Helga Redmann, giovane corrispondente di Crailsheim (tra Stoccarda e Norimberga), scrive che la lettura di Ist das ein Mensch? ha scosso in profondità la sua persona, nonostante conoscesse le atrocità avvenute nei campi.
8 Okt. 1962
Helga Redmann Crailsheim[1] Wdd bg. Krankenhaus
Sehr verehrter Herr Levi – verehrter Autor des Buches Ist das ein Mensch?
Eine Freundin schickte mir Ihr Werk und ich kann schlecht beschreiben mit welchen Gefühlen ich dasselbe gelesen habe. Sind mir die Gräueltaten die in Dachau, Auschwitz, Birkenau und anderweitig begangen wurden, nicht im bekannt gewesen und habe ich sei als Verletzung des Menschenrechts empfunden so haben sie als im ganz ehrlich zu sein, nicht die die felsen Fasere meines Empfindens berütot. Bei all den Berichten und Dokumentarfilmen handelte es sich stets um ein Heer Namenlosen. Ihr Buch hingegen, verehrter Autor, hat Menschen wie Alberto,[2] Resnyk,[3]Walter Bonn, Schmulek[4] um vor mir erstehen lassen. Sie sind aus dem Heer der Namenlosen[5] herausgetreten und so habe ich ihr Geschick – Qual und Tod persönlich empfunden. Dieser Brief ist nicht geeignet die schmerzhafte Leere, von der Sie in einem Brief an den Übersetzer sprechen, zu stillen. Was wäre aber an die wohl geeignet uns den deutschen Menschen zu verstehen oder den Menschen überhaupt? Was ich tun kann, ist Ihr Werk weiterzureichen genau wie ich es auch gereicht bekannt habe mich zwar an jungen Menschen, zwanzigjährige Kameradinnen mit denen ich augenblicklich mein Leben Teile und dareibes hinaus zu hoffen, daß aus unseren Kreis nie eine Frau Mayers herausdritt, dei “Stinkjude” zu einem alles Menschenrechte beraubten Gefangenen sagt.[6]
Empfangen Sie Grüße aus Deutschland und es verbleibt unbekannterweise
un’amica mi ha mandato la Sua opera, ed io stento a descrivere con quali sentimenti la ho letta. Sebbene le atrocità commesse a Dachau, Auschwitz, Birkenau e altrove non mi fossero ignote, ed io le sentissi come una lesione al diritto umano, tuttavia, per essere onesta, esse non avevano toccato le fibre più profonde della mia sensibilità. In tutte le narrazioni e documentari cinematografici si trattava sempre di schiere di senza-nome. Invece il Suo libro, egregio signore, ha fatto risorgere davanti a me uomini come Alberto[2], Resnyk,[3]Walter Bonn, Schmulek.[4] Essi escono dall’esercito dei senza-nome,[5] tanto che io ho sentito in me il loro destino, la loro pena e la loro morte. Questa lettera non è adatta a placare il «vuoto doloroso» di cui Lei parla in una lettera al traduttore: ma che cosa mai occorrerebbe, che cosa sarebbe adatto, per comprendere gli uomini tedeschi, anzi, gli uomini?
Solo questo io posso fare: diffondere il Suo libro, così come esso mi è stato fatto pervenire: diffonderlo fra i giovani, fra le compagne ventenni con cui attualmente faccio vita comune. E inoltre, sperare che dalle nostre file non esca più una Frau Mayer che dice «Stinkjude» ad un prigioniero derubato di ogni diritto umano.[6]
Gradisca, la prego, questo saluto dalla Germania; sono la a Lei sconosciuta
Helga Redmann
Oct. 8, 1962
Helga Redmann Crailsheim[1] Wttbg. Hospital
Dear Mr. Levi—esteemed author of the book If This is a Man
A friend sent me your work, and I find it difficult to describe the feelings I had while reading it. Although I was aware of the atrocities committed in Dachau, Auschwitz, Birkenau, and elsewhere, and although I considered them violations of human rights, to be completely honest, they did not deeply move me. All the reports and documentaries always featured an army of nameless people. But your book, esteemed author, brought people like Alberto,[2] Resnyk,[3]Walter Bonn, and Schmulek[4] to life before my eyes. They have stepped out of the army of the nameless,[5] and so I felt their fate—torment and death—personally. This letter cannot suffice to fill the painful void you speak of in your letter to the translator. But what would suffice to understand German people, or people in general? What I can do is pass your work along, just as I have passed it on to young people, twenty-year-old comrades with whom I currently share my life, and hope that no woman like Mrs. Mayer—a woman who calls a prisoner deprived of all human rights a “stinking Jew”—ever emerges from our midst.[6]
Greetings from Germany, and I remain, even though we have not met, yours,
Helga Redmann
8 Okt. 1962
Helga Redmann Crailsheim[1] Wdd bg. Krankenhaus
Sehr verehrter Herr Levi – verehrter Autor des Buches Ist das ein Mensch?
Eine Freundin schickte mir Ihr Werk und ich kann schlecht beschreiben mit welchen Gefühlen ich dasselbe gelesen habe. Sind mir die Gräueltaten die in Dachau, Auschwitz, Birkenau und anderweitig begangen wurden, nicht im bekannt gewesen und habe ich sei als Verletzung des Menschenrechts empfunden so haben sie als im ganz ehrlich zu sein, nicht die die felsen Fasere meines Empfindens berütot. Bei all den Berichten und Dokumentarfilmen handelte es sich stets um ein Heer Namenlosen. Ihr Buch hingegen, verehrter Autor, hat Menschen wie Alberto,[2] Resnyk,[3]Walter Bonn, Schmulek[4] um vor mir erstehen lassen. Sie sind aus dem Heer der Namenlosen[5] herausgetreten und so habe ich ihr Geschick – Qual und Tod persönlich empfunden. Dieser Brief ist nicht geeignet die schmerzhafte Leere, von der Sie in einem Brief an den Übersetzer sprechen, zu stillen. Was wäre aber an die wohl geeignet uns den deutschen Menschen zu verstehen oder den Menschen überhaupt? Was ich tun kann, ist Ihr Werk weiterzureichen genau wie ich es auch gereicht bekannt habe mich zwar an jungen Menschen, zwanzigjährige Kameradinnen mit denen ich augenblicklich mein Leben Teile und dareibes hinaus zu hoffen, daß aus unseren Kreis nie eine Frau Mayers herausdritt, dei “Stinkjude” zu einem alles Menschenrechte beraubten Gefangenen sagt.[6]
Empfangen Sie Grüße aus Deutschland und es verbleibt unbekannterweise
un’amica mi ha mandato la Sua opera, ed io stento a descrivere con quali sentimenti la ho letta. Sebbene le atrocità commesse a Dachau, Auschwitz, Birkenau e altrove non mi fossero ignote, ed io le sentissi come una lesione al diritto umano, tuttavia, per essere onesta, esse non avevano toccato le fibre più profonde della mia sensibilità. In tutte le narrazioni e documentari cinematografici si trattava sempre di schiere di senza-nome. Invece il Suo libro, egregio signore, ha fatto risorgere davanti a me uomini come Alberto[2], Resnyk,[3]Walter Bonn, Schmulek.[4] Essi escono dall’esercito dei senza-nome,[5] tanto che io ho sentito in me il loro destino, la loro pena e la loro morte. Questa lettera non è adatta a placare il «vuoto doloroso» di cui Lei parla in una lettera al traduttore: ma che cosa mai occorrerebbe, che cosa sarebbe adatto, per comprendere gli uomini tedeschi, anzi, gli uomini?
Solo questo io posso fare: diffondere il Suo libro, così come esso mi è stato fatto pervenire: diffonderlo fra i giovani, fra le compagne ventenni con cui attualmente faccio vita comune. E inoltre, sperare che dalle nostre file non esca più una Frau Mayer che dice «Stinkjude» ad un prigioniero derubato di ogni diritto umano.[6]
Gradisca, la prego, questo saluto dalla Germania; sono la a Lei sconosciuta
Helga Redmann
Oct. 8, 1962
Helga Redmann Crailsheim[1] Wttbg. Hospital
Dear Mr. Levi—esteemed author of the book If This is a Man
A friend sent me your work, and I find it difficult to describe the feelings I had while reading it. Although I was aware of the atrocities committed in Dachau, Auschwitz, Birkenau, and elsewhere, and although I considered them violations of human rights, to be completely honest, they did not deeply move me. All the reports and documentaries always featured an army of nameless people. But your book, esteemed author, brought people like Alberto,[2] Resnyk,[3]Walter Bonn, and Schmulek[4] to life before my eyes. They have stepped out of the army of the nameless,[5] and so I felt their fate—torment and death—personally. This letter cannot suffice to fill the painful void you speak of in your letter to the translator. But what would suffice to understand German people, or people in general? What I can do is pass your work along, just as I have passed it on to young people, twenty-year-old comrades with whom I currently share my life, and hope that no woman like Mrs. Mayer—a woman who calls a prisoner deprived of all human rights a “stinking Jew”—ever emerges from our midst.[6]
Greetings from Germany, and I remain, even though we have not met, yours,
Helga Redmann
Info
Note
Tag
Mittente: Helga Kabat Job-Redmann
Destinatario: Primo Levi
Data di stesura: 1962-10-08
Luogo di stesura: Crailsheim
Descrizione del documento:lettera ms. a stilografica blu su foglio A4 piegato con un inserto ms. a biro blu (forse di Levi). Traduzione di Levi (f. 211r) ds. su foglio bianco; sul margine basso del foglio Levi annota, ms. a biro blu: «Risposto 13/10»; sul verso del foglio (f. 211v) si legge un passaggio di traduzione di Henry Gilman, Organic Chemistry (mm227x166).
Archivio: Archivio privato di Primo Levi, Torino
Segnatura: Complesso di fondi Primo Levi, Fondo Primo Levi, Corrispondenza, Corrispondenti particolari, Fasc. 20, sottofasc. 1, doc. 075, ff. 209, 210, 211r/v (traduzione).
Fogli: 2 solo recto, 1 recto e verso
DOI:
1Sopra «Crailsheim» è annotato, probabilmente da Levi, il numero civico, ms. a biro blu: «(718)».
2Alberto Dalla Volta (1922-1945) è uno dei personaggi principali di Se questo è un uomo. Levi lo considerò il suo «migliore amico» nel Lager. Perderà la vita durante la «marcia della morte» del 18 gennaio 1945. Nell’edizione Einaudi del 1958, Levi operò delle aggiunte e alcune delle più significative furono proprio dedicate ad Alberto. Nel capitolo «Le nostre notti» troviamo un suo memorabile ritratto: «Non ha che ventidue anni, due meno di me, ma nessuno di noi italiani ha dimostrato capacità di adattamento simili alle sue. Alberto è entrato in Lager a testa alta, e vive in Lager illeso e incorrotto. Ha capito prima di tutti che questa vita è guerra; non si è concesso indulgenze, non ha perso tempo a recriminare e a commiserare sé e gli altri, ma fin dal primo giorno è sceso in campo. Lo sostengono intelligenza e istinto: ragiona giusto, spesso non ragiona ed è ugualmente nel giusto. Intende tutto a volo: non sa che poco francese, e capisce quanto gli dicono tedeschi e polacchi. Risponde in italiano e a gesti, si fa capire e subito riesce simpatico. Lotta per la sua vita, eppure è amico di tutti. “Sa” chi bisogna corrompere, chi bisogna evitare, chi si può impietosire, a chi si deve resistere. Eppure (e per questa sua virtú oggi ancora la sua memoria mi è cara e vicina) non è diventato un tristo. Ho sempre visto, e ancora vedo in lui, la rara figura dell’uomo forte e mite, contro cui si spuntano le armi della notte» (OC I, p. 180). Sulla vita di Alberto Dalla Volta e la storia della sua famiglia cfr. G. Dalla Volta, Vite da ariani, Damiani Editore, Bologna 2024.
3Resnyk è il compagno di cuccetta di Primo Levi e il personaggio principale del capitolo «Il lavoro». Stando alla descrizione fornita da Levi in queste pagine, Resnyk era un prigioniero di origine polacca, trentenne al momento della deportazione ad Auschwitz; prima dell’arresto aveva vissuto per vent’anni a Parigi (OC II, p. 186). Sulla base di queste informazioni, è possibile ipotizzare che si tratti di Petro Resnyk, nato in Ungheria nel 1903. Al termine del conflitto, il cognato Roman Faszchuk contattò l’International Tracing Service nel tentativo di rintracciarlo. Dai fascicoli degli Arolsen Archives emerge che l’ultima comunicazione di Petro Resnyk alla famiglia risale al 1929, quando si trovava in Francia.
4Walter Bonn e Schmulek compaiono nel capitolo «Ka Be» e sono i vicini di cuccetta di Levi durante la sua permanenza nell’infermeria del Lager (OC I, pp. 175-178). A differenza di lui, non riuscirono a ristabilirsi e nel 1944 furono selezionati per la camera a gas.
5Il riferimento è a quanto Levi scrive nel capitolo “I sommersi e i salvati” di Se questo è un uomo in merito alla figura dei Muselmänner: «Essi popolano la mia memoria della loro presenza senza volto [ohne Antlitz, nella traduzione tedesca di Riedt], e se potessi racchiudere in una immagine tutto il male del nostro tempo, sceglierei questa immagine, che mi è familiare: un uomo scarno, dalla fronte china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere traccia di pensiero» (OC I, p. 209).
6Frau Mayer è la segretaria del laboratorio della Buna. Primo Levi ne parla nel capitolo “Die drei Leute vom Labor”. Tuttavia, Redmann attribuisce a Frau Mayer un’affermazione che in realtà è di Fräulein Liczba, una delle quattro chimiche civili del laboratorio della Buna, cfr. OC I, pp. 252-3.
I
Si riporta qui a testo, in corsivo, la traduzione di Primo Levi della lettera.