Ilse Jancovius

Biografia


di Riccardo Curcurù

L’infanzia e la giovinezza

Trafiletto su Leopold Jancovius in occasione del suo ottantesimo compleanno, comparso sul Goldberg-Haynauer Heimat-Nachrichten (“Goldberg-Haynauer Notizie locali”) del 15 marzo 1958, mensile degli abitanti tedeschi espulsi dal distretto della Slesia di Goldberg-Haynau.

 Ilse Jancovius nasce nel giugno 1926 a Nieder Schellendorf, piccolo paese rurale sito nella Bassa Slesia tedesca (oggi Dzwonów, in territorio polacco), unica figlia di un grande proprietario terriero della zona.

Il padre infatti, Leopold Jancovius, era nato nel 1878 nella tenuta fondiaria di Klein Räudchen (oggi Rudna Mała, in Polonia) da un’importante famiglia dell’aristocrazia terriera della Bassa Slesia. Formatosi come giurista, aveva lavorato come giudice assistente [Gerichtsassessor] presso il tribunale di Goldberg fino a quando, con la morte del fratello avvenuta nel 1905, assunse la gestione della tenuta di Nieder-Schellendorf.

La piccola Ilse cresce dunque accanto al padre Leopold e alla madre Elli Jancovius (da nubile Trierenberg) in condizioni particolarmente agiate. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale Ilse ha tredici anni, e con i genitori continua a vivere nella tenuta di Nieder Schellendorf. Soltanto nel 1945 la famiglia decide di abbandonare la propria residenza, probabilmente intimorita dall’ingresso dell’Armata rossa nella regione. Con la capitolazione della Germania i Jancovius fanno ritorno nella loro tenuta, ritrovandola tuttavia completamente saccheggiata.    

La famiglia vive perciò in condizioni di ristrettezza fino all’estate del ’46, quando, sulla base degli accordi stabiliti dalle potenze alleate durante la Conferenza di Postdam – in cui si decreta il passaggio della Bassa Slesia all’autorità territoriale polacca e l’espulsione della popolazione tedesca dal territorio – la famiglia Jancovius viene allontanata dai suoi luoghi di origine. 

«Ilse Jancovius, Sozialarbeiterin»

Espulsi dalla Bassa Slesia, i Jancovius si trasferiscono a Friburgo, in Germania Ovest. È da qui che nell’ottobre del 1963, otto mesi dopo la morte del padre Leopold, Ilse stabilisce un contatto con Primo Levi. Si tratta per lei di una sorta di impulso, come scrive:

«già durante la lettura del Suo libro mi sono sentita spinta dal dovere di scriverle».

Nel momento in cui si rivolge all’autore di Se questo è un uomo, la donna svolge la professione di assistente sociale [Sozialarbeiterin], qualifica che dattiloscrive in calce alla lettera accanto al proprio nome. A colpirla di più è ciò che nella sua lettera definisce «il “come”» del libro di Levi:    

Dettaglio della traduzione della lettera di Ilse Jancovius di pugno di Levi con gli interventi dell'autore. Fonte: Archivio privato Primo Levi.

«vorrei […] soltanto farLe sapere che quanto Lei scrive mi commuove e mi turba fortemente. Ed oltre al “che”, pure così sconvolgente per la quantità di pena che contiene […], è soprattutto il “come” del Suo libro che suscita in me stupore ed ammirazione. Che Lei abbia potuto far sì che dai suoi scritti non trapeli odio irremissibile contro noi tedeschi, come pure sarebbe comprensibile, è veramente come un miracolo, e ci deve indurre a vergogna».

Nel giugno del 1977 Ilse Jancovius sposa l’ingegnere meccanico Helmut Paul Mohn, con il quale un mese dopo si trasferisce a Heidenheim, e qui risiedono almeno fino al 2004.

«I.J., di Stoccarda»

Stralci della lettera di Ilse Jancovius e della relativa risposta di Levi figurano nel capitolo «Lettere di tedeschi» dei Sommersi e i salvati, dove l'autore eccezionalmente mantiene l’indicazione corretta delle iniziali della corrispondente («I.J.») e della sua professione («assistente sociale»), cambiando soltanto il nome della città da cui scrive («Stoccarda» anziché Friburgo), cfr. OC II, p. 1264.

Tra le lettere originali e le versioni riportate più tardi nel volume del 1986 si riscontrano alcune differenze.

Relativamente alla lettera di Jancovius, l'autore interviene con lievi cambiamenti di natura esclusivamente formale rispetto alla traduzione qui pubblicata.

Interventi di natura più sostanziale si registrano invece nella versione della risposta riportata nei Sommersi.

Lettera inviata nel 1963Versione Sommersi 1986
Che io non provi odio verso i tedeschi, non dovrebbe stupire; in realtà io comprendo l’odio, anzi, in certa misura lo approvo, ma unicamente «ad personam». Non esiterei, se fossi un giudice, ad infliggere le pene più gravi, o la morte, ai molti colpevoli che ancora oggi vivono liberi in terra tedesca; ma avrei ad orrore che un solo innocente dovesse venire punito per una colpa non commessa. 
... che io non provi odio verso i tedeschi, stupisce molti, e non dovrebbe. In realtà, io comprendo l’odio, ma unicamente «ad personam». Se fossi un giudice, pur reprimendo l’odio che dovessi sentire in me, non esiterei ad infliggere le pene più gravi, o anche la morte, ai molti colpevoli che ancora oggi vivono indisturbati in terra tedesca, o in altri paesi di sospetta ospitalità; ma avrei orrore se un solo innocente dovesse essere punito per una colpa non commessa.

Riferimenti e bibliografia

Le notizie biografiche relative a Ilse Jancovius le ricaviamo dagli archivi comunali di Friburgo e di Heidenheim.

Le informazioni sul padre Leopold e sull’origine della famiglia sono tratte principalmente da: Johannes Grünewald, Zur Kirchengeschichte von Panthenau Kreis Goldberg (“La storia della chiesa di Panthenau Circondario di Goldberg”) in Gerhard Hultsch e Dietrich Meyer (a cura di), Jahrbuch für schlesische Kirchengeschichte. Neue Folge (“Annuario di storia ecclesiastica della Slesia. Nuova serie”) Band 63, Verlag „Unser Weg“, Lubecca 1984, in particolare p. 129; e da un trafiletto di giornale dal titolo: Leopold Jancovius 80 Jahre, in Goldberg-Haynauer Heimat-Nachrichten (“Goldberg-Haynauer Notizie locali”), 15 marzo 1958, p. 5: si tratta di un trafiletto pubblicato in occasione dell’ottantesimo anniversario della nascita di Leopold Jancovius sul mensile degli abitanti tedeschi espulsi dal distretto della Slesia di Goldberg-Haynau.

Sulla degermanizzazione della Slesia si vedano in particolare: Davide Artico, Terre riconquistate. De-germanizzazione e polonizzazione della Bassa Slesia dopo la seconda guerra mondiale, Edizioni dell’Orso, Alessandria 2006  (dello stesso autore è consultabile anche un breve articolo pubblicato sul portale della Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea, La degermanizzazione della Slesia dopo la II Guerra Mondiale, URL: https://www.sissco.it/la-degermanizzazione-della-slesia-dopo-la-ii-guerra-mondiale-684/); Cecilia Molesini, Frammenti di Heimat. Storia emotiva dei tedeschi espulsi dopo la Seconda guerra mondiale, Viella, Roma 2024; Alfred M. De Zayas, Nemesis at Potsdam. The Anglo-Americans and the Expulsion of the Germans. Background, Execution, Consequences (“Nemesi a Potsdam. Gli anglo-americani e l’espulsione dei tedeschi. Contesto, esecuzione, conseguenze”) Routledge & Kegan Paul, Londra 1977.

Bibliografia

Carteggi


Il carteggio tra Primo Levi e Ilse Jancovius si compone di due lettere, entrambe dattiloscritte, scambiate tra l’ottobre e il novembre del 1963. Nella sua del 22 ottobre, Jancovius precisa per prima cosa di scrivere all’autore perché «spinta dal dovere»: «non già che io possa dirLe qualcosa di molto spirituale, espresso in frasi eleganti; vorrei piuttosto e soltanto farLe sapere che quanto Lei scrive mi commuove e mi turba fortemente». La donna manifesta stupore per quanto Levi scrive nella Prefazione all’edizione tedesca di Se questo è uon uomo, cioè di non nutrire odio nei confronti dei tedeschi, e sottolinea un elemento che ritorna a più riprese nella corrispondenza tra Levi e i suoi lettori tedeschi dei primi anni Sessanta:

«Ci sono purtroppo fra noi ancora molti che rifiutano di credere che noi tedeschi veramente e realmente, abbiamo commesso tali disumani orrori contro il popolo ebreo».

Un ritratto a tinte fosche della Germania odierna, confermato, del resto, da quanto la donna scrive appena dopo: «per fare questo nella nostra “Germania dormiente” […] occorre un certo coraggio civile». Sono proprio queste frasi sul «coraggio civile» a colpire in modo particolare Levi:

 «Mi ha piuttosto stupito la Sua frase in cui Ella accenna al “Zivilcourage” necessario a fare leggere libri come il mio a certi tedeschi. Quali sono questi tedeschi? e quanti sono? quale peso hanno nella Germania di oggi? [...] se coraggio occorre, è un coraggio che è necessario avere: poiché la verità è la medicina di cui la Germania e il mondo hanno oggi più bisogno».

A Ilse Jancovius Levi risponde in data 1° novembre 1963 scusandosi, come suo costume nella corrispondenza con i lettori tedeschi, per l’uso della lingua italiana: «mi vorrà scusare se Le rispondo nella mia lingua: leggo il tedesco […] ma non sarei in grado di scrivere in modo corretto».

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