di Camilla Veneziani
«uno “specialista”, un ex prigioniero che oggi è un famoso storico dei Lager»
Hermann Langbein (1912-1995) è stato un attivista, uno storico e scrittore austriaco (per approfondire la sua vita cfr. la sua Biografia), fu deportato prima nel campo concentramento di Dachau e, nell’agosto 1942, ad Auschwitz. Qui, classificato come prigioniero politico non ebreo (il padre era di discendenza ebraica mentre la madre era cattolica), lavorò come Häftlingsschreiber (segretario scrivano) presso l’infermeria del campo sotto il Dr. Wirths, incarico che gli permise di documentare le atrocità che furono commesse. Nel 1944 fu trasferito a Neuengamme e poi al sottocampo di Lerbeck. Durante un trasporto di evacuazione nell’aprile 1945, riuscì a fuggire e tornò a Vienna in bicicletta nel maggio dello stesso anno.
Durante il lavoro presso l’infermeria del campo riuscì a ottenere molte informazioni che utilizzò successivamente per testimoniare nei processi contro i criminali nazisti (per approfondire vedi qui), ma non solo. Infatti, dopo la guerra, Langbein si dedicò scrupolosamente alla documentazione dei crimini nazisti e alla difesa dei diritti dei sopravvissuti: nel 1954 fu co-fondatore del Comitato Internazionale di Auschwitz, di cui divenne il primo segretario generale. Tramite lo IAK riuscirà ad entrare in contatto con molti reduci dei campi di concentramento, tra cui Leonardo De Benedetti, conosciuto nel 1955 e tramite il quale incontrerà Primo Levi nella primavera del 1959.
Nel 1961, contribuì alla realizzazione del programma radiofonico dal titolo: Topographie eines Vernichtungslagers, “Topografia di un campo di sterminio”. Fu uno dei primissimi esempi di divulgazione radiofonica sul sistema concentrazionario nazista, che venne mandato in onda appena prima dello svolgimento dei processi di Francoforte (1963-65).

Dopo aver pubblicato una serie di scritti documentari sul processo di Francoforte, nel 1972 uscì in Germania Menschen in Auschwitz (“Uomini ad Auschwitz”), che vedrà la luce in Italia nel 1984 grazie alla mediazione di Primo Levi.
Dopo questa grande impresa, e un volume dedicato alle camere a gas nei Lager, con la relazione tecnica di Levi sullo “Zyklon B”, Langbein si dedicò prevalentemente al rapporto con le nuove generazioni e i loro insegnanti fino alla fine dei suoi giorni.
“Zeitzeugen in der Schule”

Dei rapporti di Hermann Langbein con le scuole austriache non abbiamo ancora un quadro complessivo. Nel 1966 fu invitato come relatore dal Centro statale per l’educazione politica dell’Assia per un ciclo di conferenze tenutesi dal 19 aprile al 5 maggio, e per le quali sostò a Francoforte sul Meno, Darmstadt, Wiesbaden, Offenbach, Hofheim, Fulda, Kassel e Gießen, dove ebbe l’occasione di confrontarsi con innumerevoli classi. (Steffek 2018, p. 232)
Ma già nel 1965, per il 20° Anniversario della Liberazione dei campi di concentramento, quando una delegazione internazionale del Comité International des Camps (di cui lo storico ne era segretario dal ’63) decise di intraprendere un viaggio attraverso i luoghi della memoria in Germania, Langbein ebbe il modo di confrontarsi con i giovani attraverso alcuni cicli di incontri, che ebbero così tanto successo che il Comité decise di portarli anche nelle scuole, nelle università, negli istituti pedagogici e anche nelle caserme. (Steffek 2018, p. 233)
Per far sì che questa idea potesse essere realizzata il Comitè decise di inoltrare la richiesta direttamente all’ambasciata austriaca di Bonn, dove l’ambasciatore promise che avrebbe dato un aiuto concreto a questa iniziativa. Visto che l’aiuto promesso tardava ad arrivare, il 16 luglio 1966 Langbein stesso decise di scrivere all’allora Ministro dell’Istruzione che però gli rifiutò l’appoggio sperato, sottolineando come la scuola potesse avere un’influenza limitata sull’educazione e sulla formazione.
La sua esperienza nelle scuole tra Francoforte, i Länder dell’Assia, Berlino Ovest e Brema diede vita alla pubblicazione di Auschwitz und die junge Generation (“Auschwitz e le nuove generazioni”), edito per la casa editrice Europaverlag, nel 1967.

Nel 1972 a Vienna si svolse il processo contro gli architetti e i costruttori delle camere a gas e i crematori di Auschwitz Fritz Ertl e Walter Dejaco, che si concluse con l’assoluzione di entrambi, grazie ad una giuria popolare: una decisione che diede ancora più spinta all’idea dell’Austria come semplice “vittima” del nazismo, fomentando di più gli ideali neonazisti e dell’estremismo di destra nelle nuove generazioni. Nel 1973 si svolse a Düsseldorf il 28° Anniversario per la liberazione di Auschwitz e, come si legge nella lettera che Langbein scrisse a Levi il 28 dicembre di quell’anno, uno degli obiettivi della manifestazione voleva essere «l’auspicio di stabile un contatto con le giovani generazioni» (cfr. lettera 038).
Gli incontri di Langbein con il pubblico più giovane continuarono anche negli anni successivi. Il 19 gennaio 1976 fece visita alle classi 7ª e 8ª del ginnasio del liceo scientifico di Völkermarkt, e gli studenti ne furono talmente entusiasti che mandarono un resoconto dell’incontro al quotidiano Kärntner Tageszeitung. Lo stesso testo venne poi ripubblicato integralmente, il 27 gennaio 1976, nella sezione delle lettere dei lettori del quotidiano indipendente carinziano Kleine Zeitung Kärnten.:
«„Die Schüler der 7. und 8. Klassen des Gymnasiums Völkermarkt hatten kürzlich Gelegenheit, mit einem kompetenten Mann über die Ideologie des Nationalsozialismus und ihre konkreten Auswirkungen zu sprechen. Diese Veranstaltung war gedacht als Ergänzung zum Zeitgeschichteunterricht. Hermann Langbein, der selbst zwei Jahre lang Häftling in Auschwitz war, hielt einen aufschlußreichen und emotionsfreien Vortrag zum Thema ‚Auschwitz und die junge Generation‘. Er schilderte nicht nur die wohlorganisierte Vernichtungsmaschinerie in den Konzentrationslagern des Dritten Reiches, sondern ging im besonderen (sic!) auf die Frage nach Verantwortlichkeit und Schuld ein. Darüber hinaus erörterte er die Frage nach den Möglichkeiten, solche Verbrechen in Zukunft zu vermeiden. Es folgte eine sehr engagierte Aussprache zwischen den Schülern und dem Referenten. Die Schüler des Gymnasiums Völkermarkt empfanden dieses Gespräch als eine wertvolle Veranschaulichung und Vertiefung des Zeitgeschichteunterrichts und empfehlen anderen Schulen, diesem Beispiel zu folgen.”» (Steffek 2018, vol.168, pp. 234-235)

Fonte Oesta Wien.
«Gli studenti delle classi 7ª e 8ª del liceo di Völkermarkt hanno avuto recentemente l’opportunità di parlare con una persona competente sull’ideologia del nazionalsocialismo e le sue concrete conseguenze. Questo evento era pensato come integrazione al corso di storia contemporanea. Hermann Langbein, che fu prigioniero ad Auschwitz per due anni, ha tenuto una conferenza istruttiva e priva di enfasi emotiva sul tema “Auschwitz e le giovani generazioni”. Non solo ha descritto l’organizzazione efficiente della macchina di sterminio Lager del Terzo Reich, ma si è soffermato in particolare sulla questione della responsabilità e della colpa. Inoltre, ha ragionato sulle possibilità di prevenire tali crimini in futuro. Ne è seguito un dibattito molto partecipato tra gli studenti e il relatore. Gli studenti del liceo di Völkermarkt hanno considerato questo incontro una preziosa concretizzazione e un approfondimento del corso di storia contemporanea, e raccomandano ad altre scuole di seguire questo esempio»
La reazione a questa pubblicazione fu quasi immediata: gli studenti ricevettero numerose lettere polemiche accompagnate da materiale di stampo revisionista. Sul settimanale di destra Kärntner Nachrichten comparve una lettera scritta da Sepp Kraßnig con il titolo „Zauberwort Auschwitz“, “Parola magica Auschwitz, in cui l’autore consigliava agli studenti di usare la propria testa senza farsi influenzare e definiva Langbein come «il primo criminale di guerra» (Steffek 2018, pag. 235). Fu persino denunciato il Consiglio scolastico della Carinzia: l’accusa era contro le attività dei testimoni, e si chiedeva al direttore del liceo di Völkermarkt di fornire una dichiarazione ufficiale.

Così, nel 1976, Langbein informò il Ministro dell’Istruzione austriaco Fred Sinowatz dei frequenti episodi di negazionismo che stavano moltiplicandosi nelle scuole: citava anche il caso della Carinzia e sollecitava un’azione educativa più incisiva e meno permissiva. Nello stesso periodo, il Comité International des Camps stava organizzando una conferenza internazionale, prevista a Vienna dal 22 al 25 aprile del 1977, che aveva come nodo centrale di discussione il rapporto tra i giovani e la propaganda neonazista ed estremista.
In prospettiva di questo incontro, Fred Sinowatz emanò una circolare che segnalava la possibilità di invitare relatori e relatrici, nei giorni successivi alla conferenza, a tenere conferenze in tutti gli enti educativi. Moltissime scuole su tutto il territorio colsero l’occasione e la risposta fu più che positiva. Affinché tutto ciò non fosse circoscritto alla singola iniziativa, il 30 settembre 1977, Langbein fu invitato da Leopold Rettinger e Kurt Scholz del Dipartimento per l’Istruzione Politica presso il Ministero dell’Istruzione. Fu concordato un ciclo di conferenze da marzo a maggio del 1978, e si consolidò l’idea di istituire una rete di contatti per le scuole interessate nelle città di Vienna, Linz, Salisburgo, Innsbruck e Klagenfurt.
A questo fece seguito una circolare diretta alle scuole austriache, datata 15 marzo 1978, comunicando che da marzo fino a metà giugno dello stesso anno sarebbe stato possibile invitare relatori e relatrici per conferenze e discussioni sulla storia contemporanea austriaca. Un ulteriore incontro presso il Ministero dell’Istruzione nel giugno del 1978 definì che questa iniziativa sarebbe diventata un appuntamento fisso, con un incontro all’inizio e alla fine di ogni anno scolastico per l’analisi dei feedback e delle domande degli studenti. Inoltre, sempre sotto al patrocinio del Ministero dell’Istruzione, Langbein riuscì ad ottenere la possibilità di registrare gli incontri con gli studenti, rendendole fruibili a tutti gli insegnanti come materiale didattico. Tale iniziativa trova conferma nella lettera inviata a Primo Levi il 22 marzo 1986, in cui egli scriveva: «[…] ogni volta che parlo con i giovani ho la sensazione di poter dare aiuto e consigli. E poiché mi è chiaro che anche questa attività finirà presto, sono riuscito a far registrare delle videocassette che sono già state approvate dal nostro ministero dell’Istruzione e sono già in uso nelle scuole.» (cfr. lettera 062).
Durante tutti gli anni ’80, Langbein fu sempre più attivo nel campo della comunicazione con i giovani, tanto che dal 1989 fino al 1995 (anno della sua scomparsa), insieme a Johannes Schwantner (insegnante e attivista impegnato nella memoria della Shoah), organizzò e partecipò a seminari rivolti non più solo agli alunni ma anche agli insegnanti, aiutandoli a costruire percorsi didattici efficaci e fruibili sul tema della Shoah e dell’educazione alla democrazia; percorsi che saranno poi sintetizzati e raccontati nel seminario Ideologie und Wirklichkeit des Nationalsozialismus, (“Ideologia e realtà del nazionalsocialismo”), destinato alla formazione di insegnanti ed educatori. Così scrive a Levi il 10 maggio dell’‘86: «Domani andrò a Linz per partecipare a un altro seminario rivolto agli insegnanti. È già il sesto. Grazie al nostro ministero dell’Istruzione ogni anno a marzo, ne organizziamo uno sul tema “Ideologia e pratica del nazionalsocialismo”. Sono in programma anche due incontri nelle scuole prima della fine dell’anno.» (cfr. lettera 064).
Questi incontri si proponevano di fornire strumenti critici per comprendere e insegnare la storia del nazismo, con particolare attenzione alle questioni ideologiche, alle pratiche propagandistiche e al linguaggio. In occasione del Anniversario della Liberazione di Auschwitz, in seguito ad alcuni incontri con scuole e università, scrive a Levi il 9 febbraio 1985: «Mi sembra questo il modo più sensato per celebrare una simile ricorrenza» (cfr. lettera 061).
L’ultima conferenza che Langbein tenne in una scuola fu a Vienna, la sua città, il 31 marzo 1995, sette mesi prima della morte.
Dopo la scomparsa di Langbein, il seminario Ideologie und Wirklichkeit des Nationalsozialismus venne ribattezzato in suo onore: Hermann-Langbein-Symposium. L’incontro si tiene ancora oggi annualmente a Linz.
«Sono stato già in centotrenta scuole, questo è diventato il mio terzo mestiere.»
Con questa frase, impressionante, Primo Levi rispondeva all’intervistatrice Lucia di Ricco il 20 agosto del 1979; quello di testimone nelle scuole fu un “terzo mestiere” che Levi portò avanti in maniera assidua fino alla fine dei suoi giorni proprio come Langbein.
Con la ripubblicazione da parte di Einaudi in Italia di Se questo è un uomo nel 1958, Primo Levi inizia a ricevere alcuni inviti a parlare, subito solo a Torino e successivamente in tutta Italia, fino ad avere sempre più attenzioni, non solo a livello mediatico, ma anche da parte delle scuole. Un altro evento importante che gli permise di essere conosciuto ancora di più fu l’inaugurazione nel 1959 della Mostra della Deportazione dei campi nazisti, curata dall’ANED, ideata a Carpi, ma che in quell’anno approdò a Torino. I visitatori più numerosi furono proprio gli studenti delle scuole medie e superiori.

In un’intervista con Carlo Paladini del 1986 ammise che il suo primo ingresso nelle scuole italiane come relatore risaliva già al 1960: «A quel tempo lavoravo ancora in fabbrica e non potevo andare nei giorni feriali. Andavo al sabato mattina oppure dopo cena.» (OC III, p. 675). Sono ad oggi conservate molte lettere, per un totale di circa 120, che Levi scambiò con alunni e professori delle varie scuole, nello specifico a partire dal ‘73 fino all’ ‘86, nelle date precedenti si sono persi molti di questi carteggi, molte delle cose scritte qui provengono proprio da quegli scambi e dalle interviste fattegli nel corso della sua vita.
La maggior parte delle volte la richiesta degli interventi arrivava dagli insegnanti, ma altrettanto spesso la vera motivazione che li spingeva a contattare Levi erano proprio i loro studenti che sollecitavano un colloquio “con l’autore” dopo la lettura in classe di Se questo è un uomo, più rari invece sono i casi in cui i Presidi degli istituti organizzavano gli incontri soprattutto in contesti non proprio favorevoli. Infatti, esattamente come Langbein, anche Levi in Italia assistette a una pericolosa e nuova ondata di negazionismo, e questo, così come per Langbein, lo spinse a intensificare il suo impegno.
La richiesta dalle scuole era talmente tanta che molto spesso Levi, negli anni, fu costretto a rifiutare gli inviti, ma con la promessa di rispondere loro per lettera alle eventuali domande che gli avrebbero voluto porre in presenza. E così fece, e via via che gli anni passavano si rese conto che alcune domande si ripetevano tra loro di scuola in scuola e così, durante un’intervista risalente al marzo del 1984, l’idea: «Si può dire che non passa giorno che non mi chiamino in qualche scuola o centro culturale per andarne a parlare. Ho pensato allora di fare un’appendice al libro, rispondendo alle domande che mi fanno sempre. La prima e la più ricorrente suona più o meno così: «Perché non ha odio verso i tedeschi?» (OC III, p. 437).
L’Appendice all’edizione scolastica di Se questo è un uomo esce nel 1976. Questa nuova edizione e la disponibilità che diede durante un’intervista alla televisione di essere sempre pronto a colloquiare con le scuole diede il via a ulteriori e nuove richieste per la sua presenza negli istituti scolastici di tutto il territorio, tanto che Levi per davvero dovette iniziare “un terzo mestiere”. Ma la cosa che forse sorprese di più l’autore in merito all’uscita di questa edizione per le scuole, quella precedente delLa tregua (1965) e successivamente le altre (Il sistema periodico (1979) e La chiave a stella (1983), è che non solo portò i suoi libri a disposizione dei più piccoli, ma erano proprio loro a farli arrivare negli scaffali “dei grandi”, ai genitori quindi. Quindi l’importanza di questa edizione scolastica è strettamente collegata anche alla storia della fruizione dei libri di Levi.
Leggendo le parole di Levi riguardo ai primi ricordi che serba delle sue esperienze “scolastiche” si può vedere come per lo scrittore non era affatto scontato l’essere ascoltato e creduto nonostante le sue ormai numerose esperienze, infatti il 3 giugno del 1985 disse: «C’è in loro una partecipazione emotiva, anche violenta; non storica. Quando entro in un’aula, colgo un lampo di stupore nel vedere l’autore del libro che hanno letto, e che è ancora vivo, parla italiano; non latino e neppure greco» (OC III, p. 612).

In un’intervista del 15 luglio 1980 traspare come, a partire dagli anni Ottanta, la fatica legata ai frequenti spostamenti si faccia progressivamente più gravosa e come Levi cominci a percepire un crescente senso di disagio, accompagnato da una distanza via via più marcata nei confronti dei suoi “lettori più giovani: «È un interesse che varia molto con gli anni, cioè sta cambiando natura; adesso è un interesse… archeologico. È molto difficile far capire a questi ragazzi che sono cose poi non cosí lontane.» (OC III, p. 870). Levi comincia a declinare gli inviti nelle scuole e a preferire telefonate e scambi di lettere al posto della sua presenza o rimandando direttamente a pagine specifiche dei suoi libri, comprese le otto domande dell’Appendice prima citata. Già nel 1982 con l’uscita di Se non ora quando? Levi sottolinea una vera e propria stanchezza nel comunicare con le nuove generazioni, ma la sensazione si acuisce nel 1986 e dà forma ai Sommersi e salvati:
«Questo libro è nato da molte sollecitazioni: da una mia osservazione di una certa deriva della realtà, anche storica, soprattutto da parte delle generazioni più giovani che tendono a vedere queste cose in modo molto lontano, come se fossero eventi remoti[…]Lo noto specialmente nelle molte lettere che ricevo dai lettori dei miei libri nell’edizione per le scuole medie. Sono lettere curiose, anche molto commoventi talvolta, ma sembrano rivolte a qualcosa di vago, di monumentale, di remoto. Sono stupiti che queste cose siano avvenute nello spazio della vita di un uomo. Perciò mi è sembrato che fosse il momento di rinfrescare e di aggiornare queste considerazioni.» (OC III, p. 608).
Uno degli ultimi incontri avverrà con gli studenti delle scuole superiori di Pesaro, nel 1986, a meno di un anno di distanza dalla morte di Levi, di cui resta una lunga intervista trascritta e filmata. Fino alla fine però, nonostante la fatica, mantenne la promessa fatta alla ragazza che scrisse al quotidiano torinese La Stampa dopo aver visitato la Mostra della Deportazione dei campi nazisti a Torino nel ’59, «che voleva sapere la verità» (F. Levi 2019, p. 581), e parlò «ai figli dei figli» (OC, v. II, p. 722), ma ancora adesso la mantiene, infatti, dopo tanti anni, i suoi libri, e quindi lui, parla ai figli dei figli dei figli.

Due facce della stessa medaglia
Come si è visto fino ad ora sia Hermann Langbein che Primo Levi investirono moltissimo tempo nel rapporto con i giovani e nel cercare di far sì che ciò che avevano visto con i loro occhi non venisse né dimenticato né che potesse accadere nuovamente. Visto il loro impegno giornaliero in questa “missione”, è possibile che ne abbiano discusso tra loro?
In occasione del XX Anniversario della Liberazione di Auschwitz, Langbein cercò di convincere Levi a partecipare alla serie di incontri con i giovani che il Comité aveva organizzato, ma nella lettera del 18 febbraio del ’65 Levi dovette declinare l’invito perché già impegnato con l’amico comune Leonardo De Benedetti (cfr. lettera 019). Questa sarà la prima di molte lettere in cui i due provano a combinare, senza successo, un incontro. Come il 1 dicembre del ‘72, quando Langbein invita Levi a Düsseldorf per il XXVIII Anniversario della Liberazione, che prevedeva alcuni incontri con gli studenti, ma a cui lo scrittore non parteciperà: «Se decidessi di venire, ne sarei molto felice. Finalmente potrei parlare di nuovo con te, […] sto cercando, per l’occasione, di organizzare qualche incontro con gli studenti di Düsseldorf, Bochum o Colonia. Tu saresti di sicuro l’interlocutore adatto.» (cfr. lettera 037).
In una lettera datata 3 marzo 1979 Primo Levi approfitta per chiedere un favore all’amico: vorrebbe che gli facesse da mediatore con la casa editrice Fischer per contrattare una ristampa (venne a conoscenza di questa informazione grazie ad una lettera con il suo traduttore tedesco Heinz Riedt) di Se questo è un uomo. Nell’allegato da spedire a Fischer, Levi insiste su due punti cruciali: il successo del libro nelle scuole italiane e le lettere ricevute dai giovani tedeschi.
«3) in seguito al successo dell’edizione normale, Einaudi l’ha ristampato come testo scolastico, con note e appendice storica.
4) dopo la pubblicazione del libro in Germania, ho ricevuto un gran numero di lettere da lettori tedeschi, per lo più giovani […].

Fonte Archivio Privato Primo Levi
Si può concludere insomma che il libro si è rivelato un documento importante, […]» (cfr. lettera 052)
Finalmente, dopo molti anni e altrettanti appuntamenti mancati, i due si incontrano a Torino il 28 e 29 ottobre del 1983.
Come si è visto fino ad ora, salvo alcune occasioni, è sempre Langbein a raccontare i suoi colloqui con i più giovani a Levi e a proporgli incontri con i ragazzi, ma nelle ultime tre lettere di questo carteggio si confrontano l’un l’altro in maniera più approfondita sulle reciproche esperienze. Bisogna aggiungere che, a cavallo tra gli anni settanta e gli anni ottanta, gli scambi epistolari tra Levi e Langbein avevano cominciato a diradarsi, forse anche a causa dell’impegno che i due, in territori diversi, stavano portando avanti. A maggior ragione, queste tre lettere finali costituiscono un buon consuntivo dei sentimenti contrastanti tra i due corrispondenti rispetto al come portare il proprio contributo ai giovani, e contengono forse la risposta alla domanda che ci si è posti all’inizio.
22 Marzo 1986 Langbein a Levi: «Sto sistematicamente perdendo colpi: non scrivo più, […]. Come sempre, vado spesso nelle scuole; ogni volta che parlo con i giovani ho la sensazione di poter dare aiuto e consigli. E poiché mi è chiaro che anche questa attività finirà presto, sono riuscito a far registrare delle videocassette […] già in uso nelle scuole. Allego un breve prospetto degli incontri che, […], dimostra come qua e là continuo a prendere parola. Domani andrò a Dachau per un giorno. Vogliono costruire un centro internazionale per i giovani, e le autorità locali creano difficoltà. L’intervento di un comitato internazionale potrebbe aiutare.» (cfr. lettera 062)
28 Marzo 1986 Levi a Langbein: «No, un attimo di respiro non ci è concesso: i nostri doveri di figli si fanno sempre più pressanti, […]. Tu sei rimasto fedele al tuo passato e attivo, e continui ad andare nelle scuole; io devo confessare che non ho più voglia di farlo. Mi è sempre più difficile trovare un linguaggio comune con i giovani. Gli stanno a cuore (giustamente) questioni molto diverse, soprattutto la disoccupazione e le carenze dell’istruzione, mi chiedono se ho una fede religiosa e, in caso contrario, perché, e questo mi lascia sconcertato. Preferisco esprimermi per mezzo della scrittura. Ti auguro ogni bene. Cordialmente tuo, Primo.» (cfr. lettera 063).
10 Maggio 1986, Langbein a Levi: «Caro amico […]. Come ho già scritto, io non pubblico più – […] Non ho più le energie per farlo. Vado ancora nelle scuole, invece, e a quanto pare per me le cose vanno in modo diverso: nelle discussioni mi sento a mio agio (se sono condotte in modo intelligente, cosa che di solito accade). E nemmeno mi stancano. […] Domani andrò a Linz per partecipare a un altro seminario rivolto agli insegnanti. È già il sesto. […] Come puoi vedere dall’allegato è in corso anche il tentativo di creare a Dachau un centro internazionale destinato ai giovani.| Auguro ogni bene a te e ai tuoi, serene giornate estive e un felice nuovo incontro! |Con i miei saluti più cari, | Tuo Hermann.» (cfr. lettera 064).