178. Primo Levi a Elisabeth Zilz, 29 agosto 1962

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Nota al testo


Levi ringrazia Zilz per la sua lettera “sincera e nobile” ed esprime le sue considerazioni sulle azioni di riconciliazione tentate da alcune associazioni tedesche. 

 29 agosto 1962   

 

Gent.Sig.na
Elizabeth Zilz
BIELEFELD – Stapelbrede, 39

 

Gentile Signorina, 

La ringrazio per avere letto il mio libro, e per la lettera sincera e nobile che mi ha scritto. Non è la sola che mi sia giunta dalla Germania: ho ricevuto finora non meno di 20 lettere, da persone di diversa età, cultura e orientamento spirituale lettere tutte diverse, eppure simili nell’orrore per il passato, nella incapacità di comprenderlo, e nel bisogno di espiazione. Portano tutte il sogno di un travaglio profondo, e rappresentano per me una importante esperienza una speranza e una gioia.

Non mi stupisce che Ella, cresciuta in Alta Slesia, non abbia saputo nulla di Auschwitz: la stessa atmosfera di terrore che circondava i KZ[1] induceva a non fare domande, a preferire di non sapere. Solo i più coraggiosi, fra le generazioni dei nostri padri, hanno osato tenere gli occhi aperti. E certo, ad esempio nel Suo caso, sarebbe occorso un grandissimo coraggio, per albergare in casa uomini con il “Judenstern”:[2] un coraggio che nessuno potrebbe pretendere da una giovane di 20 anni quale era Lei a quel tempo.

La ringrazio anche per i prospetti “Aktion Sühezeichen”:[3] ne avevo letto qualche cenno sui giornali italiani a proposito di Coventry.[4] È un’impresa giusta e commovente, forse la più convincente fra le iniziative consimili, la più umana e concreta. Questo è cristianesimo vero, operante. Ma so purtroppo, dai giornali tedeschi che leggo talvolta, dai viaggi che faccio ogni anno in Germania per lavoro, che il pensiero della maggioranza è lontano da questi indirizzi, e il benessere economico, e la divisione in due Germania, contribuiscono a distrarre le coscienze. Temo che la Aktion resterà patrimonio di una eletta minoranza.

Mi voglia perdonare se Le ho scritto in italiano; gradisca i migliori auguri a Lei personalmente, e per l’iniziativa che mi ha fatto conoscere.
Suo

 29 agosto 1962   

 

Gent.Sig.na
Elizabeth Zilz
BIELEFELD – Stapelbrede, 39

 

Gentile Signorina, 

La ringrazio per avere letto il mio libro, e per la lettera sincera e nobile che mi ha scritto. Non è la sola che mi sia giunta dalla Germania: ho ricevuto finora non meno di 20 lettere, da persone di diversa età, cultura e orientamento spirituale lettere tutte diverse, eppure simili nell’orrore per il passato, nella incapacità di comprenderlo, e nel bisogno di espiazione. Portano tutte il sogno di un travaglio profondo, e rappresentano per me una importante esperienza una speranza e una gioia.

Non mi stupisce che Ella, cresciuta in Alta Slesia, non abbia saputo nulla di Auschwitz: la stessa atmosfera di terrore che circondava i KZ[1] induceva a non fare domande, a preferire di non sapere. Solo i più coraggiosi, fra le generazioni dei nostri padri, hanno osato tenere gli occhi aperti. E certo, ad esempio nel Suo caso, sarebbe occorso un grandissimo coraggio, per albergare in casa uomini con il “Judenstern”:[2] un coraggio che nessuno potrebbe pretendere da una giovane di 20 anni quale era Lei a quel tempo.

La ringrazio anche per i prospetti “Aktion Sühezeichen”:[3] ne avevo letto qualche cenno sui giornali italiani a proposito di Coventry.[4] È un’impresa giusta e commovente, forse la più convincente fra le iniziative consimili, la più umana e concreta. Questo è cristianesimo vero, operante. Ma so purtroppo, dai giornali tedeschi che leggo talvolta, dai viaggi che faccio ogni anno in Germania per lavoro, che il pensiero della maggioranza è lontano da questi indirizzi, e il benessere economico, e la divisione in due Germania, contribuiscono a distrarre le coscienze. Temo che la Aktion resterà patrimonio di una eletta minoranza.

Mi voglia perdonare se Le ho scritto in italiano; gradisca i migliori auguri a Lei personalmente, e per l’iniziativa che mi ha fatto conoscere.
Suo

 29 agosto 1962   

 

Gent.Sig.na
Elizabeth Zilz
BIELEFELD – Stapelbrede, 39

 

Gentile Signorina, 

La ringrazio per avere letto il mio libro, e per la lettera sincera e nobile che mi ha scritto. Non è la sola che mi sia giunta dalla Germania: ho ricevuto finora non meno di 20 lettere, da persone di diversa età, cultura e orientamento spirituale lettere tutte diverse, eppure simili nell’orrore per il passato, nella incapacità di comprenderlo, e nel bisogno di espiazione. Portano tutte il sogno di un travaglio profondo, e rappresentano per me una importante esperienza una speranza e una gioia.

Non mi stupisce che Ella, cresciuta in Alta Slesia, non abbia saputo nulla di Auschwitz: la stessa atmosfera di terrore che circondava i KZ[1] induceva a non fare domande, a preferire di non sapere. Solo i più coraggiosi, fra le generazioni dei nostri padri, hanno osato tenere gli occhi aperti. E certo, ad esempio nel Suo caso, sarebbe occorso un grandissimo coraggio, per albergare in casa uomini con il “Judenstern”:[2] un coraggio che nessuno potrebbe pretendere da una giovane di 20 anni quale era Lei a quel tempo.

La ringrazio anche per i prospetti “Aktion Sühezeichen”:[3] ne avevo letto qualche cenno sui giornali italiani a proposito di Coventry.[4] È un’impresa giusta e commovente, forse la più convincente fra le iniziative consimili, la più umana e concreta. Questo è cristianesimo vero, operante. Ma so purtroppo, dai giornali tedeschi che leggo talvolta, dai viaggi che faccio ogni anno in Germania per lavoro, che il pensiero della maggioranza è lontano da questi indirizzi, e il benessere economico, e la divisione in due Germania, contribuiscono a distrarre le coscienze. Temo che la Aktion resterà patrimonio di una eletta minoranza.

Mi voglia perdonare se Le ho scritto in italiano; gradisca i migliori auguri a Lei personalmente, e per l’iniziativa che mi ha fatto conoscere.
Suo

 29 agosto 1962   

 

Gent.Sig.na
Elizabeth Zilz
BIELEFELD – Stapelbrede, 39

 

Gentile Signorina, 

La ringrazio per avere letto il mio libro, e per la lettera sincera e nobile che mi ha scritto. Non è la sola che mi sia giunta dalla Germania: ho ricevuto finora non meno di 20 lettere, da persone di diversa età, cultura e orientamento spirituale lettere tutte diverse, eppure simili nell’orrore per il passato, nella incapacità di comprenderlo, e nel bisogno di espiazione. Portano tutte il sogno di un travaglio profondo, e rappresentano per me una importante esperienza una speranza e una gioia.

Non mi stupisce che Ella, cresciuta in Alta Slesia, non abbia saputo nulla di Auschwitz: la stessa atmosfera di terrore che circondava i KZ[1] induceva a non fare domande, a preferire di non sapere. Solo i più coraggiosi, fra le generazioni dei nostri padri, hanno osato tenere gli occhi aperti. E certo, ad esempio nel Suo caso, sarebbe occorso un grandissimo coraggio, per albergare in casa uomini con il “Judenstern”:[2] un coraggio che nessuno potrebbe pretendere da una giovane di 20 anni quale era Lei a quel tempo.

La ringrazio anche per i prospetti “Aktion Sühezeichen”:[3] ne avevo letto qualche cenno sui giornali italiani a proposito di Coventry.[4] È un’impresa giusta e commovente, forse la più convincente fra le iniziative consimili, la più umana e concreta. Questo è cristianesimo vero, operante. Ma so purtroppo, dai giornali tedeschi che leggo talvolta, dai viaggi che faccio ogni anno in Germania per lavoro, che il pensiero della maggioranza è lontano da questi indirizzi, e il benessere economico, e la divisione in due Germania, contribuiscono a distrarre le coscienze. Temo che la Aktion resterà patrimonio di una eletta minoranza.

Mi voglia perdonare se Le ho scritto in italiano; gradisca i migliori auguri a Lei personalmente, e per l’iniziativa che mi ha fatto conoscere.
Suo


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