177. Elisabeth Zilz a Primo Levi, 08 Agosto 1962
Elisabeth Zilz, bibliotecaria di Bielefeld cresciuta in Alta Slesia (non lontano da Auschwitz), scrive a Levi dopo aver letto Ist das ein Mensch?. Nel rievocare la sua infanzia e il suo impegno nel presente, la donna esprime un senso di colpa profondo nei confronti di se stessa e del proprio popolo.
Bielefeld, 8.8.62
Elisabeth Zilz
Bielefeld/ Deutschland
Stapelbrede 39
Sehr geehrter Herr Dr. Levi!
Eben habe ich Ihr Buch „Ist das ein Mensch?” beendet, und oft war ich drauf und dran aufzuhören, um so den furchtbaren Bildern, die Sie darin beschwören, zu entgehen. Ich las weiter, um nicht wieder egoistisch und feige zu sein und werde auch in Zukunft die Werke, die sich mit der jüngsten deutschen Vergangenheit beschäftigen, zur Hand nehmen und-soweit mir das als Bibliothekarin[1] möglich ist-auch einem grösseren Leserkeis[2] zugänglich machen.
In Ihrem Vorwort wünschen Sie, uns Deutsche[3] zu verstehen. Nehmen Sie es uns ab, wenn wir Ihnen sagen, dass wir uns selbst und all das, was wir getan haben, nicht begreifen.[4] Wir sind schuldig.[5] Ich bin 1922 geboren, in Oberschlesien nicht weit von Auschwitz aufgewachsen und habe tatsächlich damals nicht gewusst -nehmen Sie dies bitte nicht als billige Entschuldigung sondern als Tatsache-, dass diese furchtbaren Dingen sogar in unmittelbarer Nähe passierten. Aber mir begegneten-zumindest bis zum Ausbruch des Krieges-hier und da Menschen mit dem Judenstern, und diese habe ich nicht ins Haus geholt,[6] sie wie andere Menschen beherbergt und mich vor sie gestellt. Das ist meine Schuld.[7] Diese schreckliche Gedankenlosigkeit, Feigheit und Egoismus kann ich nur ertragen in der christlichen Vergebung.[8]
Ich weiss nicht, ob Ihnen die „Aktion Sühnezeichen”[9] bekannt ist?
Darf ich Ihnen einen Prospekt[10] davon beilegen als Zeichen, dass es in Deutschland Menschen gibt, die die jüngsten deutsche Vergangenheit als nie zu tilgende Schuld empfinden und versuchen, hier und da ein Zeichen der Sühne für all den Schrecken aufzurichten? Es sind vorwiegend junge Menschen zwischen 20 und 30, die mit der Vergangenheit unmittelbar nichts zu tun hatten; sie stehen stellvertretend für ihre Vater und Mütter da.
Auch gibt es bei uns eine „Gesellschaft für christlich-Jüdische Zusammenarbeit”.[11] Wir Christen sind dankbar für die Hand, die uns die jüdischen Brüder entgegenstrecken.
Lassen Sie mich auch Ihnen danken, dass Sie uns nicht hassen, sondern den Weg des Verstehens suchen.
Bielefeld, 8.8.62
Elisabeth Zilz
Bielefeld/ Deutschland
Stapelbrede 39
Stimatissimo Dottor Levi,
Ho appena terminato la lettura del Suo libro Se questo è un uomo, e più volte sono stata sul punto di interrompere per sfuggire alle terribili immagini che Lei riesce a evocare. Ma ho continuato, per non ricadere nell’egoismo e nella vigliaccheria, e so già che in futuro prenderò in mano altri libri che affrontano la recente storia tedesca e – per quanto mi sarà possibile nel mio ruolo di bibliotecaria[1] – farò in modo che vi possa accedere anche una più ampia cerchia di lettori.[2]
Nella Sua prefazione Lei esprime il desiderio di comprendere noi tedeschi.[3] Ebbene, ci creda se Le diciamo che siamo noi i primi a non capire noi stessi, né ciò che abbiamo fatto[4]. Siamo colpevoli.[5] Io sono nata nel 1922 e sono cresciuta nell’Alta Slesia, non lontano da Auschwitz. Eppure, allora non sapevo davvero – e La prego di non intendere queste parole come una scusa facile, ma solo come un dato di fatto – che quegli orrori avvenivano letteralmente nelle immediate vicinanze di casa mia. Vero è che, prima dello scoppio della guerra, mi è capitato di incrociare qua e là persone con la stella di Davide, e non le ho fatte entrare in casa,[6] non le ho accolte come qualsiasi altra persona, non mi sono schierata in loro difesa. La mia colpa[7] è questa. Questa leggerezza spaventosa, questa vigliaccheria, questo egoismo sono colpe che riesco a sopportare solo grazie alla speranza nel perdono cristiano.[8]
Non so se le sia nota l’organizzazione chiamata «Azione Segno di Espiazione».[9]
Mi permetta di allegarle un opuscolo:[10] è un piccolo segno e serve a mostrarLe che in Germania esistono persone che considerano il recente passato come una colpa che non potrà mai essere cancellata, e che cercano, dove possibile, di offrire gesti di espiazione per tutti i crimini commessi. Si tratta per lo più di giovani tra i venti e i trent’anni, persone che nulla hanno avuto a che fare direttamente con quegli eventi, ma che scelgono di assumersene la responsabilità per conto dei propri padri e delle proprie madri.
Vorrei anche segnalarLe l’esistenza di una «Società per la cooperazione ebraico-cristiana»[11] della quale faccio parte. Noi cristiani siamo grati per la mano che i nostri fratelli ebrei ci tendono.
E infine mi permetta di ringraziarLa per non averci odiati e per aver scelto la via della comprensione.