147. Primo Levi a Ilse Jancovius, 1 novembre 1963
Levi ringrazia per la lettera e, colpito in particolare da una frase, pone alcune domande sulla Germania odierna.
1° novembre 1963
Gent. Sig.ra
Ilse Jancovius[1]
FREIBURG i.Br.
Kartäuserstr. 27
Gentile Signora,
mi vorrà scusare se Le rispondo nella mia lingua: leggo il tedesco, lo parlo anche, ma non sarei in grado di scrivere in modo corretto.
La ringrazio per la Sua lettera: insieme con molte altre che mi sono giunte da lettori tedeschi, essa costituisce per me la migliore ricompensa alle avversità che ho subìto, e alla pena di averle descritte. Che io non provi odio verso i tedeschi, non dovrebbe stupire; in realtà io comprendo l’odio, anzi, in certa misura lo approvo, ma unicamente «ad personam». Non esiterei, se fossi un giudice, ad infliggere le pene più gravi, o la morte, ai molti colpevoli che ancora oggi vivono liberi in terra tedesca;[2] ma avrei ad orrore che un solo innocente dovesse venire punito per una colpa non commessa.
Mi ha piuttosto stupito la Sua frase in cui Ella accenna al «Zivilcourage»[3] necessario a fare leggere libri come il mio a certi tedeschi. Quali sono questi tedeschi? e quanti sono? quale peso hanno nella Germania di oggi? Spero un peso non grande, poiché altrimenti non comprenderei che occorra coraggio per presentare loro la verità. Ed in ogni caso, se coraggio occorre, è un coraggio che è necessario avere: poiché la verità è la medicina di cui la Germania e il mondo hanno oggi più bisogno.
La ringrazio ancora, e Le invio i più cordiali saluti
Suo
1° novembre 1963
Gent. Sig.ra
Ilse Jancovius[1]
FREIBURG i.Br.
Kartäuserstr. 27
Gentile Signora,
mi vorrà scusare se Le rispondo nella mia lingua: leggo il tedesco, lo parlo anche, ma non sarei in grado di scrivere in modo corretto.
La ringrazio per la Sua lettera: insieme con molte altre che mi sono giunte da lettori tedeschi, essa costituisce per me la migliore ricompensa alle avversità che ho subìto, e alla pena di averle descritte. Che io non provi odio verso i tedeschi, non dovrebbe stupire; in realtà io comprendo l’odio, anzi, in certa misura lo approvo, ma unicamente «ad personam». Non esiterei, se fossi un giudice, ad infliggere le pene più gravi, o la morte, ai molti colpevoli che ancora oggi vivono liberi in terra tedesca;[2] ma avrei ad orrore che un solo innocente dovesse venire punito per una colpa non commessa.
Mi ha piuttosto stupito la Sua frase in cui Ella accenna al «Zivilcourage»[3] necessario a fare leggere libri come il mio a certi tedeschi. Quali sono questi tedeschi? e quanti sono? quale peso hanno nella Germania di oggi? Spero un peso non grande, poiché altrimenti non comprenderei che occorra coraggio per presentare loro la verità. Ed in ogni caso, se coraggio occorre, è un coraggio che è necessario avere: poiché la verità è la medicina di cui la Germania e il mondo hanno oggi più bisogno.
La ringrazio ancora, e Le invio i più cordiali saluti
Suo