Christel Waiß scrive a Primo Levi da Berlino nel marzo del 1969. Vive con il marito nel distretto di Pankow, al civico 44 della Körnerstraße. Nata probabilmente agli inizi degli anni Trenta, durante le ultime fasi del conflitto mondiale fu sfollata con la famiglia a Katowice.
Al momento, gli archivi da noi contattati non sono stati in grado di fornire ulteriori informazioni sulla sua vita.
Nella sua lettera, Waiß dichiara di aver letto «svariati libri sulle persecuzioni contro gli ebrei», tra cui Ich jagte Eichmann (“Ho dato la caccia ad Eichmann”) di Simon Wiesenthal e il Diario di Anne Frank.
Agli occhi di Waiß, Ist das ein Mensch? si distingue, all’interno della letteratura concentrazionaria da lei frequentata sino a quel momento, per la capacità di andare oltre la mera documentazione e di stabilire un contatto diretto con il lettore.
I nomi di Frank e Wiesenthal compariranno quattro anni più tardi nella sezione «testimonianze e documenti» della bibliografia di approfondimento che Levi aggiungerà all’edizione scolastica di Se questo è un uomo del 1973. Waiß menziona dunque autori che Levi conosce molto bene e ai quali riconosce un ruolo di primo piano nella trasmissione della Memoria di Auschwitz alle giovani generazioni.
Copertina del Diario di Anna Frank, Einaudi 1954. Il volume uscì nella collana Saggi (la stessa di Se questo è un uomo di Primo Levi) con una prefazione di Natalia Ginzburg
Nella bibliografia del 1973, Levi include Il girasole di Wiesenthal (1970), opera alla quale egli stesso contribuì con un saggio dedicato al tema della «colpa e del perdono». Come è noto, proprio attorno a quelle considerazioni prenderà forma il suo confronto con Jean Améry. È inoltre documentata la sua conoscenza di un’altra opera di Wiesenthal, Gli assassini sono fra noi (1967), volume che verrà citato nella prefazione de I sommersi e i salvati (1986). Non era sinora attestata una lettura di Ho dato la caccia ad Eichmann, mai tradotto in Italia.
Copertina de Il girasole di Simon Wiesenthal, Garzanti 1970
Ich jagte Eichmann di Simon Wiesenthal
Copertina di Ich jagte Eichmann, Sigbert Mohn 1961
Ho dato la caccia ad Eichmann è il terzo libro di Simon Wiesenthal (1908-2005). Venne pubblicato nel 1961 dalla casa editrice Sigbert Mohn di Gütersloh. Nel 1946, a un anno dalla fine della sua prigionia a Mauthausen, Wiesenthal aveva dato alle stampe in Austria la raccolta di documenti, immagini e testimonianze KZ. Mauthausen. In epigrafe al volume aveva apposto una sua poesia:
Copertina di KZ. Mauthausen, Ibis Verlag 1946
Cadaveri nudi su strade sporche, in fossati fangosi, scaricati da carri con cui un tempo si portava il bestiame al macello. Qua e là indumenti strappati, come se chi li indossava non se ne fosse spogliato volontariamente; pozze di sangue disseccato, come il sudore della selvaggina ferita a morte — queste sono le tracce del vostro cammino.
Ascoltate.
Voi migliaia,
voi decine di migliaia,
voi che avete percorso questa oscura strada della perdizione,
voi centinaia di migliaia,
voi che non avete mai raggiunto la meta ignota, perché un proiettile o il colpo di un bastone vi abbatté per sempre,
voi che siete crollati a terra, sfiniti fino alla morte, perché il tormento della fame era troppo grande e nessuno vi diede ristoro,
voi che avete dovuto morire miseramente perché il sole ardeva troppo sui vostri corpi o perché il bianco sudario della neve vi ricoprì,
voi che, in un destino implacabile, avete continuato a portare la pesante croce del dolore, crudelmente torturati da bestie la cui mente escogitava sempre nuovi, ancor più raffinati delitti,
voi che l’empio, a sangue freddo, ebbro della propria disumanità, gettò dalla rupe,
voi che foste frustati a morte o sospinti nel filo spinato elettrificato,
voi che moriste nella sinistra quiete della camera a gas con un muto lamento sulle labbra,
voi che imploraste la nuda, ah così unica vita e tuttavia, senza speranza, nel tempo del massimo trionfo del crimine foste precipitati nella perdizione eterna,
voi, sacrificati quando già albeggiava il mattino della libertà.
Nessuno, nella storia dell’umanità, ha sofferto più di voi,
voi, i nostri più fedeli, i nostri migliori, i nostri più vicini,
voi, sangue del nostro sangue,
voi, lacrime del nostro dolore.
Non vi dimenticheremo mai, perché ovunque siamo stati, siamo stati insieme.
A voi sia dedicato questo fascicolo.
Nel 1947, dedica il suo secondo libro Groß-Mufti – Großagent der Achse (“Il Gran Muftì, grande agente dell’Asse”), alla figura di Amin al-Husseini, Gran Mufti di Gerusalemme tra gli anni Venti e Quaranta e nazionalista arabo, noto soprattutto per la sua collaborazione con il fascismo e il nazismo in chiave anti-sionista e anti-semita.
Al momento dell’uscita di Ho dato la caccia ad Eichmann nelle librerie tedesche, Wiesenthal non è ancora l’autore noto al grande pubblico come il “cacciatore di nazisti”; il suo nome è però già strettamente legato all’arresto, nel maggio 1960, di Adolf Eichmann, il gerarca nazista che ideò e organizzò la deportazione ferroviaria verso i campi di concentramento e che, nel 1961, fu al centro di uno dei più importanti e decisivi processi contro gli ex dirigenti del nazionalsocialismo.
Articolo a pagina 5 de «Lastampa» del 20 ottobro 1960 dedicato alla cattura di Eichmann. Fonte Archivio Storico La Stampa
Ho dato la caccia ad Eichmann ricostruisce la lunga vicenda investigativa alla quale Simon Wiesenthal si dedicò fin dalle prime settimane successive alla liberazione dal campo di concentramento di Mauthausen, avvenuta il 5 maggio 1945.
Le prime pagine raccontano le difficoltà incontrate dall’autore al termine della prigionia: non solo le condizioni precarie in cui versava il suo corpo, martoriato dopo quattro anni di detenzione, ma anche e soprattutto l’atroce sensazione che la liberazione non coincidesse necessariamente con la pace, né con la fine delle ostilità nei suoi confronti.
Trascorsero due giorni e due notti. Dormivo inquieto, ripetendomi ripetutamente: sono una persona libera, posso andare dove voglio, eppure sono ancora in campo di concentramento? [...]
Nel pomeriggio del 7 maggio, finalmente andai nell’ufficio dall’altra parte del corridoio. Avevo un bastone da passeggio su cui appoggiarmi e volevo un lasciapassare. L’ufficio sembrava vuoto e, mentre vagavo per il corridoio, inaspettatamente mi imbattei in qualcuno. Fui sgridato, buttato a terra, preso a calci ripetutamente, poi trascinato fuori per un braccio e scaraventato in cortile. Mentre cercavo di alzarmi, fui spintonato di nuovo. Solo allora mi resi conto che l’impiegato, Kasimir Rusinek, un polacco ben nutrito, mi si piazzò davanti e urlò: «Maledetto Musulmano, non ti è permesso entrare in questo ufficio».Sono stato spesso picchiato nei miei lunghi anni nei campi di concentramento [Janowska, Plaszow-Cracovia, Großrosen, N.d. A]. A Mauthausen, nessuno mi picchiò; fui mandato direttamente al blocco della morte. Non mi diedero alcuna possibilità. Ma tutto questo accadde quando ero prigioniero in un campo di concentramento. Mentre giacevo lì, con il dolore al fianco, mi resi conto di quanto accaduto: sono una persona libera! Sono stato picchiato dopo la cosiddetta liberazione. Era il 7 maggio 1945. La mia vita era destinata a continuare così? Dovevo essere picchiato d’ora in poi da chi era fisicamente più forte… Rimanere un Musulmano, senza alcuna possibilità di sopravvivere? Mi ribellai a questi pensieri.
Wiesenthal decide così di denunciare l’accaduto al comandante del campo, ora gestito dagli Alleati. Il suo reclamo viene indirizzato all’Ufficio Crimini di Guerra ed è proprio qui che assiste per la prima volta agli arresti delle SS: «il mio umore si risollevò. Ero tutto occhi e orecchie [...]. Non pensavo più a Rusinek, solo all’operato dei War Crimes».
Wiesenthal negli anni Quaranta. Fonte Wikimedia Commons.
È nel vedere i propri aguzzini non solo sconfitti, ma anche perseguiti dalla legge, che in Wiesenthal scatta la scintilla: «Ciò che cercavo era uno scopo nella vita»
Sì, i crimini nazisti devono essere denunciati. Solo quando la piena portata delle atrocità sarà nota e la nuda verità verrà alla luce, le persone saranno costrette a riflettere.
Architetto, privo dunque di una formazione giuridica, Wiesenthal presenta comunque la propria candidatura all’Ufficio Crimini di Guerra per partecipare alle attività investigative degli Alleati.
Possiedo qualcosa che potrebbe avere valore: la fede in una giusta causa. Mi sento chiamato a raccogliere l’eredità di quei compagni che non sono vissuti abbastanza per vedere questo giorno [...].
Non ho nessuno al mondo per cui valga la pena di vivere. Mia madre è stata assassinata nel ghetto di Leopoli. Mia moglie è morta a Varsavia durante la rivolta [solo in seguito, Wiesenthal scoprirà che si era salvata, N. d. A]. Non ho più parenti. Ho dovuto assistere alla morte di numerosi amici e compagni di prigionia. Contribuire al lavoro dell’unità Crimini di Guerra è per me un dovere.
La domanda di Wiesenthal verrà accettata e il resto della vicenda è ormai noto: da Mauthausen, viene trasferito a Linz nel giugno del 1945; a luglio entra in contatto con la Brigata Ebraica ed è grazie al capitano Choter Ischai che viene a conoscenza della figura Adolf Eichmann:
Cercai il suo nome nell’elenco dei criminali di guerra ricercati ed effettivamente lo trovai. Dalla descrizione dei suoi crimini, compresi che era stato in gran parte responsabile dello sterminio degli ebrei.
I criminali di guerra le cui vittime erano state gli ebrei mi hanno sempre interessato in modo molto particolare, perché mi hanno toccato personalmente.
Nei quindici anni successivi, Wiesenthal si dedica instancabilmente al caso Eichmann, un lavoro spesso frustrante ma che gli consente di affinare i propri metodi investigativi. Nel 1960, il colpo di genio che gli permette di identificare e localizzare Eichmann, da tempo sospettato di vivere sotto il falso nome di Ricardo Klement in Argentina. Quando, a febbraio, viene a sapere della morte del padre di Eichmann a Linz, Wiesenthal decide di inviare due amici fotografi al funerale per riprendere i fratelli, con la speranza di individuare tra loro l’ex SS. Eichmann, naturalmente, non si presenta, ma le foto dei fratelli — notoriamente simili tra loro — confrontate con un ritratto di Adolf Eichmann del 1936 in suo possesso, gli permettono di ricostruire un verosimile volto “invecchiato” del criminale nazista.
Wiesenthal consegna infine le foto a due agenti del Mossad sotto copertura, spiegando loro la sua teoria. Due mesi dopo, verrà informato della cattura: «Una caccia durata oltre quindici anni era giunta al termine. I mulini della giustizia macinano lentamente».
Adolf Eichmann nella prigione israeliana di Ayalon (aprile 1961). Fonte Wikimedia CommonsCopertina di Gli assassini sono fra noi, Garzanti 1969
Primo Levi avrebbe in seguito trovato una versione sintetica di questa vicenda nel capitolo “L’inafferrabile Eichmann” di Gli assassini sono fra loro, pubblicato in Italia da Garzanti nell’agosto del 1969. La lettera di Waiß è del marzo 1969 e non è dato sapere se nel frattempo l'autore di Se questo un uomo si sia procurato una copia di Ho dato la caccia ad Eichmann.
È alquanto plausibile che una lettrice tedesca come Christel Waiß fosse rimasta colpita non tanto dalla storia della ricerca e della cattura del gerarca nazista, quanto dalle considerazioni che vengono svolte nella prima parte del volume.
L’episodio del pestaggio di Rusinek che da il via alla trasformazione dell’architetto Wiesenthal nello scrupoloso “cacciatore di nazisti”, si inserisce nella più ampia descrizione che l'autore, in quanto vittima della persecuzione razziale, offre della società tedesca dell’immediato dopoguerra. Il quadro presentato è infatti quello di un antiseminitsmo radicato, tenuto a freno dalla “vergogna” della sconfitta e che, tuttavia, non manca di continuare a dimostrare la sua ostilità nei confronti dei sopravvissuti.
Anche le dimostrazioni di solidarietà, financo di filosemitismo, risultano sospette agli occhi di un ex-prigionieri attento e informato come Wiesenthal.
A questo punto, vale la pena menzionare una mentalità tipica che si diffuse in Austria e in Germania da circa maggio 1945 a metà del 1947. Agli occhi della maggioranza della popolazione, esposta alla propaganda nazista per così tanti anni, gli ebrei rappresentavano il nemico numero uno. Nessun altro orientamento ideologico o nazione era stato oggetto di così tanti opuscoli e discorsi propagandistici come gli ebrei. Il mito di un potere ebraico anonimo e pervasivo si insinuò talmente in profondità nelle menti delle persone che persino coloro che non erano nazisti, consapevolmente o inconsapevolmente, ci credettero [...].
Gli ebrei erano il nemico numero uno della Germania nazista; la Germania nazista era completamente crollata; quindi, gli ebrei erano i vincitori numero uno. Lo shock del crollo della Germania ebbe un effetto tale che la gente improvvisamente si inchinò di fronte agli ebrei.
Nelle mie conversazioni con degli sconosciuti, questi affermavano ripetutamente, anche senza che io lo chiedessi, di essere sempre stati oppositori dei nazisti e di aver salvato la vita a molti ebrei. Ogni volta che mi ritrovavo in compagnia di altre persone e qualcuna di loro si accorgeva che ero ebreo (cosa non difficile), si premurava, come in «segno di affetto», di farmi sapere il numero di ebrei che aveva salvato.
Peccato che, a quei tempi, non tenessi un diario; avrei raccolto delle cifre interessanti. Prima della guerra, millecento ebrei vivevano nell’Alta Austria. Ne sopravvissero a malapena duecento, e ora si trovano sparsi nel mondo. Ma, stando a quelle conversazioni, avrei potuto facilmente elencare tremila ebrei salvati. Mi resi conto che questa insolita vanteria era nient’altro che un modo per anestetizzare la loro coscienza sporca. Chi non ha fatto nulla di male di solito non si giustifica così, spontaneamente.
Il Diario di Anne Frank e la sua ricezione nella Repubblica Federale
Il Suo libro prosegue ciò che Anne Frank aveva iniziato con il suo Diario. Lei accompagna il lettore nel mezzo di quei terribili accadimenti, e si prova un senso di profondo sgomento di fronte ai carnefici di quel tempo.
Dalla lettera di Christel Waiß a Primo Levi del 28 marzo 1969
Copertina di Das Tagebuch der Anne Frank, Lambert Schneider 1950.
Pubblicato ad Amsterdam nel 1947, il Diario di Anne Frank venne tradotto per la prima volta in Germania nel 1950 dalla casa editrice Lambert Schneider di Heidelberg con il titolo Das Tagebuch der Anne Frank, 12. Juni 1942 - 1. August 1944 e una tiratura di 4500 copie.
Nel marzo del 1955, la Fischer Verlag ne pubblicò un’edizione tascabile che permise una ben più ampia circolazione del volume, arrivando in tre anni , grazie anche al successo della rappresentazione teatrale di Goodrich e Hackett, a vendere 700000 copie. Quando Christel Waiß scrive a Primo Levi nel marzo del 1969, il Diario raggiunse il milione di copie vendute. Proprio in quei mesi, l’editore Fischer aveva indetto un concorso di scrittura aperto alle scuole del paese per celebrarne il successo di pubblico. Il titolo della traccia recitava: Che cosa dice oggi ai giovani il destino di Anne Frank.
La ricezione del Diario nella Repubblica Federale ha sin da subito risentito delle strutture discorsive che caratterizzavano il dibattito sul passato nazista negli anni Cinquanta. Come si è visto, nell’immediato dopoguerra, l’atteggiamento generale della popolazione tedesca, dalla classe dirigente sino alla popolazione civile, fu caratterizzato dalla volontà di lasciarsi velocemente alle spalle quanto accaduto negli anni del regime hitleriano.
Il nazismo fu presto classificato come una «malattia superata», guarigione resa possibile dalla consolatoria convinzione che la colpa dei crimini perpetrati prima e durante il conflitto mondiale fosse da attribuire a una ristretta cerchia di individui animati da un’ideologia demoniaca. Ovviamente, la soluzione finale costituiva tanto il nodo più problematico, quanto il catalizzatore principale di queste strategie di rimozione e deresponsabilizzazione.
Per tutto il decennio, il Diario di Anne Frank fu certamente una delle testimonianze della persecuzione razziale della popolazione ebraica più vendute e discusse sul suolo tedesco, ma più si accresceva la fama del volume più il dato propriamente “ebraico” risultava diventare marginale. Il libro della giovane adolescente rinchiusa con la famiglia nel loro nascondiglio di Amsterdam divenne presto un «documento umano» dal valore universale, descrittivo cioè di qualunque forma di persecuzione e oppressione. Un universalismo che, come dimostrano le tante recensioni pubblicate sui quotidiani e le riviste della Repubblica Federale, finì addirittura con l’abbracciare lo stesso popolo tedesco, vittima anch’esso della prigionia della dittatura e delle devastazioni della guerra.
Copertina dell'edizione Fischer del 1955.
Ad aiutare la diffusione di una simile lettura - dove l’elevazione a simbolo inclusivo della sofferenza umana va di pari passo con la rimozione della specificità dell’Olocausto -, contribuì in parte la tensione universalizzante e trans-storica che pervade la prefazione di Albrecht Goes con cui si apre l’edizione Fischer del 1955.
La ragazza Anne Frank la incontriamo qua e là nella vita — non troppo spesso, perché il grado di intelligenza, riflessività, profondità di sentimenti e precocità che traspare da questi appunti di una tredicenne-quattordicenne è davvero insolita, ma conosciamo bene la fredda acutezza nell'osservare le persone e la spaventosa determinazione a mantenere vivo il senso dell'umorismo anche nei momenti più difficili: fanno parte dell'armatura protettiva della nostra generazione.
Ma il destino che è stato assegnato a questa bambina non vorremmo più incontrarlo, è già abbastanza grave che dobbiamo incontrarlo qui e che il racconto di questo destino debba essere così duro come è. È il destino di una famiglia ebrea che nel 1933 dovette lasciare la Germania e trovò asilo in Olanda, finendo per vivere in condizioni sempre più pericolose in un edificio sul Prinsengracht ad Amsterdam. Il nascondiglio rimase segreto per due anni, ma in un giorno di agosto del 1944 la polizia tedesca scoprì il gruppetto di clandestini e non rimase loro altra via d'uscita che quella della morte, che terminò a Bergen-Belsen. È il destino dei prigionieri, che mese dopo mese, costretti a dipendere da quelle stanze e da se stessi, condannati a un inferno, dovevano trascorrere i loro giorni e le loro notti. Fuori la guerra continua, le truppe liberatrici hanno già messo piede sul continente europeo, ma per Anne Frank e quasi tutti quelli che erano rinchiusi lì dentro arrivano troppo tardi.
Ciò che ci rimane ora è questo diario e con esso uno dei documenti più straordinari dell'umanità che si risveglia, annotato con spontaneità e proprio per questo così sincero [...].
Si deve infine riconoscere che il conflitto tra l'io e il mondo in queste pagine è portato avanti con una determinazione straordinaria: questa giovane persona, capace di amare e odiare, litigare e soffrire, sa verso quali mete deve dirigersi, quale risposta le sia richiesta, per il bene del momento, per il bene del popolo — quel popolo che per Anne Frank significa l’Olanda — e Israele [...].
È passato più di un decennio e la vita nel Prinsengracht di Amsterdam continua il suo corso, come ovunque, vivace e fugace. Nel mondo del 1955, che non smette di essere un mondo di campi di concentramento e persecuzioni, è necessario dare voce a questa voce.
E bisogna essere sempre grati ai due olandesi che, nella stanza perquisita dalla polizia segreta, hanno trovato e messo al sicuro, tra riviste e giornali, questo diario di una bambina, questo libro che dice la verità, nient'altro che la verità, tutta la verità.
Sotto questo profilo, l’osservazione di Christel Waiß risulta particolarmente illuminante. Nel contesto complesso e controverso degli anni Cinquanta, la brusca conclusione del Diario permetteva a molti lettori di sospendere, consapevolmente o meno, il confronto con quel “dopo” rappresentato dai campi di sterminio, e concentrarsi su un “prima” che riconoscevano, per desiderio di rimozione, come comune.
Non stupisce che Natalia Ginzburg, scrittrice di origini ebraiche, nella sua prefazione alla traduzione italiana di Einaudi del 1954, si sia premurata di ricordare ai lettori:
Il libro di Anna Frank, noi lo leggiamo sempre tenendo presente la sua tragica conclusione; senza poterci fermare fermare a quei precisi momenti che vi son raccontati, ma sempre guardando oltre, sempre cercando di figurarci quel campo di Bergen Belsen, dove Anna è morta.
Alla fine degli anni Sessanta, il confronto con il passato nazista appariva indubbiamente più maturo. La campagna antisemita che si consumò in Germania tra la fine degli anni Cinquanta e i primi mesi del 1960, insieme ai processi ai gerarchi nazisti che sconvolsero l’opinione pubblica, costrinsero la Germania federale a una presa di coscienza più critica e approfondita.
Gli anni Cinquanta videro anche i tentativi dell’estrema destra di presentare il Diario di Anne Frank come un falso: una vicenda esemplare del più becero negazionismo, destinata a protrarsi sino agli anni Ottanta, sulla quale anche Primo Levi non mancò di prendere posizione.
Prima pagina de «La Stampa» del 7 ottobre 1980. Nella colonna di destra l'articolo di Primo Levi Con Anna Frank ha parlato la storia. Fonte Archivio Storico La Stampa
Il fatto che a chiudere una di queste controversie sia stata, nel 1963, la cattura di Karl Silberbauer — il sottufficiale della Gestapo responsabile dell’arresto della famiglia Frank nel 1944 — resa possibile dal lavoro investigativo di Simon Wiesenthal, rende ancor più significativo l’intreccio di citazioni presente nella lettera di Waiß.
Riferimenti e bibliografia
N. Ginzburg, “Prefazione”, in A. Frank, Diario, Einaudi, Torino 1954, pp. VII-XII.
A. Goes, “Vorwort”, in Das Tagebuch der Anne Frank, 12. Juni 1942 - 1. August 1944, Fischer Verlag, Frankfurt am Main 1955, pp. 5-6.
K. Heimsath, „Trotz allem glaube ich an das Gute im Menschen“. Das Tagebuch der Anne Frank und seine Rezeption in der Bundesrepublik Deutschland, Hamburg University Press, Hamburg 2013.
P. Levi, La colpa e il perdono. Risposta a Wiesenthal (1970), in OC II, pp. 1360-1362.
P. Levi, Con Anna Frank ha parlato la storia (1980), in OC II, pp. 1597-1508.
P. Levi, "Prefazione", in I sommersi e i salvati (1986), in OC II, p. 1147.
M. A. Mariani, Primo Levi e Anna Frank. Tra testimonianza e letteratura, Carocci, Roma 2018.
M. Mengoni, I sommersi e i salvati di Primo Levi. Storia di un libro (Francofrote 1959 - Torino 1986), Quodlibet, Macerata 2021, pp. 91-105 e 179-181.
Opere di Simon Wiesenthal:
KZ. Mauthausen, Ibis Verlag, Wien-Linz 1946.
Groß-Mufti – Großagent der Achse, Ried Verlag, Salzburg-Wien 1947.
Ich jachte Eichmann, Sigbert Mohn, Gütersloh 1961.
Gli assassini sono fra noi, Garzanti, Milano 1969.
La corrispondenza tra Christel Waiß e Primo Levi si compone di due lettere e si svolge tra marzo e aprile del 1969. Waiß scrive in tedesco mentre Levi risponde in inglese.
Il carteggio con Christel Waiß fa parte della seconda ondata di lettere che Levi riceve dalla Germania negli anni Sessanta.
Waiß si rivela una lettrice attenta della letteratura concentrazionaria, nella quale rileva tuttavia una tendenza all’impersonalità documentaria, assente, a suo giudizio, nell’opera di Levi.
Cita Ho dato la caccia ad Eichmann, libro mai tradotto in Italia che Levi potrebbe aver conosciuto proprio grazie alla sua lettera. Traccia infine una continuità tra il Diario di Anne Frank e Ist das ein Mensch?. Come se il libro di Levi fosse la prosecuzione ideale della testimonianza bruscamente interrotta di Frank.
Nella sua risposta, Levi ringrazia Waiß, esprimendo al contempo un giudizio complessivo sul carteggio tedesco ricevuto sino a quel momento:
Il numero e la sostanza di tali riconoscimenti, e la loro spontaneità, sono stati per me una profonda soddisfazione, e una ragione in più per credere in un futuro non troppo cupo per la nostra civiltà, che ha da affrontare problemi terribili.