Nell’ottobre del 1962, Primo Levi riceve da Elisabeth Zilz, corrispondente da Bielefeld, una copia di «Radius», la rivista quadrimestrale che, dal 1955 al 1990, è stata l’organo dell’Associazione Accademica Evangelica di Germania. «In questi ambienti», scrive Zilz, «l’impegno per fare i conti con il passato costituisce uno degli obiettivi principali del lavoro. E se si riesce a raggiungere solo un numero relativamente ristretto di persone, ciò non deve scoraggiarci». Prima di congedarsi, la «bibliotecaria in Vestfalia» — così la definirà Levi nei Sommersi e i salvati (OC II, p. 1262) — riassume il significato del suo dono: «che i contributi presenti in questo numero di Radius possano restituirLe un po’ di speranza e di fiducia negli uomini e nelle donne qui in Germania».
A settembre, la rivista evangelica aveva infatti dedicato il terzo numero dell’anno 1962 alla memoria degli orrori compiuti dal nazionalsocialismo durante il secondo conflitto mondiale. In copertina, l’immagine del comunicato 289 del luglio 1941 con cui il decano del ghetto di Łódź Chaim Rumkowski ordinava alle prigioniere del ghetto di età compresa tra i 17 e i 40 anni di registrarsi al «programma» di lavoro forzato da lui istituito («Unser einziger Weg ist Arbeit», «la nostra unica via è il lavoro», era uno dei motti principali della sua controversa gestione).
Prima e quarta di copertina del numero 3/1962 di «Radius». L’immagine è accredita al fotografo tedesco di origini ebraiche Stefan Moses. Per Levi, il numero 3/1962 di «Radius» potrebbe essere stato uno dei primi incontri con il nome di Chaim Rumkowski. Indice del numero 3/1962 della rivista «Radius»
Quattro dei sette contributi presenti sono dedicati ai temi della «colpa» e della rielaborazione del passato nazista. Accompagnati da un notevole apparato fotografico, i saggi non solo riflettono sul significato storico del nazismo per la Germania post-bellica, ma anche definiscono l’orizzonte etico e politico entro cui si inscrive l’azione «espiatrice» che ha ispirato la condotta della Chiesa evangelica tedesca dalla fine del secondo conflitto mondiale. «Credere, pensare, agire» (glauben, denken, handeln) è, non a caso, il motto dell’Accademia Evangelica.
Alla sua prima lettera dell’agosto 1962, Elisabeth Zilz aveva allegato un opuscolo informativo dell’Aktion Sühnezeichen per mostrare all’autore di Ist das ein Mensch? «che in Germania esistono persone che considerano il recente passato come una colpa che non potrà mai essere cancellata, e che cercano, dove possibile, di offrire gesti di espiazione per tutti i crimini commessi».
Copertina e quarta di copertina del Prospekt dell’Aktion Sühnezeichen del febbraio 1962. In copertina si legge: «Giovani tedeschi lavorano volontariamente per sei mesi o un anno in paesi che hanno sofferto l’occupazione tedesca o i cui cittadini sono stati vittime dei crimini nazionalsocialisti. In Norvegia, Inghilterra, Olanda, Belgio, Francia, Grecia, Israele essi erigono segni di ravvedimento, del loro cambio di mentalità, della loro buona volontà. Questo lavoro è finanziato con le donazioni di quei tedeschi che condividono il nostro impegno per la riconciliazione». La quarta di copertina riporta invece il diario dei volontari impegnanti nella ricostruzione della cattedrale di Coventry in Inghilterra. Fonte Evangelisches Zentralarchiv in Berlin (si ringrazia Peter Steuermann per il rinvenimento del documento).
Interno del Prospekt dell’Aktion Sühnezeichen del febbraio 1962. A pagina 2 (sinistra) il diario dei volontari impegnati nella costruzione della “Chiesa della Riconciliazione” presso la comunità monastica protestante di Taizé (in Borgogna). Fondata da Roger Schutz nel 1940, la comunità accolse molti profughi ebrei durante il secondo mondiale. A pagina 3 (destra) il diario dei volontari impegnati nella costruzione di una scuola nel comune francese di Saint-Cyr-au-Mont-d’Or (vicino a Lione) e una cronaca dei lavori di un gruppo dell’Aktion Sühnezeichen in un Kibbutz israeliano. Fonte Evangelisches Zentralarchiv in Berlin.
Dettaglio della notizia dell’imminente consacrazione della nuova cattedrale di Coventry in terza pagina de «La Stampa» del 25 maggio 1962. Nella conclusione si legge: «Un gruppo di giovani tedeschi ha partecipato ai lavori [di ricostruzione]». Fonte Archivio Storico La Stampa
Prima ancora di ricevere l’opuscolo di Zilz, Levi aveva avuto modo di venire a conoscenza tramite la stampa italiana di una delle iniziative più note dell’organizzazione evangelica Aktion Sühnezeichen Friedensdienste (“Azione Segno di Espiazione – Servizi per la Pace”), ossia la partecipazione alla ricostruzione della cattedrale di Coventry, la città britannica che nel 1940 fu devastata dai bombardamenti della Luftwaffe.
La ASF era stata fondata nel 1958 dal sinodo della Chiesa Evangelica con l’obiettivo esplicito di «riparare», tramite un programma di volontariato internazionale, i danni causati in Europa dalla Germania di Hitler. All’interno del mondo evangelico, il confronto con il nazismo possiede, dunque, una valenza eminentemente pratica: la comprensione del passato e l’impegno sociale sono infatti due aspetti indisgiungibili del tentativo da parte della Chiesa Evangelica di “redimere” le sue compromissioni e i suoi silenzi durante il Terzo Reich. Come scrive Primo Levi a Elisabeth Zilz: «È un’impresa giusta e commovente, forse la più convincente fra le iniziative consimili, la più umana e concreta. Questo è cristianesimo vero, operante».
Nicht das eigene Nest beschmutzen (“Non infangare il proprio nido”)
Che le ombre del nostro passato tedesco pesino ancora su di noi lo avvertiamo in questi giorni con particolare chiarezza. Finora siamo riusciti, con cautela e abilità, a evitare di guardare in faccia il nazismo e i suoi crimini. Subito dopo la guerra, dovevamo infatti combattere la fame e preoccuparci dei nostri cari. In seguito, ognuno di noi e la Germania nel suo insieme, eravamo impegnati nella ricostruzione. In altri termini, non avevamo tempo di rielaborare gli orrori del passato. E alla fine li abbiamo dimenticati. Quei crimini vengono ora nuovamente portati alla luce, e coloro che vi erano coinvolti vengono processati. Non possiamo in alcun modo evitare di rivivere ancora una volta, e in tutti i suoi dettagli, l’orrore di quel periodo. I piani politici ufficiali del regime erano di per sé già terribili. Ma la cosa peggiore fu un’altra: il regime riuscì a scatenare e a mobilitare una brama di uccidere talmente raccapricciante, in una molteplicità di forme così spaventosamente raffinate, che nella storia difficilmente se ne possono trovare paralleli. Se ci si lascia travolgere da ciò che emerge dai processi, si perde il sonno per più notti. E a chiunque venga a conoscenza anche solo di pochi fatti risulterà chiaro che l’oblio non è uno strumento sufficiente per fare i conti con un simile passato. Ma cosa possiamo fare? Come ci lasciamo finalmente alle spalle questi orrori, per poter tornare a respirare liberamente e pensare ai compiti del presente senza essere continuamente gravati da questo fardello?
Il numero si apre con l’editoriale di Horst Bannach, fondatore della rivista «Radius» e dell’omonima casa editrice, nonché segretario generale dell’Associazione Accademica Evangelica di Germania. Il saggio affronta il tema dell’elaborazione del passato sotto due punti di vista opposti, ma complementari: quello “interno”, relativo alla questione della «colpa» dei tedeschi in quanto popolo che ha reso possibile il nazismo, e quello “esterno”, rivolto agli “altri” che hanno subito la ferocia del Terzo Reich sotto forma di occupazione, persecuzione razziale e aggressione militare.
Per quanto riguarda il fronte interno, l’analisi di Bannach restituisce plasticamente il travagliato percorso della denazificazione nella Repubblica Federale:
Chiesa e Stato hanno detto il necessario subito dopo la guerra e da allora hanno anche, in una certa misura, fatto il necessario. Si tratta piuttosto del singolo individuo, di ciascuno di noi. Dove ci collochiamo? Ebbene, la maggior parte erano Mitläufer, alcuni erano segretamente contrari, e gli stessi criminali costituivano una cerchia sì spaventosamente ampia, ma pur sempre limitata. Tutti sapevamo della persecuzione degli ebrei, forse non tutti delle camere a gas; anche i campi di concentramento e i loro orrori erano noti alla maggior parte. Eppure, si dovrà riconoscere che già allora molte persone non avevano approvato queste cose, anzi le avevano condannate e avevano pensato con angoscia alle conseguenze future. Chi voglia descrivere la situazione in modo equanime non riuscirà mai davvero a formulare un giudizio capace di rendere conto di tutte le sfumature.
A detta di Bannach, le istituzioni, religiose e politiche, possono emanare comunicati di scuse e mettere in atto misure di riparazione, ma la rielaborazione del passato nazista è una questione che coinvolge innanzitutto la sfera individuale. L’urgenza di questo slittamento di prospettiva sembrerebbe emergere proprio dal controverso processo di denazificazione che, dal dopoguerra, aveva tentato di definire i livelli di responsabilità e compromissione dei singoli durante il Terzo Reich.
Dettaglio dell’articolo di Bannach a pagina 2 del numero 3/1962 della rivista «Radius».
Nel marzo del 1946, il governo militare statunitense aveva emanato la Legge per la liberazione dal nazionalsocialismo e dal militarismo (Gesetz zur Befreiung von Nationalsozialismus und Militarismus). Il decreto istitutiva 5 categorie: Hauptschuldige (“principali colpevoli), Belastete (“compromessi”), Minderbelastete (“compromessi minori”), Mitläufer (“seguaci”), Entlastete (“esenti da responsabilità”).
Come ricorda anche Bannach, la «maggior parte» dei casi esaminati finì con il rientrare nel quarto gruppo, quello dei Mitläufer, ossia, i seguaci «meramente nominali» del nazionalsocialismo (cfr. la biografia di Herbert Plügge).
Bannach pare assumere una posizione piuttosto apologetica nei confronti delle procedure con cui fu condotta la denazificazione: lo «Stato», scrive, avrebbe detto e, «in un certa misura», fatto il «necessario». Tuttavia, la sua analisi, non è detto sapere quanto consapevolmente, sorvola sulle tante contraddizioni e aporie di un’iniziativa che, sin dall’inizio, fu osteggiata non solo dalle istituzioni, ma anche da ampie fasce della popolazione. Le amnistie volute dal governo Adenauer e l’intensificarsi della Guerra Fredda (alla fine degli anni Quaranta, il contrasto del comunismo era ormai prioritario rispetto all’epurazione degli ex-nazisti) ebbero come effetto quello di permettere, anche volutamente, una continuità alquanto problematica tra gli apparati giuridico-amministrativi del Terzo Reich e quelli della Repubblica Federale (cfr. il “caso Globke” nella biografia di Brigitte Distler). Proprio la categoria di Mitläufer diverrà l’emblema dell’annacquamento della denazificazione (cfr. Lettera 118, n. 4 per maggiori dettagli statistici).
Agli occhi di Bannach, l’aver certificato l’appartenenza solo nominale, passiva, della maggior parte degli iscritti al NSDAP costituirebbe una prova eloquente della difficile condizione etica e politica dei tedeschi durante la dittatura hitleriana: non condividere, ma non poter dissentire; sapere dei crimini perpetrati sulla popolazione ebraica, ma non poter contrastarli. Se il giudizio storico-morale sulla «minoranza» dei veri ciminali (Hauptschuldige e Belastete) può pertanto essere netto e inequivocabile, quello rivolto ai Mitläufer e agli Entlastete deve invece essere più cauto e caritatevole. In questi casi maggioritari, ricorda Bannach, è necessario tenere conto delle tante sfumature comprese tra la passività coatta del terrore totalitario e l’adesione inconsapevole scaturita da dodici anni di indottrinamento ideologico.
Immagine di cittadini tedeschi ineggianti Hitler («Radius» pagina 3). Fonte Ullstein-Bilderdienst.
Occorre a questo punto precisare che l’argomentazione di Bannach è ben lontana dalla sospetta retorica apologetica di chi, addossando tutte le responsabilità del regime a una ristretta cerchia di criminali, intende scagionare l’intera popolazione tedesca dal coinvilgimento con il regime di Hitler. A tal riguardo, proprio in quei mesi, Primo Levi aveva ricevuto la lettera dei coniugi L. di Amburgo, il testo indubbiamente più controverso di tutto il carteggio con i lettori di Ist das ein Mensch?:
Chi poteva sospettare che noi eravamo a cavallo di un criminale e di un traditore? E quando anche (sic), nessuna colpa si può certo attribuire ai traditi: solo il traditore è colpevole.
La seconda parte del saggio dimostra come la ricerca da parte dell’autore, teologo protestante, di un punto di vista “caritatevole” sulla questione della «colpa» abbia come obiettivo polemico proprio le retoriche nazionaliste storicamente più compromesse con il nazismo.
Berthold Graf von Stauffenberg – fratello maggiore di Claus, ideatore ed esecutore del fallito attentato del 20 luglio 1944 contro Hitler – davanti al tribunale del popolo (Volksgerichtshof) prima di essere giustiziato. Fonte «Radius» 3/1962, p. 4.
Il discorso sulla colpa collettiva non ha mai inteso addossarci la responsabilità di qualcosa che noi, la maggior parte dei singoli, non abbiamo fatto. Non ha mai voluto indurci a vergognarci senza sapere perché. La questione è però se possiamo capire che nelle occasioni in cui ci presentiamo innanzitutto e soprattutto come tedeschi, tutte queste distinzioni, tutte queste considerazioni ponderate sul grado maggiore o minore di colpa diventano prive di senso. Le persone che negli anni immediatamente successivi alla guerra si trovavano in presenza di stranieri capivano di solito molto rapidamente che dovevano rinunciare ai soliti tentativi di giustificazione («non c’ero, non l’ho fatto, non sapevo nulla»). Erano tedeschi e dovevano rispondere di ciò che i tedeschi avevano fatto. Qui l’ignoranza o la mancanza di possibilità per agire non erano una scusa valida. Non ci si poteva presentare come se nulla fosse accaduto, come se loro, gli stranieri, e noi, i tedeschi, avessimo sofferto insieme di una comune e deplorevole disgrazia. Bisognava rendersi conto che la disponibilità amichevole di quegli stranieri a fare di nuovo cose in comune con i tedeschi era tutt’altro che scontata, e che avevamo il difficile compito di riconquistare la loro fiducia.
La clemenza verso sé stessi non può e non deve essere un gesto vittimistico. Le vittime rimangono “gli altri”, i popoli aggrediti e perseguitati che ora, in tempo di pace, chiedono conto ai tedeschi di quanto fu loro inferto. È dunque il “fronte esterno” l’orizzonte entro il quale il dovere della rielaborazione del nazismo risulta più urgente e necessario.
Non illudiamoci: tra noi e gli altri le cose sono ancora ben lontane dall’essere chiarite […]. Soprattutto nei popoli che hanno subito le violenze delle SS, la paura degli orrori tedeschi scorre ancora nelle vene e viene tramandata di generazione in generazione. Qui tutto dipende da come si presenteranno i tedeschi: come rappresentanti paffuti e chiassosi del benessere e dell’efficienza, oppure come persone consapevoli che deve avvenire una riconciliazione, che sono proprio loro a meritare il perdono.
Guardare agli “altri” significa valorizzare anche il lavoro critico su sé stessi. «Questo compito», spiega Bannach, «non può avere successo se ci siamo abituati a una separazione troppo netta: a casa innocenti e spensierati, fuori carichi di sensi di colpa e guardinghi». In altri termini, il giudizio “esterno”, più netto, ma legittimo, è ciò che impedisce alla clemenza verso sé stessi di divenire un alibi e lasciarsi perciò sedurre dalla tentazione liberatoria dell’oblio.
Secondo Bannach, questa tentazione si esprime attraverso «quattro scuse» ricorrenti nei discorsi apologetici.
«Basta con la denazificazione, la privazione dei diritti e l’interdizione». Manifesto del partito liberale Freie Demokratische per le elezioni del Bundestag del 1949 in Assia. L’FDP, storicamente avverso all’imposizione alleata della denazificazione, non mancò negli anni Cinquanta di accogliere tra le sua fila ex membri del NSDAP. Fonte Wikimedia Commons.
«Mettiamoci una pietra sopra» (Laßt die Dinge endlich ruhen): non sono appunto tedeschi coloro che possono decidere quando è il momento di voltare pagina.
«Non infangare il proprio nido» (Nicht das eigene Nest beschmutzen): equivalente dell’italiano “non sputare sul piatto in cui si mangia”, rappresenta l’intransigenza nazionalista per coloro che in Germania tentano di portare all’attenzione puibblica, nazionale e internazionale, i crimini storici del nazismo.
«Anche gli altri non sono da meno» (Die anderen sind auch nicht besser): secondo l’autore, è probabilmente «la più stupida di tutte le scuse». Innanzitutto, perché comparare non significa giustificare; secondariamente, perché, nel caso dei crimini nazisti, non sussistono paragoni storici; essi vanno riconosciuti nella loro «unicità» («Die Verbrechen der Hitlerzeit sind singulär»).
«Ero mosso dalle migliori intenzioni» (Ich habe nur das Beste gewollt): è la scusa che qualifica i nazisti come «criminali ideologici» (ideologischen Verbrecher). Siamo all’indomani dell’esecuzione di Adolf Eichmann. Pochi mesi più tardi, nel maggio 1963, Hannah Arendt avrebbe pubblicato Eichmann in Jerusalem (tradotto in Germania nel 1964), saggio sulla banalità del male nato dalla sua esperienza come reporter per il The New Yorker al processo di Gerusalemme del 1961. Per Bannach, si tratta di una «scusa» che va presa sul serio, in quanto rivelatrice non solo del carattere non diabolico, dunque umano, del male politico nazista, ma anche della perversione morale operata durante il Terzo Reich.
Nell’ultima parte del saggio, Bannach si concentra sulla seconda scusa, quella che dà il titolo al suo editoriale (le altre saranno al centro dei successivi contributi). Rielaborare il passato nazista significa innazitutto decostruire e privare di fondamento la sacralizzazione del concetto di «patria» (Vaterland). Perché il nazismo fu la radicalizzazione di un’ideale suprematista che per lungo tempo aveva serpeggiato nella storia tedesca. Respingere questa tendenza significa appunto chiarire e rinnovare i fondamenti della convivenza con gli altri popoli: «non si può essere onesti nel dire “Europa” intendendo in realtà “egemonia tedesca”».
Oltre a dettare una presa di distanza dalle retoriche assolutorie dei partiti e dei movimenti dell’estrema destra (nei quali trovarono nuova cittadinanza molti ex-nazisti), la de-sacralizzazione del concetto di patria auspicata dall’autore rappresenta anche l’affermazione di una weltanschauung cristiana che è per definizione incompatibile con l’idolatria naziolistica:
Dio non è solo il Dio dei tedeschi, il Dio al quale rivolgiamo le nostre preghiere è lo stesso degli inglesi, dei francesi, degli americani e dei polacchi. […]
I popoli non sono stati creati da Dio. Essi non fanno parte, almeno dal punto di vista di Dio, della struttura essenziale del mondo. Dio può immaginare la convivenza degli uomini sulla terra anche in modo diverso da quella suddivisa in popoli.
(«Radius» 3/1962, p. 5)
Tra le righe delle conclusioni non si può fare a meno di cogliere il peso della «colpa» della Chiesa Evangelica, la cui compromissione con il nazismo si configura, agli occhi di Bannach, come un tradimento storico dell’universalismo cristiano. Ma, d’altronde, ricorda l’autore, «ciò che il linguaggio secolare ha finora chiamato “elaborazione del passato”, la Bibbia lo chiama “fare penitenza”».
Die andern sind auch nicht besser (“Anche gli altri non sono da meno”)
Quando, dopo il 30 gennaio 1933, l’infezione raggiunse lo stadio della virulenza permanente, la resistenza fu pressoché nulla. Gli esaltati non dovevano far altro che allacciarsi il cinturone d’ordinanza che veniva loro offerto, e il “Mitläufer” (se non qualcosa di peggio) era pronto.
(«Radius» 3/1962, p. 6)
Dettaglio dell’articolo di Kupisch a pagina 6 del numero 3/1962 della rivista «Radius».
Il secondo contributo è a firma di Karl Kupisch, teologo evangelico e storico della chiesa. Come si evince dal titolo, il saggio approfondisce la terza delle quattro «scuse» apologetiche rintracciate nell’editoriale di Bannach.
L’argomentazione di Kupisch prende le mosse dall’ubriacatura iper-nazionalistica che portò al potere Adolf Hitler nel gennaio del 1933. Le disperate condizioni economiche in cui versava la Germania alla fine degli anni Venti portarono al «tramonto della Repubblica di Weimar», ormai percepita come simbolo del fallimento della democrazia. È su questa sfiducia – condivisa anche da tanti «bravi cristiani, il cui cuore non aveva mai battuto del tutto per la Repubblica di Weimar» – che il «grande tamburino» (großen Trommlers) Hitler fece leva per convincere i tedeschi della necessità storica di una «guida forte al governo che conducesse verso una nuova alba nazionale».
Dopo il 1945, la vergogna per gli errori politici non è mai stata una delle virtù dei tedeschi. Oggi sono in pochi a voler ricordare i tempi della loro «grandezza». Se mai si esprimono, molti sostengono di aver seguito le bandiere di Hitler per «buona fede» o per «idealismo». È però un pericoloso segno di immaturità politica quando, in tempi di crisi, un popolo è composto solo da “persone in buona fede”. Ed è comunque strano, come già ai tempi della Repubblica di Weimar, che ogni “deriva verso destra” venga giustificata con l’idealismo, mentre spesso basta “strizzare l’occhio” a sinistra per essere messi al bando. Peggio ancora è però la risposta caustica che oggi si sente spesso: «Non rinfacciateci sempre il nostro passato, gli altri non sono migliori!». Questa risposta, per quanto venga spesso data in modo scontroso e grossolano, è segno non solo di una cattiva coscienza, ma anche di una mentalità fondamentalmente nichilista che rifiuta ogni responsabilità. Se questo atteggiamento dovesse diventare determinante per il modo in cui affrontiamo il nostro passato, allora pietà per tutti coloro che oggi si impegnano ancora per la democrazia! Gli altri non sono migliori: chi parla così, la prossima volta sarà nuovamente complice![…]
«Anche gli altri non sono migliori!» È la logica che adottano i bambini quando li si rimprovera per essersi comportati male: «Anche Adolf ha picchiato», oppure: «Anche Adele ha sputato». A parlare così oggi in Germania sono persone adulte. È la scusa di chi è ancora politicamente immaturo.
(«Radius» 3/1962, pp. 6-7)
Immagine di un boccale di birra raffigurante la testa di Bismarck a pagina 12 di «Radius» 3/1962.
Oltre a segnalre un grave deficit di cultura politica, il qualunquismo di chi vorrebbe equiparare quanto accaduto durante il Terzo Reich con le tante tragedie che hanno segnato la Storia umana è innanzitutto un misconoscimento dell’unicità dei crimini nazisti: «a noi è toccato in sorte di massacrare senza pietà sei milioni di ebrei»,ricorda l’autore, «noi abbiamo elaborato una filosofia razziale e con essa abbiamo condotto a sangue freddo la politica di occupazione della razza superiore».
Kupisch è consapevole che l’affermazione dell’unicità della violenza genocidaria del nazionalsocialismo potrebbe dare adito a una lettura storica altrettanto insidiosa e che, non a caso, rientra nell’armamentario della retorica apologetica: che il Reich di Hitler sia stato una parentesi politica attribuibile alla malvagità diabolica di una ristretta cerchia di fanatici.
Dopo il 1945, guardando retrospettivamente a ciò che era accaduto, si poteva spesso sentire dire: «Nel 1933 siamo caduti nelle mani dei demoni». Questo è, in fondo, il contraltare metafisico del modo di dire: «Anche gli altri non sono da meno». In entrambi i casi ci si sottrae alla propria responsabilità.
(«Radius» 3/1962, p. 14)
Ancora una volta, non si può fare a meno di pensare a quanto scritto dai coniugi L. nella loro lettera a Primo Levi:
In ogni tempo è avvenuto “che il Diavolo si scatenasse”, senza ritegno, senza senso: persecuzioni di ebrei e di cristiani, sterminio di popoli interi in Sudamerica, degli indiani nel Nordamerica, dei Goti in Italia sotto Narsete, orrende persecuzioni e massacri nel corso delle rivoluzioni francese e russa. Chi potrà “capire” tutto questo?
M.L.
Quando un popolo riconosce troppo tardi di essere diventato un prigioniero del diavolo, ne seguono alcune alterazioni psichiche.
Galleria di immagini a pagina 10 di «Radius» 3/1962. In alto, da sinistra a destra: monumento a Bismarck ad Amburgo, monumento a Lutero a Worms, statua del generale Hindenburg (Der Eisernen Hindenburg) a Berlino. In basso: benedizione del Lützowsches Freikorps nel 1813.
L’unicità dei crimini nazisti, argomenta Kupisch, è pertanto comprensibile, dunque ri-elaborabile sul piano morale e politico, solo se inserita nella traiettoria storica che ha reso possibile il compimento in Germania dell’ideologia nazionalsocialista.
Nella biografia del popolo tedesco, il nazionalsocialismo è stato una grave manifestazione morbosa, letale. Ma i germi del contagio non si sono riversati su di noi all’improvviso, come se fossero fuoriusciti da un misterioso vaso di Pandora. Essi hanno una lunga storia nel corpo politico del nostro popolo che occorre comprendere affinché il processo di guarigione attecchisca in profondità.
(«Radius» 3/1962, p. 7)
Alludendo alla tesi storiografica continuista “da Lutero a Hitler” (cfr. Lettera 118, n. 21), nella seconda parte del suo saggio, l’autore rintraccia i «germi del contagio» soprattutto nel Reich di Bismarck, il momento euforico dell’unificazione nazionale che avrebbe piegato la storia tedesca precedente all’epifania di un destino di potenza e dominio continentale. E con il desiderio di potenza nasce anche la convinzione paranoica di essere accerchiati da nemici da sempre intenti a contenere il proprio popolo. Come è noto, questa prima, fatale, ubriacatura nazionalista del XIX secolo – tra i portagonisti, Kupisch cita il teologo luterano e antiseminta Adolf Stoecker (cfr., la biografia di Karl Wagner) – si frantumò con la sconfitta durante la prima guerra mondiale.
La conclusione del saggio si riaggancia alle considerazioni svolte dall’autore nella prima parte del suo contributo: il crollo della Repubblica democratica e l’ascesa del nazismo. In continuità con l’onestà intellettuale di Bannach, anche Kupisch non si sottrae dal compito di riconoscere le responsabilità della Chiesa protestante nell’aver contribuito a indirizzare la cultura politica tedesca verso prospettive reazionarie e conservatrici durante gli anni difficili di Weimar.
Insomma, la rielaborazione del passato nazista non può non passare dal riconoscimento di una Storia nazionale attanagliata dal problema della convivenza con gli “altri”.
Le foglie di fico con cui Adamo, nel paradiso terrestre, cercò di coprire la propria nudità rappresentano il tragico tentativo di sottrarsi alla domanda sulla propria esistenza presente. Quando Dio lo chiama, la sua “versione della storia” viene smascherata. «La donna che tu mi hai posta accanto, è stata lei…». E quell’altra, che non è da meno, cosa dice? «Il serpente mi ha ingannata» È la solita vecchia storia: se non è l’altro, allora sono i demoni.
(«Radius» 3/1962, p. 14)
Domenichino, Il rimprovero di Adamo ed Eva (1626). Fonte Wikimedia Commons.
Ich habe nur das Beste gewollt (“Ero mosso dalle migliori intenzioni“)
Il terzo contributo è scritto dal politologo Helmut Wagner, in quel momento assistente dello storico Golo Mann presso l’Università di Stoccarda.
Per approfondire la quarta «scusa» delineata nell’editoriale di Bannach, l’autore adotta uno stile narrativo, proponendo ai lettori un racconto d’invenzione. «Eichmann è morto. Ma la questione non è chiusa»: tra tutti i saggi presenti in questo numero di «Radius», quello di Wagner è sicuramente il testo che più rende esplicito l’impatto storiografico e filosofico del processo di Gerusalemme nelle scienze politiche e sociali dei primi anni Sessanta. In particolare, come già anticipato da Bannach, a segnare lo slittamento di prospettiva generato dalla controversa figura di Eichmann è la consapevolezza – che a quell’altezza cronologica parrebbe già alquanto diffusa –, della necessità di pensare ai crimini e ai criminali del Terzo Reich sotto una luce diversa: quella che, di lì a poco, Hannah Arendt avrebbe efficacemente chiamato la banalità del male.
Il protagonista del racconto è il cinquantenne Heinz Birkmann, un semplice impiegato e padre di famiglia. A vent’anni, nel 1932, si iscrive al Partito Nazionalsocialista, dunque prima del successo elettorale e politico dell’anno successivo.
Lo feci – il Partito non era ancora al potere e non aveva ancora vantaggi personali da offrire – spinto dall’oscuro sentimento che esso fosse l’unica forza capace di volere e di decidere di rovesciare la miseria sociale che opprimeva tutti noi e di aprire un futuro migliore per la nazione.
(«Radius» 3/1962, p. 14)
Con la presa del potere, Birkmann è così tra i primi a raccogliere i dividendi della precoce fedeltà al NSDAP: «Due anni dopo la mia iscrizione al Partito, sedevo già a una scrivania in un ufficio centrale di Berlino».
Dettaglio dell’articolo di Wagner a pagina 16 del numero 3/1962 di «Radius». Kleiner Bürokrat und großer Idealist (“piccolo burocrate e grande idealista”) è il titolo di una delle sezioni del racconto dedicato alla figura finzionale di Heinz Birkmann.
Negli undici anni successivi, Birkmann si occupa della «questione ebraica» e la sua carriera, da semplice impiegato a SS-Obersturmbannführer (la stessa carica di Adolf Eichmann e Rudolf Höss), ne seguirà il tragico sviluppo sino all’elaborazione della «soluzione finale» nel 1942.
In realtà avevo sempre voluto fare il contadino, avere una mia fattoria da qualche parte e lavorare un terreno tutto mio. Quando ne parlavo, i miei superiori mi spiegavano che sarebbe stato possibile solo dopo la conclusione della ricostruzione nazionale, dopo la conquista della vittoria. Per il momento sedevo nel mio ufficio ed eseguivo gli ordini che mi venivano impartiti […]. I miei superiori sono stati informati continuamente di ogni mia attività. Non credo di aver mai contravvenuto a un ordine ricevuto né di aver mai interpretato arbitrariamente una disposizione datami. Ho cercato di adempiere a tali disposizioni alla lettera e secondo il loro spirito. I miei superiori lo hanno sempre confermato. Come mai mi ero ritrovato in quella situazione? Ero finito in uno dei tanti apparati amministrativi. Ne ero un ingranaggio, come migliaia di altri. Come loro, ero in qualsiasi momento sostituibile […]. Obbedivo agli ordini perché lo ritenevo mio dovere. Se non fossi stato convinto della necessità e della giustezza di quegli ordini, avrei rassegnato le dimissioni. Era possibile in qualsiasi momento. Avrei potuto farmi trasferire altrove, per esempio al fronte. Ma rimasi. Congedarmi, uscire dall’apparato, come altri avevano fatto, mi sarebbe allora sembrato diserzione.
(«Radius» 3/1962, p. 15)
La storia raccontata da Wagner è quella del burocrate che diligentemente esegue gli ordini impartiti dall’alto, senza remore, mosso dalla certezza granitica di essere dalla parte giusta della storia. Perché Birkmann non è all’oscuro di quanto accade ai «casi» che dal suo ufficio di Berlino gestisce quotidianamente; anzi, è cosciente di essere un ingranaggio della macchina dello sterminio degli ebrei, e in parte ne prova persino repulsione. Lui è un burocrate «ideologico», agisce cioè in nome di un ideale di giustizia che richiede il sacrificio della sua coscienza e quello di milioni di vite ebraiche
Galleria di immagini a pagina 20 di «Radius» 3/1962. In alto: coda davanti a una mensa per disoccupati a Francoforte nel 1931. In basso: lavoratori tedeschi impegnati nella costruzione delle Autobahn (“autostrade”) del Terzo Reich
Chi legge oggi potrebbe ingenuamente concludere che tutti coloro che vi hanno preso parte fossero mostri in sembianze umane, sadici senza pari. Sarebbe relativamente semplice, se fosse così. Ma è questa la verità? Se per sadico si intende una persona che prova piacere nell’uccidere, allora io non lo sono stato. Non ho ucciso nessuno con le mie mani. E quando una volta ho partecipato a un’esecuzione, mi sono sentito così male che ho immediatamente fatto interrompere la fucilazione. No, non ne ho tratto alcun piacere. Me ne stavo seduto nel mio ufficio a Berlino e pianificavo, davo ordini e ricevevo i rapporti di esecuzione. Esiste, da un punto di vista puramente formale, una differenza tra la mia attività e, diciamo, l’attività di un commando di bombardieri durante l’ultima guerra mondiale? Anche quegli ufficiali pianificavano con cura, ordinavano l’operazione e poi ricevevano dalle unità di ritorno il rapporto: «Ordine eseguito». Che tipo di ordine avevano eseguito? Avevano bombardato per quattro ore i quartieri residenziali di una grande città; in quelle quattro ore 10.000 persone, donne e bambini, erano state uccise, sepolte o bruciate vive e monumenti artistici insostituibili erano stati distrutti. I pianificatori nel quartier generale del comando dei bombardieri, i piloti della squadriglia di bombardieri, per non parlare degli operai nelle fabbriche di bombe, non avevano ucciso una sola persona con le proprie mani, eppure 10.000 persone erano state loro vittime. Come loro, anche io e i miei collaboratori consideravamo la distruzione di vite umane, di civili accusati in maniera arbitraria, una necessità, una terribile necessità, non un piacere.
(«Radius» 3/1962, p. 17)
Insomma, malgrado l’indicibile orrore che lo circonda, Birkmann pensa di fare la cosa giusta; le sue sono appunti le «migliori intenzioni».
La nostra coscienza era orientata su ciò che costituiva il nucleo della Weltanschauung nazionalsocialista: la fede incondizionata nella missione della razza germanica e della nazione tedesca. Vi era orientata come una bussola è sempre orientata verso il nord. Dalla nostra Weltanschauung derivavamo la nostra raison d’être e la nostra raison de cœur. E questa nostra più intima convinzione determinava — e in un certo senso mi appare logico — ciò che sentivamo come buono e giusto, ciò che sentivamo come malvagio e criminoso […]. Al posto dell’uomo, della sua dignità e della sua inviolabilità avevamo posto la razza e la nazione, nella loro incarnazione germanico-tedesca. Seguivamo ancora la voce del nostro cuore, ma il nostro cuore non era più tarato sulla raison de l’homme, bensì sulla raison de la race germanique. Questa fu la nostra rovina. Ero prigioniero della mia Weltanschauung, ero nelle sue grinfie, ne ero lo strumento; avevo buone intenzioni e ho compiuto l’inumano.
(«Radius» 3/1962, p. 26)
Tuttavia, si chiede Birkmann nella conclusione della sua memoria, la fede ideologica dei nazisti, quella sostituzione dell’imperativo categorico della Legge morale con la voce del Führer che anche Eichmann illustrò goffamente dinanzi al tribunale di Gerusalemme, non è in fondo la stessa «malattia» che colpì i rivoluzionari francesi e i sovietici russi?
«Anche gli altri non sono da meno», «le mie erano buone intenzioni»: a parlare in questo racconto è stata la voce della banalità del male.
Hannah Arendt al processo di Gerusalemme come cronista per il The New Yorker (1961). Fonte Wikimedia Commons.
Laßt die Dinge endlich ruhen (“Mettiamoci una pietra sopra”)
Dettaglio dell’articolo di Koch a pagina 27 del numero 3/1962 di «Radius»
Il quarto e ultimo contributo sul nazismo è scritto da Gerhard Koch, procuratore della Repubblica a Lauenburg/Elbe (vicino ad Amburgo). Il profilo istituzionale dell’autore non è casuale: il saggio, il cui titolo riprende e approfondisce la prima delle quattro scuse apologetiche, è infatti dedicato agli insuccessi della denazificazione.
L’argomentazione di Koch prende le mosse da domanda volutamente retorica: possiamo mettere una pietra sopra al passato nazista e voltare «finalmente» pagina? A detta dell’autore, per mostrare la capziosità di una simile richiesta è sufficiente richiamare le ormai tante testimonianze delle atrocità perpetrate nei campi di sterminio e sul fronte orientale.
La prima parte del saggio propone ai lettori una «selezione» di aneddoti rappresentativi della «spietatezza senza limiti» di cui furono capaci i carnefici nazisti. Scrive Kock al termine della rassegna:
Occorre ricordare che la selezione sopra riportata costituisce solo un minuscolo frammento di una realtà che supera di gran lunga i limiti dell’immaginabile. È evidente che tutto questo mostruoso accadimento non può essere opera di pochi; anzi, il numero di coloro che vi hanno partecipato direttamente o indirettamente è da ritenersi praticamente incalcolabile (qualora non ci si voglia limitare alle alte sfere dell’organizzazione omicida nazista).
Chi sono state, dunque, le persone che hanno collaborato a questi omicidi in qualità di dirigenti, esecutori o promotori? Si è trattato, come si sarebbe portati a credere, della feccia del popolo, emersa dai bassifondi della criminalità per poi ritornarvi? Niente affatto. Si trattava piuttosto di persone di tutti gli strati sociali, di operai, artigiani, commercianti, funzionari di polizia, ufficiali, generali, medici, giuristi e accademici di vario tipo.
Dove sono finite queste persone? Gli assassini sono forse ancora tra noi? Sì, lo sono. Li troviamo in tutti i settori, sia privati che pubblici, tra l’altro come medici, giudici, alti funzionari amministrativi, agenti di polizia, insegnanti […].
Ecco come stanno le cose. Possiamo e dobbiamo metterci una pietra sopra?
(«Radius» 3/1962, pp. 31-32)
Di fronte agli insuccessi della denazificazione, la richiesta di voltare pagina e archiviare un capitolo così drammatico e violento della storia tedesca rivela il suo vero obiettivo politico: esonerare dal giudizio, della Storia e dei tribunali, coloro che, colpevoli o compromessi, hanno tutto l’interesse a liquidare il proprio passato senza farci veramente i conti.
Immagine a pagina 30 di «Radius» 3/1962 di un cadavere di un prigioniero del campo di concentramento di Bergen-Belsen.
Nel saggio di Koch, la rielaborazione del passato nazista assume un significato primariamente giuridico, diviene cioè una questione di credibilità dello stato di diritto della Repubblica Federale. L’incombere del termine di prescrizione per i crimini di guerra nazisti nel 1965, a vent’anni cioè dal termine del secondo conflitto mondiale, rende dunque ancora più necessario il perseguimento dei complici e dei criminali ancora impuniti (cfr. la vicenda della mostra Ungesühnte Nazijustiz nella biografia di Brigitte Distler).
Sarebbe una vergognosa capitolazione del diritto di fronte al torto. Certo, viene da chiedersi se sia ancora possibile porre un rimedio al decadimento epidemico del senso del diritto e del pudore che ha ridotto il nostro popolo a non poter essere certi, nemmeno di fronte a un medico, un professore, un questore, un giudice, un ufficiale, un insegnante di religione o un preside di liceo, di non avere davanti a sé un ex assassino di massa. Eppure dobbiamo provarci con tutte le nostre forze, se non vogliamo perdere definitivamente la reputazione di nazione civile.
Finché i criminali di massa nazisti o i loro complici se la caveranno con pene incredibilmente miti; […] finché il nostro apparato statale continuerà a rivelarsi infiltrato fino ai massimi livelli da ex appartenenti alle organizzazioni di assassini naziste, il mondo avrà ragione di persistere nella diffidenza.
«Radius» 3/1962, p. 32)
In conclusione, fare i conti con il passato nazista è anzitutto una questione di legalità. Non vi sono scuse: non perseguire ed eventualmente punire i crimini del Terzo Reich ancora inespiati significherebbe lasciare aperta una ferita pericolosa.
Il numero di «Radius» che Levi ricevette nel settembre del 1962 poté pertanto confermare un sospetto destinato purtroppo a non attenuarsi negli anni successivi: l’oblio è ciò di cui gli sconfitti hanno bisogno per tornare e prendersi la loro rivincita.
Riferimenti e bibliografia
Aa. Vv., «Radius. Vierteljahresschrift der Evangelischen Akademikerschaft in Deutschland», Haft 3, September 1962.
H. Arendt, La banalità del male, Feltrinelli, Milano 2001.
L. Niethammer, Die Mitläufer-fabrik Die Entnazifizierung am Beispiel Bayerns, J. H. W. Dietz Nachf, Berlin-Bonn 1982.