Coniugi L.

Biografia


di Simone Ghelli

Ho ricevuto un gran numero di lettere di lettori tedeschi, in massima parte giovani, e questo mi ha fatto pensare che una certa risonanza il libro deve pure averla destata. Ho notato un fatto singolare: tutte queste lettere traggono spunto da una sola frase della prefazione, quella sul «capire meglio i tedeschi» che ho appena citata. I giovani che mi scrivono ci ragionano sopra, si domandano perché è cosí difficile capire quanto è avvenuto nel Terzo Reich; alcuni dicono che loro stessi non capiscono il loro paese, altri distinguono («neppure io posso capire quei tedeschi»), altri ancora affermano di «detestare se stessi in quanto tedeschi, e quanto c’è di tedesco in loro». Uno solo (ma probabilmente non è un giovane) tenta una giustificazione, maldestra e tradizionale: «Es hat immer Zeiten gegeben, wo der Teufel los war, ohne Hemmungen und ohne Sinn».

Prefazione all'edizione tedesca di Ist das ein Mensch? del 1979

I coniugi M. ed E. L. scrivono a Primo Levi nei primi anni Sessanta. Non essendo riusciti né a rintracciare gli eredi né a reperire alcuna altra informazione storica su di loro, si è deciso di mantenere l'anonimato.

Levi ha raccontato la vicenda nei Sommersi e i salvati, riferendosi ai due come Dottor T. H. di Amburgo e Frau H.

«La sola lettera iraconda che io abbia mai scritto»

Le prime lettere, quelle che contano, sono quasi tutte di giovani (che si dichiarano tali, o che tali risultano dal testo) ad eccezione di una, che mi è stata mandata nel 1962 dal Dottor T. H. [nome fittizio di M. L.] di Amburgo, e che riporto per prima perché ho fretta di liberarmene (OC, II, p. 1258).

È proprio con la lettera dei coniugi L. che Primo Levi decide di cominciare la rassegna degli scambi episoltari con i lettori tedeschi del capitolo «Lettere di tedeschi» de I sommersi e i salvati. Levi dapprima riporta la sua traduzione dei «passi salienti» (Lettera 148 per la versione integrale), per poi esporre le proprie considerazioni a riguardo:

Ho spesso ripensato a questi strani coniugi. Lui mi sembra un esemplare tipico della gran massa della borghesia tedesca: un nazista non fanatico ma opportunista, pentitosi quando era opportuno pentirsi, stupido quanto basta per credere di farmi credere alla sua versione semplificata della storia recente, e per osare il ricorso alla rappresaglia retroattiva di Narsete e dei Goti. Lei [E. L., qui chiamata Frau H.], un po’ meno ipocrita del marito, ma piú bigotta (OC, II, p. 1260).

Segue una sintesi della prima parte della sua risposta, da lui stesso definita «forse la sola iraconda che io abbia mai scritto».

Nessuna Chiesa ha indulgenza per chi segue il Diavolo, né ammette a giustificazione l’attribuire al Diavolo le proprie colpe. Che di colpe ed errori si deve rispondere in proprio, altrimenti ogni traccia di civiltà sparirebbe dalla faccia della terra, come infatti era sparita nel Terzo Reich. Che i suoi dati elettorali erano buoni per un bambino: nelle elezioni politiche del novembre 1932, le ultime tenutesi liberamente, i nazisti avevano bensí ottenuto 196 seggi al Reichstag, ma accanto ai comunisti, con 100 seggi, i socialdemocratici, che non erano certo degli estremisti, ed anzi, da Stalin erano detestati, ne avevano avuti 121. Che, soprattutto, nel mio scaffale, accanto a Dante e Boccaccio, tengo il Mein Kampf, la «Mia battaglia» scritta da Adolf Hitler molti anni prima di arrivare al potere. Quell’uomo funesto non era un traditore. Era un fanatico coerente, dalle idee estremamente chiare: non le cambiò né le nascose mai. Chi aveva votato per lui aveva certamente votato per le sue idee. Nulla manca, in quel libro: il sangue e il suolo, lo spazio vitale, l’ebreo come eterno nemico, i tedeschi che impersonano «la piú alta umanità sulla terra», gli altri paesi considerati apertamente come strumenti per il dominio tedesco. Non sono «belle parole»; forse Hitler ne disse anche altre, ma queste non le smentí mai.

C’è però un passaggio della lettera del «Dottor T. H. di Amburgo» che sembra aver turbato profondamente Primo Levi, suscitando in lui l’ira di chi percepisce la malafede dell’interlocutore.

«Non posso credere», scrive nella sua lettera - un passaggio omesso ne I sommersi e i salvati -  «che alcun uomo illuminato, morale e sano di mente potesse sbagliare nel giudicare Hitler fin dagli inizi». Come dimostrano i carteggi di altri lettori tedeschi di Ist das ein Mensch?, la crisi economica, lo spettro del bolscevismo, il riconoscimento internazionale pre-conflitto mondiale e il ricorso al Diavolo costituiscono gli elementi base di una retorica che può facilmente cadere preda di istanze volutamente deresponsabilizzanti.

Tuttavia, la presenza di questi argomenti spesso non inficia la buona fede di chi comunque dimostra di voler genuinamente tentare di fare i conti con la «colpa» del proprio popolo.

La si può accettare dai giovani, che comprensibilmente cercano di discolpare l’intera generazione dei loro padri; non dagli anziani compromessi, e falsamente penitenti, che cercano di circoscrivere la colpa ad un uomo solo (OC, II, p. 1266).

M. L. si spinge però oltre. Affermare, come fa, che l’antisemitismo nella Germania di Hitler «non è mai stato popolare» e che, addirittura, «mai si è saputo di un solo caso di spontaneo oltraggio o aggressione ai danni di un ebreo», ma sempre e soltanto di pericolosissimi «tentativi di aiuto»; affermare questo significa non solo porsi sul piano di una sospetta ignoranza storica - il 1961 è d’altronde l’anno del processo ad Eichmann-, ma anche non riconoscere, financo disconoscere, la gravità dell’esperienza vissuta dal proprio interlocutore.

Insomma, agli occhi di Levi, il medico di Amburgo sembra voler costruire, attraverso questo argomento, un alibi per sé e per il suo popolo a spese delle vittime, derubricando la soluzione finale al diabolico «tradimento» di un leader sadico. Molti anni dopo, durante una conversazione con Ferdinando Camon del 1986, il suo giudizio sarà ancora più netto: «Questo difende i nazisti» .

Dice di non essere nazista, ma afferma: «Avevamo la scelta fra due abissi, uno era il comunismo, l’altro era Hitler; avevamo visto la rivoluzione del ’19 in Germania, cioè la rivolta spartachista, e abbiamo optato per una difesa; ma siamo stati traditi: non siamo un popolo di traditori, siamo un popolo tradito; perché Hitler aveva promesso delle cose che non ha fatto e non aveva promesso le cose che ha fatto» [...].

Poi conclude: «Mettiamo una pietra sul passato, io sono innamorato dell’Italia e della letteratura italiana, e tengo nella mia biblioteca Dante, Petrarca e Boccaccio». È una lettera di due pagine. Io gli ho risposto che nella mia biblioteca tengo Mein Kampf di Hitler, dove Hitler ha promesso esattamente quello che ha mantenuto, e che non ha tradito nessuno; se gli si può fare un elogio, è proprio quello di non essere mai stato un traditore (OC, III, p. 844).

Erik Dorf in Holocaust (1978), interpretato dall'attore statunitense Michael Moriarty

«Ho spesso ripensato a questi strani coniugi». A Levi non poteva sfuggire il parallelismo, certo non casuale, tra M. ed E. L. ed Erik Dorf, protagonista della miniserie statunitense Holocaust del 1978. Chiamato a commentare il programma in occasione della sua messa in onda in Italia l’anno seguente, egli non esitò a scrivere:

Accettabile sul piano drammatico, la figura di Erik mi pare viziata dalla sua impossibilità storica: mi pare che in lui si ripeta l’errore di chi tende a concentrare le responsabilità del nazismo su una o piú persone, o addirittura sul Diavolo, trascurandone le cause storiche e l’ampio consenso presso il popolo tedesco. È chiaro che si è voluto farne un simbolo dei moltissimi Erik che hanno costituito l’ossatura di quella Germania, ma è da temere che molti spettatori, vedendolo sullo schermo accanto a personaggi storici ed unici come Himmler e Eichmann, crederanno anche lui storico ed unico (OC, II, p. 1457).

Quando, negli anni Ottanta, lo scambio con i L. diventerà pubblico, Levi deciderà di raccontarlo presentando le sue dure parole come una «risposta». La minuta però racconta una storia differente: una scritta in matita rossa "non inviata" attraversa il foglio. Non possiamo avere la certezza del destino di questa lettera, ma è almeno ipotizzabile una titubanza di Levi. La rielaborazione della vicenda ne I sommersi e i salvati potrebbe aver concesso la possibilità di compiere un gesto — rendere pubblica la risposta — che forse non era riuscito vent’anni prima.

Minuta della lettera manoscritta di Primo Levi ai coniugi L.
Fonte Archivio Privato di Primo Levi

Ne I sommersi e i salvati, il paragrafo dedicato ai coniugi L. istituisce un contrasto netto, in negativo, rispetto al quadro umano e culturale che Levi ricostruirà nelle pagine successive.

Le altre lettere sono molto diverse: delineano un mondo migliore. Devo però ricordare che, anche con la miglior volontà di assolvere, non si possono considerare un «campione rappresentativo » del popolo tedesco di allora. In primo luogo, quel mio libro è stato pubblicato in qualche decina di migliaia di copie, e letto quindi forse dall’uno per mille dei cittadini della Repubblica Federale: pochi lo avranno comprato per caso, gli altri perché erano in qualche modo predisposti alla collisione coi fatti, sensibilizzati, permeabili (OC, II, p. 1261).

Agli occhi del Primo Levi dei primi anni Sessanta, i coniugi L. rappresentano due «goffi» casi esemplari di quella parte della popolazione tedesca ancora compromessa e non disposta a rielaborare con il dovuto coraggio, intellettuale e morale, quanto accaduto durante gli anni del Terzo Reich. In cuor suo, intuiva, con rammarico ma anche sdegno, che non si trattava di una residua minoranza. Dalla Germania sarebbero però arrivati tanti altri esempi «di tedeschi», fortunatamente «migliori».

Differenze redazionali

Ne I sommersi e i salvati, Levi data la lettera dei coniugi L. al 1962. Sulla minuta, è presente invece un «1960?» (su questo si veda la descrizione del documento della lettera 149).

Dopo aver presentato una sintesi dei primi cinque paragrafi della sua risposta, Levi inserisce un estratto degli ultimi tre, riportandoli nella loro interezza (OC, II, p. 1261). La versione da lui trascritta apporta però alcune interessanti modifiche rispetto al testo della lettera qui pubblicata.

Versione 1962Versione 1986
Altrettanto audace mi sembra la altra sua affermazione circa l’impopolarità dell’antisemitismo in Germania. La Sua affermazione piú audace è quella che riguarda l’impopolarità dell’antisemitismo in Germania.
L’antisemitismo era il fondamento del verbo nazista fin dai suoi inizi; Era il fondamento del verbo nazista, fin dai suoi inizi: era di natura mistica, gli ebrei non potevano essere «il popolo eletto da Dio» dal momento che tali erano i tedeschi.
non c’è pagina del Mein Kampf in cui non venga ribadito.Non c’è pagina né discorso di Hitler in cui l’odio contro gli ebrei non venga ribadito fino all’ossessione. Non era marginale al nazismo: ne era il centro ideologico.
E allora: come poteva il popolo più «amichevole verso gli ebrei» eleggere a gran maggioranza l’uomo e il partito che proclamavano gli ebrei essere i maggiori nemici della Germania, e obiettivo primo della loro politica «lo strozzam. dell’idea giudaica»? E allora: come poteva il popolo «piú amichevole verso gli ebrei» votare il partito, ed osannare l’uomo, che definivano gli ebrei i primi nemici della Germania, e obiettivo primo della loro politica «strozzare l’idra giudaica»?
Quanto agli oltraggi e oppressioni spontanee, la Sua stessa frase è oltraggiosa.Quanto agli oltraggi ed alle aggressioni spontanee, la Sua stessa frase è oltraggiosa.
Davanti a 5 milioni di morti, mi pare odioso e ozioso discutere se si sia o no trattato di persecuzioni spontanee.Davanti ai milioni di morti, mi pare ozioso e odioso discutere se si sia o no trattato di persecuzioni spontanee: del resto, i tedeschi hanno poca inclinazione per la spontaneità.
Ma le posso ricordare che nessuno obbligava gli industriali tedeschi ad assumere mano d’opera schiava, salvo il loro profitto; che nessuno costrinse la Ditta Topf di Erfant (oggi fiorente in Wiesbaden) a costruire i forni crematori di Auschwitz e Buchenwald; che forse alle SS veniva ordinato di uccidere gli ebrei, ma l’arruolamento nelle SS era volontario;Ma Le posso ricordare che nessuno obbligava gli industriali tedeschi ad assumere schiavi affamati se non il loro profitto; che nessuno costrinse la ditta Topf (oggi fiorente in Wiesbaden) a costruire gli enormi crematori multipli dei Lager; che forse alle SS veniva ordinato di uccidere gli ebrei, ma l’arruolamento nelle SS era volontario;
che io stesso ho trovato a Katowice, dopo la liberazione, pacchi e pacchi di moduli in cui si autorizzavano singoli cittadini tedeschi a prelevare gratis abiti e scarpe per adulti e per bambini  dai magazzini di Auschwitz: nessuno dei destinatari si domandava da dove potessero venire tante scarpe per bambini? che io stesso ho trovato a Katowice, dopo la liberazione, pacchi e pacchi di moduli in cui si autorizzavano i capifamiglia tedeschi a prelevare gratis abiti e scarpe per adulti e per bambini dai magazzini di Auschwitz; nessuno si domandava da dove venissero tante scarpe per bambini?
E non ha mai sentito parlare di una certa Notte dei Cristalli? O pensa forse che ogni singolo atto, commesso quella notte, non fosse spontaneo, bensì imposto per forza di legge?E non ha mai sentito parlare di una certa Notte dei Cristalli? o pensa che ogni singolo delitto commesso quella notte fosse stato imposto per forza di legge?
Che tentativi di aiuto vi siano stati, e che fossero pericolosissimi, lo so; così pure essendo vissuto in Italia, so ed ammetto che «ribellarsi in uno stato totalitario non è possibile»: ma so che esistono mille modi, molto meno pericolosi, di manifestare la propria solidarietà con l’oppresso;Che tentativi di aiuto ci siano stati, lo so, e so che erano pericolosi; cosí pure, essendo vissuto in Italia, so «che ribellarsi in uno stato totalitario è impossibile»; ma so che esistono mille modi, molto meno pericolosi, di manifestare la propria solidarietà con l’oppresso,
e ne è esempio illustre il comportamento delle armate di occupazione italiane in Francia, in Grecia e in Jugoslavia. Legga ad esempio in Poliakov…che questi furono frequenti in Italia, anche dopo l’occupazione tedesca, e che nella Germania di Hitler essi vennero messi in atto troppo di rado.

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