Levi risponde alle considerazioni di S. soffermandosi in particolare sulla questione dello “spirito dei popoli”; chiude con un’amara considerazione sulla Germania odierna e sui processi ai nazisti.
Herrn S.
18 ottobre 1962
Egrergio Signore,
La prego innanzitutto di scusarmi se rispondo con tanto ritardo alla Sua nobile lettera del 5 settembre; mi perdoni inoltre di scriverLe in italiano, poiché comprendo bene il tedesco, ma non scrivo correttamente.
La ringrazio per le Sue parole, la Sua lettera, e le molte altre che continuano a pervenirmi da Suoi compatrioti, mi portano gioia e speranza, e mi confortano nel pensiero di non aver scritto invano.
Sono d’accordo con Lei: è pericoloso, e non lecito, parlare dei «tedeschi», o di qualsiasi altro popolo, come di una entità unitaria e indifferenziata, e accomunare tutti i singoli in un giudizio. Eppure non mi sento di negare che uno spirito di ogni popolo esiste: una Deutschtum,[1] una italianità, una hispanidad: somma di tradizioni, abitudini, storia, cultura. Chi non sente in sé questo spirito (che è nazionale nel miglior senso della parola) non solo non appartiene per intero al suo popolo, ma neppure è inserito nella civiltà umana. Perciò, mentre ritengo insensato il sillogismo: «tutti gli italiani sono passionali; tu sei italiano; perciò tu lo sei», credo invece lecito, entro certi limiti, attendersi dagli italiani nel loro complesso, o dai tedeschi, ecc., un determinato comportamento collettivo a preferenza di un altro. Vi sono certamente eccezioni individuali: ma una prudente previsione resta secondo me possibile.
Ora, quanto i miei lettori mi scrivono dalla Germania mi rivela un’altra faccia dei tedeschi, che non conoscevo: è ancora «Gründlichkeit»,[2] ma rivolta al bene; è dignità umana, e rispetto delle altrui dignità. Ma (voglio essere sincero con Lei) quanti sono, nella generazione che ha superato i 45 anni, i tedeschi veramente consapevoli di quanto è avvenuto in Europa nel nome della Germania? A giudicare dall’esito sconcertante di certi processi,[3] temo siano pochi: insieme con voci accorate e pietose come la sua, odo altre voci discordanti, anacronistiche, troppo fiere della potenza e della ricchezza della Germania di oggi.
Spero che questa mia confessione non La offenda: se Ella possiede argomenti per dimostrare falsi i miei timori, sarò felice di leggerli. Voglia gradire le espressioni della mia amicizia e gratitudine
Suo
Herrn S.
18 ottobre 1962
Egrergio Signore,
La prego innanzitutto di scusarmi se rispondo con tanto ritardo alla Sua nobile lettera del 5 settembre; mi perdoni inoltre di scriverLe in italiano, poiché comprendo bene il tedesco, ma non scrivo correttamente.
La ringrazio per le Sue parole, la Sua lettera, e le molte altre che continuano a pervenirmi da Suoi compatrioti, mi portano gioia e speranza, e mi confortano nel pensiero di non aver scritto invano.
Sono d’accordo con Lei: è pericoloso, e non lecito, parlare dei «tedeschi», o di qualsiasi altro popolo, come di una entità unitaria e indifferenziata, e accomunare tutti i singoli in un giudizio. Eppure non mi sento di negare che uno spirito di ogni popolo esiste: una Deutschtum,[1] una italianità, una hispanidad: somma di tradizioni, abitudini, storia, cultura. Chi non sente in sé questo spirito (che è nazionale nel miglior senso della parola) non solo non appartiene per intero al suo popolo, ma neppure è inserito nella civiltà umana. Perciò, mentre ritengo insensato il sillogismo: «tutti gli italiani sono passionali; tu sei italiano; perciò tu lo sei», credo invece lecito, entro certi limiti, attendersi dagli italiani nel loro complesso, o dai tedeschi, ecc., un determinato comportamento collettivo a preferenza di un altro. Vi sono certamente eccezioni individuali: ma una prudente previsione resta secondo me possibile.
Ora, quanto i miei lettori mi scrivono dalla Germania mi rivela un’altra faccia dei tedeschi, che non conoscevo: è ancora «Gründlichkeit»,[2] ma rivolta al bene; è dignità umana, e rispetto delle altrui dignità. Ma (voglio essere sincero con Lei) quanti sono, nella generazione che ha superato i 45 anni, i tedeschi veramente consapevoli di quanto è avvenuto in Europa nel nome della Germania? A giudicare dall’esito sconcertante di certi processi,[3] temo siano pochi: insieme con voci accorate e pietose come la sua, odo altre voci discordanti, anacronistiche, troppo fiere della potenza e della ricchezza della Germania di oggi.
Spero che questa mia confessione non La offenda: se Ella possiede argomenti per dimostrare falsi i miei timori, sarò felice di leggerli. Voglia gradire le espressioni della mia amicizia e gratitudine
Suo
Herrn S.
October 18, 1962
Dear Sir,
First of all, please forgive me if I reply so late to your noble letter dated September 5; also, please forgive me if I write to you in Italian since I understand German well but do not write it correctly.
I thank you for your words, for your letter and the many others I continue to receive from your fellow countrymen, they give me joy and hope, and they comfort me in the thought of not having written in vain.
I agree with you: it is dangerous, and wrong, to talk about the “Germans,” or any other people, like a unitary and undifferentiated entity, and to group each single individual under one judgment. And yet I do not feel I can deny that a spirit of every people exists: a Deutschtum,[1] an italianità, a hispanidad: a sum of traditions, habits, history, culture. Those who do not feel this spirit (which is national in the best sense of the word) within themselves not only do not completely belong to their people, they are not part of human civilization, either. Thus, whereas I find the syllogism: “all Italians are passionate; you are Italian; therefore, you are passionate” nonsensical, I do find it legitimate, within certain limits, to expect from Italians as a whole, or from Germans, etc., a certain collective behavior over another. There are doubtless individual exceptions: but I believe that a cautious prediction is possible.
Now, what my readers write to me from Germany shows me another side to the Germans, of which I was unaware: it is still “Gründlichkeit”[2] but directed at the good; it is human dignity and respect for the dignity of others. But (I want to be sincere with you) how many Germans, belonging to the generation over 45 years of age, are truly aware of what happened in Europe in the name of Germany? To judge from the disconcerting outcome of certain trials,[3] I fear there are not many of them: along with earnest and compassionate voices such as yours, I hear other voices that are jarring, anachronistic, too proud of the power and wealth of today’s Germany.
I hope you will not be offended by my confession: if you have arguments to prove that my fears are wrong, I will be happy to read them.
Yours
Herrn S.
18 ottobre 1962
Egrergio Signore,
La prego innanzitutto di scusarmi se rispondo con tanto ritardo alla Sua nobile lettera del 5 settembre; mi perdoni inoltre di scriverLe in italiano, poiché comprendo bene il tedesco, ma non scrivo correttamente.
La ringrazio per le Sue parole, la Sua lettera, e le molte altre che continuano a pervenirmi da Suoi compatrioti, mi portano gioia e speranza, e mi confortano nel pensiero di non aver scritto invano.
Sono d’accordo con Lei: è pericoloso, e non lecito, parlare dei «tedeschi», o di qualsiasi altro popolo, come di una entità unitaria e indifferenziata, e accomunare tutti i singoli in un giudizio. Eppure non mi sento di negare che uno spirito di ogni popolo esiste: una Deutschtum,[1] una italianità, una hispanidad: somma di tradizioni, abitudini, storia, cultura. Chi non sente in sé questo spirito (che è nazionale nel miglior senso della parola) non solo non appartiene per intero al suo popolo, ma neppure è inserito nella civiltà umana. Perciò, mentre ritengo insensato il sillogismo: «tutti gli italiani sono passionali; tu sei italiano; perciò tu lo sei», credo invece lecito, entro certi limiti, attendersi dagli italiani nel loro complesso, o dai tedeschi, ecc., un determinato comportamento collettivo a preferenza di un altro. Vi sono certamente eccezioni individuali: ma una prudente previsione resta secondo me possibile.
Ora, quanto i miei lettori mi scrivono dalla Germania mi rivela un’altra faccia dei tedeschi, che non conoscevo: è ancora «Gründlichkeit»,[2] ma rivolta al bene; è dignità umana, e rispetto delle altrui dignità. Ma (voglio essere sincero con Lei) quanti sono, nella generazione che ha superato i 45 anni, i tedeschi veramente consapevoli di quanto è avvenuto in Europa nel nome della Germania? A giudicare dall’esito sconcertante di certi processi,[3] temo siano pochi: insieme con voci accorate e pietose come la sua, odo altre voci discordanti, anacronistiche, troppo fiere della potenza e della ricchezza della Germania di oggi.
Spero che questa mia confessione non La offenda: se Ella possiede argomenti per dimostrare falsi i miei timori, sarò felice di leggerli. Voglia gradire le espressioni della mia amicizia e gratitudine
Suo
Herrn S.
18 ottobre 1962
Egrergio Signore,
La prego innanzitutto di scusarmi se rispondo con tanto ritardo alla Sua nobile lettera del 5 settembre; mi perdoni inoltre di scriverLe in italiano, poiché comprendo bene il tedesco, ma non scrivo correttamente.
La ringrazio per le Sue parole, la Sua lettera, e le molte altre che continuano a pervenirmi da Suoi compatrioti, mi portano gioia e speranza, e mi confortano nel pensiero di non aver scritto invano.
Sono d’accordo con Lei: è pericoloso, e non lecito, parlare dei «tedeschi», o di qualsiasi altro popolo, come di una entità unitaria e indifferenziata, e accomunare tutti i singoli in un giudizio. Eppure non mi sento di negare che uno spirito di ogni popolo esiste: una Deutschtum,[1] una italianità, una hispanidad: somma di tradizioni, abitudini, storia, cultura. Chi non sente in sé questo spirito (che è nazionale nel miglior senso della parola) non solo non appartiene per intero al suo popolo, ma neppure è inserito nella civiltà umana. Perciò, mentre ritengo insensato il sillogismo: «tutti gli italiani sono passionali; tu sei italiano; perciò tu lo sei», credo invece lecito, entro certi limiti, attendersi dagli italiani nel loro complesso, o dai tedeschi, ecc., un determinato comportamento collettivo a preferenza di un altro. Vi sono certamente eccezioni individuali: ma una prudente previsione resta secondo me possibile.
Ora, quanto i miei lettori mi scrivono dalla Germania mi rivela un’altra faccia dei tedeschi, che non conoscevo: è ancora «Gründlichkeit»,[2] ma rivolta al bene; è dignità umana, e rispetto delle altrui dignità. Ma (voglio essere sincero con Lei) quanti sono, nella generazione che ha superato i 45 anni, i tedeschi veramente consapevoli di quanto è avvenuto in Europa nel nome della Germania? A giudicare dall’esito sconcertante di certi processi,[3] temo siano pochi: insieme con voci accorate e pietose come la sua, odo altre voci discordanti, anacronistiche, troppo fiere della potenza e della ricchezza della Germania di oggi.
Spero che questa mia confessione non La offenda: se Ella possiede argomenti per dimostrare falsi i miei timori, sarò felice di leggerli. Voglia gradire le espressioni della mia amicizia e gratitudine
Suo
Herrn S.
October 18, 1962
Dear Sir,
First of all, please forgive me if I reply so late to your noble letter dated September 5; also, please forgive me if I write to you in Italian since I understand German well but do not write it correctly.
I thank you for your words, for your letter and the many others I continue to receive from your fellow countrymen, they give me joy and hope, and they comfort me in the thought of not having written in vain.
I agree with you: it is dangerous, and wrong, to talk about the “Germans,” or any other people, like a unitary and undifferentiated entity, and to group each single individual under one judgment. And yet I do not feel I can deny that a spirit of every people exists: a Deutschtum,[1] an italianità, a hispanidad: a sum of traditions, habits, history, culture. Those who do not feel this spirit (which is national in the best sense of the word) within themselves not only do not completely belong to their people, they are not part of human civilization, either. Thus, whereas I find the syllogism: “all Italians are passionate; you are Italian; therefore, you are passionate” nonsensical, I do find it legitimate, within certain limits, to expect from Italians as a whole, or from Germans, etc., a certain collective behavior over another. There are doubtless individual exceptions: but I believe that a cautious prediction is possible.
Now, what my readers write to me from Germany shows me another side to the Germans, of which I was unaware: it is still “Gründlichkeit”[2] but directed at the good; it is human dignity and respect for the dignity of others. But (I want to be sincere with you) how many Germans, belonging to the generation over 45 years of age, are truly aware of what happened in Europe in the name of Germany? To judge from the disconcerting outcome of certain trials,[3] I fear there are not many of them: along with earnest and compassionate voices such as yours, I hear other voices that are jarring, anachronistic, too proud of the power and wealth of today’s Germany.
I hope you will not be offended by my confession: if you have arguments to prove that my fears are wrong, I will be happy to read them.
Yours
Info
Note
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Mittente: Primo Levi
Destinatario: S.
Data di stesura: 1962-10-18
Luogo di stesura: Torino
Descrizione del documento:copia carbone dilettera ds. su carta di riciclo. Il verso del foglio è un passaggio di un manuale di chimica.
Archivio: Archivio privato di Primo Levi, Torino
Segnatura: Complesso di fondi Primo Levi, Fondo Primo Levi, Corrispondenza, Corrispondenti particolari, Fasc. 20, sottofasc. 1, doc. 76, f. 215
Fogli: 1 solo recto
DOI:
1«carattere tedesco».
2
«scrupolosità», «precisione». In LTI. Notizbuch eines Philologen del 1947, Victor Klemperer - autore che Levi conosceva, e di cui diffusamente fa menzione nei Sommersi e i salvati, anche se è difficile datarne la lettura, sicuramente in tedesco, dato che sarà tradotto in Italia sono nel 1998 - parla della Gründlichkeit come di una «qualità tipicamente tedesca», soffermandosi in particolare sull’ossessione nazista per la purezza della razza e la pedanteria amministrativa ad essa correlata. Cfr. V. Klemperer, LTI. La lingua del Terzo Reich, Giuntina, Firenze 2011, p. 105. Il termine verrà utilizzato da Levi nel capitolo “Violenza inutile” dei Sommersi e i salvati per indiciare uno dei tratti della «logica» nazista (OC II, p. 1212). Il tema era già stato toccato in un’intervista del 1984 per la Comunità Israelitica di Milano (OC III, pp. 443-444). Della Gründlichkeit tedesca e le sue ambiguità, Levi parlerà inoltre nel corso di una conversazione con Ian Thomson dell’aprile 1986, facendo riferimento alla lettera di Brigitte Distler del 16 giugno 1962: «Diversi anni fa, una ragazza bavarese mi scrisse per dirmi quanto fosse vergognoso che, a scuola, le atrocità naziste venissero attentamente dissimulate. Sembrava una ragazza intelligente, cosí le risposi, facendole a mia volta qualche domanda sulla Germania post-bellica [...]. Venti giorni dopo ricevetti una lettera di ventitre pagine, prodotto di un’instancabile ricerca: in altre parole, una tesi. «Non ho avuto tempo sufficiente», ha concluso, «per scrivere tutto quello che volevo». Ora, questo è un esempio calzante di cosa è la Gründlichkeit: una caratteristica nazionale senza la quale non ci sarebbe stato nessun Auschwitz, solo campi disorganizzati lungo la linea russa» (OC III, p. 712). Quanto affermato qui da Levi ci permette retrospettivamente di ipotizzare che l’esempio di una Gründlichkeit «rivolta al bene» fosse proprio quello offertogli dalla studentessa di Monaco tre mesi prima.
3Nell’ottobre 1962, la condanna a morte di Eichmann era stata eseguita da pochi mesi e il Processo di Francoforte non era ancora cominciato, anche se erano iniziati i lavori di istruttoria. Tuttavia, il processo Eichmann aveva fatto emergere molti casi di ex nazisti prosciolti da ogni accusa nella seconda metà degli anni quaranta che continuavano a occupare alte cariche politiche e istituzionali nella Bundesrepublik (come quello di Hans Globke, di cui Levi discute anche con Brigitte Distler, cfr. lettere 116 e 118). Tra il 1961 e il 1962 la questione era affrontata con frequenza anche dalla stampa italiana: si segnalano, tra gli altri, articoli sulla condanna di Eichmann in cui si evoca il caso Globke (Eichmann in appello davanti ai giudici. Ha sulla coscienza sei milioni di morti, «La Stampa», 23 marzo 1962, p. 7) e un trafiletto del 23 ottobre 1962, sempre su «La Stampa», intitolato Accusati della strage di settantamila persone (p. 4).