125. Brigitte Distler a Primo Levi, 25 ottobre 1964
Distler ringrazia Levi per l’omaggio di cui le ha fatto dono, una copia dell’edizione tedesca della Tregua, appena uscita, e spera che possa scrivere altri libri.
25 Okt. 1964
Lieber Herr Dr. Levi!
Bitte verzeihen Sie mir, daß ich Ihnen erst jetzt schreibe, aber ich war gerade krank, als ich Ihr Buch[1] erhielt und mußte anschließend wieder nach Berlin fahren. So kann ich Ihnen erst jetzt danken für die unbeschreibliche Freude, die Sie mir gemacht haben. Und ich bitte Sie auch, mir die Armut meiner Worte zu verzeihen – mein Dank und meine Freude sind größer als viele Worte.
Ich bin sehr glücklich, daß ich Ihr neues Buch kennenlernen durfte und daß Sie mir immer von neuem wie ein „Licht im Dunkeln” den Weg weisen, den ich zu gehen habe: das ist eine seltene, wanderbare Gnade.
Denn an Ihrem Leid messe ich den Wert meiner Sorgen und Ängste, die aufeinmal unbedeutend werden und ihre Daseinsberechtigung verlieren. Was ist mein „Kleinmut” gegenüber Ihrer Angst, mein Kummer gegenüber Ihrem Martyrium!
Zu Ihrem Buch wage ich nichts zu sagen, als: daß es mir Ihre unendliche Liebe und Güte zu den Menschen zeigt und Ihre heilige Geduld mit ihnen. Und eben diese alles überstrahlende Menschenliebe ist es – denke ich –, die Ihren „Bericht” (wie Sie ihn nennen) über ein bloßes Berichten hinaushebt und ihm den bleibenden Wert eines Kunstwerks verleiht.
Ich wünsche von Herzen, daß dies nicht ihr letztes Buch ist, denn ich glaube, daß Sie den Menschen noch wichtiges sagen können, auch wenn Sie meinen, „schon alles gesagt zu haben” (wie Sie mir einmal schrieben). Vielleicht läßt Ihnen Ihre Arbeit und Familie[2] doch noch Zeit zum Schreiben nicht von Rezensionen, sondern von einer Geschichte, vielleicht der von der Flucht des liebenswerten „Cesare”, wie Sie es in Ihrem Buch angedeutet haben.[3]
Ich hoffe, daß Sie meinen Brief bald erhalten und bin mit den aufrichtigsten Grüßen und Wünschen
Ihre Brigitte Distler
25 ottobre 1964
Caro Dottor Levi,
Mi perdoni se Le scrivo soltanto adesso: quando ho ricevuto il Suo libro[1] ero malata, e poi ho dovuto tornare a Berlino. Dunque solo ora posso ringraziarLa della gioia indescrivibile che mi ha dato. E La prego anche di scusare la povertà con cui mi esprimo: la mia gratitudine e la mia gioia sono più grandi di tante parole.
Sono molto felice di aver potuto conoscere il suo nuovo libro e che ancora una volta, come una “luce nel buio”, Lei mi indichi la strada che devo percorrere: è una grazia meravigliosa e rara.
Perché sul Suo dolore misuro il peso delle mie preoccupazioni e delle mie paure, che di colpo appaiono insignificanti e perdono ogni legittimità. Che cos’è la mia “pusillanimità” di fronte alla Sua angoscia, il mio affanno di fronte al Suo martirio!
Del Suo libro non oso dire altro se non questo: che in esso si manifesta il Suo amore sconfinato per gli uomini e la sua santa pazienza nei loro confronti. Ed è proprio questo sovrano amore per l’umanità – io credo – a innalzare la Sua “testimonianza” (come la chiama Lei) ben oltre la semplice cronaca, e a conferirle il valore duraturo di un’opera d’arte.
Di cuore Le auguro che questo non sia il Suo ultimo libro, perché sono convinta che Lei abbia ancora cose importanti da dire agli uomini, anche se pensa di “aver già detto tutto” (come mi ha scritto una volta). Forse il Suo lavoro e la Sua famiglia[2] Le lasceranno ancora un po’ di tempo per scrivere, non recensioni, ma una storia: magari quella della fuga dal caro “Cesare”, come Lei stesso ha accennato nel Suo libro.[3]
Spero che questa mia le giunga presto e La saluto con i più sinceri auguri,
Sua
Brigitte Distler