di Simone Ghelli

Fonte Stadtverwaltung Erfurt.
La Topf und Söhne e i forni crematori di Auschwtiz

A partire dall’immediato secondo dopoguerra, la J.A. Topf und Söhne di Erfurt, in Turingia, divenne presto il simbolo della criminosa compromissione dell’industria tedesca con le politiche di sterminio del Terzo Reich. Fu infatti questa ditta ad aggiudicarsi, nel 1942, gli appalti per la costruzione dei forni crematori nei campi di concentramento di Auschwitz e Buchenwald.
Malgrado gli sforzi delle SS di distruggere le prove della «soluzione finale» facendo saltare i forni crematori e le camere a gas di Auschwitz, i soldati dell’Armata Rossa riuscirono comunque a rinvenire, dopo la liberazione del campo nel gennaio del 1945, la documentazione attestante il commissionamento alla «impresa Topf & Figli di Erfurt della costruzione di potenti forni crematori». Nell’aprile dello stesso anno, le truppe americane liberarono Buchenwald, premurandosi di filmare ciò che, increduli, trovarono all’interno del campo: non solo le masse di cadaveri e i corpi martoriati dei prigionieri, ma anche i forni crematori, sui quali campeggiava l’insegna «Maschinenfabrik J. A. Topf & Söhne».
A fronte dello scandalo che ne seguì sulla stampa e dei timori per le investigazioni degli Alleati, il proprietario Ludwig Topf tentò sin da subito di formulare una linea difensiva che lo scagionasse almeno dal «coinvolgimento ideologico» con il regime, sostenendo di non essere stato a conoscenza delle reali finalità dei forni crematori prodotti dalla sua azienda. Il peso schiacciante delle accuse a suo carico era però inequivocabile.
Ludwig Topf si tolse la vita il 31 maggio 1945 nella sua casa di Erfurt, poche ore prima dell’interrogatorio che avrebbe con tutta probabilità condotto al suo arresto e al processo per mano degli Alleati. Prima di ingerire il cianuro di potassio, acquistato in farmacia il giorno precedente, lasciò scritta una lettera; un’ultima pietistica arringa difensiva per rivendicare l’innocenza che la Storia non gli avrebbe mai concesso.

Se ho deciso di evitare l’arresto, è per questo motivo: credo che non ci sia più giustizia in questo mondo, dopo tutta l’ingiustizia e la malvagità che ho sperimentato per mano della mia famiglia e di tutti gli altri. Se vengo arrestato, mi colpirà una grave ingiustizia. Non ho mai fatto nulla di consapevolmente e deliberatamente malvagio, ma la gente ha agito in questo modo nei miei confronti. Non sono mai stato vigliacco – ma ero orgoglioso. Mettermi nelle mani di una potenza straniera è impossibile per me, perché ho imparato nel più crudo dei modi che non c’è più giustizia, non c’è più decenza in questo mondo.
Pertanto io, come uomo giusto, ora ho l’opportunità di disporre di me stesso come mi pare opportuno. Questo significa: lasciare questo mondo che è diventato generalmente insopportabile e che mi ha perseguitato ingiustamente.
Se avessi la certezza che la mia innocenza per il lavoro con i crematori – che è anche l’innocenza di mio fratello – venisse riconosciuta e rispettata, continuerei a lottare per i miei diritti, come ho fatto finora. Ma ho la convinzione che il popolo abbia bisogno di vittime. Preferisco quindi occuparmi personalmente della questione. Sono stato sempre un uomo colmo di dignità – l’esatto contrario di un nazista – il mondo intero lo sa.
Dopo la guerra, Erfurt si ritrovò nella zona di occupazione sovietica e, nel 1947, la Topf und Söhne venne statalizzata, divenendo la Topfwerke Erfurt VEB. Ernst Wolfgang Topf, fratello di Ludwig, riuscì nel frattempo a trasferisi in Germania Ovest, a Wiesbaden, nell’Assia, dove tentò di rilanciare l’azienda di famglia mantendone il nome. In un primo momento decise di proseguire la propria attività imprenditoriale nel settore dei crematori, ma l’ormai compromessa immagine pubblica della Topf & Figli lo obbligò a cambiare strategia, convertendo la produzione nella realizzazione di inceneritori per rifiuti.
Il susseguirsi di scandali e i continui processi, che non arrivarono mai a un giudizio definitivo, minarono sin dall’inizio le sorti del progetto di rilancio. Più gli studi e le indagini sullo sterminio proseguivano, più la Topf & Söhne legava indissolubilmente il proprio nome alla soluzione finale. L’impresa fallì nel marzo del 1963.
Levi, Galante Garrone e il brevetto n. 861.731

Fonte Archivio Storico La Stampa
Nei primi anni Sessanta, anche in Italia arrivano notizie di questa vicenda. A pagina 3 della «La Stampa» del 28 settembre 1961, Alessandro Galante Garrone firma I forni crematori della ditta Topf e figli. L’articolo dimostra quanto ampia e duratura sia stata la eco generata dal caso Topf in Europa.

Da una generazione all’altra, una mirabile continuità di accanimento nel lavoro, di genialità inventiva, di perfezionamenti tecnici, in un alacre ritmo che rende la produzione sempre più rapida ed economica; un’industria di massa, che inonda i mercati per i suoi prezzi imbattibili e la bontà dei suoi prodotto: è l’aspetto più appariscente del miracolo «tedesco».
Di questa fedeltà imperturbata al passato, di questa illimitata capacità di ripresa industriale che due guerre perdute e distruzioni e catastrofi senza pari non sono valse a soffocare, mi è capitato sott’occhio un esempio sorprendente. È il brevetto n. 861.731 (classe 24 d; gruppo I) della ditta J. A. Topf e Figli di Wiesbaden, pubblicato il 5 gennaio 1953 dall’Ufficio Brevetti della Repubblica Federale Tedesca. Si tratta di un’invenzione – o, per essere più esatti, di un perfezionamento inventivo – «concernente un procedimento e un dispositivo per la cremazione di salme, cadaveri, e parti di essi».
Sembrerà singolare, o addirittura sconcertante: ma questa stessa ditta (allora con sede a Erfurt) aveva legato il proprio nome a un fatto che, considerato dal punto di vista della produzione industriale di massa, è senza dubbio una delle imprese più gigantesche della storia contemporanea: la rapida eliminazione, nelle camere a gas e nei forni crematori, di milioni e milioni di esseri umani […].
La camera a gas doveva avere il suo necessario complemento in un efficientissimo forno crematorio: e per questo c’era la J. A. Topf di Erfurt. Era una ditta dal rispettabile passato: da diversi decenni produceva i fornelli per le cremazioni nei cimiteri protestanti. Si era fatto un buon nome, e aveva apportato ai suoi prodotti sempre nuovi ritocchi, tutti basati sul principio, praticissimo, di «recuperare» e utilizzare il calore proveniente dalla combustione stessa dei corpi.
La sua ora, la sua grande ora giunse nel 1942, con l’ordine di Himmler di affrettare la «soluzione finale» della questione ebraica. Ci sono ancora oggi, sui forni di Buchenwald, le targhette con il nome di questa ditta; non su quelli di Auschwitz-Birkenau, che sono stati fatti saltare dai tedeschi al momento di abbandonare i campi. Ma per Auschwitz esiste ancora parte della corrispondenza che i dirigenti della Topf scambiarono con le SS e il comando della polizia. Se ne ricava che la Topf era assillata dalla richiesta di allestire forni sempre piú grandi e piú perfetti; che, per la loro installazione e messa a punto, i tecnici e i collaudatori della Topf si recarono piú volte ad Auschwitz. Sapevano dunque, anche loro, a che servissero quei forni.
Forse quei dirigenti, per mettersi in pace la coscienza, si dicevano l’uno con l’altro che, in fondo, non erano loro a sterminare; loro apprestavano post mortem un’opera igienica, e, in un certo senso, salutare e pietosa; impedivano l’accumularsi dei cadaveri in decomposizione e l’ammorbarsi dell’aria; riducevano tutto a quintali di cenere, che le acque della Vistola inghiottivano. Ma le stesse insistenti sollecitazioni delle SS perché si facessero forni sempre piú «colossali», e si lavorasse a un ritmo vertiginoso (tanto che la ditta si indusse per questo a chiedere un aumento straordinario del 6% sul compenso pattuito), e, alla fine, lo studio e la messa in opera di un gigantesco «forno aperto», una fossa con una grande griglia su cui i cadaveri erano gettati a migliaia – uno spettacolo orrendo, che fece vacillare le ginocchia allo stesso Eichmann –, dovevano pure far capire che in tanto si poteva continuare a riempire, a getto continuo, le camere a gas, in quanto ci fosse la possibilità di incenerire i cadaveri con lo stesso ritmo allucinante di molte migliaia al giorno. Chi costruiva quei forni crematori sapeva dunque di concorrere, e in modo decisivo, a un’opera di sterminio.
Ma evidentemente per la ditta Topf quello che contava e che conta (ieri a Erfurt, oggi Wjesbaden) era ed è il solo amore dell’arte, il lavoro ben fatto e coscienzioso, i sempre migliori metodi produttivi e i buoni profitti industriali. Ed ecco perché, senza turbamenti di coscienza, essa ha fatto tesoro di quell’esperienza, e continua a perfezionarsi, mettendo in pratica il motto goethiano: sich überwinden, superarsi. Un nuovo brevetto si aggiunge, nel 1953, alla lunga catena.
A leggere le «rivendicazioni», con quel puntiglioso vanto di fare in fretta, e con un buon «ricupero» di calore e risparmio di spesa, e un quasi impercettibile residuo di cenere, c’è da rabbrividire, se si pensa dove e come la J. A. Topf e figli si sia tanto impratichita.
Ma diamine, cosa sono questi sentimentalismi da femminucce? I magistrati assolvono, o – come pare sia il caso della Topf – neppure aprono un giudizio; e i tedeschi preferiscono non ricordare, e scacciano il pensiero di Buchenwald e di Auschwitz come una mosca fastidiosa.
Nel progredire miracoloso della civiltà industriale, la Topf non vuole segnare il passo. Studia, per i suoi forni, dispositivi ancora piú rapidi ed economici. Non si sa mai, qualche grande moría, qualche bomba atomica potrebbe scoppiare da un momento all’altro. E si tratterà allora di fare, come ieri, immensamente piú grandi i forni di oggi, per l’igiene del mondo.
L’articolo di Galante Garrone è preciso e circostanziato, eppure non era stata sua l’idea di pubblicarlo, come racconterà lui stesso ventisei anni dopo. La sera del 21 maggio del 1987 si tenne al Tempio Israelitico di Torino una commemorazione di Primo Levi, scomparso poche settimane prima. In quell’occasione, Galante Garrone intervenne con un discorso, durante il quale tornò al suo articolo sulla Topf del 1961, rivelando un retroscena sino a quel momento sconosciuto ai più:
Nel 1961 [Primo Levi] venne a casa mia per farmi leggere il brevetto n. 861.731 [calsse 24 d; gruppo I) della già ricordata ditta J. A. Topf e Figli di Wiesbaden, pubblicato il 5 gennaio 1953 dall’Ufficio Brevetti della Repubblica Federale Tedesca […]
Non dimenticherò mai l’accento di repressa indignazione e d’implacabile ironia con cui Primo mi illustrava i documenti e i «precedenti» di quel raccapricciante e infame brevetto, invitandomi a scriverne su «La Stampa» (della quale a quel tempo egli non era ancora collaboratore). E se l’articolo che io scrissi di getto serba qualche pregio, è proprio per quel forte sentimento che Primo mi aveva instillato, suggerendomi gli argomenti polemici e quasi le parole di amaro e doloroso scherno.
Lo storico torinese racconterà nuovamente la vicenda anche in una lettera a Ezio Mauro apparsa su «La Repubblica» nel febbraio del 1997:
Caro direttore de la Repubblica, fino a pochi mesi fa direttore de La Stampa,la prego credermi: quell’ articolo non è mio, è di Primo. Ed è forse per questo che Augusto Monti, un mio grande e celebre amico (che prima era stato amico di mio padre), mi scrisse da Roma nello stesso giorno in cui esso comparve su La Stampa queste poche parole: “Caro Sandro, Caterina ha finito in questo momento (ore 20) di leggermi il tuo I forni ecc.: sento il bisogno di dirti subito – a parte quel che sottintendo in tema di politica interna ed estera – che tu stai divenendo uno ‘scrittore’ , un grande scrittore: iniziare un testo di fredda ironia così può essere facile ma condurlo per due colonne immutato, imperturbato, documentato, serrato, implacabile sino alla fine è impresa che esige un polso da gigante della penna. Permetti che ti faccia i miei complimenti e che ti abbracci. Tuo Monti”. Un comprensibile senso di pudore mi ha sempre impedito, fino ad oggi, di pubblicare queste parole. Lo faccio soltanto ora, dopo il suo invito a ricordare qualcosa di “personale” su Primo Levi. E se oggi mi sono lasciato andare a dissuggellare il piccolo segreto, è solo perché ho potuto spiegare che esse sono ben più sue chemie. Gli appartengono di pieno diritto. E’ ovvio che non basta scrivere per essere scrittore, e tanto meno un “grande scrittore”. A ciascuno il suo.
La Topf negli scritti di Primo Levi
Primo Levi menziona il nome della Topf per la prima volta in Monumento ad Auschwitz., articolo che comparve a pagina 3 della «La Stampa» del 18 luglio 1959.
Di ogni trasporto, un decimo in media veniva inoltrato ai campi di lavoro forzato; nove decimi (in cui erano compresi tutti i bambini, i vecchi e gli inabili, e la maggior parte delle donne) venivano immediatamente soppressi con un gas tossico originariamente destinato a liberare le stive dai topi. I loro corpi erano cremati in colossali impianti, appositamente costruiti dalla onesta ditta Topf e figli di Erfurt, a cui erano stati commissionati forni adatti ad incenerire 24000 cadaveri al giorno. Alla liberazione, si trovarono in Auschwitz sette tonnellate di capelli femminili.

Nella colonna di sinistra Monumento ad Auschwitz di Primo Levi.
Fonte Archivio Storico La Stampa
Due anni più tardi, il nome dell’azienda di Erfurt torna in Testimonianza per Eichmann, testo che Levi lesse la sera del 23 febbraio 1961 nel corso di una riunione su “Auschwitz e i campi di concentramento nazisti” (incontro al quale era presente anche Alessandro Galante Garrone) e che in aprile uscirà sulla rivista «Il Ponte».
La ditta Topf e figli, di Erfurt, costruzioni in ferro (ci sono ancora le targhette sui forni di Buchenwald: non su quelli di Auschwitz, che sono saltati) accetta l’ordinazione per un impianto di cremazione capace di distruggere 1000 cadaveri all’ora. L’impianto viene progettato, costruito, collaudato in presenza dell’ingegnere capo della ditta Topf e figli: entra in funzione all’inizio del 1943 e lavora a pieno ritmo fino all’ottobre 1944. Fate il conto.
È probabile che, sino a quel momento, una delle fonti più autorevoli da cui Levi potè trarre informazioni precise sulla Topf fosse Il nazismo e lo sterminio degli ebrei di Léon Poliakov, uscito per Einaudi nel 1955 e tradotto dalla sorella Anna Maria. Scrive Poliakov:
All’inizio del 1943 vennero solennemente inaugurati, alla presenza di autorità giunte appositamente da Berlino, i due primi crematori [della Ditta Topf & Figli di Erfurt], veri e propri capolavori di tecnica assolutamente nuova […].
Nei crematori vi erano in tutto quarantesi forni con una capacità globale di circa dodicimila cadaveri ogni ventiquattro ore […]. Le punte massime furono toccate nel maggio-giugno 1944, al momento della deportazione degli ebrei ungheresi, con un numero di dodicimila e quindicimila vittime al giorno. «Nel giugno 1944 si giunse alla cifra record di ventiduemila cremazioni in ventiquattro ore», scrive un testimone.
Nel 1960, Einaudi aveva inoltre pubblicato Comandante ad Auschwitz, il memoriale autobiografico scritto da Rudolf Höss prima di essere condannato a morte nel 1947. Qui la Topf è sì menzionata come ditta costruttrice dei forni crematori di Auschwitz, ma, come prevedibile, le cifre dello sterminio – e quindi delle cremazioni – risultano terribilmente stimate al ribasso («un po’ più di 9000 al giorno»).
All’inizio del 1961, esce in Germania il libro fotografico Hitler. Aufstieg Und Untergang Des Dritten Reiches di Robert Neumann e Helga Koppell. Il volume pubblica per la prima volta le immagini del brevetto n. 861.731 del 1953 con cui la Topf & Figli di Wiesbaden depositava un modello innovativo dei suoi forni crematori per il rilancio dell’azienda. In un opuscolo pubblicitario diramato dall’azienda proprio in quell’anno si legge: «Settantacinque anni di forni Topf, di prima qualità e frutto di una lunga esperienza».
Come ha sottolineato la storica Karen Bartlett in Gli architetti di Auschwitz del 2018:
[I processi non avevano] fatto nulla per dissuadere Ernst Wolfgang Topf dal cercare di ristabilire la sua attività nella Germania occidentale e lui stesso dichiarò che intendeva rifondare la Topf & Figli utilizzando un brevetto per il «processo e il dispositivo di incinerazione di corpi, carcasse e loro parti».
Questo brevetto non si basava, come talvolta è stato riportato, sulle tecniche utilizzate, o che avevano previsto di utilizzare, nei forni dei campi di concentramento. Ma il fatto stesso che una nuova società gestita da Ernst Wolfgang avesse l’intenzione di fare soldi con l’«incinerazione delle carcasse» ha indignato i sopravvissuti all’Olocausto e le famiglie delle vittime.

La pubblicazione delle riproduzioni dei brevetti ottiene immediatamente una eco internazionale ed è alquanto probabile che esse siano giunte nelle mani di Primo Levi proprio nelle settimane precedenti al suo incontro con Alessandro Galante Garrone. La descrizione presente nell’articolo di Garrone-Levi coincide infatti con quanto riportato nei documenti fotografici di Aufstieg Und Untergang Des Dritten Reiches.
Nel settembre del 1961, esce in Italia per la casa editrice Lerici il libro Il disonore dell’uomo del giornalista ed ex-prigioniero di Dachau Reimund Schnabel. Pubblicato in Germania con il titolo Macht ohne Moral nel 1957, il volume rese pubbliche due lettere tra la Topf e le SS di Mauthausen e Auschwitz, legando ulteriormente il nome della ditta a quello del nazismo. Lo scandalo generato fu tale da compromettere definitivamente i tentativi da parte della famiglia Topf di rilanciare la loro azienda a Wiesbaden.
È proprio il riferimento alla città di Wiesbaden ad attestare la conoscenza e il possesso da parte di Levi dei documenti pubblicati sul volume di Neumann e Koppell. Sino a Testimonianza per Eichmann del febbraio-aprile 1961, la Topf è infatti la «ditta di Erfurt». A partire dalla lettera che Levi scrive ai Coniugi L. di Amburgo nel 1962-1963, essa diviene «la Ditta Topf di Erfurt (oggi fiorente in Wiesbaden)».
Nella prefazione de I sommersi e i salvati del 1986, troviamo l’ultimo riferimento di Levi alla Topf. Come si vede, Levi non aveva avuto notizia della bancarotta che aveva colpito la società nel 1963.
L’ignoranza voluta e la paura hanno fatto tacere anche molti potenziali testimoni «civili» delle infamie dei Lager. Specialmente negli ultimi anni di guerra, i Lager costituivano un sistema esteso, complesso, e profondamente compenetrato con la vita quotidiana del paese; si è parlato con ragione di «univers concentrationnaire», ma non era un universo chiuso. Società industriali grandi e piccole, aziende agricole, fabbriche di armamenti, traevano profitto dalla mano d’opera pressoché gratuita fornita dai campi. Alcune sfruttavano i prigionieri senza pietà, accettando il principio disumano (ed anche stupido) delle SS, secondo cui un prigioniero ne valeva un altro, e se moriva di fatica poteva essere immediatamente sostituito; altre, poche, cercavano cautamente di alleviarne le pene. Altre industrie, o magari le stesse, ricavavano profitti dalle forniture ai Lager medesimi: legname, materiali per costruzione, il tessuto per l’uniforme a righe dei prigionieri, i vegetali essiccati per la zuppa, eccetera. Gli stessi forni crematori multipli erano stati progettati, costruiti, montati e collaudati da una ditta tedesca, la Topf di Wiesbaden (era tuttora attiva fin verso il 1975 [sic!, N.d.A]: costruiva crematori per uso civile, e non aveva ritenuto opportuno apportare mutamenti alla sua ragione sociale). È difficile pensare che il personale di queste imprese non si rendesse conto del significato espresso dalla qualità o dalla quantità delle merci e degli impianti che venivano commissionati dai comandi SS.
«La Topf di Wiesbaden» sarà sempre per Levi l’emblema della spietata sete di profitto che alimentò il rinnovato sistema schiavistico dei Lager nazisti. Il brevetto 861.731 non è altro che la prova dell’incapacità di ravvedimento di coloro che si compromisero non per paura, non per cecità, ma per calcolo.
«Un nemico che si ravvede ha cessato di essere un nemico», scrive Levi nell’Appendice all’edizione scolastica di Se questo è un uomo del 1976. Malgrado tutti i suoi sforzi di sottrarsi impunemente al proprio passato, la Topf & Figli rimarrà per sempre la ditta dei forni crematori di Auschwitz.

Fonte R. Schnabel, Il disonore dell’uomo, Lerici, Milano 1961, p. 185.
Riferimenti e bibliografia
L’articolo I forni crematori della ditta Topf e figli di Alessandro Galante Garrone è stato incluso per la prima volta in volume nella raccolta A. Galante Garrone, Amalek. Il dovere della memoria, Rizzoli, Milano 1989, pp. 14-17. Il saggio è ora disponibile in A. Galante Garrone, Per L’uguaglianza e la libertà, a cura di P. Borgna, F. Campobello e M. Vogliotti Einadui, Torino 2023, pp. 236-239.
Le informazioni sulla storia della ditta Topf & Figli e le vicende processuali post-belliche sono tratte da K. Bartlett, Gli architetti di Auschwitz, Newton Compton, Roma 2018.
Il discorso commemorativo del 1986 di Galante Garrone è stato raccolto come Il grido di Primo Levi in Id. Amalek. Il dovere della memoria, op. cit., pp. 159-173.
A. Galante Garrone, Quando Primo mi parlò di un brevetto sulla morte, in «La Repubblica», 7 febbraio 1997.
R. Höss, Comandante ad Auschwitz, Einaudi, Torino 1960, pp. 193-194 (Appendice I: La «soluzione finale della questione ebraica» nel campo di Auschwit).
P. Levi, Monumento ad Auschwitz (1959), in OC II, pp. 1294-1296O.
P. Levi, Testimonianza per Eichmann (1961), in OC II, pp. 1312-1316.
P. Levi, Appendice all’edizione scolastica di “Se questo è un uomo” (1976), in OC I, p. 282.
P. Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino 1986. Il brano della Prefazione qui citato riprende quanto gà scritto da Levi nel testo preparato in vista di un suo intervento alla riunione delle Comunità israelitiche italiane del 1982. Come ricostruito da Domenico Scarpa, Levi disdì la sua partecipazione «per motivi di opportunità, in seguito all’invasione del Libano da parte delle truppe israeliane e alle posizioni da lui assunte in merito» (D. Scarpa, Bibliografia Primo Levi, ovvero Il primo Atlante, Einaudi, Torino 2022, p. 95). Nel 1987, il saggio verrà pubblicato con il titolo Il difficile cammino della verità nel volume a cura di Guido Lopez Se non lui, chi (Centro di cultura ebraica della Comunità israelitica di Roma). Ora in OC II, pp. 1688-1694.
R. Neumann e H. Koppell, Aufstieg Und Untergang Des Dritten Reiches , Verlag Kurt Desch, München 1961.
L. Poliakov, Il nazismo e lo sterminio degli Ebrei, Einaudi, Torino 1955, pp. 265-266.
R. Schnabel, Il disonore dell’uomo. Documenti delle SS, Lerici, Milano 1961.



