La traduzione di “Se questo è un uomo” in inglese

di Irene Lucchese

Nel 1958, immediatamente dopo il successo ottenuto dalla sua ripubblicazione presso l’editore Einaudi, Se questo è un uomo attirò l’attenzione di intellettuali e traduttori oltralpe.

Prima pagina del manoscritto del capitolo “Storia di dieci giorni” inviato da Primo Levi alla cugina Anna Yona Foa nel 1946. Fonte United States Holocaust Memorial Museum.

Primo Levi accolse l’idea di essere tradotto con un misto di entusiasmo e scetticismo: avendo egli stesso indossato le vesti del traduttore, percepiva la traduzione come un cambiavalute, per cui a ogni traduzione è connessa una perdita inevitabile (OC II, pp. 886-890). Ma, in questo caso, la perdita non avrebbe superato il guadagno: «Considerate se questo è un uomo», e non «Considerate se questo è l’uomo, bianco, caucasico, italiano, torinese». Questo per dire che, per via del valore universalistico del libro, possiamo supporre che nella mente dell’autore, fin dal suo concepimento, fosse presente la volontà di tradurre il proprio testo ai fini di una fruizione più ampia. La storia delle traduzioni anglo-americane di Se questo è un uomo è dunque precoce, e addirittura precede, seppure di poco, quella delle edizioni italiane.

Nel 1946 Primo Levi inviò, infatti, i primi dieci capitoli del libro alla cugina Ana Yona Foa, emigrata negli anni Quaranta negli Stati Uniti per sfuggire alle persecuzioni razziali. Dell’embrionale Se questo è un uomo, Foa scelse un sample e lo inviò a una casa editrice di Boston, la Little, Brown & Company. Tuttavia, seguendo una tendenza che si sarebbe poi replicata anche con alcuni editori italiani, il manoscritto venne respinto poiché si riteneva che il mercato americano non fosse sufficientemente interessato alla letteratura testimoniale sull’Olocausto. Ma Anna Yona non fu l’unica donna in America a ricevere il dattiloscritto di Levi: nel frattempo, a Chicago, anche Laura Capon, moglie dello scienziato e premio Nobel Enrico Fermi, tentò di internazionalizzare il testo di Levi, anche se volse in inglese solo due dei sedici capitoli totali (OC I, p. 1456).

Bisognerà aspettare il 1959 affinché la prima traduzione inglese di Se questo è un uomo veda la luce, in parte grazie ad una fortuita coincidenza. In quegli stessi anni, infatti, Primo Levi aveva conosciuto Stuart Woolf , poi divenuto traduttore di fama mondiale e professore di Storia Contemporanea all’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Nel 1956 Woolf era un brillante dottorando presso l’Università di Oxford e, in qualità di ricercatore, si trovava a Torino per condurre degli studi sull’aristocrazia nel Piemonte prerisorgimentale. Qui conobbe Anna De Benedetti, sua futura moglie, madre della loro unica figlia, Deborah Clare Woolf, e nipote di Leonardo De Benedetti (quel carissimo «Nardo»con il quale Levi aveva fatto il viaggio di ritorno da Auschwitz). Fu, quindi, proprio al civico 75 di Corso Re Umberto che prese vita una fruttuosa collaborazione tra l’autore di Se questo è un uomo e il suo primo traduttore inglese ufficiale. Come raccontato dallo stesso Woolf in Tradurre Primo Levi, uscito nel novembre 2009 su «Belfagor», i due si incontrarono due volte a settimana, ogni martedì e giovedì, per oltre un anno. Per questo motivo, ad oggi non si possiede alcuna corrispondenza che tenga traccia del processo della traduzione, ma è evidente come l’assiduità dei loro incontri testimoni l’attenzione e la fiducia che entrambi riponevano in questo lavoro. 

Sul finire del 1959, If this is a man venne finalmente pubblicato presso la Orion Press, una piccola casa editrice di New York che aveva aperto una filiale a Firenze. Nel mercato britannico, il volume fu distribuito in parallelo da André Deusch (Londra).

Copertina dell’edizione statunitense di If this is a Man per Orion Press (1959).
Copertina dell’edizione brittannica di If this is a Man per l’editore André Deutsch (1959)

Va detto però che, tanto negli Stati Uniti quanto in Gran Bretagna, questa prima edizione di If This Is a Man uscì senza la Prefazione e senza la poesia-epigrafe. Woolf, che nel frattempo metteva le mani nella traduzione de La Tregua, al termine della loro collaborazione confessò a Levi di non sentirsi in grado di rendere giustizia al potente poema introduttivo. L’autore, allora, rassicurò Woolf, offrendo lui stesso una versione del componimento. È Wolff stesso a rievocare questa vicenda:

Quando, alla fine della nostra collaborazione, gli spiegai di non essere in grado di tradurre il suo poema introduttivo, tanto potente ed essenziale, Primo mi rassicurò e lo tradusse lui.

S. Woolf, Tradurre Primo Levi, in «Belfagor», vol. 64, n. 6, 2009, p. 702.
Copertina di Survival in Auschwitz per l’editore statunitense Collier. La citazione promozionale recita: «Una toccante testimonianza delle reazioni di un uomo di straordinaria sensibilità e intelligenza alla vita nell’inferno»

Purtroppo, questa auto-traduzione leviana non è mai stata reperita.

Ciò che più temeva Primo Levi – la manipolazione editoriale che fino a quel momento era riuscito ad arginare lavorando a quattro mani alla traduzione  – investì la sua opera appena due anni dopo. Nel 1961 la traduzione di Woolf venne ristampata presso l’editore Collier (ancora a New York), che ne cambiò il titolo: in luogo del letteralissimo If this is a man, che era chiaramente frutto della volontà autoriale perché vi si conservano tutte le sfumature del titolo italiano, l’industria editoriale statunitense optò per Survival in Auschwitz. The Nazi hassault on Humanity. Una scelta, questa, certamente spregiudicata, ma al tempo stesso efficace sotto il profilo commerciale: il libro dell’ormai celebre testimone italiano andava anzitutto venduto, e in secondo luogo compreso. E bastarono due parole per assicurare un maggior guadagno: «Survival»e «Auschwitz».  Quello che fece Collier, insomma, fu conferire al libro una torsione che in realtà questo libro non possiede, suggerendo ai lettori americani uno schema narrativo ben noto (quindi riconoscibile e vendibile), ovvero quello dell’eroe che spezza le catene della prigionia e riesce a rifuggire il suo tragico destino. Tuttavia, questa idea di un lieto fine, implicita nel titolo americano, è un fraintendimento del senso più profondo dell’opera. Se questo è un uomo non è il racconto di una liberazione né di una vittoria, perché nella sopravvivenza dai Lager non c’è una reale salvezza. La tragedia c’è stata e il trauma e l’abisso etico del campo di concentramento non si cancellano con la semplice uscita fisica dal campo. In tal senso, il titolo dubitativo, If This is a Man, è da ritenere molto più centrato.

Negli anni ’80, grazie soprattutto alla spinta data dalla traduzione de Il sistema periodico (The Periodic Table, Schocken Books, New York, 1984), sia negli Stati Uniti che in Inghilterra sono pubblicate edizioni congiunte dei suoi due libri memorialistici, includendo in essi anche l’appendice. In particolare, escono Survival in Auschwitz and The Reawakening: Two Memoirs (Summit Books, New York, [gennaio] 1986) e If This Is a Man; The Truce (Abacus, Londra, 1987). Per entrambe le edizioni, la traduzione è curata da Ruth Feldman, meglio conosciuta per aver tradotto le poesie dell’autore.

Il culmine della storia editoriale delle traduzioni inglesi di Se questo è un uomo è la pubblicazione nel 2015 di The Complete Works of Primo Levi, un cofanetto di tre volumi realizzato dalla Norton-Liveright di New York con la collaborazione del Centro Internazionale di Studi Primo Levi di Torino. Questa edizione monumentale, un unicum nel panorama editoriale americano, oltre a riproporre la traduzione di Se questo è un uomo di Woolf, rappresenta il segno della piena assimilazione di Levi nel canone della letteratura angloamericana e mondiale.

Copertina dei Complete Works di Primo Levi per Norton-Liveright (2015).

Bibliografia

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