Stefan Bauer

Biografia


di Alice Gardoncini

Un lettore della seconda edizione tedesca

Siamo nel 1980, a un anno dalla seconda edizione tedesca di Ist da ein Mensch? uscita anch’essa per Fischer. Nella nuova prefazione che Levi prepara in quest’occasione scrive:

Ancora una volta provo ritegno, e quasi vergogna […] nel presentarlo al lettore tedesco, e provo insieme una lacerante curiosità: questa seconda edizione tedesca sarà letta da una generazione nuova, ampiamente sciolta dai sentimenti di colpa dei loro padri, aperta a tutti gli influssi europei, più disponibile, ma insieme, più ignorante del suo passato, forse anche più indifferente (versione italiana di Levi in OC II, p. 1494).

Non sono molte le lettere ricevute da Levi negli anni Ottanta, che quindi rispondono a queste sue righe. Stefan Bauer è un giovane di Dieburg, una cittadina nella regione dell’Assia: ha vent’anni ed è fresco di maturità quando decide di scrivere all’autore. È estate, gli esami sono finiti, è tempo di grandi scelte e grandi domande sul mondo. A settembre il ragazzo intende iscriversi alla facoltà di legge a Francoforte sul Meno. La sua lettera in parte corrisponde alle aspettative di Levi espresse nella nuova prefazione: innanzitutto essa è effettivamente la lettera di un giovane aperto a tutti gli influssi europei. Due anni prima, nell’estate 1978, Bauer è stato in vacanza studio a Parigi: ha imparato il francese ed è entrato in contatto con altri giovani provenienti da diverse parti d’Europa. Tra loro c’è anche Fiorella Bartoli, di Torino, che più tardi darà a Bauer il contatto di Levi. Oltre a studiare il francese e l’italiano (usa proprio il francese per rivolgersi a Levi), si dice «certo che soltanto un’Europa unita possa darci la garanzia che un giorno nessuno ricomincerà a costruire nuovi campi di concentramento» (Lettera 104). 

Per quanto riguarda il senso di colpa “dei padri”, menzionato da Levi nella prefazione, Bauer sostiene che proprio per il popolo tedesco sia particolarmente difficile elaborare il passato nazista. Dal suo punto di vista si tratta principalmente di un problema di immedesimazione, contraddistinta da un “sentimento stranissimo”: 

«Quando leggo libri o vedo film su questo argomento, m’immedesimo sempre nella Resistenza antitedesca, il mio cuore batte per i partigiani, i prigionieri. Li capisco. Ma so che quei soldati tedeschi e quei nazisti sono i miei padri e i miei nonni» (Lettera 104).

Il confronto con Kogon

L’altro aspetto notevole della lettera è che Bauer propone a Levi un confronto niente affatto scontato. Dichiara infatti di aver letto, fino a quel momento, un’unica altra opera a tema concentrazionario: Lo stato SS di Eugen Kogon. 

Copertina di Der SS-Staat di Eugen Kogon (Verlag des Druckhauses Tempelhof, 1947)

È un’opera che Levi conosce molto bene, fin dal 1947, e che considera fondamentale. Negli anni Sessanta Levi aveva tentato anche di portarla in Italia, proponendone una traduzione all’editore Einaudi (OC III, p. 674), ma senza successo. Nel 1969, nella corrispondenza con Hermann Langbein, Levi aveva espresso il desiderio di incontrare finalmente Kogon dal vivo, perché entrambi (con anche Jean Améry) erano stati invitati dallo storico austriaco a parlare a Bruxelles in occasione della celebrazione del venticinquesimo anniversario della liberazione di Auschwitz (Lettera 022); poiché Levi è costretto a declinare l’invito, conoscerà il sociologo solo a Torino negli anni Ottanta, in occasione del convegno Il dovere di testimoniare

Proprio in quegli anni, e forse per questo il giovane Bauer aveva intercettato l’opera di Kogon, che risale a più di trent’anni prima, il sociologo tedesco è coinvolto, insieme a Langbein e molti altri storici e reduci dei campi di concentramento (e sotto il patronato di Simone Veil) in un progetto che ha il suo ideale pubblico di riferimento nei giovani europei. L’iniziativa nasce con l’intento di rispondere e smascherare la propaganda neonazista e negazionista coeva (Mémoire en défense di Robert Faurisson è dell’80), raccogliendo testimonianze e resoconti sulle camere a gas. «Nationalsozialistische Massentötungen durch Giftgas», così si chiama il progetto, culminerà in una omonima pubblicazione a cura di Hermann Langbein, Eugen Kogon e Adalbert Rückerl (Fischer 1983), così descritta da Langbein a Levi:

... l’ultima grande impresa che possiamo ancora permetterci di intraprendere. Ma è ormai urgente e necessario, perché la propaganda neonazista e dell’estremismo di destra, che arriva a negare in blocco l’esistenza delle camere a gas, agisce su scala internazionale. Finché possiamo, abbiamo il dovere – io credo – di aiutare le generazioni future nel caso in cui tutto ciò facesse sorgere dubbi nelle loro menti (Lettera 53). 

Bauer, nella sua lettera a Levi, cita il libro imprescindibile di Kogon dicendo di considerarlo però un’opera principalmente documentale. Ciò che le manca è proprio la capacità di trasmettere, soprattutto a un giovane come lui, un’esperienza vissuta, in cui ci si possa in qualche misura immedesimare. È questo punto, l’immedesimazione, il fulcro della lettera di Bauer. 

Con Lei, con le Sue torture, è possibile identificarsi. So che chi non ha sofferto in un campo di concentramento non ha un’idea, non può avere un’idea, di che cos’è. Penso che sia impossibile immaginare come funzionava un campo di concentramento.
Ma fatto sta che il Suo libro aiuta a comprendere le relazioni e la «vita» (non possiamo chiamarla vita?) nei campi di concentramento (Lettera 104).

Dal 2013 è sposato con Sabine Dörner, attualmente vive ad Aschaffenburg.

Riferimenti e bibliografia

Si ringrazia la signora Fiorella Bartoli per disponibilità e la testimonianza. 

Bibliografia

Carteggi


Stefan Bauer scrive a Levi il 17 agosto del 1980 (Lettera 104). Si tratta di una lettera manoscritta, in francese. Levi gli risponde a stretto giro, il 3 settembre dello stesso anno (Lettera 105), in italiano, poiché il giovane chiudeva la sua lettera afermando: «studio anche l’italiano, ma non so ancora molto dire».

La lettera di Bauer tradisce un grande e giovanile entusiasmo per la lettura appena fatta. Prende le mosse dal paratesto leviano che introduce la nuova edizione di Ist das ein Mensch? e risponde direttamente alla domanda contenuta nella nuova introduzione. Lo dice in maniera esplicita: «Nel Suo libro chiede ai giovani tedeschi di scriverLe che cosa pensano della Sua opera, affinché Lei possa capirli meglio. Considero questo libro molto importante» (Lettera 104).

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