“Se questo è un uomo” e “La tregua” nella DDR. Un tentativo di ricostruzione

di Martina Mengoni, Carmen Mitidieri e Camilla Veneziani

Questo è un approfondimento più lungo degli altri, perché ricostruisce una storia intricata attraverso fonti e documenti differenti, incrociati qui per la prima volta. Per questo motivo è firmato da tre persone, che in questi mesi hanno dialogato e fatto ricerche sulla vicenda. Lo pubblichiamo qui perché costituisce un’integrazione importante per chi voglia seguire la corrispondenza tra Primo Levi, Joachim Meinert e Fred Wander, una piccola rete epistolare al di là del Muro.  

Una premessa

Prima pagina dell’anteprima di Ist das ein Mensch? sul numero 1 del 1961 della rivista «Sinn und Form»

 Se questo è un uomo sbarca nella DDR nella primavera del 1961; prima ancora che in Bundesrepublik. Non arriva il libro nella sua interezza, e va detto anzi subito che quello non arriverà mai. Ma i lettori della Germania est – almeno quelli delle riviste culturali – possono scoprire, per primi la poesia introduttiva, Shemà, e il capitolo «Ka-Be», che escono sulla rivista bimestrale dell’Akademie der Künste, «Sinn und Form» nel numero di giugno. È Heinz Riedt, che già da un anno ha finito di tradurre in tedesco il libro per la Fischer di Francoforte, ad essersi procurato l’anteprima: a quest’altezza, pur lavorando già per editori dell’ovest, vive ancora a Berlino est, da cui fuggirà nei giorni della costruzione del muro. Ist das ein Mensch? è pronto nel maggio 1960, ma uscirà in Bundesrepublik solo nel novembre 1961.  Il 15 ottobre 1960 Riedt scrive a Levi di aver preso contatti con quella che definisce, non a torto, «l’unica rivista culturale di livello qui in Germania orientale» (Levi 2024, p. 79). Non sappiamo perché, tra tutti i capitoli di Se questo è un uomo, la scelta sia ricaduta sul racconto dell’infermeria della Buna e non, come sarebbe sembrato più logico, sul primo capitolo. Levi riceve la copia della rivista nella seconda settimana di maggio del 1961.Dopo Ist das ein Mensch?, nella Germania occidentale escono anche La tregua, nel 1964, con la traduzione di Barbara e Robert Picht, e Storie naturali, nel 1968, questa volta di nuovo tradotte da Heinz Riedt ma per i tipi di Wegner. Un anno dopo, nel 1970, uno dei racconti fantastici di questa raccolta, L’ordine a buon mercato (in tedesco Die wohlfeile Ordnung) fa la sua comparsa in DDR, in un’antologia di narratori italiani intitolata Erkundungen. 27 italienische Erzähler, (“Ricognizioni. 27 racconti italiani”) edita da Volk und Welt a cura di Thea Mayer che raccoglie testi di ventisette autori italiani, tra cui Calvino, Pavese e Pasolini (cfr. la biografia di Joachim Meinert).

Nel 1972 Storie naturali arriva anche in Germania est, edita da Reclam con lo stesso titolo dell’edizione Wegner, ovvero Die Verdopplung einer schönen Dame (titolo che all’epoca non aveva incontrato il favore di Levi, cfr Levi 2024, p. ); il libro è mutilato di tre racconti (Censura in BitiniaLa bella addormentata nel frigo e La misura della bellezza), con l’aggiunta di altri tre che provengono da Vizio di forma, seconda raccolta di fantascienza uscita nel frattempo in Italia.  

Il secondo libro di Levi che esce in DDR è Das periodische System, che appare in forma integrale per i tipi di Aufbau nel 1979 (cfr la Scheda relativa): è la prima iniziativa concreta di Joachim Meinert, redattore dell’Aufbau, nei confronti dell’opera di Levi, da cui prende slancio anche il suo carteggio con lo scrittore; ed è il motivo per cui, subito l’anno dopo, Meinert decide di proporre al suo editore anche la pubblicazione, finalmente integrale, di Se questo è un uomo. L’operazione, come anticipato, non andrà a buon fine, e Meinert stesso ha ripercorso questa vicenda in un articolo pubblicato nel 2000 su «Sinn und Form», intitolato significativamente Geschichte eines Verbots (“Storia di un divieto”), corredato da una buona parte della documentazione sulla vicenda. Quella che proponiamo qui è una ricostruzione della storia a partire dall’incrocio di questi documenti con i materiali contenuti nel portale Argus dei Bundesarchiv (in parte coincidenti con i Gutachten e i rapporti pubblicati da Meinert) e con i carteggi tra Levi, Meinert e Wander, nel tentativo di adottare una prospettiva differente da quella dei singoli protagonisti della storia.   

Il primo rapporto sul libro: Joachim Meinert su Ist das ein Mensch?

Nel suo articolo del 2000, Meinert trascrive quello che sembra il primo parere redatto in DDR sul libro di Levi: il suo. Lo data 6 febbraio 1980, e si può ipotizzare, anche se non è esplicitato nel testo, che si tratti di una trascrizione integrale (Meinert 2000, pp. 155-156). Si tratta probabilmente del parere del redattore interno che ogni casa editrice doveva preparare prima di richiedere i Gutachten esterni; il testo non compare tra i documenti dei Bundesarchiv, ma è possibile che sia stato restituito una volta riconsegnata la pratica. 

Copertina e dorso di Kindheitsmuster di Christa Wolf, Aufbau 1976.

I punti salienti del Gutachten di Meinert sono due, in apparente contraddizione tra di loro: prima di tutto emerge, come elemento di grande valore, l’antieroismo che attraversa libro, e il fatto che l’autore si concentri sulle «terribili conseguenze del fascismo sul singolo essere umano» e sulla «lotta incessante e accanita» dei prigionieri per mantenere l’umanità in Lager. In questo senso, Meinert usa come termini di paragone Kindheitsmuster (Trama d’infanzia) di Christa Wolf e Jakob der Lügner (“Jakob il bugiardo”) di Jurek Becker. Non sono esempi da poco: Trama d’infanzia, uscito per Aufbau nel 1976,è la storia di una donna che era bambina durante il nazismo e che alla fine della guerra viene espulsa dai territori diventati polacchi a seguito del trattato di Potsdam; un tema che fino all’uscita di questo romanzo era stato tabù nella DDR (Ther 1998, Darnton 2017). Jakob der Lügner, storia di un sopravvissuto al ghetto di Łódź pensata inizialmente come film, era uscito per la Aufbau nel 1969 e l’anno dopo all’Ovest per Suhrkamp, ottenendo un enorme successo; finalmente, nel 1974, era uscita la pellicola omonima, la prima nella storia della Repubblica Democratica a essere candidato all’Oscar come miglior film straniero. Sia Christa Wolf sia Jurek Becker erano stati tra gli scrittori che avevano protestato, proprio nel 1976, per l’espulsione dalla DDR del musicista Wolf Biermann; Becker era espatriato ad Ovest l’anno dopo. 

I termini di paragone scelti da Meinert potrebbero anche sembrare non proprio azzeccati, se non controintuitivi, perché riferiti ad autori non certo allineati; d’altro canto, la scelta di Meinert può anche avere invece molto senso: due autori Aufbau di gran fama, il successo dei cui libri era dovuto anche alla scelta di incentrare il racconto sugli effetti psicologici del regime totalitario. Una scelta, dunque, di segno opposto al realismo socialista, che era stato la bandiera letteraria della Repubblica Democratica almeno nei suoi due primi decenni di vita. Alla stregua di quelli di Wolf e Becker, il libro di Levi non si configurava come una letteratura su Auschwitz che esaltava l’eroismo dei resistenti nei campi, ma piuttosto come una riflessione sul singolo stretto nella morsa senza scampo del regime hitleriano.    

Come secondo aspetto di analisi, Meinert individua due passaggi problematici del libro, quelli in cui Levi menziona i prigionieri politici di Auschwitz. Uno è famoso, e si trova nel capitolo «I fatti dell’estate». L’Armata Rossa è in avvicinamento, i bombardamenti alleati si intensificano e Levi sospende la narrazione per costruire un giudizio non proprio lusinghiero sui tedeschi (i Reichsdeutsche, i cittadini del Reich) che si trovavano nel campo come prigionieri: 

Anche i Reichsdeutsche del Lager, politici compresi, nell’ora del pericolo risentirono il legame del sangue e del suolo. Il fatto nuovo riportò l’intrico degli odii delle incomprensioni ai suoi termini elementari, e ridivise i due campi: i politici, insieme con i triangoli verdi e le SS vedevano, o credevano di vedere, in ognuno dei nostri visi, lo scherno della rivincita e la trista gioia della vendetta. Essi trovarono concordia in questo, e la loro ferocia raddoppiò. Nessun tedesco poteva ormai dimenticare che noi eravamo dall’altra parte: dalla parte dei terribili seminatori che solcavano il cielo tedesco da padroni…

Se questo è un uomo, OC I, pp. 231-32.

A suo tempo, questo passaggio aveva già fatto sussultare due amici di Primo Levi: il traduttore Heinz Riedt e lo storico ed ex deportato austriaco Hermann Langbein. Il primo gliene scrisse fin da subito, già il 20 novembre 1959, nei mesi della traduzione in tedesco del libro: «“il legame del sangue e del suolo”; Lei ha utilizzato apposta questo odiato slogan nazista?» (Levi 2024, p. 19); da notare che anche Riedt in quel momento scriveva dalla DDR, più precisamente da Berlino est. Levi gli aveva risposto solo una settimana dopo con un commento che al contempo rivendicava e metteva in discussione la sua posizione sul tema:

certamente! Qui il discorso sarebbe molto lungo: nessuno mi ha ancora saputo spiegare come mai in Auschwitz i “triangoli rossi”, in gran maggioranza si siano comportati piuttosto male, al contrario di quanto avvenne ad esempio a Buchenwald. Ma può anche essere che questo mio giudizio sia falso, e fondato sui pochi casi di mia diretta conoscenza. A quel tempo non ero un giudice molto obiettivo.

Levi 2024, p. 22

Nel suo Gutachten, Meinert segnala l’errore «di generalizzazione» di Levi, a suo avviso reso palese da testimonianze come quella di Bruno Apitz, «che tuttavia era internato a Buchenwald, dove esisteva una forte organizzazione dei prigionieri politici» (Meinert 2000, p. 156), come a dire che Levi tutto sommato non poteva sapere. A detta di Meinert, la valutazione frettolosa di quel passo di Levi è attenuata da un altro punto del libro, questa volta tratto dal capitolo «I sommersi e i salvati»:

È più difficile spiegarsi come in Auschwitz i prominenti politici tedeschi, polacchi e russi, rivaleggiassero in brutalità con i rei comuni. Ma è noto che in Germania la qualifica di reato politico si applicava anche ad atti quali il traffico clandestino, i rapporti illeciti con ebree, i furti a danno di funzionari del Partito. I politici «veri» vivevano e morivano in altri campi, dal nome ormai tristemente famoso, in condizioni notoriamente durissime, ma sotto molti aspetti diverse da quelle qui descritte.

Se questo è un uomo, OC I, p. 219

Nel 1972, in Menschen in Auschwitz, Langbein aveva contestato entrambi i passaggi di Levi: «In occasione del primo bombardamento sugli stabilimenti di Buna, avvenuto nell’estate del 1944, Primo Levi aveva sarcasticamente annotato, e generalizzando sicuramente a torto, che anche i tedeschi del Reich (internati) in Lager, inclusi i prigionieri politici, nell’ora del pericolo sentivano «il legame con il sangue e con la terra» (Langbein 2019 [1984], p. 161). E ancora: «Anche Primo Levi non fa distinzioni quando scrive che i pezzi grossi politici – e cita tedeschi, polacchi e russi – facevano a gara con i criminali comuni in quanto a brutalità. […] Levi nel 1944 a Monowitz non ha evidentemente conosciuto quei funzionari con il triangolo rosso che, in silenzio, utilizzavano la loro posizione a vantaggio della comunità; essi non erano pochi» (Langbein 2019 [1984], p. 161). Secondo Langbein, membro attivo della Resistenza ad Auschwitz, Levi non aveva conosciuto né capito le attività clandestine dei prigionieri politici di Auschwitz, e dunque nel libro erano presenti valutazioni che mettevano insieme tutti i prigionieri tedeschi (nel primo brano) e tutti i «Prominenti» (nel secondo).

Levi, che del libro di Langbein era stato fin da subito entusiasta (Lettera 27 e seguenti), aveva accolto questi rilievi con favore, e li commenterà nella prefazione che scriverà per l’edizione italiana del libro, nel 1984:

Questo libro è una vasta antologia di casi umani complessi, ed è fitto di inviti (uno, giustificato, è rivolto anche a me) a rifiutare le facili generalizzazioni: ad Auschwitz, non tutti i «criminali» contrassegnati col triangolo verde si sono comportati da criminali; non tutti i «politici» si sono comportati da prigionieri politici e non tutti i tedeschi hanno sperato nella vittoria tedesca.

Prefazione a Uomini ad Auschwitz, OC II, p. 1569

Complessivamente, i passaggi su cui si sofferma Meinert sembrano essere quelli non solo problematici ideologicamente, ma anche storicamente meno accurati, e in cui oltretutto il pregiudizio (o giudizio) antitedesco di Levi fa più impressione a chi tedesco lo è, specialmente se è un tedesco che vive in Germania est, dove la storia della resistenza nei campi è ben conosciuta ed è bandiera nazionale; o a chi, come Hermann Langbein, di quella storia è stato protagonista. In ogni caso, già nel suo parere interno, sembra che la strategia di Meinert sia quella di portare subito all’attenzione i possibili problemi del libro per poi depotenziarli: come redattore, propone infatti che l’edizione Aufbau di Ist das ein Mensch? sia accompagnata da un commento che precisi e corregga le affermazioni potenzialmente inaccettabili e inesatte, e suggerisce che l’ideale sarebbe affidare il compito a «qualcuno che, come Levi, sia sopravvissuto al campo di concentramento e possa contrapporre alla sua convinzione soggettiva un’altra esperienza vissuta, senza cadere nel tono pedantesco del maestro» (Meinert 2000, p. 156).

Francobollo della DDR del 1986.

La persona che Meinert aveva in mente era, già a quest’altezza, Fred Wander, con il quale si era scambiato lettere già dieci giorni prima della stesura di questo parere. Ebreo austriaco, sopravvissuto ad Auschwitz e scrittore stanziato e riconosciuto nella DDR, era un candidato perfetto per il compito. Certo, anche lui aveva avuto più di un problema per la sua pubblicazione del Settimo pozzo (cfr. la Biografia di Fred Wander), dalla quale era però già passato un decennio.

Wander legge Se questo è un uomo e La tregua e ne è entusiasta. Nel settembre del 1980 redige un suo parere per la Aufbau: nemmeno questo è conservato nei Bundesarchiv, ma è possibile leggerlo nel lungo apparato di documenti che Meinert acclude al suo articolo del 2000.

Il giudizio di Fred Wander, ex deportato 

Il parere di Fred Wander è diviso in due parti, una molto lunga su Se questo è un uomo, e un’altra, più sbrigativa, sulla Tregua. Nel frattempo infatti Aufbau ha deciso di programmare la pubblicazione di entrambi i libri. Nel complesso è un parere molto accorato ed enfatico, in cui lo scrittore dipinge Se questo è un uomo come uno dei libri decisivi su Auschwitz, scritto da una prospettiva inedita:

Primo Levi descrive la deportazione e i primi giorni della vita nel campo con grande intensità e autenticità. Non si tratta soltanto di una testimonianza o di un atto di liberazione interiore, ma di una minuziosa ricostruzione che, per accuratezza, precisione, sincerità e profonda umanità, si distingue nettamente da molti altri resoconti dello stesso genere. Un riassunto del contenuto mi sembra superfluo, poiché i fatti sono ormai universalmente noti. Nuova mi appare invece la prospettiva personale di un autore proveniente dall’area mediterranea, capace di conferire alla testimonianza una qualità del tutto particolare.

Gutachten di Fred Wander, Meinert 2000, pp. 168-169
Copertina del settimanale Der Spiegel del 28 gennaio 1979. La serie TV Holocaust era stata trasmessa nella Repubblica Federale la settimana precedente. Fonte Der Spiegel.

Questo primo giudizio segue una citazione che apre il testo: l’inizio della prefazione all’edizione «Per mia fortuna…», un attacco che è ormai memorabile per il pubblico italiano ma che i tedeschi avevano potuto apprezzare solo in parte. Sia nell’edizione 1961 che in quella 1979, di questo testo compare una versione tagliata in un controfrontespizio, mentre l’edizione Hanser (che comprende Ist das ein Mensch? e Atempause) del 1989 la espungerà del tutto. Wander riporta il brano senza commento, perché ci tornerà poi alla fine del parere. Nel frattempo, continua l’elogio dell’opera di Levi: Ist das ein Mensch? e Atempause sonolibri «freschi», che non danno «l’impressione di essere invecchiati», «di straordinaria attualità», «nel senso che il confronto con il passato tedesco, ne sono profondamente convinto, è entrato in una nuova fase e che non possiamo fare a meno di cercare libri di questo genere, capaci di offrire una base per un nuovo dibattito, non soltanto nello spazio linguistico tedesco, ma in tutto il mondo» (p. 169). A questo punto, forse per sostanziare una sua personale conoscenza del «nuovo dibattito» «nello spazio linguistico tedesco», Wander inserisce un riferimento a Holocaust, la miniserie americana con Meryl Streep che nel gennaio 1979 era andata in onda in Germania ovest, e tra maggio e giugno era stata trasmessa anche in Italia (cfr. la Scheda relativa). In DDR non era ovviamente arrivata, ma di sicuro vi era giunta l’eco che la serie aveva suscitato nella Bundesrepublik, il cui esito più noto era stato il saggio di Gunther Anders Nach «Holocaust» 1979. In generale, la scelta di menzionare questo sceneggiato stupisce un po’: anche in occidente, la miniserie era stata criticata da intellettuali e ex reduci (e in parte da Levi stesso, cfr. la relativa Scheda) che contestavano un’eccessiva americanizzazione e spettacolarizzazione dei fatti Auschwitz. Wander, dunque, evoca sì Holocaust a conferma di una presa di consapevolezza mondiale sul tema dello sterminio degli ebrei, ma lo fa con lo scopo di far pubblicare in un paese oltre la cortina di ferro un libro già tradotto in molti paesi del blocco occidentale. A sostegno di questo punto di vista porta una citazione dal drammaturgo Rolf Hochhuth, noto per aver messo in scena nel 1963-65 Il vicario, un’opera in cui denunciava la connivenza e l’ignavia di papa Pio XII nei confronti del nazismo e dello sterminio degli ebrei, cui era seguito in Germania ovest un enorme dibattito (in Italia l’opera era stata censurata dal Ministero degli Interni). La citazione sembra presa da un’intervista o da una dichiarazione pubblica, ma il punto è la generalizzazione sull’«aprire gli occhi» ai tedeschi (non tedeschi dell’ovest o dell’est, ma solo tedeschi): «Si tratta probabilmente, innanzitutto, di aprire gli occhi al mondo e anche ai “tedeschi” su ciò che è realmente accaduto. Io sostengo che, fino a oggi, nessuno lo ha veramente compreso, nemmeno noi, le “vittime”!» (pp. 169-170). Sono passaggi che, come vedremo, avranno un effetto controproducente sul destino di Ist das ein Mensch?

Nel proseguire la sua analisi, Wander prende in considerazione altri due passaggi di Se questo è un uomo: uno è famoso finale del capitolo «Ottobre 1944», quello sull’insensatezza della preghiera di Kuhn, in cui risalta l’ateismo antimetafisico di Levi; l’altro il finale del capitolo «Sul fondo»:

Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo […] se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero.

Se questo è un uomo, OC I, p. 153
Lo scrittore Bruno Apitz nel 1967. Fonte Wikimedia Commons.

Wander lo definisce «una profezia che si è avverata», ancora una volta puntando il dito contro una incapacità «tedesca» (senza distinzioni tra la DDR e la Bundesrepublik) di fare i conti con il passato nazista. Infine, lo scrittore austriaco torna sulla prefazione del libro, per mostrare, in questo caso, gli errori di Levi, che resta comunque «un intellettuale borghese con una formazione umanistica» che mette la dignità umana al centro e prima di tutto; ne consegue, secondo Wander, che «la sua critica occasionale ai “prigionieri politici” e ai “tedeschi del Reich” è certamente aspra e sarcastica, ma non è mai dettata dall’odio» (p. 171). Levi, semplicemente sbaglia, come mostra il passaggio della prefazione in cui sostiene che nel 1944 «il governo tedesco, causa la crescente scarsità di manodopera, aveva stabilito di allungare la vita media dei prigionieri da eliminarsi, concedendo sensibili miglioramenti nel tenor di vita e sospendendo temporaneamente le uccisioni ad arbitrio dei singoli». Wander non verifica l’affermazione, ma «dubita che sia fondata»e chiarisce che non coincide con la sua esperienza e comunque si tratta di una generalizzazione in ogni caso non applicabile alla totalità dei campi. 

La strategia retorica è chiara: un libro imprescindibile, necessario a tutti i tedeschi, al di qua e al di là del Muro, perché anche se i tempi stanno cambiando, l’elaborazione del passato nazista è ancora lungi dall’essere compiuta; e un libro con vari errori dettati da superficialità che non ne inficiano il valore (Wander non risparmia paragoni di un certo livello: «un esempio: gli errori di Sigmund Freud non hanno potuto diminuire il valore complessivo della sua opera!», p. 172). Ed è su questa scia degli errori inevitabili ma non in malafede che Wander arriva a commentare il passaggio cruciale e problematico di Ist das ein Mensch?, quello sui prigionieri politici su cui si era già soffermato Meinert (dopo Riedt e dopo Langbein). E così come aveva fatto Meinert, Wander punta tutto sull’inesperienza di Levi, quella di un uomo «estraneo alla politica», anche lui scegliendo di metterlo in confronto contrastivo con Bruno Apitz, scrittore di punta della DDR sopravvissuto a Buchenwald, autore del best-seller Nackt unter Wölfen (“Nudo tra i lupi”), la storia di un gruppo di prigionieri che nascondono e salvano un ragazzino ebreo:

Evidentemente Primo Levi ebbe pochi contatti con i prigionieri politici; egli stesso scrive infatti che i «veri politici» si trovavano in altri campi e che lì avevano sofferto. Le sue osservazioni sui «politici» o sui «tedeschi del Reich» sono scarse e non sono mai animate dall’odio; sarebbe quindi opportuno considerarle come imprecisioni e occasionali cadute di giudizio di un uomo estraneo alla politica. Io stesso ebbi esperienze positive con i «politici» e il mio resoconto su questo tema potrebbe dunque essere altrettanto soggettivo quanto quello di Primo Levi. Certamente la differenza tra la condizione dei «politici» e quella degli «ebrei» o degli «apolitici» era enorme. Ricordo che Bruno Apitz, nelle sue conferenze, sottolineava spesso questo aspetto e, con grande sincero rammarico, diceva: i pochi quadri politici ancora in vita dovevano essere risparmiati a ogni costo, in vista dei grandi compiti dopo la guerra. Questa era la spiegazione di Bruno Apitz e anche di altri ex prigionieri politici. All’epoca era difficile comprenderlo e senza dubbio Primo Levi non aveva la possibilità di cogliere questi nessi.

Gutachten di Fred Wander, Meinert 2000, pp. 172-73

 Sulla Tregua, il Gutachten di Wander è più evasivo: lo considera un libro bellissimo, paragona alcune scene a Dostoevskij e Šolochov e un commento entusiasta è riservato solo alle prime pagine, ovvero all’arrivo dei soldati russi a cavallo ad Auschwitz, «pagine che considero tra le migliori che abbia mai letto su questo argomento» (p. 173). Il tema della rappresentazione dell’Armata Rossa sarà centrale nei pareri e negli scambi successivi; Wander sa che in questo senso anche la Tregua presenta passaggi a rischio, e non manca di evocarli ma senza renderli espliciti:

Certamente vi sono anche considerazioni unilaterali; bisogna tuttavia ricordare che l’Armata Rossa – il piccolo soldato buono di cuore, impacciato e male organizzato – ha fatto crollare la “perfetta” macchina bellica tedesca! (ibidem)

Quando Wander redige questo parere (datato 9 settembre 1980), non è ancora in contatto con Primo Levi, il quale per il momento sa che, dopo Il sistema periodico Aufbau vuole pubblicare entrambi i suoi libri; è stato Joachim Meinert ad annunciarglielo nel febbraio del 1980 (Lettera 215). Quattro mesi e mezzo dopo, il 27 gennaio del 1981, Meinert scrive a Levi annunciandogli che la pubblicazione di Ist das ein Mensch? è slittata al 1982, ma che Fred Wander (di cui Meinert traccia un profilo) «ha promesso di scriverci un Nachwort e si propone di scriverle in questi giorni per chiederle chiarimenti su alcuni punti» (Lettera 218). Il Nachwort (ovvero una postfazione), che è pubblicato anche in allegato alla Lettera 207, non coincide con questo Gutacthen: è un testo molto più lungo e articolato, e di registro e contenuti differenti. In ogni caso, la prima lettera di Fred Wander a Primo Levi (Lettera 201) arriva una settimana dopo quella di Meinert, il 4 febbraio 1981. Dopo un lungo elogio della Tregua e un breve autoritratto, Wander passa alla richiesta esplicita:

E ora vengo alla questione che mi preme: mi permetto di chiederLe se sarebbe disposto ad apportare, in due o tre punti, piccole modifiche o tagli. Ho davanti a me l’edizione tascabile (Fischer-Bücherei) di Se questo è un uomo, pagina 124, in alto: «Nella Buna imperversavano i civili tedeschi…» ecc. Qui ci interessa unicamente la frase: «Anche i Reichsdeutsche del Lager, politici compresi, nell’ora del pericolo risentirono…». Se posso permettermi, trovo che «politici compresi» sia una formulazione un po’ troppo sommaria. Forse dipende in parte anche dalla traduzione, oppure Lei non intendeva esprimersi in termini così categorici. Lei non è comunista, cosa che non rimprovererei a nessuno; e in nessun’altra delle Sue pagine noto giudizi sommari sui comunisti, sui politici e via dicendo, cosa che non sarebbe nemmeno nel Suo stile. Presumo davvero che si tratti di una piccolissima imprecisione, da cui nessuno è esente. Sarebbe possibile correggerla?

Lettera 201

Come sappiamo dalla sua risposta datata 14 febbraio, Levi accetta il rilievo di Wander e lo comprende; aggiunge che l’amico Langbein gli aveva espresso la stessa perplessità. 

Dettaglio della lettera che Primo Levi scrive a Fred Wander il 14 febbraio 1981. Fonte Archivio Privato Primo Levi.

Fermiamoci a questo punto. Abbiamo due pareri di lettura delle due persone che si mettono, ciascuna per suo conto, in contatto con Levi: uno, Meinert, lavora alla Aufbau e si può dire che sia il pilota di questa iniziativa. L’altro, Wander, è un esterno, un ex deportato ebreo, uno scrittore militante nel Partito comunista austriaco e che gode della stima della SED. Per entrambi, il libro ha in particolare un punto critico, identificato con un passaggio del capitolo «I fatti dell’estate», a p. 124 dell’edizione Fischer 1961; ed è Wander che si incarica di farlo presente. Levi lo capisce, ha già avuto a che fare con questa obiezione in passato, e non ha problemi a espungere il passaggio in questione:

Sta bene per la cancellatura («die Politischen inbegriffen») che Lei propone. A distanza di tanti anni mi riesce oggi impossibile ricostruire a quale fatto concreto si riferisse quella mia frase, che del resto mi era già stata cortesemente contestata da Hermann Langbein nel suo libro Menschen in Auschwitz. Come Lei sa bene, alcuni portatori del triangolo rosso erano «politici» solo di nome, c’erano fra loro dei tedeschi nazionalisti, o addirittura dei Nazi dissidenti, e può essere stato il loro comportamento a influenzarmi. Ho scritto quel libro subito, nel 1945-1946, solo sulla base dei miei ricordi personali, e senza conoscere niente dei retroscena del Lager: a questa mia ignoranza accenno in Atempause, scritto molti anni dopo, nell’episodio di Thylle, nelle prime pagine. Si tratta dunque senza dubbio di un giudizio “pauschal”, come dice Lei, che è giusto rettificare.

Lettera 202

Fin qui tutto bene, dunque. O almeno sembra. 

Parola a un regista: Konrad Wolf sulla Tregua 

Nell’agosto del 1981 Konrad Wolf, regista di punta della Repubblica Democratica nonché direttore della Akademie der Künste, invia una lettera a Fritz-Georg Voigt, direttore della Aufbau: 

Caro compagno dottor Voigt, con un certo ritardo, poiché sono stato all’estero per un periodo piuttosto lungo, vorrei cercare di soddisfare la vostra richiesta di esprimere un parere sul libro di Primo Levi La tregua.

Parere di Konrad Wolf sulla Tregua, Meinert 2000, p. 174

  

Manifesto del film Sonnesucher (1958) di Konrad Wolf

Classe 1925, cresciuto in una famiglia comunista a Stoccarda, poi fuggito in URSS e arruolato nell’Armata Rossa, Wolf aveva lavorato fin dagli anni Cinquanta per la DEFA, Deutsche Film-Aktiengesellschaft, gli studios cinematografici statali della Repubblica federale; il fratello Markus aveva scalato i vertici della STASI. Uno dei suoi primi film, Sonnesucher (1958), ambientato nelle miniere di Uranio di Wismut, era stato approvato dalla SED ma poi censurato dall’URSS e poté uscire solo nel 1972; l’anno dopo questo divieto, Wolf aveva poi firmato la sua prima pellicola di successo, presentata anche a Cannes: Sterne (1959), la storia di un bulgaro che per salvare l’amata Ruth, ebrea, dalla deportazione ad Auschwitz, diventa un membro della resistenza antinazista. Il film, che presentava sì un protagonista eroico, ma in qualche modo riluttante e malinconico, senza patria (e certamente non tedesco), fu apprezzato sia al di qua sia al di là della cortina di ferro (Ward 2021). Wolf aveva continuato su questo filone anche per alcuni film successivi: la rappresentazione del totalitarismo nazista e della deportazione degli ebrei diventeranno alcuni dei suoi temi ricorrenti. Nel 1981, quando scrive questo parere, oltre ad essere stato da poco eletto membro del Comitato Centrale della SED, Wolf era reduce dal successo di Solo Sunny (1978/79), la storia di una ragazza inquieta che si licenzia dal lavoro in fabbrica per seguire il suo sogno di cantante. Un film amaro e malinconico su un sogno individualista e solitario, che era stato un grande successo commerciale e di critica, e che restituiva un’immagine non proprio lusinghiera della vita nella Repubblica Democratica; l’attrice che interpretava la protagonista, Renate Krössner, aveva vinto l’Orso d’argento al Festival di Berlino nel febbraio del 1980. 

Wolf, almeno sulla carta può essere insomma la persona giusta a cui chiedere un parere sulla Tregua: ha grande esperienza sul tema della rappresentazione di quel periodo storico, ed è un’autorità in Germania est, tanto che può permettersi di non essere completamente allineato; ha militato nell’Armata Rossa; ha una sensibilità che raggiunge anche il mondo borghese e occidentale. La richiesta di un parere soltanto sulla Tregua è giustificata anche dal fatto che Wander si è espresso poco sul secondo libro di Levi. 

Il giudizio del registra è nel complesso ottimo, il libro è stato «una delle esperienze di lettura più sorprendenti e straordinarie degli ultimi anni» e si augura «che molte persone nel nostro Paese, ma soprattutto le generazioni più giovani e di mezza età, possano avere questo libro fra le mani»; Levi è riuscito «a raccontare le proprie esperienze con una tale immediatezza, ingenuità e grandezza spirituale» e la lingua del libro è per lui felice e limpida; sa descrivere «con una precisione sorprendente e con una straordinaria freschezza di dettagli». Con questa premessa entusiastica, Wolf si avvicina a toccare il punto critico, il fatto che si tratti di «un racconto volutamente e consapevolmente soggettivo», soprattutto per quanto riguarda gli incontri e le descrizioni dell’esercito sovietico:

Alcuni da noi, ma anche nell’Unione Sovietica, accoglieranno con disapprovazione alcune descrizioni dell’autore. Personalmente non vi scorgo alcuna malignità; piuttosto una certa ingenuità e anche una limitata conoscenza dei contesti e delle cause, cosa che tuttavia non si può assolutamente rimproverare al giovane Primo Levi, ancora sotto l’impressione delle terribili esperienze appena vissute. Egli non poteva che vedere e vivere le cose in quel modo, ed è proprio questo che racconta.

Meinert 2000, p. 175

Tuttavia, ed è questa l’obiezione più forte di Wolf, 

non riesco ad accettare che vengano definiti barbari i giovani soldati sovietici, mentre questo termine dovrebbe essere riservato ai fascisti hitleriani (come invece fa l’autore nella descrizione del giovane soldato di scorta alla fine del libro, naturalmente senza alcuna cattiva intenzione).

Ibidem

Il passo in questione si trova nel capitolo «Da Iasi alla Linea», ed è quello in cui il libro accelera, e racconta il viaggio il treno attraverso Romania, Austria (passando per una Vienna distrutta e desolata) fino appunto alla «linea di demarcazione», ovvero al confine tra est e ovest, il punto in cui il carico del convoglio viene affidato dai Russi agli americani. Levi descrive rapidamente questo passaggio di consegne:  

La linea di demarcazione era dunque vicina: la raggiungemmo a St. Valentin, a pochi chilometri da Linz. Qui fummo fatti scendere, salutammo i giovani barbari della scorta e il macchinista benemerito, e passammo in forza agli americani.

La tregua, OC I, p. 465
Konrad Wolf nel 1970. Fonte Wikimedia Commons.

La traduzione tedesca di Robert Picht conserva i «giovani barbari della scorta» («den jungen Barbaren unserer Eskorte»), anche se va aggiunto che, nella Tregua, il sostantivo «barbaro» e l’aggettivo «barbarico» sono spesso usati (e mantenuti in tedesco) in accezione classico-carducciana, ovvero con la funzione di «straniero», tanto per gli «esemplari umani» che Levi incontra nel suo viaggio quanto per se stesso quando si trova a pronunciare in modi improbabili parole in lingue che non conosce. È altrettanto vero che già in un altro passaggio Levi aveva definito un soldato russo «barbarico»: nel capitolo «Katowice» aveva presentato la descrizione memorabile di una sentinella del campo di raccolta:

La sentinella era un mongolo gigantesco sulla cinquantina, armato di mitra e baionetta, dalle enormi mani nodose, dai grigi baffi spioventi alla Stalin e dagli occhi di fuoco: ma il suo aspetto feroce e barbarico era assolutamente incongruente con le sue innocue mansioni. Non veniva mai avvicendato, e perciò moriva di noia. Il suo comportamento nei confronti di chi entrava e usciva era imprevedibile: a volte pretendeva il «propusk», vale a dire il lasciapassare; altre volte chiedeva solo il nome; altre ancora, un po’ di tabacco, o anche nulla. Certi altri giorni, invece, respingeva ferocemente tutti, ma non trovava nulla da obiettare se li vedeva poi uscire dal buco nel fondo, che pure era visibilissimo. Quando faceva freddo, piantava tranquillamente il suo posto di guardia, si infilava in una delle camerate su cui vedeva fumare bene un camino, buttava il mitra su una branda, accendeva la pipa, e offriva vodka se ne aveva, o se non ne aveva la chiedeva in giro, e bestemmiava sconsolato se non gliene davano.

La treguaOC I, p. 345

La conclusione di Wolf è comunque positiva: «desidero ripeterlo ancora una volta: sono assolutamente favorevole alla pubblicazione. Per il resto condivido pienamente il giudizio di Fred Wander, la cui lettera a Primo Levi considero un eccellente esempio di tatto e solidarietà» (Meinert 2000, p. 175). Da questo passaggio si coglie anche un dato importante: Wolf aveva ricevuto una copia della prima lettera di Wander a Primo Levi, in cui come si ricorderà, tutto l’attacco era dedicato alla Tregua, La lettera funzionerà da base per la sua Postfazione, che però a questa altezza non era ancora ultimata: in una lettera dell’ottobre 1981, Wander scrive a Levi che ci sta lavorando (Lettera 204). 

Wolf acclude al suo testo con un post scriptum in cui, oltre a suggerire di far ricontrollare i termini russi che compaiono nel libro, evoca un altro episodio della Tregua, quello in cui i profughi italiani, nel finale del capitolo «Teatro», dopo aver ricevuto la notizia che sarebbero partiti verso casa, incontrano un «un messaggero celeste», con tanto di «mantello» che recapita viva voce la notizia: è il maresciallo Timoshenko. 

Visto da dietro, l’uomo era un monumentale rettangolo nero di un metro per due, che incedeva con maestosa simmetria alla volta della Casa Rossa, fra due ali di gente perplessa che egli soverchiava di tutto il capo. Come sarebbe passato per la porta, largo com’era? Ma ripiegò all’indietro le due spalline, come due ali, ed entrò.

Questo messaggero celeste, che viaggiava da solo in mezzo al fango su di una utilitaria sgretolata e vetusta, era il maresciallo Timošenko in persona, Semjòn Konstantínovič Timošenko, l’eroe della rivoluzione bolscevica, della Carelia e di Stalingrado. Dopo il ricevimento da parte dei russi locali, che d’altronde fu singolarmente sobrio e non durò che pochi minuti, egli uscí nuovamente dall’edificio e si intrattenne alla buona con noi italiani, simile al rozzo Kutuzov di Guerra e pace, sul prato, in mezzo alle pentole col pesce in cottura e alla biancheria stesa ad asciugare. Parlava correntemente rumeno coi «rumeni» (poiché era, anzi è, originario della Bessarabia), e conosceva perfino un poco di italiano. Il vento umido agitava la sua chioma grigia, che contrastava con la sua complessione sanguigna ed abbronzata di soldato, mangiatore e bevitore; ci disse che sí, era proprio vero: saremmo partiti presto, prestissimo; «guerra finita, tutti a casa»; la scorta era già pronta, i viveri per il viaggio anche, le carte in ordine. Entro pochi giorni il treno ci avrebbe aspettati alla stazione di Staryje Doroghi.

La tregua, OC I, p. 446

Commenta così Konrad Wolf, questa volta forse in veste di ex soldato dell’Armata Rossa: 

L’episodio con il maresciallo Timošenko mi sembra piuttosto poco credibile. Non riesco a immaginare che Timošenko si fosse presentato a bordo di una “Topolino”; inoltre, le fotografie mostrano chiaramente che Timošenko non aveva i capelli grigi ma era calvo. 

Meinert 2000, p. 175.

Il Ministero e il Comitato Antifascista

Anche il parere di Wolf, seppur con qualche riserva, suggerisce la pubblicazione di uno dei due libri di Levi. A questo punto, raccolti i due Gutachten necessari, Se questo è un uomo e la Tregua sono pronti per il passaggio successivo. 

Uno scorcio del 1982 di Clara Zetkin Strasse, dove si trovava la Hauptverwaltung Verlage und Buchhandel. Fonte Wikimedia Commons.

Nella Germania Orientale, per poter essere pubblicato, ogni libro – che sia realizzato dentro o fuori la DDR – necessita di un’apposita autorizzazione alla stampa (Druckgenehmigung), che, nonostante l’eufemismo, è nei fatti uno strumento di censura. Sebbene la Costituzione del 1949 tuteli formalmente la libertà di stampa, la necessità di un sistema di controllo sulla letteratura viene giustificata dal regime con l’esigenza di salvaguardare lo Stato socialista dalle minacce occidentali, e presentata dunque come un legittimo esercizio di potere svolto nell’interesse dei cittadini. 

L’autorizzazione a pubblicare è concessa dalla Hauptverwaltung Verlage und Buchhandel (HV), un dipartimento del Ministero della Cultura che controlla tutte le case editrici, comprese quelle del partito. È l’organo che a questo punto entra in scena nella nostra vicenda. Al principio degli anni ottanta, e fino alla fine della caduta del muro, la HV è diretta da Klaus Höpcke, già Viceministro della Cultura: « per il suo ufficio passavano tutti i libri pubblicati annualmente nella RDT», racconta Robert Darnton (Darnton 2017, p. 180). È dunque sulla scrivania che giune la domanda di pubblicazione per Ist das ein Mensch? Atempause, inoltrata dall’Aufbau il 6 agosto 1981, un giorno dopo aver ricevuto il parere favorevole di Wolf. Dal documento inviato, conservato sul portale Argus dei Bundesarchiv, si evince che è prevista una tiratura di 10mila copie (che, se divise per due libri, erano le stesse di quelle del Sistema periodico, che ammontavano a cinquemila); sono acclusi, oltre probabilmente al Gutachten interno di Joachim Meinert, i pareri di Konrad Wolf e di Fred Wander; di quest’ultimo si sceglie di inviare anche il testo, ormai pronto, della postfazione. Quella che si svolge fin qui è una prassi del tutto regolare: in fase di domanda il manoscritto è sempre accompagnato da un parere interno della casa editrice e da un massimo di due perizie esterne; se ne evince che, in qualche modo, è l’editore ad agire già da mediatore tra autore, Stato e pubblico, essendo chiamato a fornire una giustificazione politica della pubblicazione, valutata non solo per il suo contenuto, ma anche per i possibili effetti sui lettori. Proprio in virtù del fatto che il filtro opera già a monte, ovvero in sede di casa editrice, difficilmente giungevano alla HV testi di cui si prevedeva il rifiuto. Ecco perché, ancora ad ottobre, due mesi dopo l’inoltro della domanda da parte di Aufbau, Wander annuncia a Levi (fino a questo momento ignaro) l’intenzione di Aufbau di pubblicare anche la Tregua: è convinto che, dopo il parere favorevole di Wolf, tutto sia predisposto per il migliore degli esiti possibili.

Immagine tratta da: Robert Darnton, I censori all’opera. Come gli stati hanno plasmato la letteratura, traduzione di Adriana Bottini, Milano, Adelphi 2017,
p. 166.

E invece non va così. Già a fine agosto qualcosa di diverso si muove. Come abbiamo visto, Klaus Höpcke era il responsabile dell’ufficio in cui, concretamente, avveniva il processo di censura; ma non rappresentava, come è facile intuire, il vertice della catena di controllo. Oltre a rispondere al Ministero della Cultura e al Consiglio dei ministri, la HV aveva come diretto superiore la Sezione cultura del politburo, e dunque in ultima istanza il Comitato Centrale del Partito. 

Dai documenti conservati, vediamo che il 27 agosto 1981 Klaus Höpcke prende un’iniziativa: scrive a Otto Funke, presidente nazionale del Comitato di Combattenti Antifascisti (KdAW), organo fondato nel 1953 e che dipende dal Partito. Funke è anche, dalla metà degli anni sessanta, un membro del Comitato Centrale della SED. È a tutti gli effetti un uomo dello Stato; il Comitato che presiede si occupa di sorvegliare e guidare le politiche della memoria della DDR, e in particolare della rappresentazione della resistenza antifascista tedesca, uno dei pilastri su cui è fondata la Repubblica Democratica. 

«Caro compagno Funke» scrive Höpcke, «la Aufbau vuole pubblicare nel 1982 Ist das ein Mensch? e Atempause del testimone Primo Levi, e dato che immagino tu conosca i libri ti chiedo un parere. Per la postfazione l’editore ha scelto il compagno Fred Wander, che nel suo Gutachten ne raccomanda la pubblicazione» (Meinert 2000, p. 166; Bundesarchiv, ). Funke risponde il 9 settembre, chiedendo i pareri di Wolf e di Wander, che gli vengono inviati da Höpcke il 23 settembre, con preghiera di ricevere risopsta prima possibile, dato che i due libri sono fissati per la programmazione annuale del 1982.  Il giorno dopo, uno dei responsabili dell’ufficio di Höpcke, Hans Jürgen Wesener, riceve una lettera interna in cui un collaboratore che scrive 

il compagno Höpcke è d’accordo a mandare il parere di Wolf, ma chiede con molta urgenza di comunicargli quali modifiche, quali correzioni stiamo prendendo in considerazione, quando Funke lo chiederà. (E lo farà presto.) 

Bundesarchiv BArch Dr1, Druck-Nr. 120/163/82; 1982, foglio 364

Il biglietto è interessante per vari motivi: innanzitutto, rivela allo stesso momento una preoccupazione circa le obiezioni che ha sollevato Konrad Wolf, ma anche la convinzione che, al massimo, Funke chiederà delle correzioni, ma acconsentirà alla stampa. E in secondo luogo, a una lettura più attenta incrociata con il successivo parere di Funke, mostra che è in atto una prassi tipica della HV: quella di indicare nel testo del libro i punti che necessitano di espunzione e di modifica. Dagli uffici del Ministero vengono spedite al Comitato Antifascista le copie di Se questo è un uomo e la Tregua postillate nei punti critici. È una scelta tattica, ancora una volta si prova a giocare d’anticipo e con un certo successo, tanto che Otto Funke, che, come vedremo nel resto del suo parere, manterrà una posizione durissima nei confronti dei due libri di Levi, su queste postille esprimerà un certo apprezzamento:

Druckgenehmigung per l’edizione di Ist das ein Mensch?/Atempause. Il timbro reca la scritta Vorbehaltlich Themenplanbestätigun (“subordinatamente all’approvazione del piano editoriale”). Fonte Bundesarchiv.

Si rinuncia qui a una valutazione del giudizio espresso da Levi sui «politici» a pagina 124, poiché il redattore editoriale ha già cercato, nel presente volume, di apportare alcune correzioni.

Come ormai si è visto, a pagina 124 dell’edizione Fischer si trovava la famosa frase sul richiamo del «sangue e del suolo»

Torniamo al corso dei fatti. Höpcke ha chiesto un parere a Otto Funke già a inizio settembre (per prudenza? Perché gli sono arrivate voci di possibili problemi col Comitato o col Partito? È impossibile stabilirlo sulla base dei documenti). Funke ha chiesto di vedere i pareri, gli sono stati mandati a fine settembre insieme ai due libri postillati. Per un mese e mezzo più nulla. Wesener sollecita telefonicamente un parere dal comitato l’11 novembre; gli viene detto che Funke sta valutando i libri e il suo parere arriverà la settimana dopo. Ma la HV e la Aufbau dovranno attendere ancora due settimane. 

Il parere di Otto Funke, trasmesso per lettera su carta intestata del comitato, è datato 24 novembre 1981. È un giudizio di chiusura netta su entrambi i libri. Scriverà Meinert che dopo questa stroncatura di Otto Funke «L’ultima possibilità di una svolta era un colloquio con i rappresentanti del Comitato»; l’incontro si farà, ma il collega di Meinert della Aufbau che vi partecipa riferisce che «tutti i tredici membri della Direzione centrale del Comitato antifascista avevano letto i due libri di Levi e li avevano giudicati inaccettabili» (Meinert 2000, p. 157). 

Non sappiamo se l’informazione sia credibile, ma è già notevole che sia stata formulata un’affermazione tanto perentoria. Bisogna capire come mai il Comitato, in blocco e in maniera compatta, abbia respinto Se questo è un uomo e La tregua; e anche in questo caso, solo un’analisi dei documenti può provare a fornire qualche risposta; a partire dal Gutachten di Otto Funke. 

Il parere di Otto Funke e la fine della storia

Domanda inviata dall’Aufbau Verlag alla HV per ottenere il permesso di pubblicare Se questo è un uomo e La tregua. In basso a destra della pagina 331 si legge: abgelehnt 5.2.82 (“respinto 5.2.82”).
Fonte Bundesarchiv

Il parere di Otto Funke è conservato sul portale Argus dei Bundesarchiv in tre copie, tutte uguali nel contenuto (l’originale, una copia e una trascrizione). Nella documentazione acclusa al suo articolo, Joachim Meinert ne introduce invece una seconda versione, diversa da quella ufficiale che intitola Entwurf (una bozza), senza indicare la provenienza o descrivere il documento originale. Sommariamente, la si può descrivere come analoga al documento definitivo nella prima parte, quella dedicata a Ist das ein Mensch? ma diversa nella seconda, dedicata alla Tregua. Molti punti testuali cambiano, il fraseggio è più controllato e formale nel testo definitivo, ma le critiche formulate sono simili. La differenza principale risiede nei giudizi, piuttosto duri, che l’Entwurf esprime su Fred Wander, e che verranno poi omessi nel parere ufficiale. Prima di discuterli occorre però analizzare l’argomentazione di Funke.

L’unica nota positiva concessa dal presidente del Comitato ai libri di Levi è che siano «opere di grande efficacia e ben scritte dal punto di vista linguistico»; ma il giudizio, posto all’inizio del discorso e subito prima di un’obiezione, si può leggere persino come un’aggravante. Funke riprende il passaggio del parere di Konrad Wolf in cui il regista giudicava quella di Levi una «descrizione fortemente e consapevolmente soggettiva» e aggiunge che il regista ha comunque trascurato, tra le «riserve e perplessità» espresse, alcuni «aspetti essenziali». Anche perché le riserve di Wolf erano solo sulla Tregua, unico libro su cui si era espresso, mentre buona parte di questo report di Funke è costruito sull’analisi di Ist das ein Mensch?

I passaggi di Se questo è un uomo su cui si appunta la bocciatura di Funke sono sostanzialmente tre. Il primo è contenuto nel capitolo iniziale, «Sul fondo», e riguarda la distinzione tra triangoli verdi, prigionieri politici e ebrei:

i nostri padroni effettivi sono i triangoli verdi, i quali hanno mano libera su di noi, e inoltre quelli fra le due altre categorie che si prestano ad assecondarli: i quali non sono pochi.

Se questo è un uomoOC I, p. 158

Il secondo, citato a ruota senza spazio per un commento al precedente, è tratto dal capitolo «Ka-Be». Dopo aver evocato il prigioniero Null Achtzen, Levi sta descrivendo il lavoro di Mischa e del Galiziano che hanno un posto meno faticoso e fanno sfoggio di zelo per conservarlo:

… pure già so ormai che è nel normale ordine delle cose che i privilegiati opprimano i non privilegiati: su questa legge umana si regge la struttura sociale del campo.

Se questo è un uomo, OC I, p. 169

Interessante notare che il capitolo «Ka-Be», come ricordato all’inizio, era già uscito, sulla rivista «Sinn und Form», nell’estate 1961: un’altra fase politica, una sede più di nicchia e forse anche una rivista con un peso specifico, almeno negli anni sessanta, tale da non subire censure così manifeste. Nulla, comunque, di cui Funke ha o vuole avere memoria. La «classificazione» tra prigionieri privilegiati e non, nota Funke, «culmina […] nella frase»:

È piú difficile spiegarsi come in Auschwitz i prominenti politici tedeschi, polacchi e russi, rivaleggiassero in brutalità con i rei comuni.

Se questo è un uomo, OC I, p. 210

È il passaggio già segnalato da Meinert nel suo parere a uso interno (mai visto, bene ricordarlo, da Funke, né dalla HV) e prima di lui da Hermann Langbein. Funke non cita la frase successive, in cui Levi smorzava il suo giudizio; e definisce questa pagina «Un’accusa mostruosa, che nega e smentisce la lotta antifascista eroica condotta da illustri prigionieri politici di molte nazioni contro il terrore di sterminio delle SS». A sostegno del suo discorso porta una serie di nomi illustri della lotta clandestina in Lager, e in particolare riporta un discorso di Hermann Axen, politico vicinissimo a Erich Honecker e tra i più influenti della DDR, con un passato di deportazione in un sottocampo vicino ad Auschwitz. Funke rimarca che Levi non poteva non sapere dell’organizzazione della Resistenza ad Auschwitz: che «esisteva già dal dicembre 1942, dunque un anno prima dell’arrivo di Levi, e uno dei suoi centri era l’infermeria del campo, di cui Levi, in un altro passo, scrive come di un punto di raccolta di quelli da lui classificati come “prominenti”». Respinge quindi la tesi – condivisa diplomaticamente da Wander e Wolf – di un testimone apolitico e naif. Funke ricorda le testimonianze dell’ungherese controrivoluzionario Ozskàr Betlen e di Peter Edel, quest’ultimo membro della SED e del Comitato Antifascista. A questo punto, nella versione in forma di bozza del parere, si legge un inciso tra parentesi: 

Di questi libri, peraltro, sarebbe da raccomandare Fred Wander, il quale nella sua perizia si esprime in modo entusiastico sulla “accuratezza, precisione, sincerità e profonda umanità” di questo libro di Levi, che — secondo Wander — “mette in ombra molti altri resoconti di genere analogo”.

È il primo dei due affondi nei confronti dello scrittore austriaco, poi espunti nella versione ufficiale del testo.

Sorprende e colpisce poi un secondo elemento di critica al libro, in cui, secondo Funke, «non trova praticamente alcuno spazio» il concetto di solidarietà. A sostegno di questa tesi porta un passo del capitolo «I sommersi e i salvati», in cui Levi sta per introdurre le quattro figure di Schepschel, Alfred L., Elias e Henri:

Il sopravvivere senza aver rinunciato a nulla del proprio mondo morale […]non è stato concesso che a pochissimi individui superiori, della stoffa dei martiri e dei santi.

Se questo è un uomo, OC I, p. 211

Da notare che Funke opera qui un taglio e omette l’inciso leviano che si trova al centro dell’affermazione: «a meno di potenti e diretti interventi della fortuna», e che nell’architettura del libro costituisce una precisazione fondamentale. Insieme al sistema dello sterminio, sono  infatti la fortuna e il caso a governare le sorti dei prigionieri. 

Cerimonia del 1985 presso il Memoriale Socialista di Berlino-Friedrichsfelde in occasione del novantanovesimo anniversario dalla nascista di Ernst Thälmann (1886-1944). In prima fila a sinistra Otto Funke. Fonte Wikimedia Commons.

In conclusione, secondo il presidente del comitato antifascista, «il lettore non può che ricavare l’impressione che, durante la permanenza di Levi ad Auschwitz, oltre a lui e ad alcuni dei suoi amici più o meno criminali (secondo la sua stessa caratterizzazione), nel campo non vi fossero che criminali».

La strategia argomentativa di Funke è chiara: Levi non riconosce il valore dei tedeschi che sono stati antinazisti attivi, li fa sparire in un sistema di potere suddiviso unicamente in privilegiati e non; non racconta episodi di solidarietà umana; fa di tutti i tedeschi conosciuti ad Auschwitz, insomma, una massa di nazisti o di criminali comuni. Se questo è un uomo è quindi, innanzitutto, un libro antitedesco.  

L’anticomunismo e l’antisovietismo sono invece le cifre che, secondo il Comitato, caratterizzano La tregua. A differenza di quanto ritengono Wander e Wolf, le molte affermazioni di Levi sui Russi e sull’Armata Rossa «testimoniano un atteggiamento spirituale più antisovietico che riconoscente nei confronti dei suoi liberatori»; Levi sarebbe responsabile di «attacchi più o meno espliciti contro i membri dell’Armata Rossa, ai quali attribuisce la responsabilità del tempo relativamente lungo impiegato per il suo rimpatrio in Italia». Funke elenca una serie di passi evocandoli con poche parole; se ne sono rintracciati solo due, che si riportano qui: 

Quel tipo di pidocchi hanno una macchiolina rossa sul dorso: secondo una piacevolezza che veniva ripetuta instancabilmente dai nostri clienti, essa, osservata con adeguato ingrandimento, si rivelerebbe costituita da una minuscola falce e martello.

La tregua, OC I, pp. 352-53

Sullo spiazzo centrale del campo si era quindi svolta una sorta di versione caricaturale delle selezioni tedesche. Una versione assai meno sanguinosa, poiché si trattava di andare al lavoro e non alla morte; in compenso, molto piú caotica ed estemporanea. 

La tregua, OC I, p. 358

Si sa che la burocrazia totalitaria è nemica dell’ironia. E la conclusione che Funke trae da passaggi come la macchia sul pidocchio è che questi due libri non siano da pubblicare, anche perché «l’autore con ogni probabilità non acconsentirà a una revisione dei suoi libri conforme alle verità storiche». È un’affermazione non verificata (come si è visto, Levi sarebbe stato disposto almeno a tagliare alcuni passaggi) perché non c’è interesse a farlo. In altri casi, specie concernenti la letteratura straniera, succedeva non di rado che le opere uscissero con tagli non comunicati all’autore, come ricorda lo stesso Meinert. 

È a questo punto che, nella prima versione del documento, si legge un secondo passaggio particolarmente duro su Fred Wander:  

In conclusione, sia consentito sollevare la questione se Fred Wander sia mai diventato realmente consapevole del significato della richiesta che gli è stata rivolta dalla casa editrice. Se si prendono sul serio le sue parole riportate a pagina 3 della perizia, allora bisogna supporre che finora egli non abbia saputo nulla dell’esistenza della DDR come Stato di pace antifascista e dell’atteggiamento antifascista fondamentale della nostra popolazione…

Bozza del Gutachten di Otto Funke, Meinert 2000, p. 187

La strategia retorica di Wander – quella di considerare Ist das ein Mensch? un libro imprescindibile al di qua e al di là del muro, di chiamare in causa i tedeschi nel loro complesso e perfino di citare la miniserie Holocaust – non solo non è stata efficace ma addirittura ha avuto una funzione controproducente. Si è rivelata cioè la leva su cui impostare l’intera stroncatura del comitato. È difficile stabilire se si tratti di una sottovalutazione dei rischi da parte dell’ex deportato austriaco, di Meinert che lo ha chiamato, della Aufbau in generale; o se invece queste critiche di Funkesarebbero rimaste invariate anche senza il parere di Wander. Chiamare a raccolta lettori scelti che potessero, con garbo e tatto, sollevare preventivamente obiezioni e tentare di smontarle sulla base della loro esperienza e autorevolezza, era sulla carta una mossa ben studiata. Nei fatti, il confine tra prevenire un’obiezione e, di fatto, sollevarla con forza, è molto sottile, specie nelle «giravolte ideologiche» (così Meinert 2000, p. 155) che questi estensori di pareri erano costretti a compiere. 

Si può però avanzare un’altra ipotesi. Perché se questa sembra la fine della storia – e lo è, in parte: è la fine delle speranze che i due libri di Levi siano pubblicati in Germania est, e tra il 4 e il 5 febbraio 1982 la pratica sarà ufficialmente chiusa – manca in verità ancora un piccolo, ma non secondario tassello. 

Il parere di Otto Funke.
Fonte Budensarchiv.

Hermann Langbein, ancora

C’è un ultimo passaggio della lettera di Otto Funke che non abbiamo ancora analizzato. Arrivato alla fine, scrive:

Fermi restando i possibili meriti di Levi nella resistenza contro il fascismo italiano, riteniamo inoltre politicamente errato e privo di fondamento pubblicare nella DDR libri di un autore che si è consacrato all’anticomunismo e al sionismo. Al più tardi da agosto 1972 Primo Levi fa parte del cosiddetto Comitato internazionale di collegamento dei sopravvissuti di Auschwitz, un’organizzazione i cui promotori nel 1970 scissero il Comitato internazionale di Auschwitz e che è guidata da dichiarati anticomunisti come l’austriaco Langbein, il norvegese Eitinger e il francese Wellers.

In questo passaggio, a parere di chi scrive, sta uno dei motivi principali per cui alla fine si è deciso, anziché proporre modifiche o tagli all’autore, di non pubblicare né Se questo è un uomo né La tregua, senza appello. Dopo essere uscito dal Partito Comunista Austriaco, Hermann Langbein, fondatore del Comitato Internazionale di Auschwitz, aveva subito pressioni dalla sede centrale di Varsavia e infine era stato estromesso (cfr. la Biografia). Questo accadeva proprio nei mesi in cui stava confezionando un’antologia di testimonianze di Auschwitz (cfr. la Scheda relativa), a cui aveva chiesto a Primo Levi di partecipare, fatto che era stato all’origine della corrispondenza tra i due, tramite il contatto di Leonardo De Benedetti e dell’Aned torinese. Negli anni settanta, Langbein era stato tra i fondatori del Comité International des Camps con sede a Bruxelles, e da cui poi era nato il Comité International de Liaison entre les Survivants d’Auschwitz, che era in effetti una sorta di controparte occidentale del Comitato Internazionale di Auschwitz, e a cui anche Levi aveva aderito, non nel 1972 ma addirittura nel 1970 (Lettere 25 e 26 del luglio 1970, Lettera 33 del 1° settembre 1972). «Anticomunisti e sionisti», così vengono definiti i membri di questo comitato, che nel 1975 aveva organizzato il trentennale dalla liberazione di Auschwitz nel segno «della protesta contro le misure antisemite delle autorità polacche» e con lo spirito di «sottolineare chiaramente il diritto alla vita di coloro che, dopo tutte le persecuzioni e le sofferenze subite, hanno trovato una casa in Israele» (allegato alla Lettera 38 di Herman Langbein a Primo Levi, 28 dicembre 1972). 

Dopo il parere di Otto Funke, la HV redige un documento finale, non firmato ma da attribuirsi con tutta probabilità a Klaus Höpcke. Il testo è molto duro sui libri leviani e anche sulle procedure portate avanti all’interno della casa editrice per pubblicarlo. Le osservazioni cominciano così:

Secondo il Comitato dei combattenti antifascisti della DDR, Levi appartiene al Comitato internazionale di collegamento dei sopravvissuti di Auschwitz, i cui promotori nel 1970 provocarono la scissione del Comitato Internazionale di Auschwitz e che sarebbe diretto da dichiarati anticomunisti (Langbein, Eibinger [sic], Wellers).

Osservazioni della HV su Se questo è un uomo e La tregua, Meinert 2000, p. 191.

Si dà così un rilievo di primo posto all’appartenenza di Levi al Comitato internazionale, e da questo anticomunismo si fa discendere tutto il resto delle valutazioni: che «le memorie di Levi costituiscono una derisione della lotta di resistenza, costata tanti sacrifici, condotta in questo sottocampo di Auschwitz»; che « Levi offre in parte descrizioni e valutazioni deformate e perfino false della vita nel campo di Auschwitz-Monowitz»; che, nella Tregua, «i membri dell’esercito sovietico vengono presentati come persone rozze e semplici, il cui comportamento sarebbe dominato soprattutto dalla spontaneità e dall’arbitrio»; e dunque infine che «Se questo è un uomo e La tregua sono stati scritti, in ultima analisi, da posizioni politiche e ideologiche non accettabili» (pp. 191-192).

Pochi passi contestati sono diventati, nel giro di un anno e di alcuni passaggi, lo specchio di un libro intero e del suo inammissibile punto di vista ideologico. La HV raccomanda alla Aufbau di ritirare la domanda di autorizzazione alla stampa, e di fare «un’approfondita analisi dell’intera vicenda», e di riesaminare l’offerta del Comitato antifascista di «svolgere attività consultiva per future pubblicazioni di argomento analogo».  

Una foto del convegno Il dovere di testimoniare che si svolse a Torino il 28 e il 29 ottobre 1983. Erano presenti sia Primo Levi che Hermann Langbein, che è probabilmente uno dei tre uomini seduti frontali nella sezione di semicerchio a sinistra (il secondo). Levi non sembra comparire. Fonte: Archivio della Fondazione ISEC, Fondo Aned, Busta 61, fasc. 225.

Pur con le debite cautele, si può dire che a questo punto Se questo è un uomo La tregua sono diventati un piccolo caso: come molti altri probabilmente, ma certo anche un caso inaspettato e non previsto da almeno alcuni suoi attori principali. Esce molto sconfitto Fred Wander: già in passato Il settimo pozzo aveva dovuto faticare per essere pubblicato; adesso l’apertura verso ovest che ha dimostrato nel suo parere editoriale pesa molto (così come ha pesato, probabilmente, il fatto che Aufbau abbia presentato la sua postfazione prima ancora che il libro avesse ricevuto il benestare alla pubblicazione). Solo un anno dopo, nel 1983, Eberhard Görner proverà a proporre un adattamento cinematografico del Settimo pozzo ma il progetto sarà stoppato proprio per paura di un parere negativo del Comitato Antifascista (Ward 2021). Konrad Wolf, che ha dovuto nel frattempo seguire la vicenda del figlio arrestato nel tentativo di scappare a ovest, si ammala di cancro e muore nel marzo 1982. Nel suo articolo del 2000, Joachim Meinert restituisce tutto il senso di colpa per l’esito della vicenda: e ne sono prova anche le lettere del 1984 che scrive a Levi. Il quale può solo intuire, da una ricostruzione di Fred Wander, come siano andate le cose (Lettera 205), senza però poter scorgere che sia stata la vicinanza al suo amico Hermann Langbein uno dei motivi del veto del comitato. Così, mentre Levi era ben consapevole dei limiti del suo sguardo sulla Resistenza ad Auschwitz proprio grazie ai rilievi che su questo gli aveva fatto Langbein, ex comunista, testimone, resistente silenzioso ad Auschwitz, storico, e nel frattempo diventato anche un caro amico, ora proprio quell’amicizia e quella reciproca stima metteva la parola fine alla possibilità che Ist das ein Mensch? Atempause sbarcassero al di là dal muro. Levi non raccontò mai per lettera a Langbein questa vicenda; ma è possibile che, nei due convegni torinesi a cui entrambi presero parte nel 1983 e nel 1986, l’abbiano commentata e ricostruita, e abbiano ragionato insieme su uno dei tanti casi in cui la frattura ideologica dell’Europa non aveva soltanto ostacolato il passaggio di libri e di idee, ma aveva anche impoverito la discussione sulla trasmissione della memoria, sulla pluralità delle esperienze nei campi, sul senso della testimonianza. 

Riferimenti e bibliografia

Una buona parte dei documenti pubblicati da Meinert, ma non tutti, si trovano sul portale Argus dell’Archivio Federale, in seguito alla digitalizzazione del fondo realizzata nel 2010 da Janet Heidschmidt e Johanna Marschall-Reiser, con la segnatura Bundesarchiv BArch Dr1, Druck-Nr. 120/163/82; 1982.

R. Darnton, I censori all’opera. Come gli stati hanno plasmato la letteratura, traduzione di Adriana Bottini, Milano, Adelphi 2017.

J. Meinert, Geschichte eines Verbots. Warum Primo Levis Hauptwerk in der DDR nicht erscheinen durfte, «Sinn und Form», 2000, pp. 149-165; e Dokumentation, ivi, pp. 166-191.

P. Ther, Deutsche und polnische Vertriebene: Gesellschaft und Vertriebenenpolitik in SBZ/DDR und in Polen 1945–1956, Göttingen , Vandenhoeck & Ruprecht 1998.

E. Ward, East Germans Films and the Holocaust, New York, Berghahn Books 2021.

Ringraziamo la “Biblioteca Gino Bianco – Fondazione Alfred Lewin ETS” per il supporto documentale.

Bibliografia

DOI:

Torna in alto