Ella Liebermann-Schieber
Biografia
di Riccardo Curcurù
L'infanzia in Germania
Ella Liebermann Schieber nasce a Berlino nel 1927, figlia di Jeoschua Liebermann (1890-1944) mercante di pellicce, e Roza Grinkraut (1902-?), ostetrica, entrambi originari della Polonia. È la terza di quattro figli: Bertha, nata nel 1919, Alexander, del 1922, e Leo, del 1929.

I Liebermann cominciano il loro percorso scolastico a Berlino, ma non riescono a completarlo a causa delle leggi razziali. Il primo ricordo di Ella legato alle violenze antisemite risale all’aprile 1933, quando, all’età di sei anni, assiste all’arresto del padre, trattenuto perché ebreo e rilasciato dopo due giorni in pessime condizioni di salute. Già da questo momento la famiglia Liebermann sente parlare di Dachau, il campo di concentramento in cui scompaiono – dirà Ella in una testimonianza successiva – molti dei conoscenti della famiglia.
Nello stesso periodo la famiglia Liebermann è sconvolta da un altro episodio. Il vicino di casa, infatti, proprietario di un negozio di elettrodomestici e rispettato membro del partito nazista, si toglie la vita perché accusato di avere origini ebraiche; né gli ebrei né i cristiani – ricorderà più tardi Ella – lo vollero seppellire nei rispettivi cimiteri.
Tra il luglio e il settembre 1938 sono promulgati i primi divieti di esercizio della professione a danno di medici e avvocati di origine ebraica, e a tutti gli ebrei tedeschi del Reich è imposta l’aggiunta del nome Israel, se uomini, e Sara, se donne, davanti ai loro cognomi. In un crescendo di degrado morale e civile si arriva al pogrom della Notte dei cristalli, il 10 novembre 1938. In questo clima, i Liebermann lasciano quindi la Germania e si stabiliscono a Będzin, città d’origine di Roza.
Il ghetto di Będzin e la deportazione

Appena un anno dopo, con l’invasione tedesca della Polonia, i nazisti raggiungono anche Będzin: è il 4 settembre 1939. Immediatamente si instaura un clima di terrore e di violenze ai danni della popolazione ebraica: l’8 settembre la sinagoga della città viene completamente distrutta, centinaia di persone muoiono nel rogo e una cinquantina vengono fucilate sul posto.
Gli appartamenti sono perquisiti alla presenza del caposezione del Partito nazista dell’Alta Slesia (il «Gauleiter») Josef Wagner, così racconta Ella Schieber in un’intervista orale successiva. Wagner perquisisce anche la casa della zia di Ella, sorprendendola nell’atto di fare il bucato, e arriva a urinare con disprezzo sulla biancheria pulita: un gesto che la ragazzina non dimenticherà mai. Le violenze si intensificano e le uccisioni sommarie sono sempre più frequenti: il vicino della famiglia Liebermann viene impiccato alla presenza della moglie, dei figli piccoli e dei vecchi genitori, e gli stessi Liebermann sono costretti ad assistere all’esecuzione.
Dall’inizio del 1940 comincia il processo di reinsediamento per gli ebrei della città, che vengono sistematicamente allontanati dal centro e collocati in zone periferiche abitate da lavoratori polacchi. Non si tratta dunque di un vero e proprio ghetto, ma di ambienti residenziali promiscui, fin qui non esclusivamente destinati alla popolazione di origine ebraica e non delimitati da recinzioni, da cui tuttavia agli ebrei non è dato di uscire. Più tardi, Ella Schieber ricorderà il fondamentale ruolo svolto dai bambini in seguito all’interdizione di movimento per la popolazione:
«Il bambino del ghetto è colui che procura il cibo a tutta la famiglia. Chi guarda in faccia il bambino del ghetto guarda a un animale cacciato. Occhi grandi, che conoscono solo la fame e la paura. Gli adulti non possono spingersi fuori dal ghetto. Invece i bambini possono spingersi dalle famiglie polacche a cercare cibo. Spesso questa operazione termina con la morte eroica dei piccoli».

A partire dalla fine del 1940 il distretto di Katowice, di cui fa parte anche la città di Będzin, è assegnato alle disposizioni dell’Ufficio per la gestione e lo sfruttamento del lavoro ebraico dell’Alta Slesia, la cosiddetta Organizzazione Schmelt, che prende il nome dal generale SS che ne è a capo, Albrecht Schmelt. È a partire da questo momento che cominciano le deportazioni da Będzin verso i campi di concentramento. Il processo di selezione dei lavoratori da inviare nei campi è preciso e costante nel tempo: gli uomini e le donne che non sono impiegati nelle officine locali sono soggetti a selezione e, quando selezionati, avviati al lavoro forzato nei campi nazisti. È così che Alexander, fratello maggiore di Ella, è deportato il 14 giugno 1942 per non fare più ritorno.
Come negli altri ghetti dell’Europa orientale, anche a Będzin le autorità tedesche impongono al Judenrat di selezionare gli abitanti del ghetto per i trasporti. L’escalation si ha tra l’11 e il 13 agosto 1942, quando il decano del ghetto chiede a tutta la popolazione di radunarsi in due punti di raccolta, che vengono poi accerchiati dalle SS armate. Circa 23000 persone sono divise in tre gruppi: uomini abili al lavoro, famiglie con due figli, anziani e famiglie con più di due figli. Di questi, circa 5000 persone partono per Auschwitz.
La famiglia Liebermann scampa a questo primo grande rastrellamento, ma le catture continuano. La sorella di Ella, Bertha, è arrestata nella notte del 3 settembre 1942, quindi deportata. Seguono nuove retate, a cadenze regolari. È però un anno dopo, il 1° agosto 1943, che comincia la liquidazione finale del ghetto. I rastrellamenti durano all’incirca due settimane, assai più del previsto. Nei mesi precedenti, infatti, numerose famiglie hanno costruito bunker e nascondigli di fortuna, dove adesso ci si rifugia in gran numero; soprattutto, i tedeschi incontrano la resistenza armata della cellula locale dell’Organizzazione combattente ebraica, il movimento di resistenza sorto nel ghetto di Varsavia un anno prima, nel luglio del 1942.
Nei giorni dello smantellamento vengono deportate circa 12000 persone; ma i Liebermann sono tra i 200 ebrei di Będzin scampati alla liquidazione del ghetto. Ella, i genitori, il fratello minore Leo e una vecchia zia si nascondono infatti in una fossa accanto alla loro casa: «era come una tomba sotto un bidone della spazzatura», ricorderà Ella.
Ma nei bunker, braccati dai nazisti, spesso si consuma la tragedia tra le famiglie:
«I bambini piccoli erano un rischio per tutto il bunker. Con il loro pianto potevano tradire tutti quanti: c’era un unico modo, le madri dovevano mettere con le proprie mani dei cuscini sulle bocche dei loro bambini, nella maggior parte dei casi finiva con la morte del bambino. Questa cosa si è verificata in moltissimi dei bunker».

Nei giorni della liquidazione del ghetto i Liebermann sentono ininterrottamente spari e urla dal loro nascondiglio, patendo la fame e la sete. Per sei settimane rimangono nella fossa, con il cadavere della zia nel frattempo morta. È il custode di un immobile di fianco al nascondiglio, un polacco, a portare loro cibo e acqua. Quando questi è impossibilitato è invece il fratello Leo che, intrufolandosi in casa, col rischio di essere scoperto, cerca di racimolare il necessario per la sopravvivenza. In una di queste incursioni notturne, Leo rischia di essere scoperto dai nazisti nel frattempo entrati in casa per un controllo, ma sfugge alla cattura: «Pensammo che Leo non sarebbe tornato, ma tornò. Si era nascosto dietro un materasso. I tedeschi avevano camminato sul materasso ma non si erano accorti di nulla», scriverà Ella.
Il 10 novembre 1943 diverse famiglie nascoste vicino ai Liebermann vengono rintracciate in seguito a una delazione. Anche il custode polacco dell’edificio è denunciato per aver aiutato i ricercati. È condotto fuori e selvaggiamente picchiato dalle SS; gli si intima di rivelare il luogo in cui si nascondono le restanti famiglie. Il custode non tradisce, ma i Liebermann, che assistono alla scena dal nascondiglio, si consegnano spontaneamente con l’intento di salvare la vita all’uomo che per settimane li ha nutriti e protetti.
I Liebermann, insieme agli altri ebrei scampati alla liquidazione e rintracciati nei rispettivi nascondigli solo successivamente, sono impiegati per settimane dalla Gestapo allo scopo di una bonifica del ghetto, prima di essere deportati ad Auschwitz. Così Ella ricorderà questo tragico momento:
«Capitolammo, e uscimmo dal nostro nascondiglio. Poi fummo portati nel ghetto, dove fummo costretti a mettere ordine nelle case degli ebrei prima di essere portati ad Auschwitz […]. Ovunque nelle case c’era sporcizia e sangue, si ritrovavano corpi di bambini ricoperti di mosche. Le madri che non volevano portare con sé i bambini ad Auschwitz, perché sapevano cosa significava, nella speranza che qualcuno li potesse salvare avevano abbandonato i piccoli nei forni aperti, negli armadi».
I Liebermann sono tra gli ultimi 250 ebrei rimasti in una città che, nel 1941, ne contava 27000. Ella, la madre, il padre e il fratello Leo arrivano ad Auschwitz con l’ultimo trasporto da Będzin il 13 gennaio 1944, un mese e mezzo prima di Primo Levi.
Una disegnatrice ad Auschwitz

Il padre e il fratello vengono uccisi subito, Ella e la madre sono invece condotte a Birkenau, dove Ella è tatuata con il numero di matricola 74349 e assegnata al Kommando Union, con l’obiettivo di rafforzare la manodopera dell’omonima fabbrica tedesca di armi e di munizioni, la Weichsel Union Metalworks, che nel settembre 1943 era stata evacuata da Zaporoshe (attuale Zaporižžja) e installata ad Auschwitz.
La fabbrica impiegava soprattutto donne e nel 1944 la produzione ebbe un’impennata: ad ottobre erano 1172 le prigioniere di Auschwitz-Birkenau che vi prestavano servizio coatto. L’azienda madre, la Union Sils, aveva sede a Fröndenberg, in Vesfalia. Ella e la madre lavoravano nella sezione controllo: sedevano a lunghi tavoli e dovevano controllare che i pezzi conici (i «corpi» dei proiettili) fossero conformi a determinate specifiche. I pezzi difettosi erano scartati e quelli che passavano l’ispezione erano portati a un prigioniero che li registrava, e poi passavano nella stanza della polvere da sparo.
È in fabbrica che Ella entra in contatto con Ala Gartner, originaria di Będzin, ed Ester Wajsblum, due delle quattro giovanissime prigioniere – con Regina Safirsztajn e Ròza Robota – impiccate due per volta il 5 e il 6 gennaio 1945 con l’accusa di aver trafugato, durante il lavoro, il materiale esplosivo utilizzato dal Sonderkommando di Birkenau durante la celebre rivolta dell’autunno del 1944. Ella sarà costretta, come tutte le compagne di Birkenau, tra cui la giovane Liliana Segre, ad assistere all’impiccagione delle due amiche. Più tardi, Ella ricorderà questo momento attraverso un disegno, emblematicamente intitolato “The Punishment”, e dirà:
«Non ho mai visto delle giovani morire in modo così silenzioso e tranquillo. Solo qualche giorno prima Ala mi aveva mostrato la sua mano con un dito mozzato: “vedi Elli, da questa mano mi hanno strappato la mia piccola Ruth di sei mesi, e mi hanno dovuto mozzare il dito perché urlavo e mi disperavo. Ho combattuto, ma loro erano più forti”».

Ad Auschwitz-Birkenau due fattori si rivelano per lei fondamentali ai fini della sopravvivenza: la presenza costante della madre Roza, con il suo sostegno emotivo, e il talento nel disegno. Racconterà infatti che una volta, un ufficiale SS venuto a conoscenza della sua abilità, le porse una fotografia del figlio ucciso al fronte chiedendole di ricavarne un ritratto. Da quel momento, le SS cominciarono a commissionarle disegni di tutti i tipi, ma per lo più ritratti e biglietti, in cambio di cibo e di migliori condizioni di vita per lei e la madre.
Ella rievoca questa vicenda anche nella sua lettera a Levi del maggio 1962:
«Ebbi la fortuna di poter disegnare anziché stare davanti a una macchina. Questo aiutò me e mia madre a superare il periodo più duro. Dipingevo cartoline di Natale, biglietti di auguri per l’Anno nuovo e ritratti. Dipingevo i loro volti freddi, i loro occhi cupi, i loro figli e le loro mogli, perché anche quegli esseri disumani avevano figli e mogli a casa, il che però non impediva loro di uccidere altre donne e bambini nei paesi occupati». [Lettera 162].

Tra il 17 e il 18 gennaio del 1945 Ella e la madre prendono parte alla marcia di evacuazione di Auschwitz (la stessa a cui Levi sfugge perché ricoverato in infermeria), e il 2 febbraio raggiungono Ravensbruck, campo di concentramento femminile sito in suolo tedesco. Dopo sei settimane sono nuovamente costrette a marciare in direzione di un sottocampo di Ravensbruck, Neustadt-Glewe, dove l’esponenziale aumento della popolazione, legato all’arrivo di migliaia di deportati reduci dalle «marce della morte», è causa di sovraffollamento e malattie. Da qui sono finalmente liberate dall’Armata rossa il 2 maggio 1945.
I disegni come atto di testimonianza

In seguito alla liberazione, Ella e sua madre ritornano in Polonia in cerca di parenti sopravvissuti alla strage. La famiglia risulta però decimata: nei campi di concentramento, oltre al padre e ai due fratelli Alexander e Leo, Ella ha perso i nonni e gli zii. Nell’ottobre 1945 madre e figlia si recano quindi a Bydgoszcz, occupata dall’Armata rossa e appena tornata alla Polonia, dove Ella conosce Emanuel Schieber (Shiber), giovane soldato polacco, anche lui rimasto solo.
Figlio di Samuel Schieber, proprietario di un laboratorio tessile, e di Adela Nachtigal, Emanuel era nato a Leopoli nel 1919, terzo di cinque fratelli e sorelle: Liber, Gusta, Salomon, Matilda. I due più grandi, Liber e Gusta, erano emigrati in Palestina negli anni Trenta e avevano provato a convincere il resto della famiglia a raggiungerli attraverso la Romania. Emanuel, adolescente, aveva tentato ma non ci era riuscito. Con l’occupazione sovietica di Leopoli a seguito del patto Molotov Ribbentrop, il ragazzo appena ventenne era stato mandato in una scuola militare sovietica a Kirovograd, e addestrato come cannoniere. Arruolato nell’artiglieria sovietica, nel 1943 era poi stato trasferito nella divisione polacca dell’Armata rossa in marcia, con la quale aveva raggiunto Leopoli: qui aveva scoperto che i genitori e la sorella Matilda erano stati deportati al campo di sterminio di Belzec, mentre il fratello Solomon era stato arrestato e ucciso dai Sovietici nel 1941 in quanto membro del gruppo giovanile sionista Betar.

A Bydgoszcz, Ella ed Emanuel si sposano a pochi mesi dal loro incontro, il 2 febbraio 1946. Quasi subito, Ella decide di mettere su carta la propria esperienza recente con l’intento preciso di testimoniare quanto visto e vissuto. Lo fa attraverso una serie di disegni che rievocano il contesto della deportazione, la degradazione del Lager, le violenze e le torture subìte. Così scrive a Levi in riferimento a questo periodo:
«Subito dopo la Liberazione, avevo allora 18 anni, sentii il bisogno di dare sfogo al mio cuore e gridare tutto ciò che mi ribolliva dentro […]. Ho disegnato ciò che i miei occhi avevano visto, ciò che avevo provato e ciò che mi aveva causato un dolore indicibile. Ho disegnato 93 immagini in ordine cronologico» [Lettera 162].
Il 23 maggio 1946, a pochi mesi dal matrimonio, i giovani coniugi, insieme alla madre di Ella, lasciano la Polonia per raggiungere la Germania. È qui che in un campo per profughi gestito dall’UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration) nei pressi di Monaco, ritrovano Bertha, sorella di Ella e unica della famiglia ad essere sopravvissuta ai campi di concentramento, ed Eva, una sua cugina.

La speranza di Ella, del marito Emanuel e della madre di lei Roza è quella di proseguire per la Palestina. Attraverso la Francia, dunque, i tre intraprendono un viaggio via mare in direzione di Haifa. Al largo delle coste di Haifa l’imbarcazione viene però intercettata dalle autorità britanniche, e i migranti illegali condotti in un campo di transito sull’isola di Cipro: è il 12 marzo 1947. Gli Schieber e la madre di Ella vi rimangono per più di un anno, fino a quando, il 21 aprile 1948, riescono a raggiungere Israele.
La vita in Israele

La coppia si stabilisce ad Haifa, dove, il 27 maggio 1948, nasce la loro primogenita, Ada Schieber. Negli anni a seguire Ella ed Emanuel danno alla luce altri tre figli, tra cui Alexander, così chiamato in memoria del fratello di Ella, ucciso ad Auschwitz al suo arrivo nel 1942.
Ad Haifa Ella può finalmente coltivare la sua passione; intraprende quindi studi di arte all’Università locale e comincia ad insegnare disegno in una scuola, attività che abbandona più tardi per dedicarsi alla cura dei figli, come emerge dalla sua lettera a Primo Levi [cfr. Lettera 162]. Anche Emanuel, oltre al lavoro, conduce nel frattempo studi universitari, conseguendo la laurea in legge nel 1960.
Nel 1950 l’attività artistica e testimoniale di Ella Schieber ha una svolta. Ella espone infatti per la prima volta i disegni sull’esperienza della sua deportazione in un cinema di Haifa. Due anni dopo la collezione è presentata al Ghetto Fighters’ Museum, istituzione che più tardi acquisisce la serie in via definitiva per donazione degli eredi.

Nel 1997 Ella torna in visita ad Auschwitz-Birkenau accompagnata dalla famiglia. Quattro dei suoi disegni sono parte della collezione permanente del Museo del campo di Auschwitz.
Ella Liebermann Schieber muore ad Haifa il 2 marzo 1998.
Riferimenti e bibliografia
Le informazioni biografiche su Ella Schieber sono tratte dalla sua testimonianza contenuta in Lore Shelley, The Union Kommando in Auschwitz. The Auschwitz munition factory through the eyes of its former slave laborers, University Press of America, 1996, pp. 103-126. Altri preziosi riferimenti sulla vita di Ella ed Emanuel Schieber sono stati ricavati attraverso i documenti donati da Emanuel Schieber nel 2004 allo United States Holocaust Memorial Museum: cfr. Shiber family papers, URL: https://collections.ushmm.org/search/catalog/irn521891, contenenti anche una testimonianza orale di Ella Schieber. Notizie di grande rilievo si trovano sul sito del Ghetto Fighters’ House Archives, URL: https://www.infocenters.co.il/gfh/notebook_ext.asp?book=146822&lang=eng&site=gfh e in Pnina Rosenberg, Ella Liebermann-Shiber 1927-1998, URL: https://holocaust-art.ort.org/artists/ella-liebermann-shiber, e Id., Artists Confront their Past, URL: https://holocaust-art.ort.org/learn/olere-lieberman-shiber-and-bueno-de-mesquita.
Sul fenomeno della pittura femminile nei campi di concentramento nazisti, il principale riferimento è stato l’articolo di Pnina Rosenberg, Art During the Holocaust, URL: https://jwa.org/encyclopedia/article/art-during-holocaust.
Le informazioni sul ghetto di Bedzin sono state tratte dalle testimonianze di Ella Schieber e da G. P. Megargee e M. Dean (a cura di), Encyclopedia of Camps and Ghettos, 1933-1945. Volume II: Ghettos in German-Occupied Eastern Europe, United States Holocaust Memorial Museum, URL: https://muse.jhu.edu/resource_group/59, in particolare dai contributi di A. Namysło e M. Dean, Eastern upper Silesia Region (Ost-oberschleisen), e ancora di A. Namysło, Będzin.
Si ringrazia il Ghetto Fighters House per averci molto gentilmente concesso l'utilizzo dei disegni e delle fotografie di Ella Liebermann Schieber conservati presso il loro archivio.