162. Ella Schieber a Primo Levi, 9 maggio 1962
Ella Schieber, corrispondente da Israele, scrive di essere stata deportata ad Auschwitz con la famiglia nello stesso periodo di Levi e di essere rimasta colpita da Ist das ein Mensch? per la capacità di Levi di penetrare l’animo dei prigionieri. Allega alla lettera dei disegni fatti al suo ritorno dal Lager.
Haifa, den 9. Mai 62
Sehr geehrter Herr Levi Primo
Als erstes bitte ich vielmals um Entschuldigung, daß dieser Brief in deutscher Sprache geschrieben ist, denn ich bin leider in Berlin geboren und nicht im Staude, mich in einer anderen Sprache so auszudrücken, wie ich es gewollt hätte.
Ich habe Ihr Buch Ist das ein Mensch? gelesen. Dieses Buch hat mich sehr aufgewühlt, nicht aus dem Grunde, daß auch ich und meine Familie nun die selbe Zeit nach Auschwitz deportiert wurde, und mein Vater und beide Brüder nicht mehr zurückkamen,[1] und nicht deshalb daß ich alles tausendmal bestätigen kann, da ich es am eigenen Leibe erfahren habe, sondern nur aus diesem Grunde, daß Sie in die Seele des KZlers,[2] dieser unglücklichem Wesen, eingedrungen sind. Dieses unaussprechliche Gefühl des Versklavtseins, das Seelenleben des Unterdrückten, wenn man es so ausdrucken kann, haben Sie in einer Form getroffen, die mich sehr aufgerührt hat, wie es nur einen Menschen aufrühren kann, der sich einmal in dieser Hölle befand.
Als wir in Birkenau nackt in der Sauna standen, den Schlägen, den unflätigen Ausdrücken und den niederträchtigen Blicken ausgesetzt und die hohen Schornsteine der Krematorien in den Himmel ragen sahen, sagten wir uns: Vielleicht sind wir schon gestorben und das hier ist die Hölle.
Ich war mir nicht bewusst, mit was ich mich in meinem bisherigen 16 jährigen Leben so versündigt habe, mir so eine Hölle zu verdienen. Womit hat sich meine arme Mutter, die einer Fliege nichts zuleide tun konnte, versündigt, daß man ihr die Kinder entriss? Gibt es auf Erden eine so grosse Sünde, womit sich eine Mutter verdient, daß man ihr, das Kind aus den Armen reisst und es ermordet.
Es gibt grosse Sünden auf der Welt. Diejenigen die das ausführen konnten, diejenigen die den Befehl erteilten es zu tun, diejenigen die es vermeiden konnten und es nicht taten, diejenigen die die Tore vor den unglücklichen Hilfesuchenden schlossen, sie haben die grösste Sünde auf ihren Schultern geladen, die es auf Erden gibt.
In Birkenau wurde meine Mutter und sich der „Union” zugeteilt: sie werden sicher von dieser Munitionsfabrik in Auschwitz gehört haben![3] Dort hatte ich das Glück, anstatt an einer Maschine stehen zu müssen, zeichnen zu dürfen. Das half mir und meiner Mutter über die schwerste Zeit hinweg. Ich malte Weihnachtskarten, Neujahrskarten und Portraite [sic]. Ich malte ihre kalten Gesichter, ihre finsteren Augen ihre Kinder und ihre Frauen,[4] denn diese Unmenschen hatten auch Kinder und Frauen zu Hause, was sie aber nicht abhielt in fremden Ländern andere Frauen und Kinder zu morden.[5]
Gleich nach der Befreihung,[6] ich war damals 18 Jahre alt, wollte ich meinem Herzen Luft machen und alles, was in meinem Innern tobte herausschreien. Da es mir aber nicht wie Ihnen, gegeben ist, in Worten dieses schreckliche Geschehen hinauszugeben, zeichnete ich, was meine Augen sahen, was ich fühlte und was mich unsagbar schmerzte. In chronologischer Reihenfolge zeichnete ich 93 Bilder.[7] In diesem Brief habe ich Ihnen einige meiner Bilder beigelegt.[8] Ich glaubte mich dadurch ein wenig von den schrecklichen Träumen aus der Ghetto- und Lagerzeit zu befreien, etwas herausgehen, etwas von mir herunterwälzen, aber die Träumen verfolgen[9] mich bis Heute und nie mir Leben werde ich vergessen, was man uns angetan hat.
Heute ist der 9. Mai. Der grösste und heiligste Feiertag Israels. Der Tag der Unabhängigkeit.[10] Wir haben auch ein Hein. Wir sind frei. Niemand schreit: Du bist ein Jude. Es gibt keine Schilder mehr: „Für Juden Eintritt verboten”.
Nur wenn uns die schreckliche Vergangenheit nicht bedrücken würde, wenn wir nicht so unmenschlich viel verloren hätten und wenn es auf der Welt keine Kriege mehr[11] geben würde, wären wir glückliche Menschen.
Wenn Sie einmal die Gelegenheit haben, Israel zu besuchen, würde es für uns die grösste Freude sein sie bei uns begrüssen zu können. Unsere Türe steht Ihnen zu jeder Zeit offen. Ich hoffe von Ihnen recht bald Antwort zu bekommen und wünsche Ihnen alles, alles Gute.
Mit den herzlichsten Grüssen
zeichnet Ihre ergebene
Ella Schieber
ISRAEL HAIFA
RAMAT-SCHAUL 42
(Rasco)
p.S. Sollte es Ihnen schwer fallen in deutsch zu antworten, so können sie ruhig in englisch oder italienisch, denn ich habe italienische Freunde die wir ihre Briefe übersetzer können.
Anbei 5 Bilder
Haifa, 9 maggio 62
Stimatissimo Signor Levi Primo
innanzitutto La prego vivamente di scusarmi se questa lettera è scritta in tedesco, poiché purtroppo sono nata a Berlino e non sono in grado di esprimermi in un’altra lingua come avrei voluto.
Ho letto il Suo libro Se questo è un uomo. Un libro che mi ha profondamente sconvolta, non tanto perché anch’io e la mia famiglia siamo stati deportati ad Auschwitz durante lo stesso periodo e mio padre e i miei due fratelli non sono più tornati,[1] e nemmeno perché potrei confermare mille volte tutto ciò che Lei racconta, avendolo vissuto in prima persona, ma solo perché Lei è riuscito a penetrare nell’anima dei prigionieri dei campi di concentramento,[2] di quelle creature sventurate. Lei ha colto in modo molto toccante quell’indicibile sentimento che prova chi è ridotto in schiavitù, la vita interiore dell’oppresso, se così si può dire, e l’ha descritta in una forma tale da scuotermi nel profondo, come può accadere solo a qualcuno che ha vissuto in quell’inferno.
Quando a Birkenau stavamo nudi nella sauna, esposti alle percosse, agli insulti volgari e agli sguardi sprezzanti, e vedevamo le alte ciminiere dei crematori stagliarsi nel cielo, ci dicevamo: «Forse siamo già morti e questo è l’inferno».
Non riuscivo a capire di quali peccati mi fossi mai macchiata nei miei sedici anni di vita per meritarmi un tale inferno. Con quale colpa la mia povera madre, che non avrebbe fatto del male nemmeno a una mosca, si sarebbe meritata che le strappassero i figli. Esiste al mondo un peccato così grave da giustificare che si strappi un bambino dalle braccia della madre e lo si uccida?
Nel mondo esistono grandi peccati. Chi ha potuto commetterli, chi ha dato l’ordine di farlo, che avrebbe potuto evitarli e non l’ha fatto, chi ha chiuso le porte in faccia agli sventurati in cerca di aiuto – tutti costoro si sono caricati sulle spalle il peccato più grande che esista sulla terra.
A Birkenau mia madre e io fummo assegnate alla «Union»: di sicuro avrà sentito parlare di questa fabbrica di munizioni ad Auschwitz![3] Lì ebbi la fortuna di poter disegnare invece di anziché stare davanti a una macchina. Questo aiutò me e mia madre a superare il periodo più duro. Dipingevo cartoline di Natale, biglietti di auguri per l’Anno nuovo e ritratti. Dipingevo i loro volti freddi, i loro occhi cupi, i loro figli e le loro mogli,[4] perché anche quegli esseri disumani avevano figli e mogli a casa, il che però non impediva loro di uccidere altre donne e bambini nei paesi occupati.[5]
Subito dopo la Liberazione,[6] avevo allora 18 anni, sentii il bisogno di dare sfogo al mio cuore e gridare tutto ciò che mi ribolliva dentro. Ma poiché non mi è dato, come a Lei, di esprimere a parole quei terribili eventi, ho disegnato ciò che i miei occhi avevano visto, ciò che avevo provato e ciò che mi aveva causato un dolore indicibile. Ho disegnato 93 immagini in ordine cronologico.[7] In questa lettera Gliene allego alcune.[8] Speravo così di liberarmi almeno un po’ dai terribili incubi del ghetto e del campo di concentramento, di espellere qualcosa, di scrollarmi qualcosa di dosso, ma gli incubi mi perseguitano[9] ancora oggi e non dimenticherò mai tutto il male che ci hanno fatto.
Oggi è il 9 maggio. La festa più grande e sacra di Israele. Il Giorno dell’indipendenza.[10] Anche noi ora abbiamo una patria. Siamo liberi. Nessuno grida più: «Tu sei ebreo». Non ci sono più cartelli con la scritta: «Vietato l’ingresso agli ebrei».
Se soltanto non ci opprimesse il ricordo terribile del passato, se non avessimo perso in modo disumano così tanto, se nel mondo non ci fossero più guerre,[11] saremmo persone felici.
Se mai dovesse avere occasione di visitare Israele, sarebbe per noi una grande gioia poterLe dare il benvenuto. La nostra porta è sempre aperta per Lei. Spero di ricevere presto una Sua risposta e Le auguro ogni bene.
Con i più affettuosi saluti
sinceramente devota
Ella Schieber
ISRAEL HAIFA
RAMAT-SCHAUL 42
(Rasco)
P.S. Se le fosse difficile rispondere in tedesco, può tranquillamente scrivere in inglese o in italiano, perché ho amici italiani che potranno tradurmi le Sue lettere.
Allego 5 disegni