225. Joachim Meinert a Primo Levi, 5 febbraio 1985

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Nota al testo


Meinert scrive nuovamente a Primo Levi per esporgli alcune considerazioni sul rifiuto a Se questo è un uomo, che secondo lui è anche motivato dalle differenze tra la testimonianza del libro e il significato che ha Auschwitz nella memoria pubblica e politica della DDR.

5 febbraio 1985

 

Caro Signor Levi,

vorrei scriverle un’altra volta per illustrarle, spero, un po’ meglio le ragioni probabili che stanno dietro quel famoso «veto» di cui parlavamo già tante volte.[1] Leggendo i ritagli di articoli apparsi in questi giorni quando si commemorò il 40° anniversario della liberazione di Auschwitz, vedrà che il tenore è un po’ diverso da come Lei presentò la stessa esperienza nel suo libro. Vengono enumerati i fatti – mi pare, con correttezza e precisione – ma l’accento è posto sugli sforzi di resistenza e persino[2] di lotta armata contro la SS. L’ottica è un’altra, senza dubbio, ma sarebbe desiderabile che non si imponesse quell’ottica come unica,[3] come invece succede. E soprattutto quando ha per effetto di soffocare la voce di una testimonianza di tan alto valore umano e letterario quanto rappresentato dal Suo libro.[4] Come dicevo: per illustrare quell’altra posizione, non per giustificarla (e forse neanche per spiegarla), torno al discorso. E se non possiamo mai[5] essere soddisfatti dell’esito, è forse il caso di mettere in rilievo che quella posizione anche se troppo chiusa ed esclusivista – si distingue pure nettamente da certe voci che oggi sentiamo dall’altra Germania e che vorrebbero che l’8 maggio 1945 sia «il punto zero», il «giorno del più grande[6] disastro nazionale», per cui non ci sarebbe niente de celebrare in quel giorno.[7] Forse si tratta di uno zelo esagerato nel combattere quelle posizioni reazionarie, se qualcuno crede necessario dover ammonire contro tutto quello che la dice in modo diverso dal suo. Deve passare ancora più tempo, sembra, per aprire la visione ad altri aspetti.

Le auguro comunque un altro anno
ricco di produttività e di ottimismo storico
e La saluto molto cordialmente.

 

Joachim Meinert[8]

5 febbraio 1985

 

Caro Signor Levi,

vorrei scriverle un’altra volta per illustrarle, spero, un po’ meglio le ragioni probabili che stanno dietro quel famoso «veto» di cui parlavamo già tante volte.[1] Leggendo i ritagli di articoli apparsi in questi giorni quando si commemorò il 40° anniversario della liberazione di Auschwitz, vedrà che il tenore è un po’ diverso da come Lei presentò la stessa esperienza nel suo libro. Vengono enumerati i fatti – mi pare, con correttezza e precisione – ma l’accento è posto sugli sforzi di resistenza e persino[2] di lotta armata contro la SS. L’ottica è un’altra, senza dubbio, ma sarebbe desiderabile che non si imponesse quell’ottica come unica,[3] come invece succede. E soprattutto quando ha per effetto di soffocare la voce di una testimonianza di tan alto valore umano e letterario quanto rappresentato dal Suo libro.[4] Come dicevo: per illustrare quell’altra posizione, non per giustificarla (e forse neanche per spiegarla), torno al discorso. E se non possiamo mai[5] essere soddisfatti dell’esito, è forse il caso di mettere in rilievo che quella posizione anche se troppo chiusa ed esclusivista – si distingue pure nettamente da certe voci che oggi sentiamo dall’altra Germania e che vorrebbero che l’8 maggio 1945 sia «il punto zero», il «giorno del più grande[6] disastro nazionale», per cui non ci sarebbe niente de celebrare in quel giorno.[7] Forse si tratta di uno zelo esagerato nel combattere quelle posizioni reazionarie, se qualcuno crede necessario dover ammonire contro tutto quello che la dice in modo diverso dal suo. Deve passare ancora più tempo, sembra, per aprire la visione ad altri aspetti.

Le auguro comunque un altro anno
ricco di produttività e di ottimismo storico
e La saluto molto cordialmente.

 

Joachim Meinert[8]

  February 5, 1985

 

Dear Mr. Levi,

I would like to write to you once again to illustrate, I hope a bit better, the probable reasons behind that famous “veto” we have already discussed many times.[1] If you read the newspaper clippings published these days, when the 40th anniversary of the liberation of Auschwitz is being commemorated, you will see that the tone is slightly different compared to the way you presented this same experience in your book. The facts are enumerated – it seems to me, correctly and precisely – but the stress is placed on the efforts of resistance and, even[2] armed struggle against the SS. That point of view is doubtless different but it would be desirable that it not be imposed as the only[3] one, as is instead the case. And, above all, when it has the effect of suffocating the voice of testimony of such human and literary value as represented in your book.[4] As I said: I return to the discussion to illustrate that other position, not to justify it (and perhaps not even to explain it). And if we can never[5] be satisfied with the result, perhaps this position should be highlighted, even if it is too closed and exclusivist – it clearly stands apart from certain voices that we hear today from the other Germany, that would like May 8, 1945 to be “point zero,” the “day of the biggest[6] national disaster,” and thus think there is nothing to celebrate on that day.[7] Perhaps it is exaggerated zeal to contrast those reactionary positions, if people find it necessary to warn against everything that differs from what they say. It appears that more time must pass before we can broaden the view to other aspects. 

In any case, I wish you another year
full of productivity and historical optimism
and I sent you very cordial greetings.

 

Joachim Meinert[8]

5 febbraio 1985

 

Caro Signor Levi,

vorrei scriverle un’altra volta per illustrarle, spero, un po’ meglio le ragioni probabili che stanno dietro quel famoso «veto» di cui parlavamo già tante volte.[1] Leggendo i ritagli di articoli apparsi in questi giorni quando si commemorò il 40° anniversario della liberazione di Auschwitz, vedrà che il tenore è un po’ diverso da come Lei presentò la stessa esperienza nel suo libro. Vengono enumerati i fatti – mi pare, con correttezza e precisione – ma l’accento è posto sugli sforzi di resistenza e persino[2] di lotta armata contro la SS. L’ottica è un’altra, senza dubbio, ma sarebbe desiderabile che non si imponesse quell’ottica come unica,[3] come invece succede. E soprattutto quando ha per effetto di soffocare la voce di una testimonianza di tan alto valore umano e letterario quanto rappresentato dal Suo libro.[4] Come dicevo: per illustrare quell’altra posizione, non per giustificarla (e forse neanche per spiegarla), torno al discorso. E se non possiamo mai[5] essere soddisfatti dell’esito, è forse il caso di mettere in rilievo che quella posizione anche se troppo chiusa ed esclusivista – si distingue pure nettamente da certe voci che oggi sentiamo dall’altra Germania e che vorrebbero che l’8 maggio 1945 sia «il punto zero», il «giorno del più grande[6] disastro nazionale», per cui non ci sarebbe niente de celebrare in quel giorno.[7] Forse si tratta di uno zelo esagerato nel combattere quelle posizioni reazionarie, se qualcuno crede necessario dover ammonire contro tutto quello che la dice in modo diverso dal suo. Deve passare ancora più tempo, sembra, per aprire la visione ad altri aspetti.

Le auguro comunque un altro anno
ricco di produttività e di ottimismo storico
e La saluto molto cordialmente.

 

Joachim Meinert[8]

5 febbraio 1985

 

Caro Signor Levi,

vorrei scriverle un’altra volta per illustrarle, spero, un po’ meglio le ragioni probabili che stanno dietro quel famoso «veto» di cui parlavamo già tante volte.[1] Leggendo i ritagli di articoli apparsi in questi giorni quando si commemorò il 40° anniversario della liberazione di Auschwitz, vedrà che il tenore è un po’ diverso da come Lei presentò la stessa esperienza nel suo libro. Vengono enumerati i fatti – mi pare, con correttezza e precisione – ma l’accento è posto sugli sforzi di resistenza e persino[2] di lotta armata contro la SS. L’ottica è un’altra, senza dubbio, ma sarebbe desiderabile che non si imponesse quell’ottica come unica,[3] come invece succede. E soprattutto quando ha per effetto di soffocare la voce di una testimonianza di tan alto valore umano e letterario quanto rappresentato dal Suo libro.[4] Come dicevo: per illustrare quell’altra posizione, non per giustificarla (e forse neanche per spiegarla), torno al discorso. E se non possiamo mai[5] essere soddisfatti dell’esito, è forse il caso di mettere in rilievo che quella posizione anche se troppo chiusa ed esclusivista – si distingue pure nettamente da certe voci che oggi sentiamo dall’altra Germania e che vorrebbero che l’8 maggio 1945 sia «il punto zero», il «giorno del più grande[6] disastro nazionale», per cui non ci sarebbe niente de celebrare in quel giorno.[7] Forse si tratta di uno zelo esagerato nel combattere quelle posizioni reazionarie, se qualcuno crede necessario dover ammonire contro tutto quello che la dice in modo diverso dal suo. Deve passare ancora più tempo, sembra, per aprire la visione ad altri aspetti.

Le auguro comunque un altro anno
ricco di produttività e di ottimismo storico
e La saluto molto cordialmente.

 

Joachim Meinert[8]

  February 5, 1985

 

Dear Mr. Levi,

I would like to write to you once again to illustrate, I hope a bit better, the probable reasons behind that famous “veto” we have already discussed many times.[1] If you read the newspaper clippings published these days, when the 40th anniversary of the liberation of Auschwitz is being commemorated, you will see that the tone is slightly different compared to the way you presented this same experience in your book. The facts are enumerated – it seems to me, correctly and precisely – but the stress is placed on the efforts of resistance and, even[2] armed struggle against the SS. That point of view is doubtless different but it would be desirable that it not be imposed as the only[3] one, as is instead the case. And, above all, when it has the effect of suffocating the voice of testimony of such human and literary value as represented in your book.[4] As I said: I return to the discussion to illustrate that other position, not to justify it (and perhaps not even to explain it). And if we can never[5] be satisfied with the result, perhaps this position should be highlighted, even if it is too closed and exclusivist – it clearly stands apart from certain voices that we hear today from the other Germany, that would like May 8, 1945 to be “point zero,” the “day of the biggest[6] national disaster,” and thus think there is nothing to celebrate on that day.[7] Perhaps it is exaggerated zeal to contrast those reactionary positions, if people find it necessary to warn against everything that differs from what they say. It appears that more time must pass before we can broaden the view to other aspects. 

In any case, I wish you another year
full of productivity and historical optimism
and I sent you very cordial greetings.

 

Joachim Meinert[8]


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