Le «nuove svastiche» del 1959-60 e l’effetto-Besserman

di Simone Ghelli

Dettaglio della prima pagina del numero di gennaio 1960 de «L’antifascista».
La rivista fu fondata nel 1954 da  Sandro Pertini e Umberto Terracini.
Fonte Archivio ANPPIA.

L’ondata antisemita del 1959-60

Notizia degli attacchi antisemiti di Colonia su «La Stampa» del 26 dicembre 1959. Fonte Archivio Storico La Stampa

La sinagoga di Colonia profanata dai filonazisti

La polizia ha arrestato ieri sera due giovani venticinquenni, membri di un partito di estrema destra, come responsabili delle scritte ingiuriose e delle svastiche dipinte sui muri della nuova sinagoga durante la notte di Natale. L’edificio era stato consacrato appena due settimane fa alla presenza del cancelliere Adenauer. I due giovani sono Arnold Strunck, un fornaio, e Paul Josef Schoenen, un impiegato, entrambi appartenenti al Reich Partei, di tendenze filonaziste. Sembra che lo Strunck abbia già confessato la sua partecipazione nell’azione contro la sinagoga

Il 26 dicembre 1959 compare sulla prima pagina de «La Stampa» questo trafiletto. I lettori del quotidiano torinese non possono ancora immaginare che le svastiche con la scritta «Juden raus!» (“ebrei fuori!”), apparse sulla facciata della sinagoga di Colonia, rappresentano soltanto il primo episodio di un’ondata antisemita che, da lì a qualche giorno, avrebbe dilagato in tutto il mondo, dall’Europa agli Stati Uniti, dal Sud Africa all’Australia.

Solo tre giorni dopo, la prima pagina del quotidiano torinese dedica al fenomeno il taglio medio: Il governo di Bonn sarebbe deciso a mettere fuori legge i neo-nazisti titola l’articolo del corrispondente dalla Repubblica Federale Massimo Conti, che non manca di descrivere il clima di preoccupazione e indignazione venutosi a creare nell’opinione pubblica della Germania ovest:

Uomini della politica e della cultura, sindacati, partiti, associazioni di vittime del nazismo e giornali di ogni tendenza democratica sono stati concordi nella condanna dei profanatori e nella richiesta di provvedimenti contro i movimenti di estrema destra. Queste reazioni dell’opinione pubblica tedesca ai fatti di Colonia – ha dichiarato il presidente delle comunità israelitiche in Germania, Heinz Galinski – fanno sperare in una sollevazione delle coscienze contro le mene dei neonazisti. Galinski, che ha parlato a nome dei suoi trentamila correligionari viventi tuttora in Germania, ha denunciato l’esistenza di uno «spaventoso numero di organizzazioni naziste nella Repubblica federale e a Berlino Ovest», nonché di una nutrita pubblicistica che esalta le idee del passato regime […].

Non ci si illude però che per colpire il male alle radici basterà sciogliere questo o quel movimento nazista. Il neonazismo, riferiamo i pareri di portavoce socialdemocratici, ha radici ben più profonde. Occorre combattere i presupposti della mentalità nazista e tenere viva la polemica contro ogni forma di totalitarismo sul piano della politica, della cultura e dell’educazione. Ed è quello che ancora non è stato fatto in misura sufficiente. Non ci si meravigli che i due giovinastri di Colonia siano andati ad oltraggiare il tempio ebraico ed il monumento alle vittime della Gestapo, quando nelle scuole e nelle famiglie non si insegna ai ragazzi quali mali irreparabili ha portato Hitler alla Germania.

«La Stampa», 29 dicembre 1959, p. 1.
Articolo dedicato alla profanazione della sinagoga di Colonia sul primo numero del gennaio 1960 della rivista DISkussion, organo dei Gruppi di studio tedesco-israeliani (cfr. le biografie di Karl Wagner e Brigitte Distler).
Fonte Frankfurt am Main Universitätsbibliothek

I fatti di Colonia certificano non solo l’insuccesso del processo di denazificazione (il Deusche Reichspartei era stato fondato nel 1950 da ex membri del NSDAP e delle SS), ma anche la superficialità della «rielaborazione del passato» auspicata a gran voce dalle istituzioni federali del dopoguerra tedesco. In realtà, il sospetto che un serio confronto con il nazismo non stesse avvenendo e che, anzi, fosse confinato in un’ambigua retorica conciliante, era ben vivo nelle menti degli osservatori più lucidi e attivi sul fronte della Vergangenheitsbewältigung. Basti pensare alle parole pronunciate da Theodor W. Adorno in apertura della celebre conferenza Che cosa significa elaborazione del passato, tenuta il 6 novembre 1959 a Wiesbaden e organizzata dal Deutsche Koordinierungsrat der Gesellschaften für Christlich-Jüdische Zusammenarbeit (“Consiglio di coordinamento tedesco delle associazioni per la collaborazione cristiano-ebraica”):

… elaborazione del passato non significa elaborare seriamente le vicende storiche rimuovendone, mediante una coscienza critica, il tabù che le ha segnate. Si vuole, invece, chiudere definitivamente col passato cancellandone possibilmente la stessa memoria. La disponibilità a dimenticare e perdonare tutto, che dovrebbe essere fatta propria da coloro che hanno subìto i crimini, viene proposta dai sostenitori di coloro che li commisero.

Adorno 2007, p. 21.

Come lo stesso Adorno avrebbe ricordato durante una riproposizione della conferenza alla Freie Universität di Berlino nel 1962, queste parole sarebbero risultate «tristemente attuali» da lì a poche settimane (Adorno 2005, p. 307).

Anche Hannah Arendt aveva dedicato al tema della rielaborazione del passato alcuni dei passaggi più memorabili del suo discorso di accettazione del Premio Lessing nel settembre del 1959:

Si è discusso molto sulla tendenza ampiamente diffusa in Germania ad agire come se gli anni dal 1933 al 1945 non fossero mai esistiti, come se quella parte della storia tedesca ed europea, quindi mondiale, potesse essere cancellata dai manuali; come se tutto dipendesse dalla capacità di dimenticare il negativo edi ridurre l’orrore a sentimentalismo. (Il successo mondiale del Diario di Anna Frank dimostrò chiaramente che tali tendenze non erano confinate alla Germania.) Era grottesco che ai giovani tedeschi non fosse permesso di venire a conoscenza di fatti che ogni scolaro, a qualche chilometro di distanza, non poteva ignorare. Dietro c’era certamente un effettivo disorientamento, ed è probabile che l’incapacità di fronteggiare la realtà del passato abbia rappresentato l’eredità diretta dell’emigrazione interiore, così come fu indubbiamente in larga misura, e ancor più direttamente, una conseguenza del regime hitleriano – ossia una conseguenza della colpa organizzata in cui i nazisti coinvolsero tutti gli abitanti dei paesi tedeschi, gli emigrati all’interno non meno dei membri convinti del partito e degli esitanti compagni di strada. Gli Alleati non fecero altro che riprendere in seguito tale espediente, inserendolo nella tesi nefasta di una colpa collettiva. Di qui deriva il profondo imbarazzo dei tedeschi, che colpisce tanto uno straniero, in ogni discussione sui problemi del passato. La difficoltà che deve esserci nel trovare un atteggiamento ragionevole è espressa forse nella maniera più chiara dal cliché secondo cui il passato resta ancora “non padroneggiato”, nonché dalla convinzione che la prima cosa da fare sia padroneggiarlo. Probabilmente ciò non è possibile con nessun passato, di sicuro non è possibile con il passato della Germania di Hitler. Il risultato migliore che si può conseguire è sapere esattamente che cosa è stato e sopportare il peso di tale presa d’atto, quindi aspettare e vedere che cosa viene fuori dal sapere e dal sopportare.

Arendt 2020, pp. 39-40.
Copertina dell’edizione 1947 di Der SS-Staat.

Primo Levi, che dal mese di agosto stava lavorando all’edizione tedesca di Se questo è un uomo con il traduttore Heinz Riedt, si trova a leggere con grande apprensione le notizie provenienti dalla Germania ovest. Ad attenderlo sulla scrivania, in quei giorni, c’è l’ultima lettera di Riedt, datata 17 dicembre, che si conclude con un post-scriptum significativo: «Mi sappia dire se qui Le posso essere utile in qualche cosa, non so, qualche libro che La interessa» (Levi 2024, p. 27). Levi non se lo fa ripetere e, pochi giorni dopo, il 31 dicembre, invia la sua richiesta:

La ringrazio molto per la Sua gentile offerta di cercarmi libri costí: c’è in realtà un libro che mi interessa molto, che possedevo, ho imprestato e ho perduto: Der SS-Staat, di Eugen Kogon. Ne è uscita una prima edizione in Germania a cura delle autorità americane di occupazione, ed un’altra a Stoccolma nel 1947 (sempre in tedesco). Le sarei gratissimo se me lo potesse trovare: vorrei proporlo ad Einaudi, e magari tradurlo io stesso.

Levi 2024, p. 29.

Al momento della sua uscita, Der SS-Staat di Eugen Kogon, storico ed ex deportato politico a Buchenwald, era stato un volume pionieristico, la prima analisi sistematica del nazionalsocialismo e i suoi crimini, dalle leggi razziali all’istituzione dei campi di sterminio. Nella conclusione, l’autore si chiedeva: «Che cosa sapevano i tedeschi dei campi di concentramento?», mettendo in luce una fitta rete di complicità e dinieghi che minava in partenza le retoriche deresponsabilizzanti che avrebbero caratterizzato il dibattito pubblico tedesco sull’Olocausto del decennio successivo. Scritto nel 1946, il libro di Kogon si dimostrava, ancora tredici anni dopo, più che mai necessario.

Quella di Levi è una scelta di militanza tutt’altro che intellettualistica e solitaria. La convinzione che l’antidoto più efficace contro i rigurgiti neonazisti siano la conoscenza storica e l’educazione delle nuove generazioni è pienamente in sintonia con le politiche culturali promosse dalle reti dell’antifascismo a cui è vicino, dall’ANED al circuito azionista torinese (Gordon 2013; Maida 2014; Panizza 2021). Il 6 gennaio 1960, l’amico Alessandro Galante Garrone pubblica a riguardo un editoriale molto netto sulla prima pagina de «La Stampa»:

Dettaglio dell’editoriale di Garrone su «La Stampa» del 6 gennaio 1960. Fonte Archivio Storico La Stampa

C’è stata troppa indulgenza, troppa indifferenza, in Germania e fuori; anche in Italia. È ora di tagliare il male alle radici, se non vogliamo che la mala pianta alligni e metta fronde; di reagire al più piccolo sopruso, alla più piccola menzogna o reticenza, alla stessa dimenticanza o ignoranza […].

Bisogna prima di tutto fa conoscere, nel suo abisso di orrori, la degradazione a cui è scesa l’umanità nei campi di annientamento. Abbiamo visto a Torino stiparsi miglia di giovani nelle sale della Mostra della deportazione; abbiamo sentito le loro domande ansiose, precise, incalzanti. È stata una esperienza preziosa; perché quei giovani non sapevano, ma volevano sapere. E noi che qualcosa sapevamo, ci siamo sentiti in colpa, e abbiamo capito che è compito della nostra generazione dire le cose come stavano, nella loro nuda tremenda realtà […].Sì, dobbiamo ricordare, ma agire, perché la cosa non si ripeta mai più.

Galante Garrone 1960, p. 1.

Primo Levi aveva già espresso il suo entusiasmo per la Mostra sulla deportazione di Torino (tenutasi a Palazzo Carignano dal 14 al 22 novembre 1959) in un breve articolo apparso sul numero di dicembre di «Resistenza. Notiziario Gielle», intitolato Miracolo a Torino:

Il «campione» di Palazzo Carignano non era un campione medio; ma è tuttavia importante avere potuto constatare che accanto alla gioventú bruciata e alla gioventú sgangherata, esiste anche questa gioventú pulita, attenta e curiosa. Inoltre, tutti sappiamo quanto importi che certe nozioni, certi stati d’animo, incomincino a circolare, entrino in determinati ambienti, inizino a vivere di vita propria.

È forse stato necessario che passassero quindici anni, mezza generazione, perché in questi contatti si potesse trovare il tono giusto; ma ora, è impressione comune di tutti i presenti, il tempo è maturato, non è piú ora di tacere. Ai giovani di Palazzo Carignano è stato promesso che altri colloqui sarebbero seguiti: ci auguriamo che questo cosí lungo e innaturale silenzio sia definitivamente rotto.

OC II, pp. 1301-02

Sull’importanza dell’iniziativa, torna poche settimane dopo, il 15 gennaio, in un testo pubblicato sul mensile fondato da Ada Gobetti «il Giornale dei Genitori» intitolato, non casualmente, Il tempo delle svastiche.

La Mostra della Deportazione, che era stata aperta a Torino (si può dire) in tono minore, ha conseguito un inaspettato successo. Per tutti i giorni di apertura, a tutte le ore, davanti a quelle terribili immagini ha sostato una folla serrata e commossa; la data della chiusura ha dovuto essere rinviata per ben due volte. Altrettanto sorprendente è stata l’accoglienza del pubblico torinese ai due successivi colloqui destinati ai giovani, che hanno avuto luogo nei locali dell’Unione Culturale a Palazzo Carignano: un pubblico fittissimo, attento, pensoso. Questi due risultati, in sé positivi e degni di non superficiale attenzione, contengono in germe un rimprovero: forse si è tardato troppo; forse abbiamo sprecato degli anni, abbiamo taciuto quando era tempo di parlare, abbiamo deluso una attesa.

OC II, p. 1303.

Dedicato in particolare alla trasmissione di una memoria non «imbalsamata» della lotta partigiana, Il tempo delle svastiche rilancia la convinzione che la Resistenza «dovrebbe continuare, perché i suoi obiettivi sono stati raggiunti solo in parte». E questo perché il fascismo ha rappresentato una «cesura» netta tra un prima – il Risorgimento – e un dopo – la Repubblica – che non permette più di pensare ai principi progressisti ora inscritti nella costituzione antifascista come all’espressione di un lungo e ininterrotto processo di emancipazione nazionale. In altri termini, i valori della Resistenza non possono che essere pensati, difesi e realizzati se non tenendo costantemente presente sullo sfondo la negazione sempre latente del nazifascismo. Il connubio genetico di Memoria e Resistenza tipico dell’antifascismo del primo Dopoguerra (Consonni 2015; Tarquini 2019) è pertanto l’orizzonte storico-politico entro cui il mondo della sinistra italiana, dagli azionisti ai comunisti, concepisce e interpreta la propria risposta all’ondata antisemita che, giorno dopo giorno, si fa sempre più estesa.

L’articolo Il tempo delle svastiche di Primo Levi a pagina 7 del numero di gennaio 1960 della rivista «Il giornale dei genitori».
Fonte: Centro Internazionale di Studi Primo Levi.

Quando, il 18 gennaio 1960, Riedt risponde a Levi per informarlo che al momento il volume di Kogon è fuori commercio nella DDR, dove abita, le azioni antisemite si sono moltiplicate esponenzialmente, non solo in Germania Ovest. Una vera e propria «epidemia di svastiche» sta contagiando il mondo occidentale, dal Belgio, passando per Londra, fino a New York (Loeffler 2018; Rosenfeld 2019), e anche per l’Italia: il 6 gennaio l’edizione serale de «La Stampa» riportava di sei imbrattamenti in vari punti di Torino, minacce di morte recapitate nelle cassette della posta di diversi cittadini ebrei e persino telefonate anonime che annunciavano imminenti attacchi terroristici contro la sinagoga e la sede della comunità ebraica.

Grafico sugli episodi antisemiti e neonazisti nella RFT pubblicato nel maggio del 1962 sulla rivista Aus Politik und Zeitgeschichte (“Politica e attualità”). Tra dicembre 1959 e marzo 1960 è ben visibile il picco registrato durante la antisemitische Schmierwelle. Lo studio, intitolato L’estremismo di destra nella Repubblica Federale Tedesca, fu condotto dall’Agenzia federale per l’educazione civica (Bpp) “. Il fascicolo è menzionato da Brigitte Distler nella lettera 118, n. 40. Fonte Bpp Archiv.

Oltre alle continue notizie di nuovi attacchi antisemiti, dalla Germania non arrivano però novità rispetto ai provvedimenti annunciati dal governo a dicembre. Anzi, durante un discorso alla nazione del 16 gennaio, Adenauer ha derubricato i violenti rigurgiti neonazisti a una serie di «villanie senza fondamento politico» (“Flegeleien ohne politische Grundlage”). «Se vi capita di sorprendere uno di quei mascalzoni che dipingono croci uncinate», ha dichiarato, «punitelo all’istante: dategli un sacco di legnate. Questa è la pena che essi meritano» (Adenauer 1960).

Insomma, nel tentativo di salvare la reputazione della Repubblica Federale nel consesso delle democrazie liberali, il governo tedesco sceglie la strada della minimizzazione.

Sulla terza pagina de «La Stampa» del 30 gennaio, Carlo Bo esprime il proprio sconcerto verso la linea Adenauer:

Certi fenomeni, come quello dell’antisemitismo rinascente, lasciano stupiti e perplessi: non si riesce a capire come soltanto dopo quindici anni siano dimenticati e cancellati massacri, violenze, queli enormi incendi di orrore e di vergogna […]. Protestare, invocare provvedimenti, fare dell’ultima nostra storia materia di studio, sono tutte cose bellissime, ma sono rimedi esterni, con scarse possibilità di successo duraturo. E anzitutto, in che modo insegnare cose del genere? […]

Quando sentiamo ripetere da uomini responsabili che in fondo si tratta di ragazzate o di episodi staccati, senza intimo significato, non ci colpisce tanto la banalità della giustificazione, quanto il non voler vedere l’origine della malattia.

Bo 1960, p. 3.

A fine mese, solo nella Germania occidentale si contano più di 600 casi di azioni antisemite. Le affermazioni del cancelliere risultano ormai indifendibili, anche se prosegue la sottovalutazione politica del fenomeno: nel “libro bianco” pubblicato dal governo federale il 18 febbraio del 1960, due terzi degli «episodi nazisti e antisemiti» sono catalogati come atti vandalici di stampo apolitico (cfr. Weißbuch 1960, p. 49).

Levi, nella consapevolezza di questo clima politico, non solo vorrebbe rileggere Kogon, ma vorrebbe proporne la traduzione italiana, probabilmente a Einaudi:

Kogon: grazie comunque, spero che Fischer [Verlag] lo trovi. Anche in relazione con le nuove svastiche, potrebbe essere un momento opportuno per presentarlo in Italia.

Primo Levi a Heinz Riedt, 31 gennaio 1960, in Levi 2024, p. 33.
Frontespizio del “Libro bianco” pubblicato dal governo federale tedesco nel febbraio del 1960 a seguito dell’ondata antisemita.

L’impresa editoriale non andrà mai in porto, e ad oggi non esiste una versione italiana diDer SS-Staat (OC III, p. 674). Per contro, l’ondata antisemita si protrae per tutto febbraio, per poi piano piano sparire delle cronache. Come aveva ben previsto Galante Garrone nel suo editoriale del 6 gennaio: «Finirà probabilmente, per questa volta, come quelle straripanti piene di acqua melmosa che presto sprofondano nel suolo; e non ne resta che un misero rigagnolo alla superfice» (Galante Garrone 1960, p. ).

In Italia, il dibattito pubblico e politico sulla vicenda ricalca la polarizzazione venutasi a creare in tutti i paesi occidentali (Palumbo 2020). Le «nuove svastiche» finiscono da subito entro gli schemi della Guerra fredda: a sinistra, la stampa e l’associazionismo antifascista si posizionano su una ferma condanna dell’ondata antisemita come espressione di un neofascismo che le democrazie occidentali non sembrano intenzionate a combattere con la dovuta radicalità, Repubblica Federale Tedesca in testa. Da parte conservatrice, invece, la condanna delle violenze, per quanto unanime, riprende ampiamente le due principali linee interpretative adottate dal governo tedesco: o la minimizzazione o l’idea che l’origine dell’«epidemia» fosse da ricercare a Est, ovvero nel tentativo da parte della DDR di compromettere l’immagine e la stabilità della Germania occidentale (Rid 2020; Weißbuch 1960, pp. 52-61).

Le cause della antisemitische Schmierwelle non saranno mai chiarite del tutto. Che quanto avvenuto fosse stato orchestrato da una internazionale nera o dalla disinformazione sovietica o semplicemente da un contagio per emulazione o, ancora, dalla somma di tutti questi tre elementi è ancora oggi oggetto di dibattito tra gli studiosi. Tuttavia è certo che il connubio tra le logiche della Guerra fredda e la mancanza di un’efficace politica culturale antinazista divenne in Germania occidentale il terreno fertile per la riemersione di un antisemitismo che aveva continuato a serpeggiare negli ambienti nostalgici e reazionari della società tedesca. Le «nuove svastiche» costituiranno un momento decisivo per rilanciare una più seria rielaborazione del passato nella Repubblica Federale subito nei primi anni Sessanta (Bergmann 1990; Camarade 2011; Munzert 2015), quando al trauma delle violenze antisemite si sommeranno il processo Eichamann e il caso Globke, per citare gli eventi più significativi (cfr. le biografie di Karl Wagner e Brigitte Distler).

La Conferenza contro l’antisemitismo: Roma 5-6 marzo 1960

Il 18 gennaio 1960 un gruppo di deputati comunisti guidati da Umberto Terracini presenta in Senato una mozione per portare all’attenzione delle istituzioni l’«epidemia di svastiche» in corso:

Il Senato,

esprimendo la sua indignata condanna contro le ignobili e temerarie iniziative antisemite con le quali, secondo un piano evidentemente concordato da lunga mano su scala internazionale, anche in Italia si tenta di riaffermare la più criminale delle barbare e operanti proposizioni del nazismo hitleriano, mentre dichiara la propria fraterna solidarietà con i cittadini della Repubblica che sono stati così offesi nei loro diritti civili e nella loro personalità umana, si attende che Il Governo, con disposizioni impegnative da impartirsi dal Ministro della pubblica istruzione e da attuarsi immediatamente in tutte le scuole da tutti gli isegnanti di ogni ordine e grado, provveda innanzi tutto a difendere i giovani dall’azione spregevole di morale e ideale contaminazione che, come attestano gli episodi denunciati da tutta la stampa, viene in materia metodicamente condotta, e nello stesso tempo, unendosi apertamente con solenni dichiarazioni all’universale esecrazione dei popoli, attesti che l’Italia, repubblicana e democratica, intende combattere strenuamente per sradicare da sé e dal mondo la velenosa omicida ripullulazione dell’antisemitismo

Due vignette satiriche di Bruno Canova pubblicate sulla prima pagina de «l’Unità» rispettivamente il 17 e il 21 gennaio 1960 in occasione della visita ufficiale di Adenauer in Italia. La prima (in alto) condanna l’inazione del governo tedesco rispetto all’ondata antisemita. Nella seconda (in basso), il primo ministro Segni e il cancelliere Adenauer si stringono in un abbraccio nel segno della svastica. Fonte Archivio Storico de l’Unità.
Resoconto stenografico 210° seduta pubblica del 18 gennaio 1960, pp. 10295-6.

La mozione è oggetto di un’accesa discussione in Senato il 25 gennaio. I senatori Pietro Caleffi (PSI), Ferruccio Parri (PSI), Luisa Gallotti Balboni (PCI) e Umberto Terracini (PCI) contestano al governo democristiano di Antonio Segni la mancanza di una «condanna morale e politica» delle azioni antisemite iniziate in Germania il mese precedente. Il resoconto stenografico della seduta restituisce il clima venutosi a creare nel dibattito politico italiano a poche settimane dai fatti di Colonia. Le «nuove svastiche», cominciate in Germania e ora arrivate anche in Italia nel più totale silenzio delle istituzioni, vengono lette dai partiti di sinistra come il segnale evidente di una rielaborazione del ventennio fascista ancora insufficiente; un fenomeno di portata internazionale che, tradotto negli schemi della politica italiana postbellica, rinfuoca in aula lo scontro tra le forze antifasciste e il Movimento Sociale Italiano, erede diretto del Partito Fascista Repubblicano.

TERRACINI (PCI): …. Molti di voi, onorevoli colleghi, avranno visitati alcuni mesi or sono nel Palazzo delle esposizioni di via Nazionale la mostra agghiacciante dedicata ai campi tedeschi di annientamento. Ci siamo incontrati là, appartenenti a tutti i settori dell’Assemblea, salvo naturalmente, per decenza, quelli dell’estrema destra.

FRANZA (MSI): Ci saremmo andati se la mostra avesse documentato anche i campi di sterminio russi […].

BERTOLI (PCI): È possibile che in Italia si parli ancora di queste cose e si debba ancora alzare la testa? Li avete consegnati a migliaia ai tedeschi che li hanno sterminati!

FRANZA: Campi di sterminio in Italia non ci sono mai stati, questa è la verità! Lo avete fatto apparire voi perché vi faceva comodo!

TERRACINI: Vi dimenticate del Campo di Fossoli […]. Se veramente condannate con noi questi orrori, lasciateci sfogare lanostra indignazione, e nan fate mostra oggi di un’epidermide così sensibile, quando nulla essa ha risentito allorchè lo spettacolo della morte vi era terribilmente presente.

Resoconto stenografico 216° seduta pubblica del 25 gennaio 1960, p. 10609-10.

Per tutto il mese di gennaio, nelle grandi città italiane vengono organizzate numerose iniziative di solidarietà e protesta. A Torino, domenica 17 gennaio, si tiene al Teatro Alfieri una manifestazione promossa dal Circolo della Resistenza. Il relatore principale dell’evento è Franco Antonicelli: nel suo accorato discorso, ricognizione storiografica e affondo allarmato sul presente si tengono insieme.

Notizia della manifestazione al Teatro Alfieri a pagina 2 dell’edizione serale de «La stampa» del 19 gennaio 1960. Fonte Archivio Storico La Stampa.

Abbiamo ritrovato in questa occasione la concordia che ci unì nella lotta antinazista per opporci ancora alla minaccia della svastica. Non avremmo immaginato di doverci radunare di nuovo, a quindici anni appena da quelle stragi inespiabili, perché sono riapparsi nel mondo i segni che guidarono al massacro del popolo ebraico. Dunque aveva ragione chi protestava contro le insidie dell’indifferenza, dell’oblio, della distrazione. Forse oggi non esiste un vero pericolo nazista; ma ci accorgiamo che basta rallentare la difesa della democrazia e dei più alti valori umani, perché i fermenti oscuri dell’hitlerismo osino riapparire alla superficie. Il pericolo diverrà reale e grave solo se a questi primi tentativi non si oppone una barriera ferma, invalicabile, unitaria […]

Occorre che tutti gli uomini della Resistenza europea, compresi gli antinazisti tedeschi, si uniscano in un solo fronte. Si vede chiedere al governo, in spirito di aperta collaborazione, una solenne condanna di ogni manifestazione neonazista. Occorre che la scuola insegni, subito, che cosa furono gli anni del furore totalitario. Ma soprattutto è necessario reagire contro ogni offesa alla libertà: gli attentati alle istituzioni democratiche furono il primo anello che condusse alle camere a gas.

La più importante manifestazione pubblica in risposta alle «nuove svastiche» è sicuramente la Conferenza internazionale contro l’antisemitismo che si tiene a Roma tra il 5 e il 6 marzo 1960. L’evento nasce dall’iniziativa congiunta della Federazione Internazionale della Resistenza (FIR), l’Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti (ANPPIA), l’Unione delle cooperative israelitiche italiane, la Lega Internazionale dei diritti dell’Uomo e l’Associazione nazionale ex deportati politici nei campi nazisti (ANED). Questo il testo dell’invito diramato dai promotori:

Notizia dell’apertura dei lavori della Conferenza Internazionale contro l’antisemitismo a pagina 2 de «l’Unità» del 6 marzo 1960. Il quotidiano diede ampia copertura all’evento. Archivio Storico L’Unità.

Da Colonia, dove nella notte del Natale 1959, mani malvagie hanno tracciato sui muri delle Sinagoga nuovamente riedificata il segno nefasto della svastica, una larga preordinata campagna antisemita si è estesa a molti paesi d’Europa e del mondo.

Sotto queste aberranti manifestazioni razziste riappaiono i sintomi delle sopravvivenze del nazismo, che a soli 15 anni dalla fine del regime hitleriano tenta di risorgere a minaccia della civiltà […].

Alla Conferenza sono invitate le associazioni, gli enti e le persone che non dimentiche sentono la necessità di un urgente impegno per la difesa risoluta delle libertà della dignità umana.

Archivio ANPPIA.

L’evento è aperto da una relazione del senatore Piero Caleffi, presidente dell’Aned ed ex deportato politico a Mauthausen, che nel suo discorso contesta la minimizzazione del governo Adenauer, ricordando la diretta connessione politica e culturale tra le svastiche di Colonia e il progetto di sterminio nazista. Gli interventi dei successivi relatori, come quello del giornalista Sergio Segre, si soffermano sulla presenza negli apparati della Germania occidentale di figure pesantemente implicate nelle politiche razziste del Terzo Reich, come Theodor Oberländer e Hans Globke. Il tema principale del dibattito rimane però il problema dell’antisemitismo, nella convinzione condivisa che gli episodi delle settimane precedenti abbiano semplicemente contribuito a riportare all’attenzione internazionale un fenomeno ancora dilagante tanto in Occidente quanto nel blocco sovietico.

Nella conclusione dell’appello che i delegati e i partecipanti approvano al termine dei lavori si legge:

I delegati alla Conferenza rivolgono il loro appello a tutti i popoli, a tutti i Governi, a tutte le Autorità spirituali e politiche:

Bandite dalle leggi e dalla educazione impartita alla gioventù tutto ciò che contrasta con in fraternità e con la dignità della persona umana!

Interdite la propaganda di odio e di discriminazione razziale! Unite e mettete in condizione di non nuocere tutti coloro che fanno proprie le teorie razziste le quali disgregano i popoli e li oppongo-no gli uni agli altri!

Lavorate per la fraternità, per l’uguaglianza e per il rispetto fra tutti gli uomini!

Non tollerate che coloro che, sotto la bandiera nazista, hanno già in sanguinato il mondo con i loro delitti, possano di nuovo minacciarne la pace.

Archivio ANPPIA

La Conferenza di Roma è la rappresentazione plastica di come l’ondata antisemita del ’59-’60 abbia funzionato da reagente, rendendo evidenti le contraddizioni fondamentali che albergavano nella società europea a quindici anni dal secondo conflitto mondiale: da un lato, contribuisce a far implodere l’accumulo di silenzi e complicità rispetto al contenimento politico e culturale delle nostalgie reazionarie nazi-fasciste; dall’altro, rende ancora più saldo nella società civile — dimostratasi ben più reattiva delle Istituzioni, piegate alle logiche bipolari della guerra fredda — il legame tra antifascismo, politiche della Memoria e lotta all’antisemitismo.

Per Primo Levi, le «nuove svastiche» hanno sicuramente contribuito a rendere ancora più intricato il groviglio di curiosità, diffidenza, disillusione e speranza che sarà alla base del suo complicato rapporto con i lettori tedeschi.

Bozza del testo dell’invito alla Conferenza Internazionale contro l’antisemitismo, p. 1.
Fonte Archivio ANPPIA.
Bozza del testo dell’invito alla Conferenza Internazionale contro l’antisemitismo, p. 2.
Fonte Archivio ANPPIA.
Fronte e retro della versione francese dell’invito alla Conferenza internazionale contro l’antisemitismo.
Fonte Archivio ANPPIA.
Interno della versione francese dell’invito alla Conferenza internazionale contro l’antisemitismo.
Fonte Archivio ANPPIA.
Versione francese del programma della Conferenza internazionale contro l’antisemitismo.
Fonte Archivio ANPPIA.
Prima pagina della lettera di adesione del Comitato di Combattenti Antifascisti della DDR.
A causa di alcune difficoltà relative al rilascio dei visti, il KdAW (cfr. il paragrafo conclusivo) non fu in grado di inviare una propria delegazione alla Conferenza di Roma. Il documento è un atto di accusa della Repubblica Federale Tedesca: l’ondata antisemita delle settimane precedenti avrebbe infatti confermato la corruzione neonazista che la propaganda della Germania orientale andava denunciando da tempo. Nella conclusione (pp. 3-4), è presente un riferimento all’opuscolo del 1959 Wir klagen an! 800 Nazi-Blutrichter (cfr. la biografia di Brigitte Distler).
Fonte Archivio ANPPIA.
Pagina 2 della lettera di adesione del Comitato di Combattenti Antifascisti della DDR.
Fonte Archivio ANPPIA.
Pagina 3 della lettera di adesione del Comitato di Combattenti Antifascisti della DDR.
Fonte Archivio ANPPIA.
Pagina 4 della lettera di adesione del Comitato di Combattenti Antifascisti della DDR.
Fonte Archivio ANPPIA.
Dattiloscritto dell’appello approvato dai partecipanti al termine dei lavori della Conferenza Internazionale contro l’antisemitismo.
Fonte Archivio ANPPIA.

L’incontro con Alfred Besserman

Insieme a Leonardo Debenedetti, Amalia Artom e Bruno Segre, Primo Levi partecipa alla Conferenza Internazionale sull’Antisemitismo come delegato della comunità ebraica di Torino. È qui, in un contesto di rinnovata militanza antifascista, che fa la conoscenza di Alfred Besserman, anche lui ex deportato di Auschwitz-Monowitz e presente probabilmente come affiliato di una delle associazioni di reduci provenienti dalla Francia.

Di questo incontro, Levi fornirà un resoconto piuttosto dettagliato in Ad Auschwitz un comitato segreto di difesa, articolo pubblicato sul numero di aprile del 1979 di «Ha Keillah», il periodico della Comunità israelitica di Torino. Il racconto prende le mosse da un episodio del Lager: nel maggio del 1944, al Kommando chimico della Buna viene assegnato un nuovo Kapo, Bogdan, un ebreo polacco di trent’anni, «palesemente nevrotico».

Ci picchiava senza ragione; per verità, tutti laggiú picchiavano, in quell’ambiente babelico le percosse erano il modo piú facile di comunicare, […] ma quel Kapo picchiava deliberatamente, a freddo, per fare male, con una crudeltà sottile intesa a provocare sofferenza ed umiliazione.

OC II, p. 1445.

Levi ne parla con un suo «compagno jugoslavo», che, con un «sorriso strano» gli risponde icasticamente: «Già; ma vedrai, non durerà a lungo». Passa qualche giorno e del Kapo non vi è più traccia.  Pochi mesi dopo, racconta ancora Levi, l’amico Aldo Levi (il padre della piccola Emilia, la cui morte è raccontata nelle primissime pagine dell’edizione 1958 di Se questo è un uomo, OC I, p. 147), gli avrebbe detto una frase altrettanto allusiva, lasciando intendere l’esistenza di un livello di conoscenze sul funzionamento del campo precluso a un semplice prigioniero come Primo Levi: «Forse presto capiterà qualche cosa: se capita, cerca di me» (OC II, p. ). Ma è al ritratto di Bessermann (appellandolo come H.), conosciuto proprio a Roma, che Levi dedica un lungo passaggio:

L’articolo Ad Auschwitz un comitato segreto di difesa a pagina 6 di «Ha Keillah», a. IV, n. 4, 1979. Fonte Centro Internazionale di Studi Primo Levi.

Anche questo incontro è andato poi confuso nelle vicende drammatiche della liberazione del campo: ma, insieme col primo, mi è ritornato a mente molto tempo dopo, in un’occasione «borghese», anzi festosa, cioè ad un raduno di ex deportati a Roma. C’era un pranzo, e di fronte a me sedeva un reduce francese; era stato nel mio campo, ma né lui né io ricordavamo di esserci conosciuti. Ci siamo scambiati le solite facezie a proposito della circostanza che oggi è così facile trovare da mangiare, mentre allora era tanto difficile. Tutti e due avevamo bevuto un poco, e questo ci aveva resi propensi alla confidenza. H. mi disse che ad Auschwitz – Monowitz lui aveva fatto parte di un comitato segreto di difesa, che molti fatti decisivi della vita interna del Lager dipendevano da quanto loro stessi avevano deliberato, e che, in quanto membro del partito comunista francese, dal comitato lui era stato destinato a lavorare come scrivano alla Sezione Politica, ossia al reparto della Gestapo che si occupava delle questioni politiche all’interno del Lager. Gli chiesi se la frase frettolosa che mi aveva detta l’ingegner Levi poteva indicare che anche lui facesse parte di questa organizzazione clandestina, ed H. mi rispose che probabilmente sí, ma che, per ragioni di segretezza, ognuno di loro non conosceva che pochissimi fra gli altri membri.

Gli chiesi anche un chiarimento sull’episodio del Kapo scomparso, ed H. fece un sorriso che mi ricordò da vicino quell’altro sorriso del compagno jugoslavo. Mi rispose che sí, in qualche caso particolarmente grave, e con forte loro rischio, potevano cancellare un nome dalle liste dei selezionati da mandare alla camera a gas di Birkenau, e sostituirlo con un altro nome. No, non ricordava il caso del nostro Kapo, ma il fatto gli pareva verosimile: altre volte avevano fatto sparire cosí una spia o un ladro di pane, o avevano salvato cosí uno dei membri del comitato. Io sapevo che le leggi della cospirazione sono dure, ma non avevo mai pensato che un nome qualsiasi, ad esempio il mio, avrebbe potuto servire a conservare una vita politicamente piú utile della mia. Chiesi ad H. se realmente, fra i molti rischi che sapevo di avere corsi, ci fosse anche questo rischio sconosciuto. H. mi rispose: «Évidemment».

OC II, pp. 1445-46.
Alfred Besserman. Fonte Mémorial de la Shoah/M.J.P.

Abram Besserman, detto Alfred, era nato a Łódź nel 1908. Di origini ebraiche, cresciuto in una famiglia operaia, già a sedici anni entrò a far parte delle organizzazioni giovanili del Partito comunista dei lavoratori di Polonia (Komunistyczna Robotnicza Partia Polski, KPRP). Nel 1929, emigrò dapprima in Lussemburgo, per poi muoversi l’anno seguente a Metz, in Francia, dove visse in forma semiclandestina alternando il lavoro di sarto all’attivismo politico tra le fila del Partito Comunista. Nel 1931, si trasferì a Parigi, e qui incontrò la moglie Rajzla Ryndchorn, nata anche lei a Łódź. Dal loro matrimonio nacque il figlio Robert.

Allo scoppio del conflitto mondiale, Besserman decise di arruolarsi e combattere la Germania di Hitler sul fronte orientale francese. Durante l’occupazione nazista, partecipò alla Resistenza come partigiano della sezione ebraica della Main-d’œuvre immigrée (MOI), l’ala armata del PCF composta perlopiù da immigrati e specializzata nella guerriglia urbana. Il 16 luglio del 1943 fu catturato e trasferito nel campo d’internamento di Drancy, vicino a Parigi. Agli inizi di ottobre fu infine deportato ad Auschwitz III (nel suo convoglio era presente anche Paul Steinberg, il prigioniero Henri di Se questo è un uomo). A Monowitz, entrò da subito nella rete della Resistenza clandestina del Lager, ricoprendo incarichi di primo piano nell’organizzazione dei prigionieri politici polacchi e francesi.

Jean-Louis Steinberg, importante radioastronomo francese di origini ebraiche che aveva militato nella resistenza comunista prima di essere deportato ad Auschwitz con la famiglia nel 1944, ha fornito un ritratto efficace dell’attività di reclutamento condotta da Besserman:

Alfred Besserman l’ho incontrato nella squadra di lavori forzati in cui mi trovavo, dove era certo che saremmo morti nel giro di poche settimane. Un giorno stavo facendo lavori di scavo. Notai che si rivolgeva, uno per uno, a tutti i deportati appena arrivati nella nostra squadra […]. Ne ha interrogato uno, poi due, poi tre, e poi è arrivato a me. Mi ha detto: «A giudicare dal tuo numero, fai parte del convoglio appena arrivato dalla Francia?». Gli ho risposto: «Sì». Mi ha chiesto: «Sai cos’è l’oppressione nazista?». Ho risposto di sì. Mi ha chiesto: «E cosa hai fatto per opporvi resistenza?». In altre parole, mi stava chiedendo se avessi parte della Resistenza in Francia. Beh, ne ero piuttosto orgoglioso, quindi gliel’ho spiegato. E quando l’ho fatto, a pensarci oggi, ho commesso una grave imprudenza, perché avrebbe potuto essere una spia. Ma non era una spia. Allora mi ha detto: «Bene, ottimo!». Ha creduto a quello che gli dicevo. Gli ho raccontato parecchi dettagli. Mi ha detto: «Vieni a trovarmi stasera al blocco 18». Così la sera sono andato a trovarlo. Mi ha portato a fare una passeggiata, per così dire, nel grande viale del campo, in modo che nessuno potesse sentirci. Avevamo un’ora libera tra la cena e il coprifuoco. Lì ha iniziato a istruirmi. Mi ha spiegato come funzionava il campo; qual era la sua struttura sociale; dove fossero i capi, dove fossero i vicecapi; dove fossero coloro che avevano potere, dove fossero quelli che non ce l’avevano. E poi mi ha spiegato anche dove si trovavano gli infami; dove erano le persone con cui si poteva eventualmente parlare. Mi ha descritto la struttura sociale del campo. E quando si entra in una comunità come quella, se non se ne conosce la struttura, si è spacciati in partenza.

Steinberg 2006.

Il 18 gennaio del 1945, Besserman è tra i prigionieri costretti alla marcia della morte a seguito dell’evacuazione di Auschwitz. Grazie all’aiuto dei suoi compagni, il giorno seguente riesce a staccarsi dalla colonna e raggiungere la città di Gleiwitz (nei pressi di Katowice) ed essere liberato dall’Armata Rossa il 20 gennaio. Rientra in Francia nel luglio del 1945, dove si ricongiunge con la moglie, anche lei deportata a Birkenau e impiegata come infermiera nell’ospedale del campo. Nel 1946 nascerà il loro secondo figlio Henri-Lucien.

Quando incontra Primo Levi a Roma nel 1960, Besserman vive stabilmente con la famiglia a Parigi, dove nel frattempo ha continuato a svolgere la professione di sarto e anche a militare nel PCF e nelle organizzazioni sindacali ebraiche legate alla Confédération générale du travail (CGT). Morirà solo pochi anni dopo, nel 1964.

Scheda di registrazione (Häftlingspersonalbogen) di Alfred Besserman come prigioniero di Auschwitz. Fonte Arolsen Archives.

L’effetto-Besserman

Nel capitolo «La vergogna» dei Sommersi e i salvati (1986), Levi aggiunge un dettaglio importante sullo scambio intrattenuto con Besserman durante il «convegno di reduci» del 1960 (OC II, pp. 1189-1190). I due, infatti, non parlano solo del destino del sadico Kapo polacco e delle criptiche parole dell’ingegner Aldo Levi. Grazie a Besserman, Levi riesce anche in quell’occasione a ottenere un’informazione decisiva su uno dei suoi compagni del Kommando 98: Joseph Sivadjian, nato nel 1898 a Costantinopoli, chimico e ricercatore in Francia, anche lui partigiano del MOI e deportato ad Auschwitz nel marzo 1944. Levi lo aveva nominato di sfuggita nell’apertura de «Il canto di Ulisse» di Se questo è un uomo (OC I, p. 224) e di lui non aveva più avuto notizie; lo ricordava semplicemente come un «uomo silenzioso e tranquillo». Adesso, grazie a Besserman, la sua figura acquisisce una sfumatura inedita, inaspettata: «ho saputo», scrive nei Sommersi, «che introduceva esplosivo in campo, in vista di una possibile insurrezione».

Come ricostruito da Sergio Luzzatto in Primo Levi e i suoi compagni sulla base della documentazione del Processo di Francoforte (Luzzatto 2024, p. 103; Gross e Renz 2013, p. 511), nel 1944 il nome di Sivadjian riuscì a essere cancellato da una lista di prigionieri selezionati per la camera a gas grazie all’intervento di un compagno della resistenza. Durante l’evacuazione di Auschwitz del gennaio 1945, Sivadjian fu tra 5714 prigionieri trasferiti Mauthausen (Lee 2021), dove rimase fino alla liberazione del campo nel maggio del 1945. Tornato in Francia, riprese la sua attività presso l’Institut Pasteur di Parigi, affermandosi nei decenni successivi come un ricercatore di fama internazionale.

Dettaglio del registro dei deceduti nell’ospedale del campo di concentramento di Mauthausen tra febbraio e maggio 1945.
Di fianco al nome di Sivadjian Joseph è presente un «?». Fonte Yad Vashem. A causa di questa trascrizione errata, il suo nome è finito anche nell’elenco dei deportati francesi morti nei campi di sterminio nazisti, come confermano ancora oggi un decreto emanato dall’Office national des anciens combattants et victimes de guerre nel 2014 e l’archivio digitale del Monumento francese a Mauthausen pubblicato nel 2007 (cfr. anche Luzzatto 2024, p. 107). Si tratta appunto di un errore amministrativo, di cui non è dato sapere se Sivadjian fosse o meno a conoscenza.

Tornato dalla conferenza di Roma nel 1960 con questa nuova informazione, Primo Levi può pertanto aggiornare l’elenco dei membri del Kommando chimico 98 della Buna redatto quando era tornato a Torino nell’ottobre del 1945 e su cui periodicamente tornava non appena raccoglieva notizie. Il 31 luglio dell’anno seguente, invia una copia di questo elenco a Jean Samuel (il Pikolo di Se questo è un uomo), con il quale è contatto dal 1946. L’elenco comprende anche una “voce” Sivadjan, così redatta:

(?) SIVADJAN: francese, tipo silenzioso. L’anno scorso ho saputo che era membro del comitato segreto di resistenza a Buna: rubava dinamite dal cantiere e preparava bombe. È stato un certo Bessermann, comunista di Parigi, a darmi queste informazioni, assicurandomi della loro autenticità.

Jean Samuel 2008, p. 154.

All’interno della riflessione di Levi sulla Resistenza in Lager, l’incontro con Besserman occupa una posizione più significativa di quanto sembri a prima vista. L’azione e la condotta dei prigionieri politici è descritta come problematica in entrambe le redazioni di Se questo è un uomo. Osservatore attento delle dinamiche di potere, Levi aveva collocato i prigionieri politici all’interno della struttura intricata del privilegio su cui si reggeva il sistema concentrazionario; la loro collaborazione e partecipazione alla gestione del campo risultava pertanto macchiata da una sospetta ambiguità:

Nella Buna imperversavano i civili tedeschi, nel furore dell’uomo sicuro che si desta da un lungo sogno di dominio, e vede la sua rovina e non la sa comprendere. Anche i Reichsdeutsche del Lager, politici compresi, nell’ora del pericolo risentirono il legamedel sangue e del suolo. Il fatto nuovo riportò l’intrico degli odii e delle incomprensioni ai suoi termini elementari, e ridivise i due campi: i politici, insieme con i triangoli verdi e le SS vedevano, o credevano di vedere, in ognuno dei nostri visi, lo scherno della rivincita e la trista gioia della vendetta. Essi trovarono concordia in questo, e la loro ferocia raddoppiò.

OC I, pp. 231-232.

Ancora sul finire del 1959, pochi mesi prima della trasferta al convegno di Roma, la posizione di Levi sui triangoli rossi sembrava propendere, sebbene con cautela, verso la condanna morale. Lo testimonia una lettera del 28 novembre al traduttore Heinz Riedt, il quale era rimasto colpito proprio dalla durezza dei passaggi sopracitati:

Qui il discorso sarebbe molto lungo: nessuno mi ha ancora saputo spiegare come mai in Auschwitz i «triangoli rossi», in gran maggioranza si siano comportati piuttosto male, al contrario di quanto avvenne ad esempio a Buchenwald. Ma può anche essere che questo mio giudizio sia falso, e fondato sui pochi casi di mia diretta conoscenza. A quel tempo non ero un giudice molto obiettivo

Levi 2024, p. 22.

Per Levi, i prigionieri politici del Lager sono ancora, almeno al 1959, un nodo irrisolto della sua testimonianza. Un prigioniero comune come lui poteva infatti osservare solo la superficie della struttura del potere nei campi; tuttavia, per quanto consapevole della parzialità del suo giudizio, il suo occhio di moralista – Se questo è un uomo voleva essere d’altronde uno «studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano» – gli suggeriva l’esistenza di una profondità etica che sfuggiva alle giustificazioni ideologiche offerte dall’imperativo politico che, nel contesto mortifero del Lager, equiparava sopravvivenza e vittoria (Langbein 1984, pp. 268-9). Come ha scritto Robert Antelme, prigioniero politico a Buchenwald, «Non bisogna morire, è questo il vero obiettivo della battaglia. Perché ogni morto è una vittoria delle SS» (Antelme 2025, p. 80).

Sotto questo profilo, le rivelazioni di Besserman rappresentano forse il primo punto di contatto significativo con i protagonisti della resistenza di Auschwitz – la prima lettera di Hermann Lagbein, con cui Levi si confronterà parecchio sul tema, arriverà solo a dicembre – e, come vedremo, esse risulteranno determinanti nel processo di revisione che porterà Levi a formulare con più precisione la propria posizione rispetto alla condotta dei prigionieri politici.

La eco dell’“effetto-Besserman” risulta percepibile, ad esempio, nelle pagine de La tregua (1963) dedicate alla figura del «triangolo rosso» tedesco Thylle (il capitolo «Il disgelo» fu composto nel dicembre del 1961; cfr., OC I, p. 1488).

Per la gente come me, vale a dire per la generalità del Lager, altre sfumature non c’erano: durante tutto il lunghissimo anno trascorso in Lager, io non avevo avuto mai né la curiosità né l’occasione di indagare le complesse strutture della gerarchia del campo. Il tenebroso edificio di potenze malvage giaceva tutto al di sopra di noi, e il nostro sguardo era rivolto al suolo. Eppure fu questo Thylle, vecchio militante indurito da cento lotte per il suo partito ed entro il suo partito, e pietrificato da dieci anni di vita feroce ed ambigua in Lager, il compagno e il confidente della mia prima notte di libertà […].

Non era facile intendersi con lui; non solo per ragioni di linguaggio, ma anche perché i pensieri che ci sedevano in petto in quella lunga notte erano smisurati, meravigliosi e terribili, ma soprattutto confusi. Gli dissi che soffrivo di nostalgia; e lui, che aveva smesso di piangere, «dieci anni», mi disse, «dieci anni!»: e dopo dieci anni di silenzio, con un filo di voce stridula, grottesco e solenne ad un tempo, prese a cantare l’Internazionale, lasciandomi turbato, diffidente e commosso.

OC I, pp. 311-13.

In quella toccante ricostruzione a quattro mani del Kommando 98 di Buna-Monowitz che è il carteggio con Emil Davidovič, il travaglio, non solo intellettuale, innescato dal colloquio con Besserman risulta ancora palpabile. In una lettera del 28 febbraio 1965, il rabbino Mendi formula un giudizio alquanto severo sulla testimonianza di un ex prigioniero politico di Auschwitz III che ha letto di recente in traduzione tedesca: Élet a halál földjén (“La vita nella terra della morte”) di Oszkár Betlen. Nel suo resoconto, Betlen, giornalista ungherese che durante la prigionia aveva partecipato alla resistenza clandestina del Lager come impiegato dell’ufficio del lavoro, esplicita molto chiaramente il principio guida che gli aveva permesso, nella disperata gestione dei liste dei prigionieri da destinare ai lavori forzati, di affrontare le scelta tra chi salvare e chi sacrificare: «Dato che non hai la possibilità di salvare tutti, devi salvare innanzitutto quelli che a loro volta salveranno altri» (la testimonianza è riportata in Langbein 1984, p. 268). Scrive Davidovič a proposito:

Copertina della prima edizione del 1959 di Élet a halál földjén di Oszkár Betlen, pubblicata a Budapest dalla casa editrice Kossuth.

Per finirlo ho dovuto fare un notevole sforzo, perché è pieno di propaganda comunista. Non mi risulta affatto che i comunisti nel campo fossero così organizzati e che aiutassero tanto i loro compagni di sventura.

Lettera 182.

In risposta a questa lettera, Levi ha così il pretesto per aggiornare l’amico sul destino del compagno Sivadjan, esprimendo al contempo la medesima angoscia – quella relativa al potenziale “sacrificale” della sua condizione di prigioniero non politico – con cui, come si è visto, si chiuderà il saggio del 1979 Ad Auschwitz un comitato segreto di difesa.

Nella mia lettera precedente ho nominato di sfuggita Siwadjan. Era un compagno molto taciturno e poco socievole, ma perbene; un francese di origine armena. Oggi so perché fosse così. A Roma, infatti, ho infatti incontrato un certo Bessermann, che mi ha raccontato quanto segue.

Bessermann era stato arrestato a Parigi in quanto ebreo, ma, come membro del partito comunista francese, una volta a Monowitz era stato ampiamente protetto e favorito dall’organizzazione clandestina di resistenza del campo. Fino ad allora, io avevo avuto solo una vaga idea dell’esistenza di questa organizzazione politica nel Lager; mentre lui, mi ha detto, era diventato nel giro di pochi mesi il capo del gruppo. Siwadjan era uno dei membri più capaci: ogni sera, per settimane, aveva fatto entrare di nascosto nel campo un po’ di esplosivo proveniente dalla fabbrica. Bessermann mi ha anche raccontato che il suo gruppo aveva effettivamente il potere di sostituire nomi e numeri sulle liste dei trasporti e delle selezioni e che, «naturalmente», aveva salvato parecchi compagni di partito, rimpiazzandoli con altri gravemente malati o con dei Muselmänner. Dal punto di vista politico, la cosa mi sembrò giustificabile; ma se penso che io non ero iscritto al partito e in più non ero neppure tanto robusto…

Lettera 183.

È sulla scia di queste considerazioni che oggi è possibile inquadrare con maggiore precisione il saggio La Resistenza nei Lager, scritto in occasione delle celebrazioni del ventennale delle attività dei partigiani interni alla STIPEL, e pubblicato nell’aprile del 1965 nel volume Il telefono nella resistenza:

Anche nei campi della morte la struttura interna voluta dai tedeschi, e fondata sulla corruzione e sulla collaborazione di funzionari-prigionieri «scelti», divenne paradossalmente veicolo e matrice di resistenza. Frammisti agli oppressi, e ai molti docili e abietti strumenti di oppressione, uomini di sovrumano coraggio agirono nell’ombra: riuscirono talora a intralciare ed inceppare la macchina di morte tedesca, riuscirono principalmente a salvare nei Lager la dignità umana. Accumularono e nascosero materiale documentario, talvolta perfino fotografie scattate con estrema audacia sotto gli occhi delle SS, diari, liste di nomi, copie di documenti di archivio, che avrebbero dovuto servire (come in effetti servirono) a trasmettere alla posterità una immagine autentica del mondo concentrazionario.

OC II, p. 1340.
Lettera al direttore di Giuliana Tedeschi, Primo Levi e Leonardo De Benedetti a pagina 3 de «La Stampa» del 19 ottobre 1965. I tre reduci rettificano un’affermazione contenuta nel servizio di Gaetano Tumiati sulla visita del presidente Saragat ad Auschwitz di pochi giorni prima: «I nazisti, al momento della fuga, fecero saltare queste loro macabre installazioni [i forni crematori, N.d.A] nel disperato tentativo di distruggere ogni prova a loro carico» (G. Tumiati, Un Lager di 170 ettari, in «La Stampa», 16 ottobre 1965, p. 1).

Tra la conferenza romana del marzo 1960 e il saggio del 1979, Levi aveva avuto modo di arricchire ulteriormente la sua riflessione sulla resistenza nei Lager in modo cruciale, grazie al confronto critico con Hermann Langbein, che, come è noto (Mengoni 2021, pp. 134-143), nel suo Uomini ad Auschwitz del 1972 contesta all’autore di Se questo è un uomo la limitatezza e parzialità delle sue opinioni sui triangoli rossi:

Primo Levi non fa distinzioni quando scrive che i pezzi grossi politici – e cita tedeschi, polacchi e russi – facevano a gara con i criminali comuni in quanto a brutalità […]. Levi nel 1944 a Monowitz non ha evidentemente conosciuto quei funzionari con il triangolo rosso che, in silenzio, utilizzavano la loro posizione a vantaggio della comunità; essi non erano pochi, come testimoniano coloro che avevano la possibilità di scrutare all’interno della gerarchia degli internati in questo Lager.

Langbein 1984, p. 1961.

Besserman e Langbein sono figure che, in modo diverso ma complementare, provocano in Levi un ripensamento: in particolare, fanno scricchiolare l’idea che l’esperienza dei prigionieri politici possa essere sussunta sotto la categoria del «contagio del male». Attraverso questi scambi di memorie, Levi acquisisce un punto di vista più ampio sulle dinamiche di potere del campo di concentramento che, oltre a rafforzare il rigore analitico della sua testimonianza, gli consente di affermare, anche contro se stesso, un punto fermo che nessuna aberrazione individuale può scalfire: davanti all’oppressione totalitaria, collaborare per resistere è una forma di lotta e non di complicità.

Resistenza, sopravvivenza e vergogna

L’effetto del duo Besserman-Langbein tornerà a essere determinate nel corso della corrispondenza incrociata con Joachim Meinert e Fred Wander nei primi anni Ottanta. Quando si presenterà l’occasione di pubblicare Ist das ein Mensch? nella Germania orientale, saranno proprio i giudizi sui prigionieri politici a costituire uno dei punti di caduta che porteranno al rifiuto da parte degli organi di censura (cfr. l’approfondimento “Se questo è un uomo” e “La tregua” nella DDR. Un tentativo di ricostruzione).

Come emerge dai due carteggi, Levi sarebbe stato disposto a «cancellare» i passaggi sui triangoli rossi che Wander, d’intesa con Meinert, gli aveva non troppo velatamente segnalato come inopportuni rispetto al contesto ideologico della DDR (cfr. lettera 201). E ciò non solo e non tanto perché desideroso di vedere pubblicato il suo libro nell’altra Germania, ma anche in virtù dell’allargamento di prospettiva maturato nei decenni precedenti. Come scrive a Fred Wander il 14 febbraio del 1981:

Sta bene per la cancellatura («die Politischen inbegriffen») che Lei propone. A distanza di tanti anni mi riesce oggi impossibile ricostruire a quale fatto concreto si riferisse quella mia frase, che del resto mi era già stata cortesemente contestata da Hermann Langbein nel suo libro Menschen in Auschwitz. Come Lei sa bene, alcuni portatori del triangolo rosso erano «politici» solo di nome, c’erano fra loro dei tedeschi nazionalisti, o addirittura dei Nazi dissidenti, e può essere stato il loro comportamento a influenzarmi. Ho scritto quel libro subito, nel 1945-1946, solo sulla base dei miei ricordi personali, e senza conoscere niente dei retroscena del Lager: a questa mia ignoranza accenno in Atempause, scritto molti anni dopo, nell’episodio di Thylle, nelle prime pagine. Si tratta dunque senza dubbio di un giudizio “pauschal”, come dice Lei, che è giusto rettificare

Lettera 202.

A opporsi in maniera decisiva al progetto editoriale sarà proprio il Comitato di Combattenti Antifascisti (KdAW), quest’ultimo depositario di un canone resistenziale eroistico che non tollera sfumature. Agli occhi del presidente Otto Funke, le parole di Levi sui prigionieri politici costituiscono infatti «un’accusa mostruosa, che nega e smentisce la lotta antifascista eroica condotta da illustri prigionieri politici di molte nazioni contro il terrore di sterminio delle SS» (“Se questo è un uomo” e “La tregua” nella DDR. Un tentativo di ricostruzione). Nell’ultima lettera che Levi invierà al redattore dell’Aufbau Joachim Meinert, che con dispiacere e imbarazzo gli aveva comunicato il fallimento dell’iniziativa, Besserman si conferma ancora una volta una figura chiave nello sviluppo delle sue posizioni sui triangoli rossi.

Mi rendo conto benissimo delle ragioni profonde del rifiuto: del resto, è osservazione già fatta più volte che ciascuno di noi ex-deportati (o del resto, ciascun «ex» in generale) ha vissuto la propria esperienza in proprio, in modo unico, suo personale, non generalizzabile, non intercambiabile; ed è questo il motivo per cui sentiamo intensamente la necessità del «non dimenticare», ma ci danno un certo disagio le celebrazioni. Durante l’anno del mio soggiorno a Buna-Auschwitz, ho assistito soltanto a due episodi collegati alla Resistenza interna del Lager, e ne ho compreso il senso solo molti anni dopo, quando un «eingeweihter» me li ha spiegati.

Lettera 226.
Dattiloscritto della lettera 226 a Joachim Meinert dell’8 marzo 1985.
Fonte Arcivhio Privato Primo Levi

Riflettere sulla resistenza nei Lager includendo il punto di vista interno dei suoi protagonisti ha permesso a Levi di mettere maggiormente a fuoco le varie gradazioni della vergogna. Nell’omino capitolo dei Sommersi e i salvati – dove, come si è visto, l’incontro con Besserman viene mezionato ancora, un’ultima volta –, uno dei nodi più delicati e scottanti è appunto la difficoltà per il reduce di venire a patti con il ricordo della propria e altrui remissività. Un senso di «colpa» che, per contrasto, tende ad aggravarsi «davanti ai pochi, lucidi esempi di chi di resistere aveva avuto la forza e la possibilità»:

È un pensiero che allora ci aveva appena sfiorati, ma che è ritornato «dopo»: anche tu forse avresti potuto, certo avresti dovuto; ed è un giudizio che il reduce vede, o crede di vedere, negli occhi di coloro (specialmente dei giovani) che ascoltano i suoi racconti, e giudicano con il facile senno del poi; o che magari si sente spietatamente rivolgere. Consapevolmente o no, si sente imputato e giudicato, spinto a giustificarsi ed a difendersi.

OC II, p. 1192.

E se la gestione politica delle liste dei deportati destinati al gas rimane un «terrificante potere» che difficilmente può sfuggire alla presa inchiodante della vergogna – «forse [il prigioniero politico] ne proverà un’altra» (OC II, p. 1190) –, la Resistenza nei Lager non può però essere compresa se non alla luce della necessità storica e politica in cui si ritrovarono ad agire i suoi protagonisti. La vergogna è appunto un sentimento del «dopo», che emerge tra le pieghe di una libertà riacqustata a caro prezzo attraverso la propria sopravvivenza:

Era il codice morale «civile» che risorgeva, quello stesso per cui a me uomo oggi libero appare raggelante la condanna a morte del Kapo picchiatore, decisa e compiuta senza appello in silenzio, con un colpo di gomma per cancellare. È giustificata o no la vergogna del poi? Non sono riuscito a stabilirlo allora, e neppure oggi ci riesco, ma la vergogna c’era e c’è, concreta, pesante, perenne.

OC II, p. 1194.

Riferimenti e bibliografia

Sull’ondata antisemita del 1959-60 in Germania e in Italia:

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  • W. Bergmann, Antisemitismus als politisches Ereignis. Die antisemitische Schmierwelle im Winter 1959/1960, in Antisemitismus in cler politischen Kultur nach 1945, a cura di W. Bergmann e R. Erd, Westdeutscher Verlag, Opladen 1990, pp. 253-275.
  • C. Bo, Che cosa può fare uno scrittore, in «La Stampa», 30 gennaio 1960, p. 3.
  • H. Camarade, Le passé national-socialiste dans la société ouest-allemande entre 1958 et 1968: Modalitésd’un changement de paradigme mémoriel, in «Vingtième Siècle. Revue d’histoire», n. 110, 2011, pp. 83-95.
  • A. Galante Garrone, Ricordare e agire, in «La Stampa», 6 gennaio 1960, p. 1.
  • J. Loeffler, Rooted Cosmopolitans: Jews and Human Rights in the Twentieth Century, Yale University Press, New Haven-London 2018, pp. 230-260.
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  • T. Rid, Active Measures: The secret History of Disinformation and Political Warfare, Farrar, Straus and Giroux, New York 2020, cap. 9.
  • G. D. Rosenfeld, The Fourth Reich: The Specter of Nazism from World War II to the Present, Cambridge University Press, Cambrdige 2019, pp. 170-173.
  • A. Tarquini, La sinistra italiana e gli ebrei. Socialismo, sionismo e antisemitismo 1892-1992, il Mulino, Bologna 2019, pp. 149-51.
  • Weißbuch und Erklärung der Bundesregierung: Die antisemitischen und nazistischen Vorfälle, Bonn 1960.

Una galleria d’immagini delle svastiche di Colonia del 1959 è disponibile sul sito del settimanale Der Spiegel: https://www.spiegel.de/geschichte/hakenkreuz-antisemitismus-in-der-nachkriegszeit-a-1006236.html.

Levi ha tradotto parte del capitolo conclusivo di Der SS Staat di Eugen Kogon nell’appendice all’edizione scolastica di Se questo è un uomo del 1976 (OC I, pp. 285-6). Il libro di Kogon è menzionato anche nel carteggio con Stefan Bauer, corrispondente da Dieburg negli anni Ottanta.

I documenti relativi alla Conferenza Internazionale contro l’antisemitismo di Roma sono oggi conservati presso l’Arichvio ANPPIA di Roma, Serie 11, Fascicolo 1. “Conferenza internazionale contro l’antisemitismo”, Roma 5-6 marzo 1960. Si ringrazia in particolare il dott. Fabio Ecca per il supporto archivistico e la supervisione nello spoglio della rivista «L’Antifascista».

I contenuti degli interventi tenuti durante la Conferenza Internazionale contro l’antisemitismo sono riportati su «l’Unità» del 6 e del 7 marzo 1960, rispettivamente alle pp. 2 e 7.

Le vite di Alfred Besserman e Jospeh Sivadjian sono state ricostruite in S. Luzzatto, Primo Levi e i suoi compagni. Tra storia e letteratura, Donzelli, Roma 2024, pp. 100-7. Sempre in queste pagine, Luzzatto ha ipotizzato che l’occasione dell’incontro tra Levi e Besserman potesse essere la Conferenza Internazionale contro l’Antisemitismo del 1960. Seguendo questa pista, la conferma documentale della presenza di Primo Levi all’evento è emersa dalla consultazione dell’Archivio ANPPIA condatta nell’ambito delle ricerche del progetto LeviNet.

Ulteriori informazioni biografiche su Alfred Besserman sono tratte da:

il Kapo Bogdan di Ad Auschwitz un comitato segreto di difesa è nominato nell’elenco dei membri del Kommando 98 che Levi invia a Jean Samuel il 31 luglio 1961: «BOGDAN, un altro Vorarbeiter, polacco, un’emerita carogna. Aveva nascosto UN PROSCIUTTO nella Bude(?)». Cfr. J. Samuel e J. Dreyfus, Mi chiamava Pikolo, Frassinelli, Milano 2008, p. 154.

Levi ha parlato delle rivelazioni di Besserman anche nell’intervista del 27 gennaio 1983 con Anna Bravo e Federico Cereja (ora in OC III, pp. 928-960). «Sono cose che non so commentare», spiega, «penso che in qualche modo fossero giustificate, nel senso che solo loro potevano tenere in piedi, solo il PC, il partito comunista tedesco com’era allora, tutti i partiti comunisti come erano allora, cioè monolitici, potevano avere questa forza. E quindi credo che dovesse esserepure ammesso questo fatto, che potesse essere condannato a morte uno qualunque per salvare uno di loro. Non mi sembra piú… non mi sembra una cosa cosí… cosí mostruosa».

Ulteriori volumi e documenti citati:

  • T. W. Adorno, Introduction to the Lecture “The Meaning of Working Through the Past” (1962), in Id., Critical Models Interventions and Catchwords, Columbia University Press, New York 2005, pp. 307-308.
  • T. W. Adorno, Che cosa significa elaborazione del passato, in Id., Contro l’antisemitismo, manifestolibri, Roma 2007, pp. 21-36.
  • R. Antelme, La specie umana, a cura di D. Scarpa, Einaudi, Torino 2025.
  • H. Arendt, L’umanità in tempi bui, Raffaello Cortina, Milano 2020. Il passo citato alle pp. 39-40 fu ripreso dal ministro dell’Interno della RFT Gerhard Schröder nell’informativa al Bundestag del 18 febbraio 1960 sull’ondata antisemita: «credo, signore e signori, che questi siano pensieri che meritano una seria riflessione» (https://dserver.bundestag.de/btp/03/03103.pdf) . Karl Jasper ne diede notizia ad Arendt in una lettera del 5 marzo 1960, cfr. H. Arendt e K. Jaspers, Correspondence 1926-1969, a cura di L. Kohler e H. Saner, Harvest, New York 1992, pp. 256-7.
  • M. Consonni, L’eclisse dell’antifascismo. Resistenza, questione ebraica e cultura politica in Italia dal 1943 al 1989, Laterza, Roma-Bari 2015.
  • R. Gordon, Scolpitelo nei cuori. L’olocausto nella cultura italiana (1944-2010), Bollati Boringhieri, Torino 2013, cap. 5.
  • H. Langbein, Uomini ad Auschwitzi, Mursia, Milano 1984.
  • J. Steinberg (video-intervista e trascrizione) in Mémoires de la Shoah, 2006: https://entretiens.ina.fr/entretien/107/jean-louis-steinberg/video/1.
  • A. Lee, Les français de Mauthausen: Par-delà la foule de leurs noms, Tallandier, Paris 2021.
  • P. Levi, Il carteggio con Heinz Riedt, a cura di M. Mengoni, Einaudi, Torino 2024.
  • M. Mengoni, I sommersi e i salvati di Primo Levi. Storia di un libro (Francoforte 1959-Torino 1986), Quodliber, Macerata 2021.
  • C. Panizza, Primo Levi e il mondo GL, in Primo Levi al plurale, a cura di D. Scarpa, Zamorani, Torino 2021, pp. 31-47.

Ringraziamo infine gli archivisti dell’Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti, degli Arolsen Archives, dell’Institut Pasteur e del Mémorial de la Shoah per il supporto nel riperimento di informazioni, documenti e immagini.

Bibliografia

DOI:

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