Gisela Buschmann

Biografia


di Simone Ghelli e Martina Mengoni

Gisela Buschmann: un profilo

Al momento, non è stato possibile rinvenire notizie precise sulla vita di Gisela Buschmann. Le richieste inviate all’archivio della città di Coblenza non hanno restituito sinora informazioni, per mezzo delle quali ricostruire la sua biografia.

Dalla lettera che Buschmann inviò a Primo Levi nel marzo del 1962, apprendiamo che, oltre a vivere ed essere cresciuta a Coblenza,  fu studente tra il 1932 e il 1945. Ciò ci permette di ipotizzare che sia nata attorno al 1926.

Raid aereo su Coblenza nel 1944.
Fonte Wikimedia Commons

Sempre dalla sua lettera emerge il profilo di una persona intellettualmente vivace, probabilmente abituata a intrattenere corrispondenze di questo tipo (scrive a macchina e su carta intestata).

Buschmann dichiara inoltre di essere non solo interessata all’ebraismo e la sua influenza nella cultura occidentale, ma anche di essere vicina alla comunità ebraica della sua città (la quale non ha saputo purtroppo fornirci dettagli a riguardo). 

La storia della comunità ebraica di Coblenza - della quale Buschmann fornisce un breve resonconto nella seconda lettera che invia a Primo Levi -  affonda le sue radici nel XII secolo, arrivando a contare circa 670 membri prima dell’inizio della persecuzione razziale nazista.

Il pogrom della Notte dei Cristalli del 1938 vide la distruzione dell’interno della sinagoga che, dalla metà dell'Ottocento, gli ebrei di Coblenza avevano costruito nel prestigioso palazzo del Bürresheimer Hof. Essendo circondato da case “ariane” - una testimonianza dell’integrazione ottenuta nei secoli -, l’edificio fu risparmiato dall’essere bruciato, destino che invece toccò a molte altre sinagoghe tedesche. A causa delle deportazioni e dello sterminio, la comunità ebraica di Coblenza fu completamente decimata e meno di una decina dei suoi membri riuscirono a tornare al termine del conflitto mondiale.

La sinagoga di Coblenza distruttra da um bombardamento nel 1944.
Fonte Stadtarchiv Koblenz.

Una recensione mancata

In una lettera al traduttore pubblicata nella prefazione al Suo libro esprime la speranza che questo susciti un’eco in Germania. Per questo motivo Le invio una recensione che ho scritto io.

Dettaglio della recensione di Gisela Buschmann. Fonte Archivio Privato Primo Levi

La peculiarità del carteggio di Gisela Buschmann è il testo della recensione di Ist das ein Mensch? che ella scrive non solo per presentare a Levi un resoconto della sua lettura, ma anche per rispondere concretamente alla speranza dell’autore di riuscire a diffondere quanto più possibile la sua testimonianza in Germania. 

Nella successiva lettera del maggio 1962, Bushman dichiara di aver tentato nel frattempo di pubblicare, senza successo, la sua recensione sul giornale locale, probabilmente il Rhein-Zeitung.

Il Suo libro, stimatissimo Dottore, si rivolge a una cerchia di lettori molto specifica. Credo però che la massa prenderà le distanze. E questo semplicemente perché è scomodo essere chiamati a ricordare crimini che si è finito per approvare.[4] Solo un grande quotidiano, dunque, potrebbe pubblicare una recensione del genere. Se non che, le testate più importanti hanno i loro collaboratori fissi per i temi letterari. Mentre io scrivo solo per piacere personale.

Le parole di Buschmann sono per Levi un'ulteriore conferma di quanto comunicatogli proprio in quei mesi da Cesare Cases, germanista di Einaudi, e Heinz Riedt, traduttore di Ist das ein Mensch?, e cioè che in Germania «i Taschenbücher [i tascabili] non vengono recensiti» dai grandi quotidiani.

Sebbene Buschmann dichiari di essere una scrittrice occasionale, la sua recensione risulta molto acuta, cogliendo dettagli e sfumature della testimonianza di Levi non immediatamente evidenti, specialmente per il pubblico dei lettori tedeschi.

Se questo è un uomo non è una semplice descrizione degli orrori subiti dagli ebrei sotto la dittatura hitleriana, né una requisitoria bramosa di vendetta contro l’ingiustizia. È diverso, in senso positivo, da molte altre testimonianze che, pur dettate da un odio legittimo, tendono a offrire un resoconto sensazionalistico delle atrocità compiute dalle SS. Piuttosto si tratta di un diario frammentario, scritto non per il solo scopo di denunciare, ma per un bisogno profondo di liberazione interiore. Non vi si trovano né invettive cariche di odio, né accuse personali.

L’incipit della recensione è notevole. Buschmann è infatti tra i pochi lettori tedeschi di Ist das ein Mensch? a soffermarsi sui contenuti del controfrontespizio - Über dieses Buch - che apre il volume. È qui che, a titolo di presentazione, è riportata la prefazione dell'edizione italiana del suo libro.

An grausamen Einzelheiten hat darum mein Buch demjenigen nichts mehr hinzuzufügen, was den Lesern der ganzen Welt über das beängstigende Phänomen der Vernichtungslager ohnehin schon bekannt ist. Es wurde auch nicht geschrieben, um neue Anschuldigungen vorzubringen....

Wenn auch nicht in der Ausführung, so doch in der Intention und im Konzept entstand es bereits in den Tagen des Lagers. Das Bedürfnis, den andern zu berichten, die andern teilnehmen zu lassen, war in uns, vor der Befreiung und nachher, zu einem so unmittelbaren und drängenden Impuls angewachsen, daß es den übrigen elementaren Bedürfnissen den Rang streitig machte. Und aus diesem Bedürfnis wurde das Buch gesdtrieben, also hauptsächlich der inneren Befreiung wegen.

[Perciò questo mio libro, in fatto di particolari atroci, non aggiunge nulla a quanto è ormai noto ai lettori di tutto il mondo sull’inquietante argomento dei campi di distruzione. Esso non è stato scritto allo scopo di formulare nuovi capi di accusa

Se non di fatto, come intenzione e come concezione esso è nato già fin dai giorni di Lager. Il bisogno di raccontare agli «altri», di fare gli «altri » partecipi, aveva assunto fra noi, prima della liberazione e dopo, il carattere di un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con gli altri bisogni elementari; il libro è stato scritto per soddisfare a questo bisogno; in primo luogo quindi a scopo di liberazione interiore.]

Controfrontespizio e frontespizio dell'edizione Fischer di Ist da ein Mensch? del 1961.

Significativamente, dalla traduzione tedesca risulta rimosso il passaggio centrale della prefazione del 1947:

...A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, piú o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo piú questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari ed incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo.

In una lettera al traduttore Heinz Riedt del 31 gennaio 1960, scriveva:

Introduzione: Quella che scrissi io nel 1947 è forse oggi poco attuale, e certo insufficiente. Se fosse possibile a Lei o a Fischer ottenere una prefazione-introduzione ad opera di qualche persona nota al pubblico tedesco, sarebbe cosa assai buona: o non potrebbe farla Lei stesso?

Per la nuova introduzione verrà infine scelto un estratto della lettera a Heinz Riedt del 13 maggio 1960, in cui Levi appunto dichiarava:

Ma non posso dire di capire i tedeschi: ora, qualcosa che non si può capire costituisce un vuoto doloroso, una puntura, uno stimolo
permanente che chiede di essere soddisfatto. Spero che questo libro avrà qualche eco in Germania: non solo per ambizione, ma anche perché la natura di questa eco mi permetterà forse di capire meglio i tedeschi, di placare questo stimolo.

Come rileverà lo stesso Levi in occasione della pubblicazione della seconda edizione di Ist das ein Mensch? nel 1979, questa modifica definirà sin dall’inizio la ricezione del suo libro tra i lettori tedeschi:

L’edizione tedesca si è esaurita rapidamente, ma non sono comparse recensioni importanti. Per contro, ho ricevuto un gran numero di lettere di lettori tedeschi, in massima parte giovani, e questo mi ha fatto pensare che una certa risonanza il libro deve pure averla destata. Ho notato un fatto singolare: tutte queste lettere traggono spunto da una sola frase della prefazione, quella sul «capire meglio i tedeschi».

Ma la capacità di Buschmann di cogliere i significati profondi dell'opera di Levi emerge anche in altri passaggi della sua testimonianza:

È proprio questo l’aspetto più sconvolgente di questo libro: non rivela i lamenti di un corpo martoriato, bensì le ultime vibrazioni di un’anima in agonia. Il bisogno di comunicare con gli altri, con chi è ancora libero, è primario e quasi tende a nascondere la tortura inflitta a un corpo esposto senza difese all’arbitrio [...]. Naturalmente, neppure quest’opera potrà mai cancellare i segni che la brutalità umana gli ha lasciato. Senza dubbio, però, gli è di conforto: tutto ciò che lo ha tormentato – e ancora lo tormenta – trova espressione nella parola. Perché la libertà dello spirito, per Levi, vale ben più di quella esteriore, dell’autonomia del corpo.

Oltre a fare un sottile riferimento ai celebri passaggi del Canto di Ulisse - un capitolo che, come già rilevò Heinz Riedt, non poteva che suonare decisamente meno familiare ed evocativo al pubblico tedesco -, Buschmann coglie un aspetto decisivo della testimonianza di Levi: la voce narrante è infatti quella di un Virgilio che accompagna gli altri - i tedeschi - nell’inferno di Auschwitz e che, per fare ciò, per comunicare, per puntare sullo scatto mentale del lettore, sottrae il proprio corpo sofferente dalla scena.

L’autrice di questa recensione presenta un libro che è molto di più di una testimonianza: «è un’opera letteraria scritta in una lingua estremamente incisiva, che getta luce sugli abissi dell’esperienza umana». Sul fondo del dattiloscritto, Levi appunta: «segno che la traduzione era buona».

Appunto di Levi in calce della lettera di Buschmann del 20 marzo 1962.
Fonte Archivio Privato Primo Levi

RIferimenti e bibliografia

Le informazioni sulla comunità ebraica di Coblenza sono tratte dal sito della comunità ebraica di Coblenza (https://juedische-gemeinde-koblenz.de/).

Sulla Notte dei Cristalli a Coblenza cfr. E. Ries, Wozu Menschen fähig sind - die Reichspogromnacht 1938 in Koblenz: geschichtliches Lesebuch vorrangig für Jugendliche, Stadtbibliothek Koblenz, Koblenz 1988.

P. Levi, Prefazione [Se questo è un uomo], in OC I, pp. 137-138.

P. Levi, Prefazione all’edizione tedesca di “Se questo è un uomo”, in OC II, pp. 1326-1327. P. Levi, Postfazione alla nuova edizione tedesca di “Se questo è un uomo”, in OC II, pp. 1492-1494.

Sui tagli operati sulla Prefazione 1947 in vista della traduzione tedesca di Se questo è un uomo, cfr. A. Gardoncini, Tre rifrazioni di Se questo è un uomo in Germania, in Costants and Variants in Genetic Criticism, Proceedings of Genesis 2024, Bologna 9th-11th May 2024, a cura di I Burattini, B. Nava, A. Palermitano, R. Priore, Bologna University Press, Bologna 2026, pp. 106-7. Ad aver rilevato queste differenze redazionali, offrendone inoltre un'interessante interpretazione, è stato Domenico Scarpa durante la sua relazione Primo Levi europeo tenuta al convegno Primo Levi scrittore di lettere (Ferrara, 26 settembre 2024). Il video dell'intervento è disponibile sul canale YouTube del progetto LeviNet.

Sull'universalismo della testimonianza di Primo Levi, cfr. R. Gordon, Scolpitelo nei cuori. L’olocausto nella cultura italiana (1944-2010), Bollati Boringhieri, Torino 2013, pp. 99 sgg.

Le citazioni dal carteggio tra Primo Levi e Heinz Riedt sono tratte da P. Levi, Il carteggio con Heinz Riedt, a cura di M. Mengoni, Einaudi, Torino 2024.

  • Lettera 10, Primo Levi a Heinz Riedt, 31 gennaio 1960, pp. 33-37.
  • Lettera 11, Heinz Riedt a Primo Levi, 3 marzo 1960, pp. 38-41.
  • Lettera 17, Primo Levi a Heinz Riedt, 13 maggio 1960, pp. 62-67. 
  • Lettera 39, Primo Levi a Heinz Riedt, 26 maggio 1962, pp. 117-119.
  • Lettera 40, Heinz Riedt a Primo Levi, 24 luglio 1962, pp. 120-122.

Bibliografia

DOI: https://doi.org/10.15160/p26a-qv04

Carteggi


Il carteggio tra Gisela Buschmann e Primo Levi si compone di 3 lettere e si svolge tra marzo e maggio del 1962. 

Buschmann scrive in tedesco, allegando alla sua prima lettera una recensione di Se questo è un uomo che non riuscì a pubblicare. Levi risponde in italiano, complimentandosi per il manoscritto di Buschmann e chiedendole informazioni in merito alla situazione della comunità ebraica in Germania. 

Nella sua seconda lettera, Buschmann dichiara di essere riuscita a leggere quanto scritto da Levi grazie a quel poco di francese e di latino che conosce (probabilmente appresi nel corso dei suoi studi). Soddisfa la richiesta di Levi con un breve resoconto sulla storia della comunità ebraica durante la persecuzione nazista.

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