105. Primo Levi a Stefan Bauer, 2 settembre 1980

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Nota al testo


Levi esprime la propria gioia per la lettera di Bauer, giovane appartenente ad una generazione diversa da quella che lesse la prima ed. di Ist das ein Mensch?

2 settembre 1980

 

Caro Bauer,

            permetta anzitutto che io mi complimenti con Lei per il Suo ottimo francese. Poiché Lei sta studiando l’italiano, Le scrivo nella mia lingua, sperando di non procurarLe troppe difficoltà. Conosco bene il libro di Kogon: lo posseggo in tedesco nell’edizione 1959, che comprende un’interessante appendice di aggiornamento.[1] Purtroppo, dopo il Vietnam, e dopo quanto si è saputo dei Lager in Unione sovietica, in Cile, in Cambogia ecc.,[2] oggi sarebbe necessario un aggiornamento ancora più ampio.

Ho ricevuto finora molte lettere dalla Germania, ma quasi tutte erano di lettori della prima edizione di Ist das ein Mensch?, del 1961; quindi, nessuna era di giovani appartenenti alla Sua generazione. Per questo motivo la Sua lettera mi ha dato molta gioia: mi ha dimostrato che il libro ha ancora voce, è in grado di parlare al di là dei confini dello spazio e anche del tempo.

Deliberatamente non ho messo il mio indirizzo. So che coloro che scrivono agli autori di libri per questioni loro personali sono già fin troppi, e ho preferito mantenere fra l’autore e il lettore il diaframma dei due editori, italiano e tedesco, in modo che mi scrivessero soltanto le persone come Lei, che hanno cose importanti e pertinenti da dire.

La ringrazio per avermi scritto, e La saluto con viva cordialità

2 settembre 1980

 

Caro Bauer,

            permetta anzitutto che io mi complimenti con Lei per il Suo ottimo francese. Poiché Lei sta studiando l’italiano, Le scrivo nella mia lingua, sperando di non procurarLe troppe difficoltà. Conosco bene il libro di Kogon: lo posseggo in tedesco nell’edizione 1959, che comprende un’interessante appendice di aggiornamento.[1] Purtroppo, dopo il Vietnam, e dopo quanto si è saputo dei Lager in Unione sovietica, in Cile, in Cambogia ecc.,[2] oggi sarebbe necessario un aggiornamento ancora più ampio.

Ho ricevuto finora molte lettere dalla Germania, ma quasi tutte erano di lettori della prima edizione di Ist das ein Mensch?, del 1961; quindi, nessuna era di giovani appartenenti alla Sua generazione. Per questo motivo la Sua lettera mi ha dato molta gioia: mi ha dimostrato che il libro ha ancora voce, è in grado di parlare al di là dei confini dello spazio e anche del tempo.

Deliberatamente non ho messo il mio indirizzo. So che coloro che scrivono agli autori di libri per questioni loro personali sono già fin troppi, e ho preferito mantenere fra l’autore e il lettore il diaframma dei due editori, italiano e tedesco, in modo che mi scrivessero soltanto le persone come Lei, che hanno cose importanti e pertinenti da dire.

La ringrazio per avermi scritto, e La saluto con viva cordialità

2 settembre 1980

 

Caro Bauer,

            permetta anzitutto che io mi complimenti con Lei per il Suo ottimo francese. Poiché Lei sta studiando l’italiano, Le scrivo nella mia lingua, sperando di non procurarLe troppe difficoltà. Conosco bene il libro di Kogon: lo posseggo in tedesco nell’edizione 1959, che comprende un’interessante appendice di aggiornamento.[1] Purtroppo, dopo il Vietnam, e dopo quanto si è saputo dei Lager in Unione sovietica, in Cile, in Cambogia ecc.,[2] oggi sarebbe necessario un aggiornamento ancora più ampio.

Ho ricevuto finora molte lettere dalla Germania, ma quasi tutte erano di lettori della prima edizione di Ist das ein Mensch?, del 1961; quindi, nessuna era di giovani appartenenti alla Sua generazione. Per questo motivo la Sua lettera mi ha dato molta gioia: mi ha dimostrato che il libro ha ancora voce, è in grado di parlare al di là dei confini dello spazio e anche del tempo.

Deliberatamente non ho messo il mio indirizzo. So che coloro che scrivono agli autori di libri per questioni loro personali sono già fin troppi, e ho preferito mantenere fra l’autore e il lettore il diaframma dei due editori, italiano e tedesco, in modo che mi scrivessero soltanto le persone come Lei, che hanno cose importanti e pertinenti da dire.

La ringrazio per avermi scritto, e La saluto con viva cordialità

2 settembre 1980

 

Caro Bauer,

            permetta anzitutto che io mi complimenti con Lei per il Suo ottimo francese. Poiché Lei sta studiando l’italiano, Le scrivo nella mia lingua, sperando di non procurarLe troppe difficoltà. Conosco bene il libro di Kogon: lo posseggo in tedesco nell’edizione 1959, che comprende un’interessante appendice di aggiornamento.[1] Purtroppo, dopo il Vietnam, e dopo quanto si è saputo dei Lager in Unione sovietica, in Cile, in Cambogia ecc.,[2] oggi sarebbe necessario un aggiornamento ancora più ampio.

Ho ricevuto finora molte lettere dalla Germania, ma quasi tutte erano di lettori della prima edizione di Ist das ein Mensch?, del 1961; quindi, nessuna era di giovani appartenenti alla Sua generazione. Per questo motivo la Sua lettera mi ha dato molta gioia: mi ha dimostrato che il libro ha ancora voce, è in grado di parlare al di là dei confini dello spazio e anche del tempo.

Deliberatamente non ho messo il mio indirizzo. So che coloro che scrivono agli autori di libri per questioni loro personali sono già fin troppi, e ho preferito mantenere fra l’autore e il lettore il diaframma dei due editori, italiano e tedesco, in modo che mi scrivessero soltanto le persone come Lei, che hanno cose importanti e pertinenti da dire.

La ringrazio per avermi scritto, e La saluto con viva cordialità


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