Dipinto della Friedrich Schiller Schule nel 1920. Fonte Stadtverwaltung Flöha
Renate Martin nasce l’8 aprile 1924 a Flöha. Suo padre, Albin Windisch, era insegnante; sua madre, Gertrud Windisch, non lavorava.
Frequenta la scuola elementare “Friedrich Schiller” di Flöha dal 1930 al 1934. Successivamente, nella vicina Chemnitz, si iscrive a una scuola superiore femminile, dove nel 1942 consegue il diploma in economia domestica (hauswirtschaftliches Abitur).
Dopo il diploma, Martin svolge, come tutti i giovani tedeschi durante il Terzo Reich, un anno e mezzo di servizio obbligatorio del lavoro (il Reichsarbeitsdienst fu istituito nel 1935), durante il quale viene impiegata anche in mansioni di assistenza bellica. Terminato il Reichsarbeitsdienst, lavora come disegnatrice tecnica nella fabbrica di motociclette di Zschopau e, nel, 1945, presso la manifattura di artigianato artistico Wendt & Kühn.
Dopo il conflitto, la città di Flöha si ritrova all’interno della zona di occupazione tedesca. In quanto insegnante, il padre di Martin, Albin Windisch, viene licenziato, essendo stato in precedenza membro del NSDAP. Durante il Terzo Reich, l’iscrizione al partito era di fatto un requisito obbligatorio in molti settori professionali, tra i quali ovviamente quello dell'istruzione. Nel 1946, il vuoto occupazionale generato dai licenziamenti, permise a Renate Martin, di trovare lavoro come insegnate (Neulehrerin), sebbene fosse appunto priva di una formazione specifica.
Renate Martin nel 1944 ca. Gentile concessione di Johannes Martin
Nel 1948 si trasferisce a Niederwiesa, dove insegna in una scuola. Qui incontra Eberhard Martin, con il quale si sposa il 5 agosto del 1950.
L’8 agosto 1952 nasce il figlio Johannes. Tre anni dopo, il 4 marzo 1955, nasce la figlia Ruth. A seguito della seconda gravidanza, le aritmie cardiache di cui aveva sofferto sin da giovane diventano sempre più frequenti, costringendo Renate Martin a lasciare l’insegnamento.
La situazione, di per sé già delicata, si aggrava quando, a luglio del 1955, il padre Albin si ritrova costretto a fuggire nella Repubblica Federale a seguito del suo rifiuto di collaborare come informatore della Stasi, il Ministero per la sicurezza dello Stato (Ministerium für Staatssicherheit) della Repubblica Democratica Tedesca. Poco dopo, anche la madre lo raggiunge. I due si stabiliranno infine a Heidelberg.
Una cartolina di Flöha all'epoca della DDR. Fonte DDR Postkarten Museum
Negli anni successivi, la salute di Martin migliora fortunatamente, ma l’aggravarsi della cardiopatia le impedisce di tornare al lavoro.
Nel 1967 muore la madre Gertrud; l’anno seguente il padre torna nella DDR, dove vive con Renate e Eberhard Martin nella loro casa di Flöha fino al 1970, anno della sua morte.
Renate Martin muore il 29 gennaio 2007 a causa di un ictus.
Un ricordo di mia madre Renate, lettrice di Primo Levi
di Johannes Martin
Ricordo che mia madre lesse il libro di Primo Levi “Se questo è un uomo”. All’epoca ne rimase molto scossa. Purtroppo ho dimenticato ciò che allora mi raccontò a riguardo. Anche mia sorella Ruth Lange conserva solo questi pochi ricordi.
Già da bambina, mia madre provava sempre molta compassione per le persone che si trovavano in difficoltà. Nella sua piccola città natale, Flöha, c’erano allora ancora molti mendicanti che chiedevano soldi o qualcosa da mangiare per strada o anche alla porta di casa. Molti uomini erano disoccupati. Questo la angosciava profondamente.
La situazione cambiò dopo la presa del potere da parte di Hitler. Probabilmente dopo l’incendio del Reichstag, mia madre venne a sapere che un comunista che abitava nello stesso edificio era stato portato via dai nazisti. Dopo alcuni giorni egli tornò e mia madre gli chiese che cosa gli fosse accaduto. Lui le spiegò che i nazisti avevano parlato con lui e gli avevano illustrato ciò che intendevano fare, e che ora aveva capito che si trattava di una buona cosa (in realtà lui e gli altri comunisti di Flöha erano stati picchiati in una palestra). Mia madre allora pensò: se persino lui lo dice, allora sarà vero.
A Flöha non c’erano ebrei; a Chemnitz probabilmente non molti di più.
Quando mia madre frequentava la scuola superiore femminile a Chemnitz, per un certo periodo fu compagna di banco di una studentessa ebrea. Nel 1937, se non ricordo male, l’insegnante disse a mia madre che doveva spostarsi e non sedere più vicino all’ebrea. Se ne dispiacque profondamente e quando lo raccontò alla sua vicina ebrea, questa non disse una parola. Cambiò posto e poco tempo dopo (mia sorella crede siano passati passati nemmeno tre giorni) la ragazza ebrea non venne più a scuola. Non molto tempo dopo scomparve anche l’altra ebrea di quella classe
Possiamo solo sperare che siano riuscite a fuggire dalla Germania in tempo.
Dettaglio della lettera di Renate Martin del 23 febbraio 1972 in cui racconta a Primo Levi la vicenda delle sue compagne di classe ebree.
Mio padre proveniva da Chemnitz ed era entrato in contatto con gli ebrei già in precedenza. In un ospedale di Chemnitz nacque casualmente lo stesso giorno e nella stessa stanza di una bambina ebrea. In questo modo sua madre e la madre della bambina ebrea si conobbero e divennero poi amiche.
Quando nel 1937 tutti gli ebrei in Germania furono costretti a portare la stella gialla, questa famiglia ebrea volle lasciare rapidamente la Germania. La fuga doveva avvenire in treno da Chemnitz, via Dresda, fino a Praga. Tuttavia, avevano paura di essere riconosciuti e arrestati una volta arrivati alla stazione centrale di Chemnitz. Per questo motivo, camminarono insieme ai miei nonni e a mio padre da Chemnitz fino al paese vicino, Niederwiesa (a due stazioni ferroviarie da Chemnitz in direzione di Dresda). Alla stazione di Niederwiesa si salutarono e non si videro mai più.
Nel pieno della Seconda guerra mondiale mia nonna ricevette una lettera da Montevideo. Quella famiglia ebrea era riuscita a salvarsi.
Riferimenti e bibliografia
Le informazioni sulla vita di Renate Martin e la sua famiglia sono stato generosamente condivise da Johannes Martin.
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Carteggi
Lo scambio epistolare tra Renate Martin e Primo Levi si compone di quattro lettere, tre di Martin e una di Primo Levi. La corrispondenza si svolge tra il novembre del 1971 e il febbraio del 1972.
Il contatto con il figlio di Renate Martin, Johannes Martin, ci ha permesso di approfondire alcune questioni.
Nella lettera 152, Renate Martin fa riferimento al suocero che avrebbe avuto un destino simile a quello di Primo Levi. Sempre in questa lettera, racconta che Ist da Ein Mensch? le fu dato da un’amica. A queste nostre domande, Johannes Martin ha risposto con un racconto che riproponiamo di seguito:
Dalla fine del 1941 fino alla fine della guerra, mio nonno [il suocero di Renate Martin] fu impiegato sul fronte orientale come autista e barelliere. In seguito, in Austria, cadde prigioniero degli americani. Nel giugno 1945 fuggì insieme ad altri due prigionieri: volevano andare a piedi da Linz a Chemnitz. Dopo una settimana di marcia furono scoperti a nord-est di Ratisbona da un aereo americano in volo radente, furono catturati e consegnati all’Armata Sovietica. Furono portati in un campo di prigionia a Salechard, alla foce del fiume Ob.
Lì i prigionieri dovevano estrarre la torba. Mio nonno non si è mai lamentato delle guardie russe, ma chi non raggiungeva gli obiettivi di lavoro stabiliti riceveva meno cibo (ovvero meno zuppa). I prigionieri dormivano in baracche, sul pavimento, in inverno con tute imbottite. Con temperature esterne di –40 gradi Celsius, di notte i prigionieri gelavano attaccati al pavimento e al mattino dovevano staccarsi con fatica.
Nell’estate del 1946, dei 3000 prigionieri iniziali ne erano rimasti in vita circa 900. Mio nonno, a 45 anni, era il più anziano e non sarebbe sopravvissuto ancora a lungo. A causa della malnutrizione aveva perso tutti i denti, il suo viso era gonfio per la ritenzione idrica. Fu a quel punto lui e altri 19 prigionieri furono rilasciati.
Sei prigionieri di Chemnitz o dei dintorni chiesero a mio nonno di informare i loro familiari che erano ancora vivi, e mio nonno lo fece: incontrò tutti i parenti. Se anche quei sei prigionieri fossero stati liberati, forse avrebbero voluto andare a trovarlo; ma nessuno gli fece mai visita. Credo che solo pochissimi siano sopravvissuti a quella prigionia.
Dopo il 1955 mia madre era malata [di cuore] e molto debole. La signora Neumann, per diversi anni, puliva ogni due settimane le scale davanti al nostro appartamento per pochi soldi. Viveva insieme alla signora Breuer in un piccolo appartamento non lontano da noi. Entrambe queste donne, così come i loro mariti, prima della Seconda guerra mondiale appartenevano alla comunità religiosa dei Testimoni di Geova. Durante la guerra i due uomini furono chiamati al servizio militare, ma i Testimoni di Geova avevano l’obbligo religioso di rifiutare il servizio, rischiando in questo modo la pena di morte. Per questo motivo, entrambi lasciarono la loro comunità religiosa, divennero soldati e non sopravvissero alla guerra.
Entrambe le donne rimasero Testimoni di Geova e furono deportate nei campi di concentramento: la signora Neumann a Bergen-Belsen, la signora Breuer ad Auschwitz. È certo che la signora Neumann raccontò anche molte cose sui campi di concentramento a mia madre. Forse le prestò anche per alcune settimane il libro di Primo Levi. All’epoca mia madre non mi raccontò molti dettagli.
La signora Breuer probabilmente sfuggì alla morte per poco. Quando l’Armata Rossa era ormai vicina ad Auschwitz, i prigionieri furono invitati con un pretesto a entrare in un edificio: sapevano benissimo che si trattava della camera a gas, e non entrarono. Furono minacciati, ma rimasero comunque fuori. Questo durò forse due ore, poi dovettero lasciare il campo per marciare verso un altro campo.