Ella Schieber, corrispondente da Israele, scrive di essere stata deportata ad Auschwitz con la famiglia nello stesso periodo di Levi e di essere rimasta colpita da Ist das ein Mensch? per la capacità di Levi di penetrare l’animo dei prigionieri. Allega alla lettera dei disegni fatti al suo ritorno dal Lager.
Haifa, den 9. Mai 62
Sehr geehrter Herr Levi Primo
Als erstes bitte ich vielmals um Entschuldigung, daß dieser Brief in deutscher Sprache geschrieben ist, denn ich bin leider in Berlin geboren und nicht im Staude, mich in einer anderen Sprache so auszudrücken, wie ich es gewollt hätte.
Ich habe Ihr BuchIst das ein Mensch? gelesen. Dieses Buch hat mich sehr aufgewühlt, nicht aus dem Grunde, daß auch ich und meine Familie nun die selbe Zeit nach Auschwitz deportiert wurde, und mein Vater und beideBrüder nicht mehr zurückkamen,[1] und nicht deshalb daß ich alles tausendmal bestätigen kann, da ich es am eigenen Leibe erfahren habe, sondern nur aus diesem Grunde, daß Sie in die Seele des KZlers,[2]dieser unglücklichem Wesen, eingedrungen sind. Dieses unaussprechliche Gefühl des Versklavtseins, das Seelenleben des Unterdrückten, wenn man es so ausdrucken kann, haben Sie in einer Form getroffen, die mich sehr aufgerührt hat, wie es nur einen Menschen aufrühren kann, der sich einmal in dieser Hölle befand.
Als wir in Birkenau nackt in der Sauna standen, den Schlägen, den unflätigen Ausdrücken und den niederträchtigen Blicken ausgesetzt und die hohen Schornsteine der Krematorien in den Himmel ragen sahen, sagten wir uns: Vielleicht sind wir schon gestorben und das hier ist die Hölle.
Ich war mir nicht bewusst, mit was ich mich in meinem bisherigen 16 jährigen Leben so versündigt habe, mir so eine Hölle zu verdienen. Womit hat sich meine arme Mutter, die einer Fliege nichts zuleide tun konnte, versündigt, daß man ihr die Kinder entriss? Gibt es auf Erden eine so grosse Sünde, womit sich eine Mutter verdient, daß man ihr, das Kind aus den Armen reisst und es ermordet.
Es gibt grosse Sünden auf der Welt. Diejenigen die das ausführen konnten, diejenigen die den Befehl erteilten es zu tun, diejenigen die es vermeiden konnten und es nicht taten, diejenigen die die Tore vor den unglücklichen Hilfesuchenden schlossen, sie haben die grösste Sünde auf ihren Schultern geladen, die es auf Erden gibt.
In Birkenau wurde meine Mutter und sich der „Union” zugeteilt: sie werden sicher von dieser Munitionsfabrik in Auschwitz gehört haben![3] Dort hatte ich das Glück, anstatt an einer Maschine stehen zu müssen, zeichnen zu dürfen. Das half mir und meiner Mutter über die schwerste Zeit hinweg. Ich malte Weihnachtskarten, Neujahrskarten und Portraite [sic]. Ich malte ihre kalten Gesichter, ihre finsteren Augen ihre Kinder und ihre Frauen,[4]denn diese Unmenschen hatten auch Kinder und Frauen zu Hause, was sie aber nicht abhielt in fremden Ländern andere Frauen und Kinder zu morden.[5]
Gleich nach der Befreihung,[6] ich war damals 18 Jahre alt, wollte ich meinem Herzen Luft machen und alles, was in meinem Innern tobte herausschreien. Da es mir aber nicht wie Ihnen, gegeben ist, in Worten dieses schreckliche Geschehen hinauszugeben, zeichnete ich, was meine Augen sahen, was ich fühlte und was mich unsagbar schmerzte. In chronologischer Reihenfolge zeichnete ich 93 Bilder.[7] In diesem Brief habe ich Ihnen einige meiner Bilder beigelegt.[8] Ich glaubte mich dadurch ein wenig von den schrecklichen Träumen aus der Ghetto- und Lagerzeit zu befreien, etwas herausgehen, etwas von mir herunterwälzen, aber die Träumen verfolgen[9] mich bis Heute und nie mir Leben werde ich vergessen, was man uns angetan hat.
Heute ist der 9. Mai. Der grösste und heiligste Feiertag Israels. Der Tag der Unabhängigkeit.[10] Wir haben auch ein Hein. Wir sind frei. Niemand schreit: Du bist ein Jude. Es gibt keine Schilder mehr: „Für Juden Eintritt verboten”.
Nur wenn uns die schreckliche Vergangenheit nicht bedrücken würde, wenn wir nicht so unmenschlich viel verloren hätten und wenn es auf der Welt keine Kriege mehr[11] geben würde, wären wir glückliche Menschen.
Wenn Sie einmal die Gelegenheit haben, Israel zu besuchen, würde es für uns die grösste Freude sein sie bei uns begrüssen zu können. Unsere Türe steht Ihnen zu jeder Zeit offen. Ich hoffe von Ihnen recht bald Antwort zu bekommen und wünsche Ihnen alles, alles Gute.
Mit den herzlichsten Grüssen zeichnet Ihre ergebene
Ella Schieber
ISRAEL HAIFA RAMAT-SCHAUL 42 (Rasco)
p.S. Sollte es Ihnen schwer fallen in deutsch zu antworten, so können sie ruhig in englisch oder italienisch, denn ich habe italienische Freunde die wir ihre Briefe übersetzer können.
Anbei 5 Bilder
Haifa, 9 maggio 62
Stimatissimo Signor Levi Primo
innanzitutto La prego vivamente di scusarmi se questa lettera è scritta in tedesco, poiché purtroppo sono nata a Berlino e non sono in grado di esprimermi in un’altra lingua come avrei voluto.
Ho letto il Suo libro Se questo è un uomo. Un libro che mi ha profondamente sconvolta, non tanto perché anch’io e la mia famiglia siamo stati deportati ad Auschwitz durante lo stesso periodo e mio padre e i miei duefratelli non sono più tornati,[1] e nemmeno perché potrei confermare mille volte tutto ciò che Lei racconta, avendolo vissuto in prima persona, ma solo perché Lei è riuscito a penetrare nell’anima dei prigionieri dei campi di concentramento,[2] di quelle creature sventurate. Lei ha colto in modo molto toccante quell’indicibile sentimento che prova chi è ridotto in schiavitù, la vita interiore dell’oppresso, se così si può dire, e l’ha descritta in una forma tale da scuotermi nel profondo, come può accadere solo a qualcuno che ha vissuto in quell’inferno.
Quando a Birkenau stavamo nudi nella sauna, esposti alle percosse, agli insulti volgari e agli sguardi sprezzanti, e vedevamo le alte ciminiere dei crematori stagliarsi nel cielo, ci dicevamo: «Forse siamo già morti e questo è l’inferno».
Non riuscivo a capire di quali peccati mi fossi mai macchiata nei miei sedici anni di vita per meritarmi un tale inferno. Con quale colpa la mia povera madre, che non avrebbe fatto del male nemmeno a una mosca, si sarebbe meritata che le strappassero i figli. Esiste al mondo un peccato così grave da giustificare che si strappi un bambino dalle braccia della madre e lo si uccida?
Nel mondo esistono grandi peccati. Chi ha potuto commetterli, chi ha dato l’ordine di farlo, che avrebbe potuto evitarli e non l’ha fatto, chi ha chiuso le porte in faccia agli sventurati in cerca di aiuto – tutti costoro si sono caricati sulle spalle il peccato più grande che esista sulla terra.
A Birkenau mia madre e io fummo assegnate alla «Union»: di sicuro avrà sentito parlare di questa fabbrica di munizioni ad Auschwitz![3] Lì ebbi la fortuna di poter disegnare invece di anziché stare davanti a una macchina. Questo aiutò me e mia madre a superare il periodo più duro. Dipingevo cartoline di Natale, biglietti di auguri per l’Anno nuovo e ritratti. Dipingevo i loro volti freddi, i loro occhi cupi, i loro figli e le loro mogli,[4] perché anche quegli esseri disumani avevano figli e mogli a casa, il che però non impediva loro di uccidere altre donne e bambini nei paesi occupati.[5]
Subito dopo la Liberazione,[6] avevo allora 18 anni, sentii il bisogno di dare sfogo al mio cuore e gridare tutto ciò che mi ribolliva dentro. Ma poiché non mi è dato, come a Lei, di esprimere a parole quei terribili eventi, ho disegnato ciò che i miei occhi avevano visto, ciò che avevo provato e ciò che mi aveva causato un dolore indicibile. Ho disegnato 93 immagini in ordine cronologico.[7] In questa lettera Gliene allego alcune.[8] Speravo così di liberarmi almeno un po’ dai terribili incubi del ghetto e del campo di concentramento, di espellere qualcosa, di scrollarmi qualcosa di dosso, ma gli incubi mi perseguitano[9] ancora oggi e non dimenticherò mai tutto il male che ci hanno fatto.
Oggi è il 9 maggio. La festa più grande e sacra di Israele. Il Giorno dell’indipendenza.[10] Anche noi ora abbiamo una patria. Siamo liberi. Nessuno grida più: «Tu sei ebreo». Non ci sono più cartelli con la scritta: «Vietato l’ingresso agli ebrei».
Se soltanto non ci opprimesse il ricordo terribile del passato, se non avessimo perso in modo disumano così tanto, se nel mondo non ci fossero più guerre,[11] saremmo persone felici.
Se mai dovesse avere occasione di visitare Israele, sarebbe per noi una grande gioia poterLe dare il benvenuto. La nostra porta è sempre aperta per Lei. Spero di ricevere presto una Sua risposta e Le auguro ogni bene.
Con i più affettuosi saluti sinceramente devota
Ella Schieber
ISRAEL HAIFA RAMAT-SCHAUL 42 (Rasco)
P.S. Se le fosse difficile rispondere in tedesco, può tranquillamente scrivere in inglese o in italiano, perché ho amici italiani che potranno tradurmi le Sue lettere.
Allego 5 disegni
Haifa, May 9, 1962
Dear Mr. Levi Primo,
First of all, I beg that you forgive me for writing this letter in German, as I was unfortunately born in Berlin and am unable to express myself in another language as I would have liked.
I have read your book If This is a Man. It deeply affected me, not because my family and I were also deported to Auschwitz at the same time, and my father and twobrothers never returned,[1] nor because I can confirm everything a thousand times over, having experienced it myself, but simply because you managed to penetrate the soul of the concentration-camp inmates,[2] those unfortunate beings. You captured the indescribable feeling of being enslaved, the inner life of the oppressed—if one can express it that way—through a form that has deeply moved me, in a way that only someone who has experienced that particular hell can be moved.
As we stood naked in the sauna in Birkenau, and were exposed to beatings, obscene language, and vile looks, and saw the tall chimneys of the crematoria rising into the sky, we said to ourselves: Perhaps we’ve already died and now we’re in hell.
I was not aware of what I could have done wrong in my 16 years of life to deserve such hell. What sin did my poor mother, a woman who would never hurt a fly, commit to deserve having her children taken away from her? Is there any sin on earth so great that a mother deserves to have her child torn from her arms and murdered?
There are great sins in the world. Those who were capable of carrying this out, those who gave the orders, those who could have prevented it and did not, those who closed the door on the unfortunate souls seeking help—they now shoulder the greatest sin on earth.
In Birkenau, my mother and I were assigned to the “Union”: surely you will have heard of this munitions factory in Auschwitz![3] There, I was lucky enough to be allowed to draw instead of having to stand at a machine. That helped me and my mother get through the hardest times. I painted Christmas cards, New Year’s cards, and portraits. I painted their cold faces, their dark eyes, their children, and their wives,[4] because these inhuman people also had children and wives at home, which did not prevent them from murdering other women and children in foreign lands.[5]
Immediately after liberation,[6] I was 18 years old at the time, I wanted to unburden my heart and cry out everything that was raging inside me. But since, unlike you, I am not able to express these terrible events in words, I drew what my eyes saw, what I felt, and what caused me unspeakable pain. I drew 93 images, in chronological order.[7] I have enclosed some of them with this letter.[8] I believed this might free me a little from those terrible nightmares of the ghetto and camp, that it might help me get something out, roll something off my shoulders, but the nightmares still haunt[9]me today, and I shall never in my life forget what was done to us.
Today is May 9, Israel’s greatest and most sacred holiday: Independence Day.[10] We too now have a home. We are free. No one shouts, “You are a Jew.” There are no more signs saying, “No Jews allowed.”
If only the terrible past did not weigh so heavily on us, if we had not so inhumanely lost so very much, and if there were no more wars in the world,[11] then we could be happy.
If you ever have the opportunity to visit Israel, it would be our great pleasure to welcome you. Our door is always open to you. I hope to hear from you soon, and wish you all the very best.
With warmest regards,
Yours sincerely,
Ella Schieber
ISRAEL HAIFA RAMAT-SCHAUL 42 (Rasco)
P.S. If you find it difficult to reply in German, you can write in English or Italian, as I have Italian friends who can translate your letters.
Enclosed: 5 images
Haifa, den 9. Mai 62
Sehr geehrter Herr Levi Primo
Als erstes bitte ich vielmals um Entschuldigung, daß dieser Brief in deutscher Sprache geschrieben ist, denn ich bin leider in Berlin geboren und nicht im Staude, mich in einer anderen Sprache so auszudrücken, wie ich es gewollt hätte.
Ich habe Ihr BuchIst das ein Mensch? gelesen. Dieses Buch hat mich sehr aufgewühlt, nicht aus dem Grunde, daß auch ich und meine Familie nun die selbe Zeit nach Auschwitz deportiert wurde, und mein Vater und beideBrüder nicht mehr zurückkamen,[1] und nicht deshalb daß ich alles tausendmal bestätigen kann, da ich es am eigenen Leibe erfahren habe, sondern nur aus diesem Grunde, daß Sie in die Seele des KZlers,[2]dieser unglücklichem Wesen, eingedrungen sind. Dieses unaussprechliche Gefühl des Versklavtseins, das Seelenleben des Unterdrückten, wenn man es so ausdrucken kann, haben Sie in einer Form getroffen, die mich sehr aufgerührt hat, wie es nur einen Menschen aufrühren kann, der sich einmal in dieser Hölle befand.
Als wir in Birkenau nackt in der Sauna standen, den Schlägen, den unflätigen Ausdrücken und den niederträchtigen Blicken ausgesetzt und die hohen Schornsteine der Krematorien in den Himmel ragen sahen, sagten wir uns: Vielleicht sind wir schon gestorben und das hier ist die Hölle.
Ich war mir nicht bewusst, mit was ich mich in meinem bisherigen 16 jährigen Leben so versündigt habe, mir so eine Hölle zu verdienen. Womit hat sich meine arme Mutter, die einer Fliege nichts zuleide tun konnte, versündigt, daß man ihr die Kinder entriss? Gibt es auf Erden eine so grosse Sünde, womit sich eine Mutter verdient, daß man ihr, das Kind aus den Armen reisst und es ermordet.
Es gibt grosse Sünden auf der Welt. Diejenigen die das ausführen konnten, diejenigen die den Befehl erteilten es zu tun, diejenigen die es vermeiden konnten und es nicht taten, diejenigen die die Tore vor den unglücklichen Hilfesuchenden schlossen, sie haben die grösste Sünde auf ihren Schultern geladen, die es auf Erden gibt.
In Birkenau wurde meine Mutter und sich der „Union” zugeteilt: sie werden sicher von dieser Munitionsfabrik in Auschwitz gehört haben![3] Dort hatte ich das Glück, anstatt an einer Maschine stehen zu müssen, zeichnen zu dürfen. Das half mir und meiner Mutter über die schwerste Zeit hinweg. Ich malte Weihnachtskarten, Neujahrskarten und Portraite [sic]. Ich malte ihre kalten Gesichter, ihre finsteren Augen ihre Kinder und ihre Frauen,[4]denn diese Unmenschen hatten auch Kinder und Frauen zu Hause, was sie aber nicht abhielt in fremden Ländern andere Frauen und Kinder zu morden.[5]
Gleich nach der Befreihung,[6] ich war damals 18 Jahre alt, wollte ich meinem Herzen Luft machen und alles, was in meinem Innern tobte herausschreien. Da es mir aber nicht wie Ihnen, gegeben ist, in Worten dieses schreckliche Geschehen hinauszugeben, zeichnete ich, was meine Augen sahen, was ich fühlte und was mich unsagbar schmerzte. In chronologischer Reihenfolge zeichnete ich 93 Bilder.[7] In diesem Brief habe ich Ihnen einige meiner Bilder beigelegt.[8] Ich glaubte mich dadurch ein wenig von den schrecklichen Träumen aus der Ghetto- und Lagerzeit zu befreien, etwas herausgehen, etwas von mir herunterwälzen, aber die Träumen verfolgen[9] mich bis Heute und nie mir Leben werde ich vergessen, was man uns angetan hat.
Heute ist der 9. Mai. Der grösste und heiligste Feiertag Israels. Der Tag der Unabhängigkeit.[10] Wir haben auch ein Hein. Wir sind frei. Niemand schreit: Du bist ein Jude. Es gibt keine Schilder mehr: „Für Juden Eintritt verboten”.
Nur wenn uns die schreckliche Vergangenheit nicht bedrücken würde, wenn wir nicht so unmenschlich viel verloren hätten und wenn es auf der Welt keine Kriege mehr[11] geben würde, wären wir glückliche Menschen.
Wenn Sie einmal die Gelegenheit haben, Israel zu besuchen, würde es für uns die grösste Freude sein sie bei uns begrüssen zu können. Unsere Türe steht Ihnen zu jeder Zeit offen. Ich hoffe von Ihnen recht bald Antwort zu bekommen und wünsche Ihnen alles, alles Gute.
Mit den herzlichsten Grüssen zeichnet Ihre ergebene
Ella Schieber
ISRAEL HAIFA RAMAT-SCHAUL 42 (Rasco)
p.S. Sollte es Ihnen schwer fallen in deutsch zu antworten, so können sie ruhig in englisch oder italienisch, denn ich habe italienische Freunde die wir ihre Briefe übersetzer können.
Anbei 5 Bilder
Haifa, 9 maggio 62
Stimatissimo Signor Levi Primo
innanzitutto La prego vivamente di scusarmi se questa lettera è scritta in tedesco, poiché purtroppo sono nata a Berlino e non sono in grado di esprimermi in un’altra lingua come avrei voluto.
Ho letto il Suo libro Se questo è un uomo. Un libro che mi ha profondamente sconvolta, non tanto perché anch’io e la mia famiglia siamo stati deportati ad Auschwitz durante lo stesso periodo e mio padre e i miei duefratelli non sono più tornati,[1] e nemmeno perché potrei confermare mille volte tutto ciò che Lei racconta, avendolo vissuto in prima persona, ma solo perché Lei è riuscito a penetrare nell’anima dei prigionieri dei campi di concentramento,[2] di quelle creature sventurate. Lei ha colto in modo molto toccante quell’indicibile sentimento che prova chi è ridotto in schiavitù, la vita interiore dell’oppresso, se così si può dire, e l’ha descritta in una forma tale da scuotermi nel profondo, come può accadere solo a qualcuno che ha vissuto in quell’inferno.
Quando a Birkenau stavamo nudi nella sauna, esposti alle percosse, agli insulti volgari e agli sguardi sprezzanti, e vedevamo le alte ciminiere dei crematori stagliarsi nel cielo, ci dicevamo: «Forse siamo già morti e questo è l’inferno».
Non riuscivo a capire di quali peccati mi fossi mai macchiata nei miei sedici anni di vita per meritarmi un tale inferno. Con quale colpa la mia povera madre, che non avrebbe fatto del male nemmeno a una mosca, si sarebbe meritata che le strappassero i figli. Esiste al mondo un peccato così grave da giustificare che si strappi un bambino dalle braccia della madre e lo si uccida?
Nel mondo esistono grandi peccati. Chi ha potuto commetterli, chi ha dato l’ordine di farlo, che avrebbe potuto evitarli e non l’ha fatto, chi ha chiuso le porte in faccia agli sventurati in cerca di aiuto – tutti costoro si sono caricati sulle spalle il peccato più grande che esista sulla terra.
A Birkenau mia madre e io fummo assegnate alla «Union»: di sicuro avrà sentito parlare di questa fabbrica di munizioni ad Auschwitz![3] Lì ebbi la fortuna di poter disegnare invece di anziché stare davanti a una macchina. Questo aiutò me e mia madre a superare il periodo più duro. Dipingevo cartoline di Natale, biglietti di auguri per l’Anno nuovo e ritratti. Dipingevo i loro volti freddi, i loro occhi cupi, i loro figli e le loro mogli,[4] perché anche quegli esseri disumani avevano figli e mogli a casa, il che però non impediva loro di uccidere altre donne e bambini nei paesi occupati.[5]
Subito dopo la Liberazione,[6] avevo allora 18 anni, sentii il bisogno di dare sfogo al mio cuore e gridare tutto ciò che mi ribolliva dentro. Ma poiché non mi è dato, come a Lei, di esprimere a parole quei terribili eventi, ho disegnato ciò che i miei occhi avevano visto, ciò che avevo provato e ciò che mi aveva causato un dolore indicibile. Ho disegnato 93 immagini in ordine cronologico.[7] In questa lettera Gliene allego alcune.[8] Speravo così di liberarmi almeno un po’ dai terribili incubi del ghetto e del campo di concentramento, di espellere qualcosa, di scrollarmi qualcosa di dosso, ma gli incubi mi perseguitano[9] ancora oggi e non dimenticherò mai tutto il male che ci hanno fatto.
Oggi è il 9 maggio. La festa più grande e sacra di Israele. Il Giorno dell’indipendenza.[10] Anche noi ora abbiamo una patria. Siamo liberi. Nessuno grida più: «Tu sei ebreo». Non ci sono più cartelli con la scritta: «Vietato l’ingresso agli ebrei».
Se soltanto non ci opprimesse il ricordo terribile del passato, se non avessimo perso in modo disumano così tanto, se nel mondo non ci fossero più guerre,[11] saremmo persone felici.
Se mai dovesse avere occasione di visitare Israele, sarebbe per noi una grande gioia poterLe dare il benvenuto. La nostra porta è sempre aperta per Lei. Spero di ricevere presto una Sua risposta e Le auguro ogni bene.
Con i più affettuosi saluti sinceramente devota
Ella Schieber
ISRAEL HAIFA RAMAT-SCHAUL 42 (Rasco)
P.S. Se le fosse difficile rispondere in tedesco, può tranquillamente scrivere in inglese o in italiano, perché ho amici italiani che potranno tradurmi le Sue lettere.
Allego 5 disegni
Haifa, May 9, 1962
Dear Mr. Levi Primo,
First of all, I beg that you forgive me for writing this letter in German, as I was unfortunately born in Berlin and am unable to express myself in another language as I would have liked.
I have read your book If This is a Man. It deeply affected me, not because my family and I were also deported to Auschwitz at the same time, and my father and twobrothers never returned,[1] nor because I can confirm everything a thousand times over, having experienced it myself, but simply because you managed to penetrate the soul of the concentration-camp inmates,[2] those unfortunate beings. You captured the indescribable feeling of being enslaved, the inner life of the oppressed—if one can express it that way—through a form that has deeply moved me, in a way that only someone who has experienced that particular hell can be moved.
As we stood naked in the sauna in Birkenau, and were exposed to beatings, obscene language, and vile looks, and saw the tall chimneys of the crematoria rising into the sky, we said to ourselves: Perhaps we’ve already died and now we’re in hell.
I was not aware of what I could have done wrong in my 16 years of life to deserve such hell. What sin did my poor mother, a woman who would never hurt a fly, commit to deserve having her children taken away from her? Is there any sin on earth so great that a mother deserves to have her child torn from her arms and murdered?
There are great sins in the world. Those who were capable of carrying this out, those who gave the orders, those who could have prevented it and did not, those who closed the door on the unfortunate souls seeking help—they now shoulder the greatest sin on earth.
In Birkenau, my mother and I were assigned to the “Union”: surely you will have heard of this munitions factory in Auschwitz![3] There, I was lucky enough to be allowed to draw instead of having to stand at a machine. That helped me and my mother get through the hardest times. I painted Christmas cards, New Year’s cards, and portraits. I painted their cold faces, their dark eyes, their children, and their wives,[4] because these inhuman people also had children and wives at home, which did not prevent them from murdering other women and children in foreign lands.[5]
Immediately after liberation,[6] I was 18 years old at the time, I wanted to unburden my heart and cry out everything that was raging inside me. But since, unlike you, I am not able to express these terrible events in words, I drew what my eyes saw, what I felt, and what caused me unspeakable pain. I drew 93 images, in chronological order.[7] I have enclosed some of them with this letter.[8] I believed this might free me a little from those terrible nightmares of the ghetto and camp, that it might help me get something out, roll something off my shoulders, but the nightmares still haunt[9]me today, and I shall never in my life forget what was done to us.
Today is May 9, Israel’s greatest and most sacred holiday: Independence Day.[10] We too now have a home. We are free. No one shouts, “You are a Jew.” There are no more signs saying, “No Jews allowed.”
If only the terrible past did not weigh so heavily on us, if we had not so inhumanely lost so very much, and if there were no more wars in the world,[11] then we could be happy.
If you ever have the opportunity to visit Israel, it would be our great pleasure to welcome you. Our door is always open to you. I hope to hear from you soon, and wish you all the very best.
With warmest regards,
Yours sincerely,
Ella Schieber
ISRAEL HAIFA RAMAT-SCHAUL 42 (Rasco)
P.S. If you find it difficult to reply in German, you can write in English or Italian, as I have Italian friends who can translate your letters.
Enclosed: 5 images
Info
Note
Tag
Mittente: Ella Liebermann-Schieber
Destinatario: Primo Levi
Data di stesura: 1962-05-09
Luogo di stesura: Haifa
Descrizione del documento:lettera ms. a stilografica blu. Sul margine alto sx. i fogli sono numerati in ordine progressivo da Schieber. Sono presenti contrassegni di Levi a matita rossa. Sul margine alto del f. 216r Levi annota a matita: «Ella Schieber» (mm. 334x232).
Archivio: Archivio privato di Primo Levi, Torino
Segnatura: Complesso di Fondi Primo Levi, Fondo Primo Levi, Corrispondenza, Corrispondenti particolari, Fasc. 20, sottofasc. 1, doc. 078, f. 216r/v e 217r/v
Fogli: 2, recto e verso
DOI:
1Ella Liebermann (Schieber da sposata) arrivò ad Auschwitz con la madre, il padre e il fratello quattordicenne Leon nel gennaio del 1944, con l’ultimo trasporto proveniente dal ghetto di Będzin. Gli altri due fratelli, Bertha e Alexander, vennero invece deportati in momenti differenti già nel 1942. Per un approfondimento si rimanda alla Biografia.
2«KZlers» è un riferimento ai prigionieri dei Lager.
3Schieber inserisce «haben» ms. sopra il rigo. Quanto alla «Union», il riferimento è a uno degli impianti di Auschwitz finanziati dall’industria tedesca al fine di sfruttare il lavoro schiavile dei deportati. Ella e la madre vennero assegnate al Kommando Union, che prendeva il nome dall’omonima fabbrica, la Weichsel-Metall Union Sils operante nel settore degli armamenti. Per una testimonianza dei membri del Kommando Union di Auschwitz si veda Lore Shelley, The Union Kommando in Auschwitz. The Auschwitz munition factory through the eyes of its former slave laborers («Il Kommando Union ad Auschwitz. La fabbrica di munizioni di Auschwitz attraverso gli occhi dei suoi ex schiavi»), University Press of America, 1996; il volume raccoglie anche un contributo di Ella Schieber tratto dal suo libro On the Edge of the Abyss, pubblicato nel 1992 dal Ghetto Fighters Press e una selezione dei suoi disegni.
4«Ich malte….und ihre Frauen» è contrassegnato da Levi a matita rossa sul margine interno del foglio.
5Nei campi di concentramento numerose furono le donne che, grazie alla loro capacità artistica, ricevettero dai nazisti l’incarico di disegnare per loro; si trattava perlopiù di ritratti ricavati da fotografie. In cambio, alle prigioniere venivano offerte maggiori quantità di cibo e migliori condizioni di vita. Sul tema si veda Pnina Rosenberg, Images and Reflections. Women in the Art of the Holocaust. Works of Art from the Art Collection of the Ghetto Fighters’ House Museum (Immagini e riflessioni. Le donne nell’arte dell’Olocausto. Opere d’arte dalla collezione artistica del Museo della Casa dei Combattenti del Ghetto), Beit Lohamei Haghetaot, 2002 (della stessa autrice si veda anche Art During the Holocaust).
6In «Befreihung» Levi cerchia la lettera «h» a matita rossa per indicare l’errore («Befreiung» la grafia corretta).
7I novantatré disegni di Ella Liebermann Schieber sono ora raccolti nel volume On the Edge of the Abyss, Ghetto Fighters’ Publishing House, 1992.
8Nell’archivio di Levi non sono stati ritrovati i disegni inviati in allegato.
9
«verfolgen» è aggiunto da Schieber con un segno di inserimento sopra il rigo.
10Il riferimento è alla ricorrenza della proclamazione dello Stato d’Israele, avvenuta, secondo il calendario gregoriano, il 14 maggio 1948. Nel calendario ebraico la celebrazione ricorre il quinto giorno del mese dello Iyar, che nel nostro calendario può variare nei giorni che cadono tra la fine di aprile e l’inizio di maggio.
11«mehr» è aggiunto da Schieber con un segno di inserimento sopra il rigo.