabilimento di gomma sintetica della IG Farben.
Davidovič si offre come volontario per entrare nel Kommando 98, la squadra di lavoro chimico in cui intravede la possibilità di ottenere una posizione capace di metterlo al riparo dalla dura vita del campo. Le sue conoscenze chimiche sono però limitate a quanto imparato a scuola molti anni addietro e se scoperto a mentire potrebbe essere immediatamente fucilato. Il giovane ingegnere della IG Farben che lo sottopone al colloquio si accorge della sua incompetenza, ma decide comunque di ammetterlo nell’unità insieme a Isidor. È qui che i due conoscono Primo Levi.
La prigionia ad Auschwitz mette anche a dura prova la vocazione rabbinica di Davidovič: non è la fede a vacillare, anzi, la disperata devozione dimostrata da molti suoi compagni è ciò che lo mantiene saldo nelle sue convinzioni religiose.
Noi non lo sappiamo, noi con la ragione umana non possiamo capirlo, ma questo è certamente il piano di Dio. Ciò che Dio fa, lo fa bene. Non lo capiamo affatto, non possiamo capirlo. Ma nonostante ciò crediamo che fosse la volontà di Dio. Questo è ciò che la gente credeva.
Davidovič 1979 p. 436.

A essere messa a dura prova è semmai la sua volontà di impegnarsi come rabbino, come guida spirituale per la sua gente in un momento in cui ogni distrazione dalla propria personale lotta per la vita potrebbe essere fatale.
[Ad Auschwitz] non abbiamo filosofeggiato e nemmeno fatto teologia. Pensavamo soltanto a una cosa: come posso sopravvivere alla giornata di oggi? E questo era ormai diventato routine. Svegliarsi al mattino, alzarsi subito per non prendere botte, in qualche modo non farsi notare. E questo era il pensiero per tutta la giornata. Di scienza e cose del genere non si parlava affatto. Nemmeno di questioni teologiche.
Davidovič 1979, p. 437.
Davidovič decide pertanto di custodire il segreto sul suo passato di studi rabbinici, confidandolo solo a una ristretta cerchia di compagni fidati. Il suo approccio modernista diventa inoltre una risorsa preziosa in un contesto in cui la rigidità ortodossa avrebbe quasi certamente comportato una drastica diminuzione delle possibilità di sopravvivenza.
Una volta il nostro commando lavorava non so più dove. Ci trasportarono con un carro, e questo investì un cane. Allora i prigionieri si gettarono su di esso e lo fecero a pezzi. Ero molto arrabbiato che non me ne avessero dato un pò. Anch'io avrei mangiato quella carne. Gli ortodossi no. Loro non potevano farlo
Davidovič 1979, p. 437.
Il 18 gennaio 1945, il campo di Auschwitz è evacuato dall’alto comando nazista, e insieme all’inseparabile Isidor e decine di altri prigionieri (tra cui Alberto Dalla Volta, amico e sodale di Primo Levi), Davidovič si ritrova costretto alla «marcia della morte» per Buchenwald, 24 ore di cammino nel gelo dell’inverno polacco. Il gruppo sosta due giorni a Gleiwitz, in condizioni sempre più difficili. In moltissimi muoiono durante queste 72 ore, e Emil perde le tracce di Isidor, probabilmente fucilato dalle SS.
Domenica 21 gennaio viene caricato su un carro bestiame per Buchenwald. Questi i suoi ricordi in una testimonianza del 1985:
le SS effettuarono un’ulteriore selezione: bisognava saltare sopra un’asticella tenuta sollevata. Chi non ci riusciva veniva messo da una parte, e con ciò il suo destino era segnato. Dopo un gran sbraitare e un confuso viavai, quelle larve umane furono caricate e il treno si mise in movimento. Durante il lungo viaggio attraverso la Cecoslovacchia, la neve cadeva fitta. La maggior parte di noi viaggiava in piedi, perché lo spazio per sedersi era pochissimo; anzi, era quasi un “colpo di fortuna” se il vicino moriva, perché almeno ci si poteva sedere sul suo corpo. In alcune stazioni il treno si fermava e, su ordine delle SS, i cadaveri venivano gettati fuori dai vagoni. Venivano poi ammucchiati nei primi tre che andavano via via svuotandosi, e trasportati così fino alla destinazione finale. La fame, intanto, diventava sempre più insopportabile; la sete veniva placata con la neve che ci ricopriva in abbondanza. Molti, desiderando qualcosa di caldo, arrivavano a bere la propria urina.
Davidovič 1985

La foto è stata scattata dall'areunatica militare statunitense il 26 giugno 1944.
In basso a sinistra, il campo di concentramento di Monowitz.
Fonte U. S. National Archives.
Primo Levi che, avendo contratto la scarlattina era rimasto con gli altri malati nell’infermeria del campo, scoprirà solo al suo ritorno in Italia l’entità di quanto accaduto ai compagni che lasciarono il campo. Una testimonianza diretta gli arrivò per lettera già a dicembre del 1945 da Silvio Barabas, giovane membro del Kommando chimico di origini jugoslave e in quel momento studente a Padova:
Questo viaggio, che ha durato cinque giorni e cinque notti, è qualcosa del più terribile che io abbia mai (non vissuto) ma neanche letto nei libri. Ci hanno messo più di cento persone per vagoni. C’erano vagoni con 140 persone. Io non so, caro Primo, se tu puoi immaginarti cosa questo vuol dire. Non c’era posto, non per dormire, o per sedersi, ma non ce n’era posto neanche di stare in piedi! Se volevi solo passare il peso del corpo da un piede all’altro, già mettevi il piede sul piede di un altro. Allora botte, botte fino all’esaurimento. Tanti non potendo resistere dalla stanchezza e dal sonno cadevano per terra e già gli altri venivano coi loro piedi sopra. Lo pestavano...
Durante questo viaggio; verso il mio carcere, sono morti più del 30%; altri 20 per cento (per essere modesti) del numero complessivo, sono morti in seguito a Buchenwald nei primi giorni dopo il nostro arrivo.

Il 26 gennaio, Davidovič arriva a Buchenwald; è tra i pochi sopravvissuti ed è trasferito al sottocampo di Zwieberge (nei pressi di Halberstadt, in Sassonia), dove rimane due mesi, costretto ancora una volta ai lavori forzati. Il 9 aprile parte insieme ad altri tremila prigionieri per una seconda marcia verso nordest, nel tentativo delle SS di aggirare l’avanzata delle forze alleate. Dopo quattro giorni di cammino, la colonna di prigionieri è intercettata dalle truppe statunitensi e messa in salvo nei pressi della cittadina di Sandersleben (oggi Arnstein), in Baviera.
In autunno, Emil Davidovič torna finalmente a Sighet, dove ritrova la moglie Chilli.
Quando ci siamo ritrovati, noi che ci credavamo morti, siamo rimasti seduti uno di fronte all’altra per ore, senza dire una parola; semplicemente non riuscivamo a dire nulla. Siamo rimasti lì seduti a guardarci.
Davidovič 1979, p. 438.
Hanno perso i figli Tibor e Jafa e gran parte della famiglia Jakobovits. Emil scopre inoltre che dei suoi fratelli ancora in vita prima della guerra solo Hermann, nato nel 1902 e deportato a Mauthausen nel 1944, è sopravvissuto: si trova a Varnsdorf, piccola città boema sul confine tra Germania e Cecoslovacchia: Nándor e Zyls, rispettivamente di sei e tre anni più grandi di lui, sono stati deportati e uccisi, e così anche il padre Mór.
Soli e smarriti, i Davidovič decidono di raggiungere Hermann a Varnsdorf. Insieme al fratello, Emil fonda e organizza la comunità ebraica locale, divenendone il segretario. Nel 1946 nasce la figlia Alice; due anni dopo nasce anche il secondogenito Robert.

Fonte: gentile concessione Reference and Information Services Yad Vashem.
Dopo Auschwitz: il ritorno e il rabbinato tra Est e Ovest (1945-1986)

A Varnsdorf i Davidovič iniziano una nuova vita. Come molti ebrei della zona, hanno però in progetto di emigrare altrove, negli Stati Uniti o in Palestina. Il fratello Hermann, ad esempio, lascia la Cecoslovacchia e parte per New York. Emil e Chilli iniziano a pensare di lasciare l’Europa orientale per la Palestina, ma si decidono poi a restare, anche su pressione anche del Consiglio delle Comunità religiose ebraiche della Boemia: c’è bisogno di rabbini e di ricostruire quello che è rimasto delle comunità ebraiche dell’Europa centrale.
Nel 1949, Emil Davidovič viene nominato presidente del Consiglio delle Comunità ebraiche della Boemia che, in questi anni, si stanno erodendo per l’emigrazione verso Israele; ma c’entra anche il colpo di stato comunista in Cecoslovacchia nel 1948. A luglio, i Davidovič si trasferiscono a Praga, dove Emil ottiene incarichi sempre più importanti all’interno del Consiglio.
Nel 1953, Davidovič riesce finalmente a concludere gli studi rabbinici che aveva interrotto alla fine degli anni Trenta, e nello stesso anno, è nominato rabbino regionale. In quanto sopravvissuto di Auschwitz, Davidovič è consapevole delle nuove sfide che attendono il suo ruolo. Queste le sue parole in un testo del 1955:
L’Eterno mi ha provato duramente, ma non mi ha consegnato alla morte (Salmo 118, 18). La comunità religiosa ebraica aveva buone ragioni per pregare queste parole del salmista quando, dopo la liberazione del nostro paese da parte dell’esercito sovietico, potemmo rinnovare la nostra vita religiosa. La reale portata della catastrofe abbattutasi sugli ebrei cechi divenne evidente solo quando la dura realtà dei fatti dimostrò, al nostro animo ancora tormentato dall'incertezza, che non v'era da attendersi il ritorno di altri sopravvissuti dai campi di concentramento. Compiti molto difficili e gravosi attendevano le nuove comunità religiose che si stavano organizzando e i loro organi centrali — il Consiglio delle Comunità Religiose Ebraiche di Praga (per i distretti di Boemia e Moravia) e la Lega Centrale delle Comunità Religiose Ebraiche in Slovacchia. Il compito principale era quello di prendersi cura di coloro che erano tornati dai campi di concentramento: assistere gli anziani e gli indigenti, ricoverare i malati negli ospedali e trovare un’occupazione adeguata a coloro la cui salute era stata compromessa [...]. A causa delle crudeli sofferenze patite sotto l'occupazione, negli anni immediatamente successivi alla liberazione i bisogni dello spirito non si fecero sentire in modo particolare [...]. Oggi, tuttavia, questi bisogni sono di nuovo presenti, ed è compito di una società religiosa ebraica soddisfarli. A tal fine, essa deve poter contare sui propri rabbini.
Davidovič 1955, p. 43.

Davidovič trova a gestire la comunità ebraica locale in un momento di forti contrasti tra la popolazione ebraica e il nuovo governo comunista che, oltre a una generale avversione ideologica per le confessioni religiose, guarda con sospetto ai rapporti tra le dirigenze ebraiche e il neonato stato di Israele.
Per i sei anni successivi alla sua nomina, Davidovič è sorvegliato dalla polizia segreta cecoslovacca a causa dei contatti con Israele e della militanza sionista. Allo stesso tempo, il suo approccio modernista all’ebraismo non è ben accolto dai membri più ortodossi. Sentendosi accerchiato, nel gennaio del 1959 presenta al ministero dell’interno la richiesta di poter emigrare con la famiglia in Israele, ma questa mossa non fa che acuire il sospetto di avere di fronte un propagandista sionista e un oppositore della democrazia popolare. Davidovič viene pertanto indagato e interrogato dalle autorità, che infine lo costringono non solo a rinunciare al viaggio ma anche a lasciare il suo incarico di rabbino.
Si ritrova così disoccupato, e viene assunto come operaio in un magazzino di libri, sempre col desiderio di riuscire a emigrare altrove con la moglie e i figli. Le persone con cui è entrato in contatto in questi anni, in Israele e nelle Americhe, si mettono in moto per aiutarlo a lasciare il paese. L’idea è quella di usare come diversivo un possibile trasferimento in Colombia per assumere la carica di rabbino a Bogotà. Diffidenti, le autorità cecoslovacche rifiutano inizialmente le istanze di espatrio. Al termine dell’estate del 1962, grazie alle richieste sempre più pressanti da parte dei tanti soggetti internazionali che si mobilitano per sua causa (il rabbino di Stoccolma Kurt Wilhelm, il console isreraliano in Colombia e persino l’ex first lady Eleanor Roosevelt), Davidovič ottiene il permesso di partire per il Sud America con la sua famiglia. Giunti a Vienna, salgono però su un aereo per Tel Aviv.
In Israele, Emil Davidovič trova impiego nella biblioteca ebraica di Gerusalemme. L’inserimento nel nuovo contesto mette però alla prova la capacità di adattamento dei coniugi: la vita mediorientale si rivela molto diversa da quella europea e più difficile del previsto. In ogni caso, dopo dieci mesi, Emil, noto per la sua conoscenza molto avanzata del tedesco, è nominato rabbino della comunità di Dortmund, in Germania Ovest. I Davidovič tornano così in Europa nel 1963 e, dopo quasi vent’anni passati a cercare un luogo in cui ricominciare dopo la traumatica esperienza della deportazione, riescono finalmente a condurre una vita serena in Vestfalia.
Emil svolge con successo il proprio incarico, impegnandosi nel difficile compito di rivitalizzare le comunità ebraiche locali distrutte dalla furia genocidaria nazista, preservandone le tradizioni e, al contempo, aprirle alle sfide della modernità. Il riconoscimento del suo lavoro arriva con la nomina a presidente della Conferenza Rabbinica della Repubblica Federale Tedesca nel 1979. Muore il 16 gennaio 1986 all’età di 84 anni.

Lieber Mendi
Nel gennaio del 1965, Franz Unikower, giurista dell’Assia ed ex prigioniero a Monowitz, consiglia a Davidovič un libro: Ist das ein Mensch? di un certo Primo Levi. Il nome non gli è nuovo: nel suo Kommando c'era un italiano che si chiamava proprio così.
Lo legge: è ambientato ad Auschwitz III, dove anche lui è stato deportato nel 1944. A pagina 70, un sussulto: si parla di un rabbino della Galizia, Wachsmann; è accompagnatore alle latrine, fragile, ma «acceso da una stupefacente vitalità»… «lange Abende damit verbringt, unverstdndlich auf jiddisch oder hebraisch mit Mendi, dem modernistischen Rabbiner, tiber Talmud-Probleme zu diskutieren» [“passa lunghe sere a discutere di questioni talmudiche, incomprensibilmente, in yiddisch e in ebraico, con Mendi che è rabbino modernista”, OC I, p. 189].

«Mendi»: così era solito chiamarlo suo cognato Izu (Isidor Jakobovits). Possibile che fosse lui? La conferma sarebbe arrivata poco più avanti, a pagina 109, dove si racconta di un imminente esame di chimica per entrare nel Kommando 98.
Jeder auf seine Art, sind auch wir unruhig; ausgenommen Mendi. Mendi ist Rabbiner, er kommt aus der Karpato-Ukraine, jenem Vodlkergewirr, wo jeder mindestens drei Sprachen spricht, und Mendi spricht sieben. Er besitzt ein auferordentliches Wissen, ist nicht nur Rabbiner, sondern auch militanter Zionist und Sprachwissenschaftler, er war Partisan und hat den Doktor der Rechtswissenschaft; wenn er auch kein Chemiker ist, so will er es trotzdem versuchen. Ein kleiner, zaher, mutiger und kluger Mensch.
[…ciascuno a suo modo, siamo inquieti; solo Mendi non lo è. Mendi è rabbino; è della Russia Subcarpatica, di quel groviglio di popoli in cui ciascuno parla almeno tre lingue, e Mendi ne parla sette. Sa moltissime cose, oltre che rabbino è sionista militante, glottologo, è stato partigiano ed è dottore in legge; non è chimico ma vuol tentare ugualmente, è un piccolo uomo tenace, coraggioso e acuto].
OC I, pp. 220-21.
Non tutto è corretto, ma non c’è dubbio che il Mendi di Ist da ein Mensch? sia proprio lui, il rabbino Emil Davidovič, nato nel «Karpato-Ukraine» e che ora si trova a Dortmund.
E così, a vent’anni dalla liberazione, Davidovič reincontra, per mezzo di un libro, il suo ex compagno di Auschwitz, del quale conserva ancora qualche ricordo. Aveva un amico di nome Alberto e una volta, mentre lavoravano in una cisterna di lamiera, cercò di insegnargli l’italiano (lettera 182).
Dal retro di copertina apprende che Primo Levi ora vive a Torino e lavora come chimico. Può tentare di stabilire un contatto tramite la comunità ebraica locale. Scrive una lettera, consapevole di procurare al suo amico ritrovato la medesima sorpresa: purtroppo chi è sopravvissuto allo sterminio nazista ha imparato a non farsi illusioni circa il destino dei propri compagni di sventura.
Mio caro amico,
i morti risorgono, starà sicuramente esclamando. Il rabbino Mendi del Suo libro Se questo è un uomo batte un colpo; non dall’aldilà, ma dal tangibile aldiquà.
Lettera 180.

Da quattro anni, Primo Levi riceve lettere dai lettori tedeschi di Se questo è un uomo, ma ormai non si aspetta più che qualcuno dei suoi ex compagni possa riconoscersi e contattarlo. Di alcuni, quelli che più lo turbarono e impressionarono in negativo, ha intenzionalmente cambiato il nome; in altri casi, per quei casi in cui i ricordi sono insufficienti o nulli, ha scelto nomi generici e diffusi.
Ma il rabbino della «Russia Subcarpatica» rientrava nel gruppo di quei compagni che aveva scelto di continuare a chiamare con il loro nome; un «Widerhall» di natura nettamente diversa rispetto a quello che sperava di trovare presso il pubblico tedesco.
Ciò che ricordava di Mendi lo aveva fissato su carta nel marzo del 1946. Proprio in quelle settimane, Levi aveva incontrato a Torino una ragazza ebrea cecoslovacca, la quale sosteneva di aver conosciuto il rabbino Davidovič a Praga, nei frangenti in cui stava per partire per la Palestina. Provò a contattarlo, ma non ricevette alcuna risposta. Forse era solo una voce; forse era davvero emigrato in Palestina; forse, non era lui e il suo «Mendi» non era sopravvissuto.
E, invece, ecco riemergere ora dalla Germania Ovest uno dei compagni del Kommando 98 a cui fu più vicino, e che adesso è rabbino a Dortmund, è sposato e ha due figli, proprio come lui; che è stato sì in Israele, ma molto più tardi e per poco tempo. Il cognato Izu non è sopravvissuto.
Come già era successo con Jean Samuel nel 1946, l’incontro con un ex compagno è non solo l’occasione per condividere ricordi, ma anche un modo, drammatico e liberatorio a un tempo, di ricomporre quel «noi» che si era violentemente disperso nei tragici giorni dell’evacuazione di Auschwitz. E così, lo scambio con Davidovič assume da subito i contorni di una relazione a quattro mani che ricostruisce, laddove la memoria e i casi fortuiti della vita lo consentono, i destini del Kommando chimico della Buna.
Tra il 28 gennaio e il 28 febbraio del 1965, Levi e Davidovič si scambiano 4 lunghe e dense lettere; usano il tedesco, la lingua del campo, con cui si erano conosciuti e avvicinati. Aggiornarsi sulle proprie vite non sembra essere in fondo ciò che davvero conta. L’argomento più urgente sono gli “altri”. La primissima fase della loro corrispondenza è una vertiginosa sequela di nomi, informazioni anagrafiche e notizie, spesso negative. Due punti di vista, due memorie che si integrano a vicenda, aggiungendo tasselli e correggendo le inesattezze: «la memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace», scriverà molti anni più tardi Primo Levi (OC II, p. 1155), avendo forse in mente anche lo sforzo congiunto con Mendi.
A fine ottobre del 1965, Levi è impegnato in una trasferta di lavoro a Leverkusen, città sede dell’azienda farmaceutica Bayer, un tempo proprietà della IG Farben. La sera del 27 ottobre, stanco e annoiato, decide di prendere il treno per andare a trovare Davidovič a Dortmund. Ad aspettarlo c’è l’uomo che ricordava: «straordinariamente colto», «tranquillo», «simpatico», forse «troppo sicuro delle sue convinzioni metafisiche», come scriverà all’amico e traduttore tedesco Heinz Riedt. Sarebbe rimasto quello il loro unico incontro.

Davidovič e Levi continueranno a scriversi fino al 1985, aggiornandosi di volta in volta sui rispettivi lavori, sulla famiglia e i figli. Alla sua ultima lettera, Emil allega il racconto dei terribili giorni che seguirono l’evacuazione di Auschwitz nel gennaio del 1945. Lo aveva pubblicato su una rivista ebraica in occasione del quarantesimo anniversario della liberazione dei campi di sterminio nazisti. Il resoconto si interrompeva con la partenza da Buchenwald per Zwieberge. «Dell'odissea di quel convoglio e dell'inferno numero due che ne seguì», concludeva Davidovič, «racconterò un'altra volta» (Davidovic 1985).
Nel giugno del 1986, Primo Levi viene raggiunto da due lettere di Alice e Chilli Davidovič. Gli comunicano la morte dell’amico Mendi, avvenuta sei mesi prima. Lo sapeva già: il 3 aprile aveva ricevuto la notizia dall’editore tedesco Hanser, al quale aveva chiesto di aggiungere il rabbino di Dortmund all’indirizzario delle persone a cui spedire i suoi futuri libri: «I familiari del signor Davidovic», aveva scritto la lettrice Tatjana Michaelis, «hanno ringraziato per il Suo libro e ci hanno comunicato che è purtroppo deceduto». Levi ne era rimasto profondamente «addolorato» e forse, proprio per questo, non era ancora riuscito a porgere le condoglianze alla famiglia. «Nonostante le difficoltà linguistiche, Mendi era l’amico di Monowitz che più ammiravo e a cui mi rivolgevo per chiedere consigli e aiuto», confida ad Alice. La risposta a Chilli, che aveva conosciuto vent’anni prima, si chiude invece con una promessa: «non dimenticherò mai Mendi».
A novembre del 1986, Levi pubblica sulla rivista dell’ANED «Triangolo Rosso» L’ultimo Natale di guerra, uno dei suoi ultimi racconti dedicati al Lager. Lo aveva scritto nel marzo 1984, ed era uscito in una plaquette di 500 esemplari a Lugano nel Natale di quello stesso anno. Vi si rievoca la vicenda di un momento di felicità ad Auschwitz, ovvero di quando riuscì a ricevere un pacco di cibo spedito dalla sorella e dalla madre grazie all’aiuto di Lorenzo Perrone. La notizia si sparse velocemente tra gli altri prigionieri e così l’invidia, che avrebbe potuto tramutarsi presto in motivo di furto o, nel peggiore dei casi, scontro. Ma non tutti ad Auschwitz si erano induriti:
Mendi, un rabbino slovacco mio amico, mi disse ammiccando: «Màzel tov», «con stella buona», che è la bella formula yiddish ed ebraica con cui ci si congratula per un evento lieto.
OC II, p. 1602.
Riferimenti e bibliografia
Le informazioni sulla vita di Emil Davidovič sono tratte da:
- K. Čapková, Periphery and Center: Jews in the Bohemian Lands from 1945 to the Present, in Prague and Beyond, a cura di K. Čapková e H. J. Kieval, University of Pennsylvania Press, Philadelphia 2021, p. 236.
- C. Goschler e A. Kauders, “The Jewish Community”, in A History of Jews in Germany since 1945, a cura di M. Brenner e K. Kronenberg, Indiana University Press, Bloomington 2018, pp. 306-7.
- J. Láníček, Jewish Religious Communities in the Bohemian Lands After 1945, saggio disponibile sul sito dell’European Holocaust Research Infrastructure: https://documentation-campaign.ehri-project.eu/exhibits/show/about/lanicek-introduction.
- V. Trnka, Das Leben eines jüdischen Gelehrten in den Wirren des 20. Jahrhunderts, Hentrich & Hentrich, Leipzig 2020.
Opere di Emil Davidovič:
- E. Davidovič, The Life of our Religious Communities, in «Jewish studies; essays in honour of the Very Reverend Dr. Gustav Sicher, chief rabbi of Prague», Council of Jewish Religious Communities, Prague 1955, pp. 43-7.
- E. Davidovič, Als Rabbiner in Auschwitz, in Auschwitz als Herausforderung für Juden und Christen, a cura di G. B. Ginzel, Verlag Lambert Schneider GmbH, Heidelberg 1980, pp. 431-38.
- E. Davidovič, 18. Januar 1945: Exodus Auschwitz, in «Allgemeine jüdische Wochenzeitung», 25.1.1985, Nr. 4, p. 1. Davidovic inviò una copia di questo articolo in allegato alla lettera 200 del 31 gennaio 1985.
La ricostruzione delle vite e delle deportazioni dei membri delle famiglie Jacobovitz e Davidovič è stata possibile grazie al materiale messo a disposizione dagli archivi Arolsen e dallo Yad Vashem. Ci teniamo a ringraziare gli archivisti per il loro supporto.
Sulle leggi razziali unghresi si veda la voce L’Olocausto in Ungheria nell’Enciclopedia dell’Olocausto dello United States Holocaust Memorial Museum.
E. Wiesel, La notte, Giuntina, Firenze 1980.
Sulle marce della morte di Auschwitz, Buchenwald e Zwieberge si rimanda a D. Blatman, The Death Marches. The Final Phase of Nazi Genocide, Harvard University Press, Cambridge (US) 2011.
La lettera di Silvio Barabas del 20 dicembre 1945 è contenuta in G. Dalla Volta, Vite da ariani, Enrico Damiani editore, Milano 2024, pp. 495-6.
Sulla condizione delle comunità ebraiche nella Cecoslovacchia sovietca:
- A. Heitlinger, In the Shadows of the Holocaust and Communism: Czech and Slovak Jews Since 1945, Routledge, New York 2006.
- K. Čapková e K. Kijek (a cura di), Jewish Lives Under Communism: New Perspectives, Rutgers University Press, Newark (New Jersey) 2022. In particolare i saggi:
- K. Čapková, Erased from History: Jewish Migrants in Postwar Czechoslovakia, pp. 35-53.
- D. Dumitru, From Friends to Enemies? The Soviet State and Its Jews in the Aftermath of the Holocaust, pp. 71-90.
La corrispondenza tra Primo Levi e Jean Samuel è stata pubblicata in J. Samuel e J. Dreyfus, Mi chiamava Pikolo, Frassinelli, Milano 2008. In una lettera del 23 marzo 1946, Levi scrive: «Anche Emil Davidovič è vivo; qui in Italia ho incontrato una ragazza ebrea sua compaesana che mi ha detto di averlo visto a Praga, diretto in Palestina» (p. 74). Il 29 ottobre aggiornerà nuovamente l’amico Jean Samuel sulle sue ricerche: «Ho scritto a Emil Dawidowic [...]: nessuna risposta. A quanto pare, è partito alla volta di Eretz [Terra di Isreale, N.d.A]» (p. 88). Di questa lettera non si danno al momento riscontri archivistici.
Le citazioni relative all’incontro tra Primo Levi ed Emil Davidovič nel 1965 sono tratte da P. Levi, Il carteggio con Heinz Riedt, a cura di M. Mengoni, Einaudi 2024, p. 194 (lettera 71 del 31 ottobre 1965) e dall’appendice all’edizione scolastica di Se questo è un uomo del 1976 (OC I, p. 295).
Le lettere di Alice Gladin e Chilli Davidovič a Primo Levi sono conservate nell’Archivio privato di Primo Levi. Parte del loro contenuto è inoltre citato in S. Luzzatto, Primo Levi e i suoi compagni. Tra storia e letteratura, Donzelli, Roma 2024, p. 22.
La corrispondenza con l’editore Hanser è conservata nell’Archivio privato di Primo Levi. Nella lettera dattiloscritta di Tatjana Michaelis del 3 aprile 1986 la frase «daß Herr Davidovic leider verstorben ist» è sottolineata ms. a penna nera. Il 6 febbraio, Levi aveva chiesto di aggiungere Davidovič alla «mailing list di tutti i miei libri che pubblicheremo in seguito».
L’ultimo natale di guerra fu scritto il 27 marzo 1984 e pubblicato a Lugano in un’edizione fuori commercio di 500 esemplari a cura di Sergio Grandini. Il racconto uscì nel 1986 sul numero di novembre-dicembre su «Triangolo Rosso» (ora in OC II, pp. 1597-1603).