Engelbert M. Betz

Biografia


di Simone Ghelli

Dalla carta intestata della sua lettera a Primo Levi, Engelber Betz risulta essere stato laureato in economia e, all’altezza del luglio 1968, vice direttore della compagnia di assicurazioni Bayerische Rückversicherung di Monaco. Gli archivi della città di Monaco e i registri della Bayerische Rückversicherung AG che abbiamo contattato non hanno al momento rivenuto notizie e informazioni in merito alla sua vita.

Tuttavia, la corrispondenza tra Levi e Betz presenta al suo interno notevoli elementi di interesse. Quest’ultimo dimostra infatti di essere stato un lettore molto perspicace dell’opera di Primo Levi, formulando considerazioni e parallelismi che lo stesso Primo Levi espliciterà con chiarezza solo molti anni più tardi.

Cogliere una «radice»

Ho letto [La Tregua] due volte di seguito, ciò che avviene assai di rado nelle mie letture. Posso dirLe che ritrovai la palese sincerità di Saint Exupéry.

Engelbert Betz non poteva saperlo, ma il suo parallelismo era molto più fondato di quanto potesse immaginare. Gliene darà conferma lo stesso Levi nella sua risposta:

Grazie, anche ed in specie per l’accostamento a Saint Exupéry, che è uno dei “miei” autori.

Saint-Exupéry nel 1933. Fonte Wikimedia Commons

Nato a Lione nel 1900, Antoine de Saint-Exupéry fu uno scrittore e aviatore francese. Morì nel 1944 durante una missione di ricognizione per l’esercito della Francia Libera. Noto al grande pubblico soprattutto per Il piccolo principe del 1943, un classico della letteratura mondiale, Saint-Exupéry fu inoltre autore di racconti autobiografici al cui centro vi è la propria esperienza di pilota civile e militare. Libri come Volo di notte (1931), Terra degli uomini (1939) e Pilota di guerra (1942) uniscono l'epica dell’impresa aviatoria con la riflessione sulla condizione umana, i suoi limiti e le sue potenzialità.

È a questi ultimi che Betz pensa quando legge La tregua, riconoscendo in Primo Levi non solo il testimone della deportazione nazista, ma anche uno scrittore dall’alto valore civile e morale.  «Spero che il Suo libro venga diramato in larga misura fra la giovinezza europea», scrive nella convinzione che La tregua possa rappresentare per il mondo “dopo Auschwitz” ciò che i libri di Saint-Exupéry hanno rappresentato per le generazioni precedenti: una riserva etica per affrontare, con «palese sincerità», i momenti di crisi.

Essere uomo significa appunto essere responsabile. Significa provare vergogna in presenza d’una miseria che pur non sembra dipendere da noi. Essere fieri d’una vittoria conseguita dai compagni. Sentire che, posando la propria pietra, si contribuisce a costruire il mondo.

Antoine de Saint-Exupéry, Terra degli uomini (1939)

Su La Stampa del 13 luglio 1969, a un anno di distanza dallo scambio con Betz, Levi pubblicherà Non è più il mondo della fantasia vana, elzeviro dedicato all’imminente allunaggio dell’Apollo 11 (avvenuto il 20 luglio). È qui che troviamo la prima occorrenza del nome di Saint-Exupéry:

Fonte Archivio Storico «La Stampa»

Nonostante questi dubbi, e nonostante i disastrosi problemi che assillano il genere umano, due uomini calpesteranno il suolo della Luna. Noi molti, noi pubblico, siamo ormai assuefatti, come bambini viziati: il rapido susseguirsi dei portenti spaziali sta spegnendo in noi la facoltà di meravigliarci, che pure è propria dell’uomo, indispensabile per sentirci vivi. Pochi fra noi sapranno rivivere, nel volo di domani, l’impresa di Astolfo, o lo stupore teologico di Dante, quando sentí il suo corpo penetrare la diafana materia lunare, «lucida, spessa, solida e pulita». È peccato, ma questo nostro non è tempo di poesia: non la sappiamo piú creare, non la sappiamo distillare dai favolosi eventi che si svolgono al di sopra del nostro capo.

Forse è presto, non c’è che aspettare, il poeta dello spazio verrà poi? Nulla ce lo assicura. L’aviazione, il penultimo grande balzo, è vecchia ormai di sessant’anni e non ci ha dato altri poeti se non Saint-Exupéry, ed uno scalino piú in basso Lindberg e Hillary: tutti e tre hanno tratto ispirazione dalla precarietà, dall’avventura, dall’imprevisto.

Saint-Exupéry rientra all’interno di quel pantheon di scrittori, come Joseph Conrad e Herman Melville, per mezzo dei quali Primo Levi ha dato voce a una delle sue più radicate convinzioni: che la condizione umana sia un farsi, un continuo misurarsi tra successi e insuccessi. In altri termini, che la precarietà dell’esistenza costituisca più una sfida che un limite invalicabile. 

Il riconoscimento del debito intellettuale con Saint Exupéry verrà esplicitato solo nel 1981, quando Primo Levi inserirà un brano tratto da Terra degli uomini del 1939 nella sua «antologia personale» La ricerca delle radici

Copertina di Terra degli Uomini, Mursia 1968

Terres des hommes fu tradotto in Italia nel 1953 da Garzanti con il titolo Vento, sabbia e stelle (lo stesso utilizzato nelle edizioni tedesche, Wind, Sand und Sterne). Levi cita però l’edizione Mursia uscita nel marzo del 1968 (tre mesi prima di ricevere la lettera di Engelbert Betz). Al momento della sua uscita, il volume, ora intitolato più fedelmente Terra degli uomini, veniva accompagnato da una fascetta promozionale recante la frase: «Un testo chiave per capire le inquietudini e le ansie di una generazione di giovani»

Il brano scelto da Levi è tratto dal settimo capitolo Nel centro del deserto, dove Saint-Exupéry racconta dell’incidente aereo di cui fu protagonista nel 1935, quando precipitò nel deserto del Sahara durante un raid Parigi-Saigon insieme al meccanico André Prévot. Un incontro ravvicinato con la sopravvivenza (i due rimarranno isolati e inermi per tre giorni nel deserto) che Saint-Exupéry saprà ancora una volta trasformare in un'esperienza dal valore universale:

O voi che ho amato, addio. Non è affatto colpa mia se il corpo umano non può resistere tre giorni senza bere. Non sospettavo un'autonomia così corta. Si crede che l'uomo possa marciare dritto innanzi a sé. Si crede che l'uomo libero... Non si vede la corda che lo lega al pozzo, che lo lega come un cordone ombellicale al ventre della terra. Se egli f aun passo di più, muore

Terza pagina de «La Stampa» del 3 gennaio 1936

Il cappello introduttivo con cui Levi spiega ai lettori la sua scelta antologica registra tuttavia un affievolirsi dell’entusiasmo manifestato per l’autore negli anni Sessanta:

Un funerale è impresa doverosa ma triste: altrettanto lo è riprendere in mano un autore che ci ha detto qualcosa e che oggi non la dice piú, o la dice male, con una voce che non ci sembra piú quella di prima. Sarà colpa sua o nostra? Sulla carta, c’è tutto perché il libro continui a vivere: Saint-Exupéry è un uomo buono ed esperto nello scrivere, ha combattuto, agito, sofferto; ha amato la natura e gli uomini, ha vissuto l’avventura del volo con animo vergine, come un modo nuovo di leggere l’universo; è morto in silenzio, da qualche parte del cielo, in difesa del suo paese e di tutti noi, a quarantaquattro anni: pochi per uno scrittore, troppi per un pilota di guerra. Eppure, anche nell’episodio che riporto, di virile sopportazione, di strategia intelligente contro le allucinazioni del deserto-trappola, hai l’impressione del fuori giri, di uno sfasamento fra le cose vissute e le parole per dirle. Il canto c’è, ma a tratti la voce è manierata, stridula, con stecche vistose.

Sono passati tredici anni dalla lettera di Betz e Saint-Exupéry non parla più a Primo Levi come in passato. Rimane però una sua «radice»; radice che un assicuratore di Monaco colse prima di chiunque altro.

Riferimenti e bibliografia

Si ringrazia il dottor Christian Freundorfer dello Stadtarchiv München per il prezioso lavoro di archivio.

L'articolo di Primo Levi Non è più il mondo della fantasia vana del 1969 verrà successivamente incluso ne L'altrui mestiere del 1985 con il titolo La luna e noi; oggi in OC II, pp. 816-818.

P. Levi, La ricerca delle radici, in OC II, p. 129.

A. Saint-Exupéry, Terra degli uomini, Mursia, Milano 1984.

Bibliografia

Carteggi


Engelbert Betz scrive la sua lettera a Primo Levi nel giugno del 1968 in un ottimo italiano. Il suo carteggio rientra tra quelli dei lettori tedeschi non solo di Se questo è un uomo, ma anche de La tregua, la cui traduzione in Germania uscì nel 1964Come si evince dalla risposta di Primo Levi (scritta a distanza di una settimana), l'attenzione di Betz per il suo secondo libro lo rincuora rispetto all'impressione che la ricezione Die Atempause fosse stata sensibilmente inferiore rispetto alla eco generata da Ist das ein Mensch?. Su questo si veda la nota 1 della Lettera 109.

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