Theodor Fischer
Biografia
di Simone Ghelli
Theodor Fischer: il «principe delle fiabe» della radio bavarese

Theodor Franz Fischer nasce a Vienna il 17 agosto 1912. Con la famiglia si trasferisce a Eisenach, in Turingia, dove con ogni probabilità svolge i suoi studi. Al momento, non è stato possibile rinvenire negli archivi cittadini informazioni sulla sua formazione, né dettagli precisi sulla sua vita negli anni della giovinezza.
Sappiamo tuttavia che, terminati gli studi, lavorò inizialmente come impiegato nel settore bancario, dedicandosi nel tempo libero ai propri interessi artistici e letterari. La vera vocazione di Fischer non sono i numeri, ma i racconti: una passione alla quale, forse, non aveva potuto dedicare i propri studi e che ora sogna di trasformare in qualcosa di più di una semplice evasione dai calcoli infiniti dell’ufficio.
Fischer inizia a muovere i primi passi nel mondo delle trasmissioni radiofoniche tra il 1937 e il 1942. Ogni domenica sera, presta la sua voce ai radiodrammi per bambini della della Bayerischer Rundfunk di Monaco (in quel momento sotto il controllo nazista), affermandosi come narratore capace di conquistare anche il pubblico adulto e guadagnandosi così l’appellativo di Märchenprinz, «principe delle fiabe».
In questi anni, Fischer è testimone del periodo più turbolento nella storia dell’emittente bavarese. Fondata nel 1922, la Bayerische Rundfunk GmbH venne infatti statalizzata nel 1933 divenendo la Reichssender München, uno dei canali principali della programmazione radiofonica del Propagandaministerium nazista.
Con la fine del secondo conflitto mondiale, il governo militare statunitense prese il controllo dell’emittente rinominandola Radio München. Dopo lunghe trattative, nel 1949, la Funkhaus monacense venne infine riconsegnata al governo bavarese che la rilanciò come Bayerischer Rundfunk.

Fonte. Historisches Archiv des Bayerischen Rundfunks
Negli anni Cinquanta e Sessanta, Fischer lavora come regista radiofonico per la Bayerischer Rundfunk. Sotto lo pseudonimo di Peter Glass, la sua attività si concentra soprattutto sulla scrittura e direzione di radiodrammi basati sia su testi originali sia su racconti della tradizione monacense. La produzione di Fischer può infatti essere considerata “realista”, interessata cioè a restituire la realtà dei personaggi e delle situazioni attraverso il mantenimento della lingua dialettale e la registrazione sul campo. Quella di Fischer vuole infatti essere un’operazione culturale volta a contrastare l’omologazione al tedesco standard (Hochdeutsch) dei media nazionali del dopoguerra, preservando in tal modo l’autenticità espressiva dei caratteri regionali.

Fonte Wikimedia Commons
Fonte Bayerischer Rundfunk
Oltre a lavorare per la radio bavarese, in questi anni Fischer è anche montatore e presentatore del Fox Tönende Wochenschau, il cinegiornale sonoro in lingua tedesca della statunitense Fox Movietone News, attivo in Germania dal 1930 al 1940 e, nel dopoguerra, dal 1950 al 1978.
Il 6 agosto 1965 si sposa a Herrsching con Hildegard Dieckmann. Dalle lettere inviate a Primo Levi nel 1962 apprendiamo inoltre che, a quella data, Fischer aveva già una figlia adulta, di professione infermiera, nata probabilmente alla fine degli anni Trenta. Le informazioni di cui disponiamo non consentono tuttavia di stabilire se in quel periodo Fischer fosse legato da un precedente matrimonio.
La militanza culturale di Fischer: un profilo

La corrispondenza tra Theodor Fischer e Primo Levi avviene in due tempi: un primo scambio nel 1962 e un secondo, più estemporaneo, nel 1967.
A differenza di altri corrispondenti, Fischer non interagisce direttamente con Levi per esporre le sue impressioni e opinioni derivanti dalla lettura di Ist das ein Mensch?, quanto per metterlo a conoscenza di alcune iniziative pedagogiche e culturali da lui intraprese in quel periodo a titolo puramente personale.
Le sue lettere sono infatti accompagnate da copie di circolari destinate a scuole, istituzioni politiche, personalità ecclesiastiche, e quotidiani. Qui, il regista radiofonico lascia spazio al polemista che, con piglio provocatorio, mira a smascherare le contraddizioni e le ipocrisie dei destinatari delle sue invettive.
Tuttavia, ciò che davvero colpisce di questo carteggio è il ruolo che Fischer assegna a Levi come interlocutore e spettatore della sua militanza.
Le lettere del 1962 nascono infatti dalla fascinazione di Fischer per Ist das ein Mensch? - un dato, questo, certamente condiviso con tutti gli altri corrispondenti - e dalla volontà di contribuire in prima persona a diffonderlo, soprattutto tra le giovani generazioni. Di sua iniziativa, invia 180 copie del libro a diverse scuole superiori di Monaco, alle quali allega una circolare rivolta proprio agli studenti delle scuole superiori.

Fonte Archivio Privato di Primo Levi
Nella sua risposta, Levi si dice grato per l’impegno di Fischer nel contribuire ad accrescere la circolazione del suo libro, ma non può nascondere di essere rimasto alquanto sorpreso dalle insolite modalità dell’iniziativa, perlomeno dal punto di vista delle prassi italiane: un privato cittadino, per giunta funzionario di una radio, che invia una circolare alle scuole nella speranza di essere letto.
Fischer risponde a stretto giro in un italiano incerto, ma rivelatore della sua personalità intellettuale:
Ho avuto successo aspettato: nullo […]. Eviva l'indifferenza tedesca: democrazia, dittatura e oggi: demo-tura (Demo-kratur).
Ma prima iniziativa??? Io sono su posto sprecato; io sono curioso; io lavora solo (sensa altri) […].
Io volli una prova per l’indifferanza tedesca e l'indifferenza humana in generale […].
Io so l’assurdità - ma io parlo: tu non uccidere […].
Vostro libro è il primo senza “sensazione brutale etc.”; può scuotere!!! alcuni…. persino tedesci!! […].
Non differenza: BRD-DDR – tedesci!
Da queste poche battute emerge non solo la frustrazione di Fischer per il proprio lavoro, ma anche la convinzione che l’insuccesso della sua iniziativa fosse da addebitare interamente all’indifferenza dei più. Ne risulta l’immagine di un militante intellettuale isolato, incline ad attribuire la propria marginalità alla sordità altrui.

La risposta a Primo Levi dell’aprile 1962 è inoltre indicativa di un tratto specifico dell’impostazione culturale di Fischer, ossia la tendenza a stabilire continuità tra esperienze storiche e politiche diverse nel segno di una più generale sfiducia nelle capacità morali dell’essere umano.
Nei mesi successivi, Fischer continuerà a sottoporre all’attenzione di Levi le circolari da lui inviate alle istituzioni pubbliche e religiose della Baviera. Da Torino, però, non arriveranno più risposte.
Sullo sfondo dei testi che Fischer scrive nel 1962 opera un evidente retroterra cattolico. Ogni circolare è infatti introdotta da una citazione tratta dal Catechismo Cattolico delle Diocesi di Germania del 1955. Fischer interpreta la tragedia dello sterminio degli ebrei sotto il nazismo come l’ennesima epifania del Male nella storia. Non già come effetto dell’azione del Demonio — come avverrà per altri lettori cattolici di Ist das ein Mensch? (cfr. coniugi L.) — bensì come conseguenza dell’inguaribile difettività della natura umana rispetto al principale comandamento divino: «non uccidere».
Le tesi di Fischer si inscrivono in una vulgata cattolica piuttosto diffusa e risultano prive di una significativa profondità teologica e filosofica; le numerose citazioni letterarie, spesso di tono didascalico, da Georges Simenon, passando per Joseph Roth, a William Saroyan, paiono rispondere più a un’esigenza di legittimazione intellettuale che a un reale approfondimento concettuale.
«Come risponderebbe Primo Levi, di Torino?»

Nell’agosto del 1967, Fischer scrive nuovamente a Primo Levi, inviandogli la copia di una lettera aperta da lui indirizzata a vari quotidiani tedeschi, svizzeri, francesi, italiani e israeliani.
La verve polemica di Fischer si rivolge ora alle aspre tensioni generate dalla Guerra dei Sei Giorni (5-10 giugno) e alla conseguente ridefinizione dell’immagine internazionale di Israele, percepito non più come uno Stato vulnerabile e accerchiato, bensì come una potenza regionale dominante. Tensioni che, in Germania Ovest, diedero vita a un dibattito tanto infuocato quanto scivoloso, chiamando prepotentemente in causa gli spettri del passato nazista e i delicati rapporti con il mondo ebraico e con Israele. Pur muovendo da prospettive diverse, se non apertamente opposte, la sinistra radicale della SDS (storicamente vicina a Israele in chiave antinazista) e il mondo della destra neonazista criticarono aspramente l’intervento militare preventivo israeliano, denunciando, attraverso i rispettivi organi di stampa, le violenze commesse sulla popolazione araba nel corso dell’operazione che portò Israele a una rapida vittoria sull’alleanza panaraba.
La lettera aperta di Fischer si inserisce in questo clima, giocando — come già nelle circolari precedenti — sulle contraddizioni delle parti in causa e mantenendo sullo sfondo la convinzione, tendente al qualunquismo, che le distinzioni politiche e ideologiche del presente si dissolvano dinanzi al Male della Storia.
Domanda: Le bombe al napalm lanciate dagli israeliani hanno forse un effetto diverso sugli esseri umani rispetto a quelle lanciate dagli Stati Uniti? O da qualche altro terzo soggetto???
Perché non smentite “Regina Dahl, Sterminio degli arabi - Deutsche National-Zeitung”?? Non volete o non potete???????? […]Tra gli autodafé dell'Inquisizione spagnola, i massacri turchi contro gli armeni, le cremazioni di ebrei da parte dei tedeschi, l'intervento americano in Vietnam, il trattamento che gli israeliani riservano ai prigionieri di guerra oggi e le “celle di isolamento e contenimento” nelle carceri federali tedesche di oggi (per citare solo alcuni esempi!) non c'è alcuna differenza secondo il comandamento cristiano “non uccidere”. In realtà non è scritto: “puoi uccidere se…”.
Rispetto alle circolari del 1962, in cui Levi restava un osservatore esterno, Fischer ora lo interpella direttamente, facendo di lui uno dei bersagli espliciti della sua invettiva.
Come risponderebbe alla stessa domanda Primo Levi, di Torino? Nel 1958 ha scritto un libro (sui campi di sterminio nazisti). “Se questo è un uomo?”
A rendere controversa la lettera di Fischer non è tanto il quesito drammatico che pone, quanto il riferimento giornalistico che invoca a sostegno delle sue tesi.
Il 21 luglio, il settimanale di estrema destra «National-Zeitung und Soldaten-Zeitung» pubblicò in prima pagina un reportage della corrispondente dalla Giordania Regina Dahl - moglie di Walther Dahl, ex-pilota della Lutwaffe e membro del partito neo-nazista Deutsche Reichspartei - intitolato Israels Auschwitz in der Wüste. Der Massenmord an den Arabern (“L’Auschwitz di Israele nel deserto. Il massacro degli arabi”).
Al momento della sua uscita, l’articolo suscitò notevole scalpore per il parallelismo tracciato tra i crimini commessi dall’esercito israeliano contro la popolazione araba nelle zone occupate e lo sterminio nazista del popolo ebraico. Un parallelismo reso ancora più provocatorio dall’affiancamento in prima pagina dei volti del ministro della Difesa israeliano Moshe Dayan e di Adolf Hitler.
L’utilizzo di immagini naziste, vietate nella Repubblica Federale Tedesca, indusse il tribunale di Monaco a ordinare il sequestro del fascicolo. Il 28 luglio la «National-Zeitung» ripubblicò il numero della settimana precedente in una versione censurata, rilanciando la polemica contro quelle che definì le misure liberticide del governo tedesco.

La foto di Hitler è sostiuita da un trafiletto intitolato Azione della polizia contro la National-Zeitung.
Fonte Collezione privata
Fondata a Monaco nel 1951 come giornale di riferimento dei reduci della Wehrmacht, la Deutsche National-Zeitung und Soldaten-Zeitung venne acquisita e rilanciata nel 1959 dal giornalista Gerhard Frey con l’obiettivo di farne l’organo di stampa di riferimento dell’estrema destra tedesca. Negli anni Sessanta la National-Zeitung arrivò a una tiratura di circa 150.000 copie, distinguendosi per l’uso di titoli sensazionalistici e apertamente antisemiti.
Nella primavera-estate del 1967, la National-Zeitung adottò una linea editoriale martellante, interamente improntata all’identificazione di Israele con il Terzo Reich e alla denuncia del presunto atteggiamento compromissorio della Repubblica Federale. Di seguito, alcuni titoli: Hitler e Adenauer. Il potere degli ebrei in Germania. È possibile “riparare” Auschwitz? (12 maggio); La lotta di Brandt per Israele (Brandts Kampf, 2 giugno); Il colpevole è Israele. Il tradimento di Bonn nei confronti degli arabi (9 giugno); I crimini di Israele: ecco come viene ingannato il mondo. La verità sul conflitto in Medio Oriente (16 giugno); Israeliani, espiate i vostri crimini. L’agonia degli arabi (30 giugno); I nazisti di Israele. Bonn continua a finanziare i crimini di Israele? (7 luglio).
L’articolo del 21 luglio segnò l’apice di una polemica attraverso la quale l’estrema destra tedesca tentò di strumentalizzare la sofferenza della popolazione araba per alimentare le recrudescenze antisemite di quei mesi. Basandosi interamente su fonti arabe non verificate, il reportage di Regina Dahl riportava storie di uccisioni e stupri commessi dalle truppe di Dayan nelle zone occupate; violenze che, a detta della giornalista, erano da ricondurre a un più generale piano di dominazione regionale, dal Nilo all'Eufrate, scientificamente perseguito dal governo di Israele contro la popolazione araba.
Il 21 e il 22 luglio il «Corriere della Sera» dedica due articoli alla vicenda, entrambi firmati dal corrispondente in Germania Vittorio Brunelli. Su «La Stampa» la notizia, invece, non compare; dunque è molto probabile che Levi non ne conoscesse i dettagli.
Non è possibile stabilire con certezza in quale misura la provocazione di Fischer intendesse collocarsi all’interno di tali strategie retoriche. È tuttavia lecito dubitare che egli non fosse consapevole del carattere profondamente interessato della presunta oggettività post-ideologica rivendicata dalla National-Zeitung
Come avrebbe dovuto rispondere un sopravvissuto di Auschwitz alle opinioni di neonazisti quali Regina Dahl e Gerhard Frey? Quella posta da Fischer sembra essere una domanda che contiene già in sé la risposta.
Primo Levi non reagì alla provocazione di Fischer. In una lettera a Heinz Riedt del 10 giugno 1967 — lo stesso giorno in cui venne proclamato il cessate il fuoco che pose fine alla guerra dei sei giorni — aveva però scritto:
Dopo le successive ondate di inquietudine e di paura, sono adesso in stato di rabbia con tutto il mondo, e anche un poco con gli israeliani. Ho paura che si siano ubriacati di vittoria e che imparino le cose peggiori dai loro nemici, e mi dànno noia quasi tutti i discorsi di solidarietà, in specie quelli che vengono da nuovi e imprevisti alleati, come certi cattolici, i monarchici, perfino i neofascisti!. I rabbini mi fanno venire la nausea, e l’«Unità» le convulsioni. D’altra parte, le cose si svolgono ormai in modo cosí rapido e confuso che, quando questa lettera ti arriverà, tutto sarà capovolto ancora una volta.

Nota in calce di Primo Levi alla lettera aperta di Fischer.
Fonte Archivio Privato Primo Levi
Riferimenti e bibliografia
Le informazioni sulla vita e la carriera radiofonica di Theodor Fischer sono state fornite dall'Archivio municipale della città di Herrsching am Ammersee e dalll'archivio storico della Bayerische Rundfunk.
Sulla vicenda della National Zeitung si vedano le seguenti opere:
- H. Bott, Die Volksfeind-Ideologie. Zur Kritik rechtsradikaler Propaganda, Deutsche Verlags-Anstalt, Stuttgart 1969.
- V Brunelli, I neonazisti in Germania attaccano Israele, in «Corriere della Sera», 17 giugno 1967, p. 22.
- V. Brunelli, Sequestrato un giornale tedesco che paragona Dayan a Hitler, in «Corriere della Sera», 21 luglio 1967, p. 15.
- P. Levi, Il carteggio con Heinz Reidt, a cura di M. Mengoni, Einaudi, Torino 2024, p. 262.
- W. Long, The New Nazi of Germany, Chilton book, New York 1968.
- R. J. Goldstein (a cura di) The New York Times Twentieth Century in Review: Political Censorship, Fitzroy Dearborn, Chicago-London 2001.
- J. Herf, Undeclared Wars with Israel East Germany and the West German Far Left, 1967–1989, Cambridge University Press, New York 2016.
DOI:
