Meinert scrive nuovamente a Primo Levi per esporgli alcune considerazioni sul rifiuto a Se questo è un uomo, che secondo lui è anche motivato dalle differenze tra la testimonianza del libro e il significato che ha Auschwitz nella memoria pubblica e politica della DDR.
vorrei scriverle un’altra volta per illustrarle, spero, un po’ meglio le ragioni probabili che stanno dietro quel famoso «veto» di cui parlavamo già tante volte.[1] Leggendo i ritagli di articoli apparsi in questi giorni quando si commemorò il 40° anniversario della liberazione di Auschwitz, vedrà che il tenore è un po’ diverso da come Lei presentò la stessa esperienza nel suo libro. Vengono enumerati i fatti – mi pare, con correttezza e precisione – ma l’accento è posto sugli sforzi di resistenza e persino[2] di lotta armata contro la SS. L’ottica è un’altra, senza dubbio, ma sarebbe desiderabile che non si imponesse quell’ottica come unica,[3] come invece succede. E soprattutto quando ha per effetto di soffocare la voce di una testimonianza di tan alto valore umano e letterario quanto rappresentato dal Suo libro.[4] Come dicevo: per illustrare quell’altra posizione, non per giustificarla (e forse neanche per spiegarla), torno al discorso. E se non possiamo mai[5] essere soddisfatti dell’esito, è forse il caso di mettere in rilievo che quella posizione anche se troppo chiusa ed esclusivista – si distingue pure nettamente da certe voci che oggi sentiamo dall’altra Germania e che vorrebbero che l’8 maggio 1945 sia «il punto zero», il «giorno del più grande[6] disastro nazionale», per cui non ci sarebbe niente de celebrare in quel giorno.[7] Forse si tratta di uno zelo esagerato nel combattere quelle posizioni reazionarie, se qualcuno crede necessario dover ammonire contro tutto quello che la dice in modo diverso dal suo. Deve passare ancora più tempo, sembra, per aprire la visione ad altri aspetti.
Le auguro comunque un altro anno
ricco di produttività e di ottimismo storico
e La saluto molto cordialmente.
Joachim Meinert[8]
5 febbraio 1985
Caro Signor Levi,
vorrei scriverle un’altra volta per illustrarle, spero, un po’ meglio le ragioni probabili che stanno dietro quel famoso «veto» di cui parlavamo già tante volte.[1] Leggendo i ritagli di articoli apparsi in questi giorni quando si commemorò il 40° anniversario della liberazione di Auschwitz, vedrà che il tenore è un po’ diverso da come Lei presentò la stessa esperienza nel suo libro. Vengono enumerati i fatti – mi pare, con correttezza e precisione – ma l’accento è posto sugli sforzi di resistenza e persino[2] di lotta armata contro la SS. L’ottica è un’altra, senza dubbio, ma sarebbe desiderabile che non si imponesse quell’ottica come unica,[3] come invece succede. E soprattutto quando ha per effetto di soffocare la voce di una testimonianza di tan alto valore umano e letterario quanto rappresentato dal Suo libro.[4] Come dicevo: per illustrare quell’altra posizione, non per giustificarla (e forse neanche per spiegarla), torno al discorso. E se non possiamo mai[5] essere soddisfatti dell’esito, è forse il caso di mettere in rilievo che quella posizione anche se troppo chiusa ed esclusivista – si distingue pure nettamente da certe voci che oggi sentiamo dall’altra Germania e che vorrebbero che l’8 maggio 1945 sia «il punto zero», il «giorno del più grande[6] disastro nazionale», per cui non ci sarebbe niente de celebrare in quel giorno.[7] Forse si tratta di uno zelo esagerato nel combattere quelle posizioni reazionarie, se qualcuno crede necessario dover ammonire contro tutto quello che la dice in modo diverso dal suo. Deve passare ancora più tempo, sembra, per aprire la visione ad altri aspetti.
Le auguro comunque un altro anno
ricco di produttività e di ottimismo storico
e La saluto molto cordialmente.
Joachim Meinert[8]
February 5, 1985
Dear Mr. Levi,
I would like to write to you once again to illustrate, I hope a bit better, the probable reasons behind that famous “veto” we have already discussed many times.[1] If you read the newspaper clippings published these days, when the 40th anniversary of the liberation of Auschwitz is being commemorated, you will see that the tone is slightly different compared to the way you presented this same experience in your book. The facts are enumerated – it seems to me, correctly and precisely – but the stress is placed on the efforts of resistance and, even[2] armed struggle against the SS. That point of view is doubtless different but it would be desirable that it not be imposed as the only[3] one, as is instead the case. And, above all, when it has the effect of suffocating the voice of testimony of such human and literary value as represented in your book.[4] As I said: I return to the discussion to illustrate that other position, not to justify it (and perhaps not even to explain it). And if we can never[5] be satisfied with the result, perhaps this position should be highlighted, even if it is too closed and exclusivist – it clearly stands apart from certain voices that we hear today from the other Germany, that would like May 8, 1945 to be “point zero,” the “day of the biggest[6] national disaster,” and thus think there is nothing to celebrate on that day.[7] Perhaps it is exaggerated zeal to contrast those reactionary positions, if people find it necessary to warn against everything that differs from what they say. It appears that more time must pass before we can broaden the view to other aspects.
In any case, I wish you another year full of productivity and historical optimism and I sent you very cordial greetings.
Joachim Meinert[8]
5 febbraio 1985
Caro Signor Levi,
vorrei scriverle un’altra volta per illustrarle, spero, un po’ meglio le ragioni probabili che stanno dietro quel famoso «veto» di cui parlavamo già tante volte.[1] Leggendo i ritagli di articoli apparsi in questi giorni quando si commemorò il 40° anniversario della liberazione di Auschwitz, vedrà che il tenore è un po’ diverso da come Lei presentò la stessa esperienza nel suo libro. Vengono enumerati i fatti – mi pare, con correttezza e precisione – ma l’accento è posto sugli sforzi di resistenza e persino[2] di lotta armata contro la SS. L’ottica è un’altra, senza dubbio, ma sarebbe desiderabile che non si imponesse quell’ottica come unica,[3] come invece succede. E soprattutto quando ha per effetto di soffocare la voce di una testimonianza di tan alto valore umano e letterario quanto rappresentato dal Suo libro.[4] Come dicevo: per illustrare quell’altra posizione, non per giustificarla (e forse neanche per spiegarla), torno al discorso. E se non possiamo mai[5] essere soddisfatti dell’esito, è forse il caso di mettere in rilievo che quella posizione anche se troppo chiusa ed esclusivista – si distingue pure nettamente da certe voci che oggi sentiamo dall’altra Germania e che vorrebbero che l’8 maggio 1945 sia «il punto zero», il «giorno del più grande[6] disastro nazionale», per cui non ci sarebbe niente de celebrare in quel giorno.[7] Forse si tratta di uno zelo esagerato nel combattere quelle posizioni reazionarie, se qualcuno crede necessario dover ammonire contro tutto quello che la dice in modo diverso dal suo. Deve passare ancora più tempo, sembra, per aprire la visione ad altri aspetti.
Le auguro comunque un altro anno
ricco di produttività e di ottimismo storico
e La saluto molto cordialmente.
Joachim Meinert[8]
5 febbraio 1985
Caro Signor Levi,
vorrei scriverle un’altra volta per illustrarle, spero, un po’ meglio le ragioni probabili che stanno dietro quel famoso «veto» di cui parlavamo già tante volte.[1] Leggendo i ritagli di articoli apparsi in questi giorni quando si commemorò il 40° anniversario della liberazione di Auschwitz, vedrà che il tenore è un po’ diverso da come Lei presentò la stessa esperienza nel suo libro. Vengono enumerati i fatti – mi pare, con correttezza e precisione – ma l’accento è posto sugli sforzi di resistenza e persino[2] di lotta armata contro la SS. L’ottica è un’altra, senza dubbio, ma sarebbe desiderabile che non si imponesse quell’ottica come unica,[3] come invece succede. E soprattutto quando ha per effetto di soffocare la voce di una testimonianza di tan alto valore umano e letterario quanto rappresentato dal Suo libro.[4] Come dicevo: per illustrare quell’altra posizione, non per giustificarla (e forse neanche per spiegarla), torno al discorso. E se non possiamo mai[5] essere soddisfatti dell’esito, è forse il caso di mettere in rilievo che quella posizione anche se troppo chiusa ed esclusivista – si distingue pure nettamente da certe voci che oggi sentiamo dall’altra Germania e che vorrebbero che l’8 maggio 1945 sia «il punto zero», il «giorno del più grande[6] disastro nazionale», per cui non ci sarebbe niente de celebrare in quel giorno.[7] Forse si tratta di uno zelo esagerato nel combattere quelle posizioni reazionarie, se qualcuno crede necessario dover ammonire contro tutto quello che la dice in modo diverso dal suo. Deve passare ancora più tempo, sembra, per aprire la visione ad altri aspetti.
Le auguro comunque un altro anno
ricco di produttività e di ottimismo storico
e La saluto molto cordialmente.
Joachim Meinert[8]
February 5, 1985
Dear Mr. Levi,
I would like to write to you once again to illustrate, I hope a bit better, the probable reasons behind that famous “veto” we have already discussed many times.[1] If you read the newspaper clippings published these days, when the 40th anniversary of the liberation of Auschwitz is being commemorated, you will see that the tone is slightly different compared to the way you presented this same experience in your book. The facts are enumerated – it seems to me, correctly and precisely – but the stress is placed on the efforts of resistance and, even[2] armed struggle against the SS. That point of view is doubtless different but it would be desirable that it not be imposed as the only[3] one, as is instead the case. And, above all, when it has the effect of suffocating the voice of testimony of such human and literary value as represented in your book.[4] As I said: I return to the discussion to illustrate that other position, not to justify it (and perhaps not even to explain it). And if we can never[5] be satisfied with the result, perhaps this position should be highlighted, even if it is too closed and exclusivist – it clearly stands apart from certain voices that we hear today from the other Germany, that would like May 8, 1945 to be “point zero,” the “day of the biggest[6] national disaster,” and thus think there is nothing to celebrate on that day.[7] Perhaps it is exaggerated zeal to contrast those reactionary positions, if people find it necessary to warn against everything that differs from what they say. It appears that more time must pass before we can broaden the view to other aspects.
In any case, I wish you another year full of productivity and historical optimism and I sent you very cordial greetings.
Joachim Meinert[8]
Info
Note
Tag
Mittente: Joachim Meinert
Destinatario: Primo Levi
Data di stesura: 1985-02-05
Luogo di stesura: Berlino Est
Descrizione del documento: lettera ms. a biro nera su carta intestata con sottolineature ms. Oltre all’intestazione, il foglio presenta una parte prestampata posta tra l’indirizzo e il corpo della lettera: «Ihre Zeichen Ihre Nachricht vom Unsere Zeichen 108 BERLIN | Postfach 1217 |Französische Straße 32 | Betreff». Il foglio è anche contrassegnato da due codici alfanumerici: «87 RA Ag 426/47/70 20 4695» e uno sul margine inferiore a destra, subito sotto il piè di pagina: «BN 90 130 806».
Intestazione: AUFBAU-VERLAG BERLIN UND WEIMAR| Aufbau-Verlag 108 Berlin Postfach 1217 Französische Straße 32; piè di pagina: 108 BERLIN • Postfach 1217• Französische Straße 32 • Fernruf: 225421 • (Für Presse/Werbung und Vertrieb: 2001 SI) • Postscheck: Berlin 4004 | Bank: Berliner Stadtkontor, 108 Berlin, Behrenstraße 35-39, Konto 6651-11-607, Kenn-Nr. 600000 • Telegramme: Auf bauverlag Berlin Fernschreiber; Berlin II-2527. Sull’angolo in alto a destra è presente anche il logo della Aufbau Verlag, stampato in verde.
DOI:
1
«le ragioni probabili che stanno dietro» è sottolineato ms. a biro rossa da Levi.
2
«l’accento è posto sugli sforzi» è sottolineato ms. a biro rossa da Levi. «perfino» è aggiunto ms. sopra il rigo dallo scrivente.
3
«unica» è sottolineato ms. a matita.
4
Nella Repubblica Democratica Tedesca, la memoria dello sterminio nazista era perlopiù incentrata sul contributo della resistenza comunista. L’antifascismo, una valore fondativo della RDT, finiva così per oscurare le forme di deportazione non politiche, come quella razziale condotta ai danni della popolazione ebraica. A pesare in questa marginalizzazione fu anche il complicato rapporto della RDT con Israele. Per una panoramica, cfr. Barbara Grüning, Memorie dell’olocausto nella Germania riunificata: quali eredità dalla DDR?, in Paradigma lager: vecchi e nuovi conflitti del mondo contemporaneo, a cura di S. Casilio, L. Guerrieri, A. Cegna, Clueb, Bologna 2010, pp. 35-47.
5
«mai» è aggiunto ms. sopra il rigo dallo scrivente.
6
«il più grande» è aggiunto ms. sopra il rigo dallo scrivente.
7
«celebrare» è sottolineato ms. a matita. Nella Repubblica Democratica, l’8 maggio era celebrato come Giornata della liberazione del popolo tedesco dal fascismo hitleriano (Tag der Befreiung des deutschen Volkes vom Hitlerfaschismus); a ovest, invece, ha rappresentato, fin dal termine del secondo conflitto mondiale, una ricorrenza divisiva. A tal riguardo, nel dibattito tedesco divennero celebri le parole pronunciate nel 1949 dal liberale Theodor Heuss (che sarebbe diventato il primo presidente della Repubblica Federale): «per ciascuno di noi, l’8 maggio 1945 rimane il paradosso più tragico e controverso della storia. Perché mai? Perché siamo stati liberati e distrutti allo stesso tempo». Ne emergeva il paradosso di una «catastrofe» (o «anno/punto zero») che era stata insieme anche una «liberazione»; e su queste due letture antitetiche della fine della guerra si giocò uno dei contrasti politico-ideologici tra le forze conservatrici e il fronte socialista. Cfr. P. Hoeres, “Vom Paradox zur Eindeutigkeit Der 8. Mai in der westdeutschen Erinnerungskultur”, in Der 8. Mai im Geschichtsbild der Deutschen und ihrer Nachbarn, a cura di B. Heidenreich, E. Brockdorff, A. Rödder, Hessische Landeszentrale für politische Bildung, Wiesbaden 2016, pp. 47-58.
8
Sotto la firma, Levi appunta ms. a biro rossa il nome e cognome dello scrivente.