Primo Levi e la lingua tedesca

di Alice Gardoncini

In un’intervista del 1970, al minuto 4 circa Primo Levi racconta il suo rapporto con la lingua tedesca

Nelle opere di Levi c’è una scena ricorrente, declinata a seconda dei casi su un registro drammatico o con un tono più leggero. Si tratta dell’incontro tra due personaggi di lingua madre diversa, che cercano una lingua comune, infine la trovano, e pur padroneggiandola magari in maniera imperfetta, cercano faticosamente di venirne a capo con svariati tentativi ed escamotage. 

Una simile contrattazione linguistica è affrontata esplicitamente nell’ultimo capitolo dei Sommersi e i salvati, è all’origine del fondamentale incontro epistolare con il traduttore Heinz Riedt (e in maniera meno intensiva anche di quelli con gli altri suoi traduttori nelle varie lingue), è intessuta e ripresa in più forme nella Tregua ed è in fondo, come vedremo, l’esordio di quasi tutti i carteggi tedeschi pubblicati su LeviNeT. 

Ma il passaggio forse più allegro che si sviluppa intorno allo stesso canovaccio è contenuto nella Tregua, quando Levi, nel campo di Katowice, viene incaricato di redigere un registro dell’ambulatorio medico da inviare a Mosca. 

Copertina della prima edizione de La tregua, 1963.

Emerse però una difficoltà […] grave: in che lingua tenere la registrazione? Non in italiano né in francese né in tedesco, che né Maria né Dancenko conoscevano. In russo allora? No, il russo non lo conoscevo io. Marja meditò perplessa, poi si illuminò, ed esclamò: – Galina! – Galina avrebbe risolto la situazione. 

OC I, p. 351.

Galina era una delle ragazze aggregate alla Kommantantur: conosceva il tedesco, così avrei potuto dettarle i verbali in tedesco, e lei li avrebbe tradotti in russo seduta stante. L’ingresso di Galina è una ventata d’aria fresca. La ragazza ha diciott’anni, e oltre a conoscere il tedesco è una figura tutta positiva: 

Era bruna, allegra e graziosa: aveva un viso intelligente dai tratti sensibili e minuti, e fra tutte le sue colleghe era la sola che vestisse con una certa eleganza, e che avesse spalle, mani e piedi di dimensioni accettabili.

OC I, p. 351.
La traduzione del Processo di Franz Kafka esce nel 1983 per Einaudi nella collana “Scrittori tradotti da scrittori”. Fonte: Einaudi editore, https://www.einaudi.it/catalogo-libri/senza-materia/il-processo-franz-kafka-9788806558550/

Insomma, al personaggio di Levi piace, anche in quanto donna, tanto che nella trasposizione radiofonica del romanzo Cesare sospetta che i due abbiano una relazione. Ma la scintilla dell’interesse si origina proprio dal lavoro comune. Nonostante i due si confrontino in una «lingua non sua né mia, nella lingua fredda dell’invasore» (OC I, p. 453), la sfida traduttiva diventa fonte di stimolo intellettuale, di gioco vivo e vitale, e infine una scusa per parlare di sé:

… col suo ausilio i famosi verbali venivano faticosamente confezionati sera per sera, con un mozzicone di matita, su un fascicolo di carta grigiastra che Marja mi aveva consegnato come una reliquia. Come si dice «asma» in tedesco? e «caviglia?» e «slogatura?» e quali sono i termini russi corrispondenti? Ad ogni scoglio lessicale eravamo costretti ad arrestarci in preda al dubbio, e a ricorrere a complicate gesticolazioni, che finivano in squillanti risate da parte di Galina.

OC I, p. 351.

Senza pretesa di esaustività, si proverà qui a tracciare le coordinate principali del rapporto di Levi con questa lingua, un rapporto ambiguo, sfaccettato e mutevole nel tempo. Infatti, nonostante si tratti della lingua dell’invasore, della lingua del nemico, Levi – ben lontano dal rifuggirla – la inseguirà e corteggerà per tutta la vita: come semplice lettore, come chimico che si deve appropriare di una lingua tecnica, come prigioniero che la comprende e parla per salvarsi la pelle, come uomo d’affari che la usa alla stregua di un’arma retorica, come scrittore che la legge per verificare la correttezza di una traduzione, come traduttore che si scontra con il particolare idioletto di Kafka, come studente di una scuola di lingua della buona borghesia torinese, come linguista autodidatta e curioso, come vecchio amico che dopo molti anni riallaccia i rapporti con i sui antichi compagni di sventura. Ma andiamo con ordine.

Il tedesco della letteratura e della chimica

L’infanzia e la formazione di Levi a Torino avvengono in una congiuntura storica particolare per quanto riguarda proprio il rapporto dell’Italia con le letterature straniere. Siamo infatti nel pieno di quello che sarà ricordato, con una definizione di Cesare Pavese, come il «decennio delle traduzioni». Per una serie di fattori storico-economici (cfr. almeno Pavese 1990, Albonetti 1994, Rundle 2019, Forgacs 2000, Petrillo 2023) l’Italia, pur nell’isolamento culturale del ventennio fascista, vede uno straordinario fiorire di traduzioni dalle principali lingue europee e una circolazione senza precedenti delle letterature straniere. In questo contesto, la famiglia di Levi, della buona borghesia torinese ebraica, non fa eccezione, e non stupisce affatto che la biblioteca di Cesare Levi, bibliofilo e poliglotta, sia un ottimo esempio di questa apertura verso l’estero. Fin da ragazzo Levi è un lettore vorace, in casa trova romanzi ungheresi, francesi, americani, tedeschi. A quest’altezza per Levi il tedesco è la lingua di Thomas Mann della Montagna incantata, che diventa un libro di famiglia, alimentando il linguaggio segreto tra Primo e la sorella Anna Maria ed è la lingua di Heine, autore amatissimo e di cui tradurrà a più riprese dal Buch der Lieder (le dieci traduzioni di Heine saranno pubblicate nella sezione «Traduzioni» in Ad ora incerta, nel 1984)(si veda Mengoni 2017, pp. 157-163 e Mengoni 2020). 

Per l’immagine di copertina del manuale di Ludwig Gattermann del 1939 (quella posseduta da Levi), si ringrazia Michele Santuliana.

Ma il tedesco, in Italia, è anche e soprattutto la lingua tecnica della comunità chimica (Appendino 2025). Quando, nel 1937, Levi si iscrive al corso di laurea in chimica, si trova a studiare proprio su libri tedeschi (il manuale del primo anno era Anleitung Zur Darstellung Anorganischer Präparate di C. Rüst, che Levi comprò in tedesco) e a consultare i numeri del periodico «Chemisches Zentralblatt» che descriveva i più importanti esperimenti di chimica condotti nel mondo. 

Proprio per questo il professor Giacomo Ponzio, che dirigeva l’Istituto di Chimica, organizzò per i suoi studenti delle lezioni di tedesco, condotte da un’insegnante madrelingua (Frau Henke, come riporta Thomson 2017, p. 115): Levi vi prese parte. Ma, come è noto, il riferimento principale per Levi è il manuale di fine Ottocento di chimica organica in uso nelle facoltà di chimica di tutta Europa: Die Praxis des Organischen Chemikers di Ludwig Gattermann, reso celebre dalla scena raccontata nel capitolo «Esame di chimica» di Se questo è un uomo, in cui il dottor Pannwitz interroga Levi sulla base proprio di questo manuale:

Kohlenwasserstoffe, Massenwirkungsgesetz. Mi affiorano i nomi tedeschi dei composti e delle leggi: provo gratitudine verso il mio cervello, non mi sono più occupato molto di lui eppure mi serve ancora così bene. […] Qualcosa mi protegge. Le mie povere vecchie Misure di costanti dielettriche interessano particolarmente questo ariano biondo dalla esistenza sicura: mi chiede se so l’inglese, mi mostra il testo del Gattermann, e anche questo è assurdo e inverosimile, che quaggiù dall’altra parte del filo spinato, esista un Gattermann in tutto identico a quello su cui studiavo in Italia, in quarto anno, a casa mia.

OC I, p. 223.

Pane e lingua

Ma in Se questo è un uomo, a ben vedere, sono parecchi i passi in cui si tematizza la questione linguistica in Lager (Franceschini 2022, pp. 19-44). A cominciare dalla domanda secca di una SS con cui si apre il capitolo «Sul fondo», «Wer kann Deutsch?» («Chi sa il tedesco?», OC I, p. 149), passando per la descrizione della babele in cui precipitano i prigionieri, per arrivare infine agli innumerevoli termini e frasi che compaiono nel libro direttamente in tedesco (così come sono stati sentiti da Levi e riportati, a caldo). Inoltre, spesso Levi commenta le sue competenze linguistiche e magari annota di sfuggita: «I quattro parlano una lingua che non sembra di questo mondo, certo non è tedesco, io un poco il tedesco lo capisco» (OC I, p. 150, nelle note dell’edizione scolastica Levi chioserà che i barbieri erano polacchi, OC I, p. 1410). 

Copertina dell’edizione Aufbau 1947 di LTI – Notizbuch eines Philologen di Victor Klemperer. Levi cita questo volume nel capitolo “Comunicare” dei Sommersi e i salvati (OC II, p. 1205).

Dopo aver scritto Se questo è uomo, nel corso degli anni, l’autore tornerà poi molte volte a parlare del proprio rapporto con il tedesco. Il luogo più importante in questo senso è senz’altro il consuntivo contenuto in «Comunicare», scritto verosimilmente del 1982 e incluso come quarto capitolo nei Sommersi e i salvati. Il saggio prende l’avvio proprio dall’esplicitazione di che cosa significa poter o non poter comunicare, in situazioni estreme come quella del Lager: 

La maggior parte dei prigionieri che non conoscevano il tedesco, quindi quasi tutti gli italiani, sono morti nei primi dieci-quindici giorni dal loro arrivo. […] Sapere il tedesco era la vita.

OC II, p. 1204.

Rispetto ad altri italiani Levi in Lager ha quindi il vantaggio della lingua, in forza dei suoi studi universitari; ma non basta. Un po’ perché leggere il tedesco e parlarlo sono due cose molto diverse, e un po’ perché quella è effettivamente una lingua a sé stante: in Lager si parla il cosiddetto Lagerjargon o la Lagersprache, un gergo settoriale, rozzo e violento, imparentato con il tedesco da caserma, ibridato con lo yiddish, col polacco, con l’ungherese (su questo tema la bibliografia è ampia, si veda almeno Klemperer 1998, Oschlies 1985, Winterfeldt 1968, Chiapponi 2004). Sempre in «Comunicare» Levi riporta l’episodio delle lezioni di tedesco comprate con il pane:

Io supplicai uno di loro [i francesi], un alsaziano, di tenermi un corso privato ed accelerato, distribuito in brevi lezioni somministrate sottovoce, fra il momento del coprifuoco e quello in cui cedevamo al sonno; lezioni da compensarsi con pane, altra moneta non c’era. Lui accettò, e credo che mai pane fu meglio speso. Mi spiegò che cosa significavano i ruggiti dei Kapos e delle SS, i motti insulsi o ironici scritti in gotico sulle capriate della baracca, che cosa significavano i colori dei triangoli che portavamo al petto sopra il numero di matricola. Così mi accorsi che il tedesco del Lager, scheletrico, urlato, costellato di oscenità e di imprecazioni, aveva soltanto una vaga parentela col linguaggio preciso e austero dei miei testi di chimica, e col tedesco melodioso e raffinato delle poesie di Heine che mi recitava Clara, una mia compagna di studi.

OC II, p. 1205. 

In questo passaggio Levi non identifica il proprio maestro, ma all’episodio aveva già accennato brevemente anni prima durante una conversazione con Paola Valabrega (OC III, pp. 892-903), e in quell’occasione l’aveva ricondotto a Jean Samuel, il Pikolo del «Canto di Ulisse» (si veda Scarpa 2022); come si vedrà non sarà l’unico insegnante di tedesco di Levi in Lager. 

Il tedesco commerciale dei viaggi di lavoro

Sempre in «Comunicare» Levi ammette di essersi reso conto pienamente della sostanziale differenza tra il tedesco di Auschwitz e quello correntemente parlato in Germania, «solo molto più tardi». Il primo indizio straniante in questo senso gli arriva già negli anni Cinquanta, nel corso dei vari viaggi di lavoro che si trova a svolgere per conto della Siva. 

Dopo Auschwitz aveva rimesso piede in Germania per la prima volta quasi subito, durante il lungo viaggio di ritorno raccontato nelle Tregua («il fatto di sentire per la prima volta, sotto i nostri piedi, un lembo di Germania: non di Alta Slesia o di Austria, ma di Germania propria, sovrapponeva alla nostra stanchezza uno stato d’animo complesso, fatto di insofferenza, di frustrazione e di tensione», OC I, p. 467). Ma il primo vero confronto da uomo libero avviene nel 1953, in occasione di un viaggio di lavoro a Cuxhaven con il suo capo alla Siva, Federico Accati. Thomson riporta come in questa occasione Levi non si fosse mostrato rancoroso e, anzi, avesse manifestato principalmente il desiderio di mettere alla prova il suo tedesco nei ristoranti, negli hotel e persino in spiaggia (p. 374). Nei confronti della lingua tedesca non sembra essersi sviluppato in Levi quel rigetto tipico di molti reduci, dettato da un riflesso incondizionato le lega l’orrore all’acustica della lingua; piuttosto si attiva per l’appunto uno «stato d’animo complesso», una tensione che per ora non è meglio specificata. 

Sede della Bayer a Leverkusen nel 1964. Fonte Wikimedia Commons.

Al primo viaggio ne seguono altri a Leverkusen, nei pressi di Colonia, dove si trovava la sede centrale della Bayer, colosso della chimica che durante la guerra faceva parte della IG Farben. In questa occasione si verifica l’episodio che Levi amava raccontare con soddisfazione e un certo gusto per la provocazione, e di cui resta traccia in versioni leggermente variate in conversazioni, interviste (si vedano i passaggi in OC III, p. 571, pp. 717-18, p. 793), nei racconti di gente che vi aveva assistito (come quello della figlia di Accati riportato da Thomson, p. 376) e infine anche, ancora una volta, nel capitolo «Comunicare», che riportiamo qui:

Mi è accaduto una volta di usare in buona fede questa espressione (Jetzt hauen wir ab) poco dopo la fine della guerra, per prendere congedo da alcuni educati funzionari della Bayer dopo un colloquio d’affari. Era come se avessi detto «ora ci togliamo dai piedi». Mi guardarono stupiti: il termine apparteneva ad un registro linguistico diverso da quello in cui si era svolta la conversazione precedente, e non viene certo insegnato nei corsi scolastici di «lingua straniera». Spiegai loro che non avevo imparato il tedesco a scuola, bensì in un Lager di nome Auschwitz; ne nacque un certo imbarazzo, ma, essendo io in veste di compratore, continuarono a trattarmi con cortesia. 

 (OC II, p. 1206).

L’imbarazzo legato all’aver infranto la cordialità dell’incontro, si trasforma immediatamente per Levi nella volontà netta di mostrare il passato, esibire la colpa dell’altro, e usarla come una piccola rivalsa nel rapporto che si stabilisce: 

Mi sono reso conto in seguito che anche la mia pronuncia è rozza, ma deliberatamente non ho cercato di ingentilirla; per lo stesso motivo non mi sono mai fatto asportare il tatuaggio dal braccio sinistro.

OC II, p. 1206.

E a proposito del tatuaggio, sempre durante uno di questi viaggi:

«È un promemoria di Auschwitz», rispose Levi. Cadde il silenzio […] Si sentiva solo il tintinnio metallico delle forchette sui piatti, mentre dieci tedeschi, tutti uomini, si muovevano nervosamente sulla sedia.

Thomson, p. 376.

Levi interrompe la conversazione apparentemente neutra sulla lingua tedesca esibendo una spia e un segnale che indica il tabu tra i due popoli, e non ha problemi a usarla come brusca rottura dei convenevoli. Questo non sarà il solo esempio di un uso consapevole di Levi della pragmatica linguistica come arma retorica.

Le corrispondenze con lettrici e lettori tedeschi

Alla fine degli anni Cinquanta qualcosa cambia profondamente. L’edizione Einaudi di Se questo è un uomo è del 1958, e già nel marzo dell’anno dopo Levi riceve dalla casa editrice il contratto con la Fischer Verlag di Francoforte per la traduzione in tedesco (per una ricostruzione dettagliata si veda l’introduzione di Mengoni in Levi 2024, pp. VII-XII). È un momento epifanico, come racconta lo stesso Levi nel capitolo «Lettere di tedeschi»: è qui che l’autore realizza che i destinatari veri del suo libro, «quelli contro cui il libro si puntava come un’arma, erano loro, i tedeschi. Ora l’arma era carica» (OC II, p. 1253). 

Le conseguenze e le implicazioni di questa consapevolezza sono alla base dell’intero progetto editoriale e di ricerca di LeviNeT, ed è quindi impossibile ricostruirle qui nella loro interezza. Dal punto di vista cronologico, però, è utile ricordare che dall’inizio del carteggio con Heinz Riedt (ora, in parte, in Levi 2024) e fino al ’63, Levi è intensamente coinvolto in questo dialogo epistolare multiforme, reticolare, incrociato con i suoi lettori tedeschi. Da un’intervista di Luigi Silori, andata in onda sulla Rai il 27 settembre 1963: 

– Scrivi? In questi giorni stai scrivendo? 
– No, in questi giorni non scrivo, rispondo a lettere.

Oggi, con le pubblicazioni di LeviNeT, questa frase assume contorni più precisi: se si prendono in considerazione solo gli scambi con lettori e lettrici comuni di Ist das ein Mensch? si parla di più di cento lettere e più di trenta diversi interlocutori.

Una seconda fase prende l’avvio alla metà degli anni Sessanta, proprio a partire dallo scambio epistolare con una di queste lettrici “comuni”. È la bibliotecaria di Wiesbaden Hety Schmitt-Maass, che corrisponderà con Levi per altri vent’anni e darà origine in breve tempo a una rete epistolare intricata con al centro Levi, coinvolgendo anche Jean Améry, Ferdinand Meyer, Hermann Langbein.

Con il proseguire di queste corrispondenze cambia e si intensifica anche il rapporto di Levi con la lingua tedesca. Se con Riedt e altri interlocutori che conoscono l’italiano la scelta del codice non è mai in dubbio, perché ricade sempre sulla lingua di Levi, nella maggior parte dei casi i lettori scrivono in tedesco, e a seconda dei casi ricevono una risposta in italiano, francese o inglese. 

Ma la cosa sorprendente è che Levi traduce in italiano, per sé, praticamente tutte le lettere che gli arrivano tra il novembre 1961 e il dicembre 1963, con poche eccezioni (che potrebbero anche corrispondere a lacune d’archivio). Lo scopo delle traduzioni è molteplice: da un lato è una motivazione editoriale, poiché Levi, già a quell’altezza sta maturando l’intenzione di pubblicare le lettere in qualche forma (Mengoni 2023, p. 57 e sg.). Il secondo motivo, forse quello dirimente, è che queste traduzioni sono per lui un vero e proprio strumento di lettura e di studio: in questo modo Levi è in grado di orientarsi meglio se le grafie sono complicate da decifrare (Lettera 154), elaborare le informazioni di lettere complesse (Lettera 118), o anche, più semplicemente, esercitare le sue capacità linguistico-intellettuali. Su LeviNeT abbiamo scelto di pubblicare sempre le sue traduzioni quando presenti.

Dettaglio del manoscritto e della traduzione leviana della lettera di Gertrud Mertens.
Fonte Archivio Privato Primo Levi.

Altra questione su cui è interessante riportare l’attenzione è quale lingua sceglie Levi di volta in volta per rispondere ai suoi interlocutori. Non si tratta di una scelta neutra: Levi quasi sempre dichiara di leggere il tedesco ma, non essendo in grado di scriverlo senza errori, di scegliere l’italiano (o il francese o l’inglese). Poiché esistono casi che si discostano da questa norma, è possibile ipotizzare motivazioni più profonde dietro questa formula standard. 

Le prime due variabili che concorrono alla scelta del codice sono eminentemente pratiche e corrispondono da un lato alla necessità di farsi capire dall’interlocutore e, dall’altro, alla volontà di esprimere con chiarezza e precisione contenuti talvolta delicati. In quegli anni, tra l’altro, il francese era ancora considerato la lingua veicolare preferenziale della borghesia europea nel mondo intellettuale occidentale, come conferma per esempio la corrispondenza tra Levi e Langbein, nonché tutti i materiali che Langbein gira a Levi e che riguardano l’attività dei comitati internazionali di reduci, tutti in francese.

C’è però una terza variabile, che sembra pertenere alla maggiore o minore vicinanza e fiducia che Levi ripone nell’interlocutore, che spesso non conosce. In particolare è possibile ipotizzare che in questo senso la pragmatica linguistica di Levi sia direttamente legata al posizionamento dell’interlocutore nei confronti del nazismo. Più il corrispondente sembra vicino al nazismo (o è sospettabile di esserlo sulla base della sua età, dell’eventuale retorica apologetica contenuta nella lettera, dei dettagli biografici che si possono leggere tra le righe, e soprattutto delle omissioni contenute nelle lettere) e meno Levi sembra disposto a compiere in prima persona uno sforzo linguistico per mettere a suo agio l’interlocutore. In questo senso i casi più eclatanti sono quelli dei coniugi. L. e del giudice S, dove l’assenza del patto di formalità che agisce in tutte le altre lettere, o la sua riduzione al minimo, rendono conto sul piano linguistico formale del sospetto, della diffidenza e persino della rabbia di Levi. Nel caso di S., in particolare, Levi non conosce nulla della biografia del suo interlocutore, ma non la conosce perché è lui stesso a non dire nulla; tuttavia, come si evince anche dal commento che gli riserverà nei Sommersi e i salvati, è messo sull’attenti dalle sue argomentazioni, e forse anche proprio dalle omissioni del tedesco, che, come poi abbiamo ricostruito, era un giudice con un passato nei tribunali militari della Wehrmacht. 

Dettaglio della Lettera di Primo Levi a S. del 18 ottobre 1962; Levi dichiara di non scrivere correttamente il tedesco, ma solo tre mesi dopo lo userà per una lettera a Brigitte Distler.

«Tra noi non possiamo usare nessun’altra lingua»

Tra i lettori di Ist das ein Mensch? ce n’è uno molto particolare che contatta Levi il 28 gennaio del 1965, per il tramite della comunità ebraica di Torino. È un lettore comune, sì, ma soprattutto è uno dei personaggi del libro: il rabbino Mendi, al secolo Emil Davidovič. Ha letto il libro quasi per caso, si è riconosciuto, ha deciso di contattare il suo vecchio compagno di sventure. Inizia così la loro corrispondenza, che si protrarrà fino agli anni Ottanta. 

Dettaglio della lettera di Davidovič a Levi del 12 febbraio 1965.

Il legame tra i due è più antico del rapporto epistolare, la loro amicizia è nata in una situazione estrema e traumatica per entrambi, e si è sviluppata in un arco di tempo ristretto e poi bruscamente interrotta. Levi aveva 25 anni, Mendi 32. L’ambiente linguistico in cui si sono conosciuti era quello del Lagerjargon, ma il tedesco era per entrambi una lingua straniera, anche se in gradi molto diversi. Levi conosceva le basi della grammatica e la terminologia tecnica della chimica, ma non aveva mai esercitato il tedesco parlato; per Davidovič, ceco nato nella cittadina multiculturale e poliglotta di Chust (oggi in Ucraina), il tedesco era una lingua ben nota, ma non la principale. In famiglia parlava lo yiddish, fuori casa il ceco, l’ungherese, l’ebraico; a venticinque anni era stato a Vienna per perfezionare il tedesco e si era trasferito poi a Berlino nel 1938 per studiare al Collegio di Studi Ebraici. La guerra però gli aveva impedito di restare nel paese. 

Dal punto di vista della pragmatica linguistica, la corrispondenza tra i due è affascinante, e si trova al polo opposto dei coniugi L. e si S.. Fino a qui Levi si era quasi sempre trovato a corrispondere con perfetti sconosciuti, di cui aveva dovuto intuire dalle lettere stesse il carattere, la storia e il coinvolgimento con il nazismo, partendo quindi da una situazione di iniziale diffidenza. Qui la prospettiva è ribaltata. Levi stesso dice che l’unica lingua che può parlare con Mendi è il tedesco. Questo è senz’altro vero da un punto di vista pratico (è l’unica lingua che hanno in comune), ma corrisponde anche a una verità più intima del loro rapporto, nato e cresciuto proprio in tedesco, e di cui il tedesco in parte è stato il motore, perché – come per Jean Samuel – anche in questo caso Mendi, che conosceva la lingua del Lager molto meglio di Levi, è stato suo maestro e interprete. Forse non è dunque un caso, se quando nella lettera 182 Davidovič propone a Levi di continuare lo scambio in francese, Levi lascia semplicemente cadere la proposta e continua in tedesco.

Le cose cambiano negli anni Ottanta, quando Levi, in una lettera stanca e disillusa, passa all’inglese. Nel farlo però, inizia la lettera con un lungo paragrafo di spiegazioni e di scuse (qui riportato in traduzione):

[…] mi perdonerai se ti scrivo in inglese: come sai, non ho mai davvero padroneggiato il tedesco, di fatto la mia unica scuola è stata Auschwitz. Ricordo anche di aver preso lezioni da te e da Jean Samuel; più precisamente, in un’occasione memorabile mi avete insegnato che si dice «geh hinaus» ma «komm heraus». Da allora, ho avuto poche opportunità per esercitarmi (solo due o tre volte all’anno, quando corro in giro per l’Europa da uomo d’affari), e ormai il mio tedesco è molto arrugginito. Presumo che, essendo i tuoi figli in America, ed essendo tu notoriamente un poliglotta, non avrai difficoltà a leggere questa lettera; se così non fosse, dimmelo e la prossima volta cercherò tornare al tedesco. Nonostante la nostra comune esperienza, non mi è venuto nessun «riflesso condizionato» contro questa lingua, si tratta solo di difficoltà grammaticali.

Lettera 196.

Naturalmente, come abbiamo visto, questa descrizione del suo rapporto con il tedesco non è del tutto corrispondente al vero, la lettera è impietosa e attraversata da una vena di sconforto: Levi il tedesco lo padroneggiava senz’altro, come d’altronde è stato evidente nelle lettere precedenti, e a quest’altezza non è più vero che la sua unica scuola sia stata Auschwitz, o che le occasioni per esercitarsi siano state scarse. In realtà Levi è entrato in contatto con la lingua tedesca tutte le volte che ha potuto, nell’ultimo decennio della sua vita forse ancora più che nei precedenti. Sembra comunque vero, se non altro, il fatto che non abbia sofferto di un riflesso condizionato. O almeno la conseguenza di tale “riflesso” non è stata la fuga; è semmai accaduto il contrario: il tedesco – come d’altronde accadde con “i tedeschi” – è stato per tutta la vita un pungolo e un cruccio; qualcosa da elaborare, studiare, cercare di capire, qualcosa senz’altro impossibile da far tacere.  

Scuola di lingua al Goethe di Torino

Ma facciamo un passo indietro: alla fine del 1974 Levi va in pensione e lascia la direzione della Siva, anche se continuerà ancora per due anni a collaborare come consulente. L’interesse per il tedesco si riattiva di nuova linfa nell’autunno dell’anno dopo, quando Levi traduce la maggior parte delle poesie di Heine pubblicate poi in Ad ora incerta e La notte dei Girondini dell’olandese Jacob Presser (usando la versione tedesca come testo ponte, come è noto, si veda Insana 2009, De Waart 2014, Belpoliti 2015), che uscirà per Adelphi nel 1976. Qualche anno dopo si cimenterà anche con l’unica traduzione completa di un’opera scritta in tedesco, Il processo di Kafka, per la collana «Scrittori tradotti da scrittori» di Einaudi (1983).

Ma soprattutto, dall’autunno del 1978, Levi si iscrive al Goethe Institut di Torino e prende vere e proprie lezioni di tedesco. Frequenterà il corso per tre anni, e all’inizio è l’unico sessantenne in una classe di giovani. Nel breve pezzo Tornare a scuola, comparso nell’agosto del 1981 sul «Notiziario della Banca Popolare di Sondrio», scrive: 

L’ingresso in aula per la prima lezione è stato traumatico: sono un allogeno, un marziano; questo non è il mio luogo. Eravamo una ventina di allievi, di cui solo tre maschi; due signorine mostravano di aver superato i trent’anni, tutte le altre e gli altri erano studenti ventenni. 

OC II, p. 822. 

Nonostante la prima impressione, Levi è entusiasta. L’insegnante si chiama Hans Dieter Engert, nato nel 1933 a Ulm e trasferitosi in Italia vent’anni prima. Bambino durante la guerra e quindi rappresentante della “seconda generazione” di tedeschi, era fortemente autocritico nei confronti della Germania e convinto liberale. Levi lo descrive come 

colto, simpatico, intelligente, molto bravo nel vincere i ritegni e le verecondie degli alunni, esperto nell’arte di insegnare e buon conoscitore degli ostacoli che si frappongono al flusso dell’apprendimento.

OC II, p. 822. 
Molto attivo negli anni Settanta a Torino, il Goethe Institut aveva anche co-organizzato una mostra su George Grosz a Palazzo Madama. Foto: Goethe-Institut Archiv, https://www.goethe.de/de/uun/org/ges/pe2.html

I due stringono presto amicizia, si fermano fino a tardi a parlare di grammatica, etimologie ed espressioni intraducibili, nella biblioteca del Goethe Institut, si telefonano; spesso correggono insieme i testi di Levi. Grazie all’analisi del carteggio con Davidovič (Lettera 194) e alla conferma contenuta nella fotocopia di una lettera ritrovata nel fondo di Ian Thomson alla Wiener Library di Londra, sappiamo che Levi era solito sottoporre al professore anche le proprie lettere in tedesco per fargliele correggere (lettera di Levi a Engert del 12 aprile 1979). L’insegnante è a tutti gli effetti ascrivibile alla lista di tedeschi anomali in cui Levi si è imbattuto nel corso della vita; Carole Angier, nella sua biografia, lo definisce «un buon tedesco» (p. 617). 

Levi menziona il corso di lingua nella conversazione epistolare con Davidovič (Lettera 194), ma è soprattutto nel carteggio con Hety Schmitt-Maass che si dilunga a raccontare di Engert e delle proprie sensazioni in classe, quasi parafrasando per l’amica tedesca le impressioni che aveva messo su carta nel breve articolo Tornare a scuola del 1981. Levi è chiaramente orgoglioso della propria lingua e dell’effetto che produce su Engert (e forse anche su Schmitt-Maass). Così le scrive il 30 maggio del 1979, nella prima lettera in tedesco a lei diretta:

Fotocopia del dattiloscritto della lettera che Primo Levi scrive a Emil Davidovič il 16 luglio 1979 (Lettera 194). Oltre agli interventi ms. di Levi sono visibili le correzioni di Hans Dieter Engert, docente di Levi al Goethe Institut di Torino in quegli anni. Fonte Archivio Privato Primo Levi.

Dovrò sembrargli [a Engert] un allievo molto strano, non tanto per la mia età, ma perché il mio tedesco è un’accozzaglia di tante fonti diverse e male assortite, ovvero: il campo di concentramento, la chimica, gli affari e qualche libro letto alla rinfusa, insomma un misto di classico e moderno! [Engert] crede che è per questo che il mio tedesco è tanto pittoresco e divertente; spesso introduco termini arcaici o letterari nel discorso quotidiano e viceversa (come è ben possibile che avvenga in questa lettera).

Thompson, p. 541. 

È interessante rilevare che proprio in quel momento Levi inizia a corrispondere con Schmitt-Maass usando per l’appunto il tedesco (prima le aveva sempre scritto in inglese, se si escludono alcune lettere in francese all’inizio), giustificando questo cambiamento come l’effetto di una sorta di obbligo morale, poiché ora è un allievo del Goethe Institut. Passare al tedesco è per Levi anche il sintomo di una grande fiducia nei confronti dell’amica, poiché non solo si sente libero di commettere errori e di non essere giudicato per questi, ma si spinge a chiederle di correggere le sue lettere e di rimandargliele. Lo scambio epistolare diventa quindi ancora più esplicitamente un’occasione neanche troppo collaterale di studio e di esercizio. 

L’intensificarsi e approfondirsi dell’interesse di Levi per la lingua tedesca coincide con la congiuntura che lo porta, proprio negli stessi anni, anche a riprendere in mano la riflessione su Auschwitz da una prospettiva nuova, con l’intenzione, sempre più consapevole, di tornare a scrivere di quel tema e con le prime elaborazioni della nozione di «zona grigia», nella prefazione alla Notte dei girondini e nel racconto Il re dei Giudei. 

Purtroppo l’esperienza al Goethe si chiude in modo drammatico nel novembre del 1981, quando Levi apprende la notizia della morte improvvisa di Engert, suicidatosi alla vigilia di un processo in cui sarebbe dovuto comparire per testimoniare contro un giovane che lo ricattava, minacciando di rivelare la sua omosessualità.

Levi, profondamente scosso dalla vicenda, smise di frequentare il Goethe, che in quegli anni per lui era stato un punto di riferimento, non solo per i corsi di lingua, si veda per esempio la proiezione della serie Holocaust che si fece proprio alla sede del Goethe. Non tornò all’istituto neanche in occasione di una serata commemorativa per Engert organizzata l’anno seguente (Angier, p. 618). Non rinunciò però del tutto alle lezioni di lingua e negli anni seguenti contattò a questo scopo un altro insegnante, Hens Henrik Fischer, che abitava nell’appartamento al piano inferiore della zia di Levi, Jole Luzzatti (Thomson, p. 575-76). 

Vizio occulto

Come è noto, tra i vari «mestieri altrui» che Primo Levi amava frequentare un posto di tutto rispetto spetta alla linguistica, alla storia della lingua (si veda almeno Beccaria 1991, Matt 2022, di nuovo Franceschini 2022). A questo ambito afferiscono il fascino esercitato su di lui dalle etimologie, se possibile strane e significative, l’interesse per i malapropismi dell’italiano popolare, la passione per i dizionari. È chiaro che anche lo studio delle lingue straniere non fa eccezione. Risale al 1985 un testo che per la sua ambiguità, raffinatezza e sottile inquietudine, sembra la conclusione più calzante per la panoramica che si è tentato di tratteggiare.

L’articolo uscito sul «Notiziario della Banca Popolare di Sondrio»  si intitola Vizio occulto e indugia proprio sulla passione etimologica di Levi. Ma nel momento in cui la denuncia apertamente come «vizio occulto», lo scrittore ne tace la natura più precisa: questo non è semplicemente un saggio sull’origine di alcune parole, ma più propriamente un testo tutt’altro che neutro in cui viene portata avanti, dal primo all’ultimo esempio, un’analisi contrastiva tra le lingue latine (e in primo luogo l’italiano) e le lingue germaniche (in primo luogo il tedesco):

Parto subito con un esempio. Non ho imparato il tedesco a scuola, bensì come prigioniero in un Lager. Ci facevano trasportare mattoni, e così facendo ho imparato quanto pesanti, e soprattutto abrasivi, siano i mattoni pieni; ma ho anche imparato che in tedesco si chiamano «Ziegel».

OC II, p. 1618. 
Vizio occulto uscì sul «Notiziario della Banca Popolare di Sondrio», nel n. 37 dell’aprile 1985, a p. 70.

Se questo primo esempio è solo teso a dimostrare come la terminologia germanica legata alla casa abbia un’ascendenza latina, gli esempi successivi tendono posizionarsi in maniera sempre più netta nel registro del dolore, dipingendo una concezione della vita come un rimanere attaccati, come un faticoso sopravvivere. A partire dall’apparentemente innocuo «sehr», che originariamente significava «“dolorosamente” ed è connesso con l’inglese “sore”, ferita, piaga. Mille anni fa il termine si usava già per intensificare gli aggettivi, ma solo aggettivi negativi, quali “ammalato, ferito, triste”». Il resto dell’articolo è un lunga disamina della coppia di traducenti vita/leben, in cui la concezione dell’esistenza che deriva dall’etimologia di «Leben» è descritta con queste parole:

Vivere sarebbe quindi, pessimisticamente, un restare in vita, un sopravvivere, un rimanere incollato, appiccicato (anche la calce spenta serve a cementare le pietre): unica alternativa al cadere verso il basso, nel nulla, come quando si scolla un oggetto incollato alla parete. è un’immagine della vita che ci colpisce per la sua precarietà; fa pensare ad una condizione umana primitiva, nuda, permanentemente sospesa a mezz’aria, insidiata da pericoli d’ogni specie.

OC II, p. 1619.

A questo punto Levi menziona anche una seconda interpretazione etimologica, decisamente meno disturbante, legata all’umidità e all’importanza dell’acqua per lo sviluppo della vita. Ma decide di chiudere il brano con un’ultima sterzata in direzione del registro del dolore.

È curioso, ed a prima vista sconcertante, che questa stessa radice della vita compaia, in inglese ed in tedesco, nei nomi dei numeri 11 e 12, rispettivamente «eleven/elf» e «twelve/zwölf»: tutte e quattro le forme si spiegano con lo schema «uno vive» e «due vive»; cioè, rimangono uno e due dopo tolto il 10. Come si vede, ancora una volta il vivere è un restare, un sopravvivere dopo che qualche cosa è stato tolto.

OC II, p. 1620.

Dopo quarant’anni passati a inseguire, studiare, cercare di comprendere una lingua che è anche e soprattutto la lingua del nemico, suona senz’altro significativo che per Levi rincorrere l’origine di queste parole tedesche sia quasi inevitabilmente un mettersi sulle tracce del dolore, di una forma di vita che si definisce come un restare, come un «sopravvivere dopo che qualche cosa è stato tolto». 

Bibliografia

La lettera di Primo Levi a Hans Dieter del 12 aprile 1979, è conservata in fotocopia presso la Wiener Holocaust Library, London, fondo Primo Levi biography: Ian Thomson papers, 1406/2/178.

Immagine di copertina: United States Central Intelligence Agency. West Germany. 8-69. [Washington, 1969] Map. https://www.loc.gov/item/gm70003216/.

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