163. Primo Levi a Ella Schieber, 16 giugno 1962

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Nota al testo


Levi si dice grato di questa lettera e ringrazia per i disegni ricevuti, che gli suscitano forte impressione. Sollecita inoltre Schieber a scrivergli ancora se questo può aiutarla ad alleviare l’angoscia del passato.  

16 giugno 1962

 

Gent. Signora
Ella Schieber
HAIFA – Ramat-Shaul n°42
ISRAEL

 

Gentile Signora Schieber, 

mi vorrà scusare se Le scrivo in italiano (non potrei scriverLe in tedesco senza molti errori) e se Le scrivo così tardi: la Sua lettera del 9 maggio, indirizzata all’Editore Einaudi mi è pervenuta con molto ritardo, pochi giorni prima che io partissi per un[1] viaggio all’estero da cui sono tornato da poco.

Le sono grato di avermi scritto, e di avere trovato nel mio libro cose e sentimenti che Le erano famigliari. Per contro, mi ha stupito e addolorato quanto Ella mi dice, che non ha trovato pace, che i sogni di Auschwitz La perseguitano ancora. Vorrei portarle aiuto, ma non so come, conosco troppo poco di Lei. Neppure io ho dimenticato nulla (e chi potrebbe dimenticare?), ma da molti anni, e proprio da quando ho terminato di scrivere, ho cessato di soffrire. Forse è effetto del vivere in Italia, dove tutto, il male e il bene, tende e svaporare presto. O forse è perché lavoro molto, e ho poco tempo per pensare; o ancora, è proprio per avere scritto tutto, per avere raccontato le cose di Auschwitz a migliaia di persone.

La ringrazio anche dei disegni:[2] sono molto belli e terribilmente evocativi (quel vagone!): tanto che ho avuto l’impressione di conoscerli già. O forse li ho già veramente visti, riprodotti in qualche giornale o rivista?

Desidererei molto venire in Israele, e profittare del Suo gentile invito: ma per qualche anno non potremo, perché abbiamo un bambino ancora troppo piccolo per un viaggio così lungo.

Mi scriva ancora, se ne ha desiderio e se Le può servire. Le invio per intanto i saluti più affettuosi, e auguri di ogni bene

 

16 giugno 1962

 

Gent. Signora
Ella Schieber
HAIFA – Ramat-Shaul n°42
ISRAEL

 

Gentile Signora Schieber, 

mi vorrà scusare se Le scrivo in italiano (non potrei scriverLe in tedesco senza molti errori) e se Le scrivo così tardi: la Sua lettera del 9 maggio, indirizzata all’Editore Einaudi mi è pervenuta con molto ritardo, pochi giorni prima che io partissi per un[1] viaggio all’estero da cui sono tornato da poco.

Le sono grato di avermi scritto, e di avere trovato nel mio libro cose e sentimenti che Le erano famigliari. Per contro, mi ha stupito e addolorato quanto Ella mi dice, che non ha trovato pace, che i sogni di Auschwitz La perseguitano ancora. Vorrei portarle aiuto, ma non so come, conosco troppo poco di Lei. Neppure io ho dimenticato nulla (e chi potrebbe dimenticare?), ma da molti anni, e proprio da quando ho terminato di scrivere, ho cessato di soffrire. Forse è effetto del vivere in Italia, dove tutto, il male e il bene, tende e svaporare presto. O forse è perché lavoro molto, e ho poco tempo per pensare; o ancora, è proprio per avere scritto tutto, per avere raccontato le cose di Auschwitz a migliaia di persone.

La ringrazio anche dei disegni:[2] sono molto belli e terribilmente evocativi (quel vagone!): tanto che ho avuto l’impressione di conoscerli già. O forse li ho già veramente visti, riprodotti in qualche giornale o rivista?

Desidererei molto venire in Israele, e profittare del Suo gentile invito: ma per qualche anno non potremo, perché abbiamo un bambino ancora troppo piccolo per un viaggio così lungo.

Mi scriva ancora, se ne ha desiderio e se Le può servire. Le invio per intanto i saluti più affettuosi, e auguri di ogni bene

 

16 giugno 1962

 

Gent. Signora
Ella Schieber
HAIFA – Ramat-Shaul n°42
ISRAEL

 

Gentile Signora Schieber, 

mi vorrà scusare se Le scrivo in italiano (non potrei scriverLe in tedesco senza molti errori) e se Le scrivo così tardi: la Sua lettera del 9 maggio, indirizzata all’Editore Einaudi mi è pervenuta con molto ritardo, pochi giorni prima che io partissi per un[1] viaggio all’estero da cui sono tornato da poco.

Le sono grato di avermi scritto, e di avere trovato nel mio libro cose e sentimenti che Le erano famigliari. Per contro, mi ha stupito e addolorato quanto Ella mi dice, che non ha trovato pace, che i sogni di Auschwitz La perseguitano ancora. Vorrei portarle aiuto, ma non so come, conosco troppo poco di Lei. Neppure io ho dimenticato nulla (e chi potrebbe dimenticare?), ma da molti anni, e proprio da quando ho terminato di scrivere, ho cessato di soffrire. Forse è effetto del vivere in Italia, dove tutto, il male e il bene, tende e svaporare presto. O forse è perché lavoro molto, e ho poco tempo per pensare; o ancora, è proprio per avere scritto tutto, per avere raccontato le cose di Auschwitz a migliaia di persone.

La ringrazio anche dei disegni:[2] sono molto belli e terribilmente evocativi (quel vagone!): tanto che ho avuto l’impressione di conoscerli già. O forse li ho già veramente visti, riprodotti in qualche giornale o rivista?

Desidererei molto venire in Israele, e profittare del Suo gentile invito: ma per qualche anno non potremo, perché abbiamo un bambino ancora troppo piccolo per un viaggio così lungo.

Mi scriva ancora, se ne ha desiderio e se Le può servire. Le invio per intanto i saluti più affettuosi, e auguri di ogni bene

 

16 giugno 1962

 

Gent. Signora
Ella Schieber
HAIFA – Ramat-Shaul n°42
ISRAEL

 

Gentile Signora Schieber, 

mi vorrà scusare se Le scrivo in italiano (non potrei scriverLe in tedesco senza molti errori) e se Le scrivo così tardi: la Sua lettera del 9 maggio, indirizzata all’Editore Einaudi mi è pervenuta con molto ritardo, pochi giorni prima che io partissi per un[1] viaggio all’estero da cui sono tornato da poco.

Le sono grato di avermi scritto, e di avere trovato nel mio libro cose e sentimenti che Le erano famigliari. Per contro, mi ha stupito e addolorato quanto Ella mi dice, che non ha trovato pace, che i sogni di Auschwitz La perseguitano ancora. Vorrei portarle aiuto, ma non so come, conosco troppo poco di Lei. Neppure io ho dimenticato nulla (e chi potrebbe dimenticare?), ma da molti anni, e proprio da quando ho terminato di scrivere, ho cessato di soffrire. Forse è effetto del vivere in Italia, dove tutto, il male e il bene, tende e svaporare presto. O forse è perché lavoro molto, e ho poco tempo per pensare; o ancora, è proprio per avere scritto tutto, per avere raccontato le cose di Auschwitz a migliaia di persone.

La ringrazio anche dei disegni:[2] sono molto belli e terribilmente evocativi (quel vagone!): tanto che ho avuto l’impressione di conoscerli già. O forse li ho già veramente visti, riprodotti in qualche giornale o rivista?

Desidererei molto venire in Israele, e profittare del Suo gentile invito: ma per qualche anno non potremo, perché abbiamo un bambino ancora troppo piccolo per un viaggio così lungo.

Mi scriva ancora, se ne ha desiderio e se Le può servire. Le invio per intanto i saluti più affettuosi, e auguri di ogni bene

 


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