Colpito e incuriosito dalla lettera di Distler, Levi ringrazia e sottolinea che, tra le molte ricevute, questa è una di quelle che più apprezza; pone quindi alcune domande.
9 aprile 1962
Gentile Signorina Distler,
mi scuserà anzitutto se Le scrivo nella mia lingua: comprendo il tedesco abbastanza bene, ma non saprei scriverlo senza errori.
Devo ringraziarLa di cuore per la Sua lettera: non è la prima che ricevo dalla Germania (ne ho anzi ricevute molte, e questo mi ha stupito), ma fra tutte è stata quella che più mi è piaciuta, perché porta il segno di una coscienza pulita e di una mente chiara.
Non è vero che io mi aspettassi «vor allem ein Echo in der deutschen Öffentlichkeit»:[1] anzi, nessuna eco mi poteva essere più gradita di quella che il mio libro suscita fra i giovani. Ho letto con molto interesse e curiosità quanto Lei mi scrive sulle opinioni degli studenti di oggi, sull’antisemitismo che ancora sopravvive (ma quanti sono oggi gli ebrei in Germania?), e soprattutto sulla educazione scolastica, che Lei giudica positivamente. Le sarei molto grato se potesse chiarirmi alcune idee, e perciò mi permetterò di porLe delle domande.
– Fra i maestri e i professori, è avvenuta dopo il 1945 una selezione? sono stati allontanati gli insegnanti compromessi col nazismo, oppure questi hanno conservato il loro posto? Se lo hanno conservato, hanno pure conservato le loro idee, o le hanno cambiate, o fingono di averle cambiate?
– Nelle scuole si parla del Terzo Reich? Se ne parla volentieri o malvolentieri? Si tende a considerarlo un episodio isolato, senza passato e senza futuro? Si cerca di giustificarlo, di scusarlo? La recente storia d’Europa fa parte dei programmi scolastici?
– Anche fuori della Germania, e non solo da parte comunista, si parla non poco di alcuni “casi” poco chiari, fra i quali particolarmente grave mi pare il caso Globke.[2] Nella opinione comune, viene sentito come uno scandalo, o ignorato, o approvato? Come viene giustificata la sua presenza accanto a Adenauer? Come si giustifica lui stesso?
La prego di scusarmi se voglio sapere da Lei tante cose, ma sono cose difficili da sapere per altre vie: vengo sovente in Germania per lavoro, ma vedo sempre le stesse persone, ho poco tempo disponibile, e non tutti parlano volentieri di questi argomenti con me.[3] Mi risponda se ha tempo e voglia; non occorre che risponda con parole grosse, poiché io non sono affatto «eine Persönlichkeit» come Lei dice, ma un uomo come mille altri, che ha avuto la sventura di cadere nella trappola e la fortuna di uscirne illeso, e ha scritto perché ne sentiva il dovere e il bisogno.
Ancora una cosa volevo dirle: non deve vergognarsi di appartenere al popolo tedesco. È vero che la Germania sembra posseduta da una «eigentümliche Masslosigkeit», ed è anche vero che questa può nuovamente prorompere, come Lei dice, sotto altra veste e diretta ad altri scopi. Ma è proprio storicamente necessario che questi nuovi scopi siano cattivi? Sarà forse insensato ottimismo, ma non può sperarsi che il paese di Beethoven o di Schiller ritrovi una parola da dire alle nazioni sorelle d’Europa?[4] E non tema punizioni collettive: non ne esistono, come non esistono colpe collettive; legga in Genesi, 18-23.[5]
Riceva i miei ringraziamenti più sinceri, e molti saluti affettuosi
9 aprile 1962
Gentile Signorina Distler,
mi scuserà anzitutto se Le scrivo nella mia lingua: comprendo il tedesco abbastanza bene, ma non saprei scriverlo senza errori.
Devo ringraziarLa di cuore per la Sua lettera: non è la prima che ricevo dalla Germania (ne ho anzi ricevute molte, e questo mi ha stupito), ma fra tutte è stata quella che più mi è piaciuta, perché porta il segno di una coscienza pulita e di una mente chiara.
Non è vero che io mi aspettassi «vor allem ein Echo in der deutschen Öffentlichkeit»:[1] anzi, nessuna eco mi poteva essere più gradita di quella che il mio libro suscita fra i giovani. Ho letto con molto interesse e curiosità quanto Lei mi scrive sulle opinioni degli studenti di oggi, sull’antisemitismo che ancora sopravvive (ma quanti sono oggi gli ebrei in Germania?), e soprattutto sulla educazione scolastica, che Lei giudica positivamente. Le sarei molto grato se potesse chiarirmi alcune idee, e perciò mi permetterò di porLe delle domande.
– Fra i maestri e i professori, è avvenuta dopo il 1945 una selezione? sono stati allontanati gli insegnanti compromessi col nazismo, oppure questi hanno conservato il loro posto? Se lo hanno conservato, hanno pure conservato le loro idee, o le hanno cambiate, o fingono di averle cambiate?
– Nelle scuole si parla del Terzo Reich? Se ne parla volentieri o malvolentieri? Si tende a considerarlo un episodio isolato, senza passato e senza futuro? Si cerca di giustificarlo, di scusarlo? La recente storia d’Europa fa parte dei programmi scolastici?
– Anche fuori della Germania, e non solo da parte comunista, si parla non poco di alcuni “casi” poco chiari, fra i quali particolarmente grave mi pare il caso Globke.[2] Nella opinione comune, viene sentito come uno scandalo, o ignorato, o approvato? Come viene giustificata la sua presenza accanto a Adenauer? Come si giustifica lui stesso?
La prego di scusarmi se voglio sapere da Lei tante cose, ma sono cose difficili da sapere per altre vie: vengo sovente in Germania per lavoro, ma vedo sempre le stesse persone, ho poco tempo disponibile, e non tutti parlano volentieri di questi argomenti con me.[3] Mi risponda se ha tempo e voglia; non occorre che risponda con parole grosse, poiché io non sono affatto «eine Persönlichkeit» come Lei dice, ma un uomo come mille altri, che ha avuto la sventura di cadere nella trappola e la fortuna di uscirne illeso, e ha scritto perché ne sentiva il dovere e il bisogno.
Ancora una cosa volevo dirle: non deve vergognarsi di appartenere al popolo tedesco. È vero che la Germania sembra posseduta da uno «eigentümliche Masslosigleit», ed è anche vero che questa può nuovamente prorompere, come Lei dice, sotto altra veste e diretta ad altri scopi. Ma è proprio storicamente necessario che questi nuovi scopi siano cattivi? Sarà forse insensato ottimismo, ma non può sperarsi che il paese di Beethoven o di Schiller ritrovi una parola da dire alle nazioni sorelle d’Europa?[4] E non tema punizioni collettive: non ne esistono, come non esistono colpe collettive; legga in Genesi, 18-23.[5]
Riceva i miei ringraziamenti più sinceri, e molti saluti affettuosi
April 9, 1962
Dear Miss Distler,
First of all, please forgive me for writing to you in my language: I understand German fairly well but am unable to write it without making errors.
I sincerely thank you for your letter: it is not the first one I receive from Germany (actually, I have received many and this amazes me), but of the many, it is the one I like best because it bears the mark of a clean conscience and a clear mind.
It is not true that I expected “an echo above all from the German public”:[1] on the contrary, no echo could give me more pleasure than the one my book sparks among young people. I read with great interest and curiosity what you write about the opinions of today’s students, about the anti-Semitism that still survives (but how many Jews are there in Germany today?), and above all, about school education, of which you have a good opinion. I would be very grateful if you could clarify a few things for me, and therefore I take the liberty of asking you some questions.
– After 1945, was there a selection among the teachers and professors? Were the teachers who had been involved with Nazism removed or did they keep their position? If they kept it, did they retain their ideas or did they change them, or did they pretend to change them?
– Is the Third Reich discussed at school? Do people discuss it willingly or reluctantly? Do they tend to consider it an isolated episode, without a past and without a future? Do people try to justify it, to excuse it? Is recent European history part of academic programs?
– Outside of Germany, too, and not only by the communists, much is said about a few unclear “cases,” including the Globke case,[2] which strikes me as one of the most serious. Does popular opinion consider it a scandal, or is it ignored, or approved of? How is his presence alongside Adenauer justified? How does he justify himself?
Please forgive me if I ask you so many questions but it is hard to know these things by other means: I often come to Germany on business but I always see the same people, I have little time at my disposal, and not everyone talks willingly about these topics with me.[3] Please answer me if you have time and feel like it; there is no need to reply using big words because I am absolutely not “a personage” as you say, but a man like a thousand others, who had the bad luck to fall into the trap and the good luck to come out of it unharmed, and who wrote because he felt the obligation and the need to do so.
I would like to tell you one more thing: you must not be ashamed of belonging to the German people. It is true that Germany seems possessed by a “peculiar lack of measure,” and it is also true that this could once again erupt, as you say, under other guises and aimed at other objectives. But is it truly historically necessary that these new objectives be evil? It might be foolish optimism, but can we not hope that the country of Beethoven or Schiller will once again find a word to say to the sister nations of Europe?[4] And you must not fear collective punishment: it does not exist, just like collective guilt does not exist: read Genesis 18:23.[5]
Please accept my most sincere thanks and warmest regards
9 aprile 1962
Gentile Signorina Distler,
mi scuserà anzitutto se Le scrivo nella mia lingua: comprendo il tedesco abbastanza bene, ma non saprei scriverlo senza errori.
Devo ringraziarLa di cuore per la Sua lettera: non è la prima che ricevo dalla Germania (ne ho anzi ricevute molte, e questo mi ha stupito), ma fra tutte è stata quella che più mi è piaciuta, perché porta il segno di una coscienza pulita e di una mente chiara.
Non è vero che io mi aspettassi «vor allem ein Echo in der deutschen Öffentlichkeit»:[1] anzi, nessuna eco mi poteva essere più gradita di quella che il mio libro suscita fra i giovani. Ho letto con molto interesse e curiosità quanto Lei mi scrive sulle opinioni degli studenti di oggi, sull’antisemitismo che ancora sopravvive (ma quanti sono oggi gli ebrei in Germania?), e soprattutto sulla educazione scolastica, che Lei giudica positivamente. Le sarei molto grato se potesse chiarirmi alcune idee, e perciò mi permetterò di porLe delle domande.
– Fra i maestri e i professori, è avvenuta dopo il 1945 una selezione? sono stati allontanati gli insegnanti compromessi col nazismo, oppure questi hanno conservato il loro posto? Se lo hanno conservato, hanno pure conservato le loro idee, o le hanno cambiate, o fingono di averle cambiate?
– Nelle scuole si parla del Terzo Reich? Se ne parla volentieri o malvolentieri? Si tende a considerarlo un episodio isolato, senza passato e senza futuro? Si cerca di giustificarlo, di scusarlo? La recente storia d’Europa fa parte dei programmi scolastici?
– Anche fuori della Germania, e non solo da parte comunista, si parla non poco di alcuni “casi” poco chiari, fra i quali particolarmente grave mi pare il caso Globke.[2] Nella opinione comune, viene sentito come uno scandalo, o ignorato, o approvato? Come viene giustificata la sua presenza accanto a Adenauer? Come si giustifica lui stesso?
La prego di scusarmi se voglio sapere da Lei tante cose, ma sono cose difficili da sapere per altre vie: vengo sovente in Germania per lavoro, ma vedo sempre le stesse persone, ho poco tempo disponibile, e non tutti parlano volentieri di questi argomenti con me.[3] Mi risponda se ha tempo e voglia; non occorre che risponda con parole grosse, poiché io non sono affatto «eine Persönlichkeit» come Lei dice, ma un uomo come mille altri, che ha avuto la sventura di cadere nella trappola e la fortuna di uscirne illeso, e ha scritto perché ne sentiva il dovere e il bisogno.
Ancora una cosa volevo dirle: non deve vergognarsi di appartenere al popolo tedesco. È vero che la Germania sembra posseduta da una «eigentümliche Masslosigkeit», ed è anche vero che questa può nuovamente prorompere, come Lei dice, sotto altra veste e diretta ad altri scopi. Ma è proprio storicamente necessario che questi nuovi scopi siano cattivi? Sarà forse insensato ottimismo, ma non può sperarsi che il paese di Beethoven o di Schiller ritrovi una parola da dire alle nazioni sorelle d’Europa?[4] E non tema punizioni collettive: non ne esistono, come non esistono colpe collettive; legga in Genesi, 18-23.[5]
Riceva i miei ringraziamenti più sinceri, e molti saluti affettuosi
9 aprile 1962
Gentile Signorina Distler,
mi scuserà anzitutto se Le scrivo nella mia lingua: comprendo il tedesco abbastanza bene, ma non saprei scriverlo senza errori.
Devo ringraziarLa di cuore per la Sua lettera: non è la prima che ricevo dalla Germania (ne ho anzi ricevute molte, e questo mi ha stupito), ma fra tutte è stata quella che più mi è piaciuta, perché porta il segno di una coscienza pulita e di una mente chiara.
Non è vero che io mi aspettassi «vor allem ein Echo in der deutschen Öffentlichkeit»:[1] anzi, nessuna eco mi poteva essere più gradita di quella che il mio libro suscita fra i giovani. Ho letto con molto interesse e curiosità quanto Lei mi scrive sulle opinioni degli studenti di oggi, sull’antisemitismo che ancora sopravvive (ma quanti sono oggi gli ebrei in Germania?), e soprattutto sulla educazione scolastica, che Lei giudica positivamente. Le sarei molto grato se potesse chiarirmi alcune idee, e perciò mi permetterò di porLe delle domande.
– Fra i maestri e i professori, è avvenuta dopo il 1945 una selezione? sono stati allontanati gli insegnanti compromessi col nazismo, oppure questi hanno conservato il loro posto? Se lo hanno conservato, hanno pure conservato le loro idee, o le hanno cambiate, o fingono di averle cambiate?
– Nelle scuole si parla del Terzo Reich? Se ne parla volentieri o malvolentieri? Si tende a considerarlo un episodio isolato, senza passato e senza futuro? Si cerca di giustificarlo, di scusarlo? La recente storia d’Europa fa parte dei programmi scolastici?
– Anche fuori della Germania, e non solo da parte comunista, si parla non poco di alcuni “casi” poco chiari, fra i quali particolarmente grave mi pare il caso Globke.[2] Nella opinione comune, viene sentito come uno scandalo, o ignorato, o approvato? Come viene giustificata la sua presenza accanto a Adenauer? Come si giustifica lui stesso?
La prego di scusarmi se voglio sapere da Lei tante cose, ma sono cose difficili da sapere per altre vie: vengo sovente in Germania per lavoro, ma vedo sempre le stesse persone, ho poco tempo disponibile, e non tutti parlano volentieri di questi argomenti con me.[3] Mi risponda se ha tempo e voglia; non occorre che risponda con parole grosse, poiché io non sono affatto «eine Persönlichkeit» come Lei dice, ma un uomo come mille altri, che ha avuto la sventura di cadere nella trappola e la fortuna di uscirne illeso, e ha scritto perché ne sentiva il dovere e il bisogno.
Ancora una cosa volevo dirle: non deve vergognarsi di appartenere al popolo tedesco. È vero che la Germania sembra posseduta da uno «eigentümliche Masslosigleit», ed è anche vero che questa può nuovamente prorompere, come Lei dice, sotto altra veste e diretta ad altri scopi. Ma è proprio storicamente necessario che questi nuovi scopi siano cattivi? Sarà forse insensato ottimismo, ma non può sperarsi che il paese di Beethoven o di Schiller ritrovi una parola da dire alle nazioni sorelle d’Europa?[4] E non tema punizioni collettive: non ne esistono, come non esistono colpe collettive; legga in Genesi, 18-23.[5]
Riceva i miei ringraziamenti più sinceri, e molti saluti affettuosi
April 9, 1962
Dear Miss Distler,
First of all, please forgive me for writing to you in my language: I understand German fairly well but am unable to write it without making errors.
I sincerely thank you for your letter: it is not the first one I receive from Germany (actually, I have received many and this amazes me), but of the many, it is the one I like best because it bears the mark of a clean conscience and a clear mind.
It is not true that I expected “an echo above all from the German public”:[1] on the contrary, no echo could give me more pleasure than the one my book sparks among young people. I read with great interest and curiosity what you write about the opinions of today’s students, about the anti-Semitism that still survives (but how many Jews are there in Germany today?), and above all, about school education, of which you have a good opinion. I would be very grateful if you could clarify a few things for me, and therefore I take the liberty of asking you some questions.
– After 1945, was there a selection among the teachers and professors? Were the teachers who had been involved with Nazism removed or did they keep their position? If they kept it, did they retain their ideas or did they change them, or did they pretend to change them?
– Is the Third Reich discussed at school? Do people discuss it willingly or reluctantly? Do they tend to consider it an isolated episode, without a past and without a future? Do people try to justify it, to excuse it? Is recent European history part of academic programs?
– Outside of Germany, too, and not only by the communists, much is said about a few unclear “cases,” including the Globke case,[2] which strikes me as one of the most serious. Does popular opinion consider it a scandal, or is it ignored, or approved of? How is his presence alongside Adenauer justified? How does he justify himself?
Please forgive me if I ask you so many questions but it is hard to know these things by other means: I often come to Germany on business but I always see the same people, I have little time at my disposal, and not everyone talks willingly about these topics with me.[3] Please answer me if you have time and feel like it; there is no need to reply using big words because I am absolutely not “a personage” as you say, but a man like a thousand others, who had the bad luck to fall into the trap and the good luck to come out of it unharmed, and who wrote because he felt the obligation and the need to do so.
I would like to tell you one more thing: you must not be ashamed of belonging to the German people. It is true that Germany seems possessed by a “peculiar lack of measure,” and it is also true that this could once again erupt, as you say, under other guises and aimed at other objectives. But is it truly historically necessary that these new objectives be evil? It might be foolish optimism, but can we not hope that the country of Beethoven or Schiller will once again find a word to say to the sister nations of Europe?[4] And you must not fear collective punishment: it does not exist, just like collective guilt does not exist: read Genesis 18:23.[5]
Please accept my most sincere thanks and warmest regards
Info
Note
Tag
Mittente: Primo Levi
Destinatario: Brigitte Distler
Data di stesura: 1962-04-09
Luogo di stesura: Torino
Descrizione del documento: copia carbone su carta velina di lettera ds. Sul margine interno il foglio presenta segni di nastro adesivo.
Archivio: Archivio privato di Primo Levi, Torino
Segnatura: Complesso di Fondi primo Levi, Fondo Primo Levi, Corrispondenza, Corrispondenti particolari, fasc. 20, sottofasc. 001, doc. 018, f. 37
Fogli: 1, solo recto
DOI:
1Levi riprende un passaggio posto all’inizio della precedente lettera di Distler, che traduce come segue: «soprattutto una eco da parte degli ambienti ufficiali», cfr. Lettera 115.
2Dalla metà degli anni cinquanta era scoppiato nell’opinione pubblica tedesca il caso di Hans Globke (1898-1973), sottosegretario di Adenauer, di cui stava emergendo il passato nazista, all’inizio attraverso una documentazione diffusa dalla DDR (e poi in parte ripresa da Reinhard Strecker nella mostra Ungesühnte Nazijustiz, cfr. la biografia di Brigitte Distler), poi di nuovo alla ribalta tra il 1959 e il 1960, con l’ondata delle cosiddette “nuove svastiche” (cfr. la biografia di Karl Wagner). Globke aveva redatto un commento delle leggi razziali di Norimberga che aveva contribuito in modo decisivo alla loro applicazione, e inoltre il suo nome compariva in documenti dal 1943 al 1945 che riguardavano la gestione dei paesi occupati, tra cui anche l’Italia (cfr. s.a., Identificato nel dr. Globke il nazificatore dell’Italia, «l’Unità», 18 settembre 1960, p. 1 e 8). Nel marzo del 1962, di Globke si era riparlato sulla stampa internazionale perché l’avvocato di Adolf Eichmann, Servatius, lo aveva listato tra i nuovi testimoni del processo forse, come suggerisce Hannah Arendt, per spingere la Germania a chiedere l’estradizione dell’imputato (cfr. H. Arendt, La banalità del male, cit., pp. 255-256). È in questi termini che compare citato anche su «La Stampa» di Torino il 23 marzo 1962, due settimane prima di questa lettera (a. p. Eichmann in appello davanti ai giudici. Ha sulla coscienza sei milioni di morti, p. 7). Per un approfondimento sull’eco del caso Globke nell’opinione pubblica tedesca e in particolare tra i gruppi studenteschi, cfr. la biografia di Brigitte Distler. Levi menzionerà Hans Globke una sola volta nella sua opera, nella prefazione ad Auschwitz di Léon Poliakov del 1969: «La peste si è spenta, ma Bormann e il Dr Mengele vivono indisturbati nel Sud America; ma i tribunali austro-tedeschi moltiplicano scandalose assoluzioni e semi-assoluzioni; ma Globke gode di una dignitosa pensione dopo di essere stato per lunghi anni segretario di Adenauer» (OC II, pp. 1358-1359).
3Il biografo Ian Thomson dedica un capitolo ai viaggi di Levi per lavoro in Germania tra il 1954 e l’inizio degli anni Sessanta (I. Thomson, Primo Levi. A Life [Primo Levi. Una vita], cit., pp. 330-360). Non conosciamo un calendario dettagliato di questi spostamenti, ma sappiamo che gli interlocutori di Levi erano spesso meravigliati dal suo tedesco: «Ho conservato un’intensa curiosità per la Germania: incontravo l’altro versante tedesco, la Germania del dopo, la Germania democratica, quella dei giovani; ma insieme vi trovavo anche dei coetanei, con i quali si innescavano ogni volta discorsi molto interessanti e curiosi per me, perché la domanda tipica che mi facevano era: “Perché lei parla tedesco e perché lo parla cosí?” Io rispondevo: “Perché l’ho imparato in Lager”, dopodiché il discorso prendeva altre direzioni» (OC III, p. 266)
4“Una tipica mancanza di misura”; Levi si riferisce a quanto scritto da Distler nella sua lettera precedente. L’ idea che un tratto “caratteristico” del comportamento tedesco possa anche essere rivolto al bene ritorna nel carteggio con S. cfr. Lettera 168, n. 2.
5Levi si riferisce all’episodio di Sodoma e Gomorra, e in particolare al dialogo tra Abramo e Dio, cfr. Genesi 18, 23-26: «Allora Abramo gli si avvicinò e gli disse: “Davvero sterminerai il giusto con l'empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? Lungi da te il far morire il giusto con l'empio, così che il giusto sia trattato come l'empio; lungi da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?”. Rispose il Signore: “Se a Sòdoma troverò cinquanta giusti nell'ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutta la città”». Levi aveva già associato la vicenda biblica al tema del rapporto tra colpa individuale e colpa collettiva nella Germania nazista nel saggio Anniversario che era uscito nel 1955 (OC II, p. 1292).