S.
Biografia
di Simone Ghelli e Martina Mengoni
Le ricerche da noi condotte durante la ricostruzione della biografia di S. ci hanno persuaso a pubblicare la storia della sua vita in forma anonima. Il materiale dâarchivio raccolto sulla sua carriera e il suo fascicolo di denazificazione inquadrano la figura di questo corrispondente allâinterno dellâattivitĂ dei giudici militari della Wehrmacht durante il secondo conflitto mondiale. Non essendo riusciti a rintracciare discendenti o eredi, ci sembra corretto e prudenziale lasciare tra parentesi nome e cognome.Â
La giovinezza e gli studi giuridici

Fonte: Wikimedia commons.
S. nasce nel 1896 a Goslar, nella Bassa Sassonia, figlio di un medico. Quando Ăš ancora bambino, si trasferisce con la famiglia in Turingia e lĂŹ frequenta le scuole. Allo scoppio della prima guerra mondiale, S. si arruola volontario nellâesercito tedesco subito dopo essersi diplomato, e resta al fronte per lâintera durata della guerra. Terminato il conflitto, intraprende studi in Legge e Scienze politiche a Jena, Berlino e Greifswald: qui supera lâesame di abilitazione alla professione forense nel giugno del 1921, e lâanno successivo ottiene il dottorato in giurisprudenza con una tesi in diritto civile.
Dai registri anagrafici sappiamo che tra la fine degli anni Venti e lâinizio degli anni Trenta, S. si stabilisce a Stralsund, cittĂ a nord-est della Germania che affaccia sul mar Baltico. Qui conosce la futura moglie, che sposa allâinizio degli anni Trenta e da cui ha due figli, nati nel 1931 e nel 1934.
Gli anni del Reich

Fonte: NiedersĂ€chsisches Landesarchiv di WolfenbĂŒttel.
Dal fascicolo di denazificazione di S. emerge che negli anni Trenta fu iscritto, oltre al NSDAP, anche alla NSKK (i Nationalsozialistisches Kraftfahrkorps, i âgruppi motorizzatiâ, una sorta di club automobilistico dei nazionalsocialisti) e alle associazioni di categoria naziste dei giudici e dei funzionari pubblici (la Rechtswahrerbund, lâassociazione nazionalsocialista dei professionisti legali e la Reichsbund der Deutschen Beamten, lâunione nazionale dei funzionari pubblici tedeschi). Queste iscrizioni lo renderanno comunque «denazificato» nella categoria quinta e ultima, entlastet, ovvero «esente da responsabilità » (per la classificazione complessiva del processo di denazificazione cfr. la Lettera 118, nota 4 del carteggio con Brigitte Distler, la biografia di Herbert PlĂŒgge e lâapprofondimento sulla rivista «Radius»). Significava insomma che il caso preso in esame non presentava una compromissione col nazionalsocialismo. Non solo: nel fascicolo Ăš presente anche una sua memoria, in cui dichiara di essere stato sempre «Gegner des Nazismus», «avversario del Nazismo». Per provare la sua contrarietĂ al regime hitleriano, S. porta una serie di argomenti, in cui il principale Ăš la mancata carriera come giudice:
Nel sistema giudiziario dellâepoca, i giudici piĂč giovani e capaci, se erano nazisti attivi, venivano di norma impiegati in ruoli con funzioni politiche, ad esempio nei tribunali speciali, o quanto meno nei procedimenti penali, in un consiglio direttivo, o come dirigenti dellâassociazione nazionalsocialista dei professionisti legali, e simili. Io invece sono stato impiegato quasi esclusivamente come giudice di procedure civili. Quando sono stato trasferito alla Corte d'Appello sono stato assegnato a una sezione civile, e incaricato di dirigere le esercitazioni di tirocinio di natura puramente scientifica e specialistica, poichĂ© anche il presidente della Corte d'Appello, avendo valutato la mia personalitĂ e il mio atteggiamento, era consapevole che io non ero un nazista attivo e che dunque non ero adatto a quel tipo di incarichi.
La memoria Ăš accompagnata da una cinque testimonianze di colleghi e amici che S. stesso ha chiamato a esprimersi, e che, in tedesco e in inglese, adducono argomenti dello stesso tenore.

Fonte: NiedersĂ€chsisches Landesarchiv di WolfenbĂŒttel.
Tuttavia, da un documento di questo fascicolo, compilato a mano dallo stesso S., emergono anche gli incarichi che S. ha ricoperto come giudice militare della Wehrmacht dal 1940 al 1945, in diverse divisioni sul campo e di stanza, principalmente nella Polonia occupata, nella zona di Stettino. Si tratta di un dato che evidentemente non ha influito sullâesito della procedura di denazificazione. Se infatti, fino alla fine degli anni Settanta, la condotta dei tribunali di guerra nazisti rimase, anche intenzionalmente, impenetrabile agli occhi degli studiosi e dellâopinione pubblica, Ăš solo a partire dagli anni Novanta che la storiografia Ăš riuscita a rivelare lâazione criminale dei giudici della Wehrmacht. Nel 1977, lâex giudice militare della Lutwaffe Otto Peter Schweling pubblicĂČ un libro sui giudici militari, Die Deutsche Militarjustiz in der Zeit des Nationalalsozialismus (âLa giustizia militare tedesca nel tempo del nazionalsocialismoâ): un libro controverso poichĂ© sostanzialmente apologetico, e che pone agli storici la necessitĂ di una revisione totale del caso del sistema giuridico della Wehrmacht durante il secondo conflitto mondiale a partire dallo studio delle carte dâarchivio e delle sentenze. Queste ricerche sono state in grado di delineare con una certa precisione la portata del fenomeno delle condanne a morte per diserzione e per Wehrkraftzersetzung (letteralmente âerosione della forza militareâ, di fatto un reato di sedizione). Ne dĂ una sintesi efficace Manfred Messerschmidt, uno dei primi ricercatori che hanno contribuito ad accrescere la consapevolezza su questo tema:
La posizione della giustizia della Wehrmacht nella storia del diritto penale tedesco si caratterizza per la mole delle sue condanne a morte: se tra il 1907 e il 1932 in Germania erano state pronunciate 1547 condanne capitali, di cui 393 eseguite, i tribunali della Wehrmacht, anche secondo stime prudenti, emisero 25.000 condanne a morte [tra il 1939 e il 1945]. Di queste, tra le 18.000 e le 22.000 furono effettivamente eseguite: quasi cinquanta volte tanto.
Messerschmidt, 2005, p. 453
La causa della crescita esponenziale delle condanne a morte di soldati emesse durante il Terzo Reich era in parte intrinsecamente legata allâideologia nazionalsocialista. La raffigurazione del disertore come «canaglia» e nemico della nazione era del resto un pilastro del Mein Kampf: «al fronte si puĂČ morire: come disertore, si deve morire». Dâaltra parte, perĂČ, lâanalisi delle sentenze da parte degli storici ha mostrato che al piano ideologico si aggiunge un eccesso di zelo che va oltre persino quanto era stabilito dal Kriegsstrafverfahrensordnung (KStVO), il nuovo codice di procedura penale di guerra emesso nel 1938 che giĂ di per sĂ© aveva inasprito le pene per chi si macchiava del reato di Fahnenflucht. Il punto Ăš quello ben enunciato da Wolfram Wette:
I giudici militari non si limitarono a interpretare alla lettera gli ordini di Hitler; anzi, si puĂČ dire che superarono persino le aspettative, smaniosi di non essere criticati dalla destra, come giĂ era successo dopo la Prima Guerra Mondiale. Allâepoca, i nazionalisti radicali avevano accusato i tribunali e il sistema giuridico di non aver perseguito chi aveva minato il morale del fronte interno [...]. Di conseguenza, nella Seconda Guerra Mondiale i giudici militari non entrarono nel dettaglio dei moventi dei singoli imputati: specialmente nelle fasi finali del conflitto, la severitĂ delle sentenze mirava a suscitare terrore nella popolazione e a contrastare la sempre maggiore riluttanza a continuare a combattere.
Wette, 2006, p 166.
Il fascicolo di denazificazione, infine, presenta vari documenti redatti un notaio di Goslar che chiedono di accelerare la procedura al fine di poter assumere S., giĂ nella primavera del 1946, nel proprio studio. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, lâanagrafe registra spostamenti e cambi di residenza di S. tra Goslar, Hannover e Baden-Baden, cittĂ dalla quale nel 1962 si rivolge per lettera a Primo Levi. Muore a Karlsruhe nel 1970.
Al momento non siamo in grado di stabilire la condotta di S. in quanto giudice militare: in mancanza di ulteriori documenti, come sentenze da lui firmate, la sua storia resta opaca e puĂČ solo essere inserita nel contesto storico e storiografico appena delineato.
Riferimenti e bibliografia
I riferimenti biografici su S. sono stati ricavati dalle schede anagrafiche presenti negli archivi cittadini di Goslar, di Hannover, e di Baden-Baden. Ringraziamo gli archivi per aver condiviso con noi la documentazione. Le informazioni sulla sua formazione sono presenti nel Lebenslauf che accompagna la dissertazione di dottorato di S.; ringraziamo lâUniversitĂ di Greifswald per averci inviato una copia dellâestratto.
Il fascicolo di denazificazione Ăš stato fornito dal NiedersĂ€chsisches Landesarchiv di WolfenbĂŒttel.
Sullâazione dei giudici di guerra si vedano i seguenti volumi: H. Baumann, U. Eberle, M. Koch, A. Wagner, Das WehrmachtgefĂ€ngnis Anklam 1939-1945, Landeszentrale fĂŒr politische Bildung Mecklenburg, Vorpommern 2021; C. Bade, L. Skowronski e Michael Viebig (a cura di), NS-MilitĂ€rjustiz im Zweiten Weltkrieg. Disziplinierungs- und Repressionsinstrument in europĂ€ischer Dimension, V&R unipress, Göttingen 2015; M. Messerschmidt, Die Wehrmachtjustiz 1933â1945, Schöningh, Paderborn 2005; J. Perels e W. Wette (a cura di), Mit reinem Gewissen. Wehrmachtrichter in der Bundesrepublik und ihre Opfer, Aufbau Verlag, Berlin 2011; W. Wette, The Wehrmacht. History, Myth, Reality, Harvard University Press, Cambridge (US) - London 2006. La citazione dal Mein Kampf di Hitler Ăš tratta dalla versione italiana del 1934 che possedeva Primo Levi, edita da Bompiani e tradotta da Angelo Treves.