102. Primo Levi a Inge Barth, 30 gennaio 1980
Levi ringrazia Barth e si dice sostanzialmente d’accordo con le sue considerazioni. Fa però alcune osservazioni, in particolare sul paragone tra l’impotenza dei prigionieri e quella del popolo tedesco.
30 gennaio 1980
xxx 584677
Gentile Signora,
La ringrazio per avermi scritto, e La prego di scusarmi se le rispondo in italiano: leggo il tedesco abbastanza bene, ma scrivere in questa lingua è per me una fatica, e non potrei evitare errori grandi e piccoli. Ho apprezzato il Suo racconto su come si viveva in Germania durante la guerra: è questo un aspetto poco noto, nascosto dapprima dietro il clamore della guerra, poi dietro la tragedia della sconfitta e dell’occupazione.
Su quanto Lei mi scrive sul popolo tedesco, sono sostanzialmente d’accordo: sarei forse un po’ più severo (pag. 5) sulla percentuale di questo popolo che si trovava rappresentata dal nazismo: ha certo subìto delle variazioni negli anni, non doveva essere tanto alta all’inizio della guerra, ma era sicuramente altissima dopo le prime vittorie. Neppure mi sento di accettare l’equiparazione (pag. 6) che Lei fa, “es ist wie bei Ihnen im Lager”:[1] l’impotenza dei prigionieri e quella del popolo tedesco erano ben diverse.[2] Sono disposto a comprendere (non a perdonare) l’obbedienza e il consenso della massa a Hitler, ma per intellettuali e guide spirituali come erano (o avrebbero dovuto essere) il fisico Stark, il cardinale Faulhaber, il filosofo Heidegger, il discorso è diverso.[3]
Come ho scritto nel Nachwort del mio libro, mi riesce difficile costruirmi un’immagine dei tedeschi di oggi. Lettere come la Sua mi dànno gioia e speranza, ma non bastano: chi sceglie di leggere un libro su Auschwitz, e poi decide di scrivere all’autore, dimostra anche solo per questo fatto di appartenere a un’élite morale. Ma gli altri, i silenziosi? Come Lei, non sono sicuro che non tornerebbero a dire di sì ad un nuovo Hitler. È dovere nostro mantenerci “wachsam”, e insegnare ai nostri figli ad esserlo.
La ringrazio ancora, e La saluto con amicizia.
30 gennaio 1980
xxx 584677
Gentile Signora,
La ringrazio per avermi scritto, e La prego di scusarmi se le rispondo in italiano: leggo il tedesco abbastanza bene, ma scrivere in questa lingua è per me una fatica, e non potrei evitare errori grandi e piccoli. Ho apprezzato il Suo racconto su come si viveva in Germania durante la guerra: è questo un aspetto poco noto, nascosto dapprima dietro il clamore della guerra, poi dietro la tragedia della sconfitta e dell’occupazione.
Su quanto Lei mi scrive sul popolo tedesco, sono sostanzialmente d’accordo: sarei forse un po’ più severo (pag. 5) sulla percentuale di questo popolo che si trovava rappresentata dal nazismo: ha certo subìto delle variazioni negli anni, non doveva essere tanto alta all’inizio della guerra, ma era sicuramente altissima dopo le prime vittorie. Neppure mi sento di accettare l’equiparazione (pag. 6) che Lei fa, “es ist wie bei Ihnen im Lager”:[1] l’impotenza dei prigionieri e quella del popolo tedesco erano ben diverse.[2] Sono disposto a comprendere (non a perdonare) l’obbedienza e il consenso della massa a Hitler, ma per intellettuali e guide spirituali come erano (o avrebbero dovuto essere) il fisico Stark, il cardinale Faulhaber, il filosofo Heidegger, il discorso è diverso.[3]
Come ho scritto nel Nachwort del mio libro, mi riesce difficile costruirmi un’immagine dei tedeschi di oggi. Lettere come la Sua mi dànno gioia e speranza, ma non bastano: chi sceglie di leggere un libro su Auschwitz, e poi decide di scrivere all’autore, dimostra anche solo per questo fatto di appartenere a un’élite morale. Ma gli altri, i silenziosi? Come Lei, non sono sicuro che non tornerebbero a dire di sì ad un nuovo Hitler. È dovere nostro mantenerci “wachsam”, e insegnare ai nostri figli ad esserlo.
La ringrazio ancora, e La saluto con amicizia.