mi vorrà scusare se Le rispondo nella mia lingua: leggo il tedesco, lo parlo anche, ma non sarei in grado di scrivere in modo corretto.
La ringrazio per la Sua lettera: insieme con molte altre che mi sono giunte da lettori tedeschi, essa costituisce per me la migliore ricompensa alle avversità che ho subìto, e alla pena di averle descritte. Che io non provi odio verso i tedeschi, non dovrebbe stupire; in realtà io comprendo l’odio, anzi, in certa misura lo approvo, ma unicamente «ad personam». Non esiterei, se fossi un giudice, ad infliggere le pene più gravi, o la morte, ai molti colpevoli che ancora oggi vivono liberi in terra tedesca;[2] ma avrei ad orrore che un solo innocente dovesse venire punito per una colpa non commessa.
Mi ha piuttosto stupito la Sua frase in cui Ella accenna al «Zivilcourage»[3] necessario a fare leggere libri come il mio a certi tedeschi. Quali sono questi tedeschi? e quanti sono? quale peso hanno nella Germania di oggi? Spero un peso non grande, poiché altrimenti non comprenderei che occorra coraggio per presentare loro la verità. Ed in ogni caso, se coraggio occorre, è un coraggio che è necessario avere: poiché la verità è la medicina di cui la Germania e il mondo hanno oggi più bisogno.
La ringrazio ancora, e Le invio i più cordiali saluti
Suo
mi vorrà scusare se Le rispondo nella mia lingua: leggo il tedesco, lo parlo anche, ma non sarei in grado di scrivere in modo corretto.
La ringrazio per la Sua lettera: insieme con molte altre che mi sono giunte da lettori tedeschi, essa costituisce per me la migliore ricompensa alle avversità che ho subìto, e alla pena di averle descritte. Che io non provi odio verso i tedeschi, non dovrebbe stupire; in realtà io comprendo l’odio, anzi, in certa misura lo approvo, ma unicamente «ad personam». Non esiterei, se fossi un giudice, ad infliggere le pene più gravi, o la morte, ai molti colpevoli che ancora oggi vivono liberi in terra tedesca;[2] ma avrei ad orrore che un solo innocente dovesse venire punito per una colpa non commessa.
Mi ha piuttosto stupito la Sua frase in cui Ella accenna al «Zivilcourage»[3] necessario a fare leggere libri come il mio a certi tedeschi. Quali sono questi tedeschi? e quanti sono? quale peso hanno nella Germania di oggi? Spero un peso non grande, poiché altrimenti non comprenderei che occorra coraggio per presentare loro la verità. Ed in ogni caso, se coraggio occorre, è un coraggio che è necessario avere: poiché la verità è la medicina di cui la Germania e il mondo hanno oggi più bisogno.
La ringrazio ancora, e Le invio i più cordiali saluti
Suo
Please forgive me if I write to you in my language: I can read German, I can also speak it, but I would be unable to write it correctly.
I thank you for your letter: along with the many others I have received from German readers, for me it is the best compensation for the adversities I underwent, and the pain in describing them. It should come as no surprise that I feel no hate for the Germans; actually, I understand the hate, in fact to a certain extent I approve of it, but only “ad personam”. If I were a judge, I would not hesitate to inflict the harshest punishment, or the death sentence, on the many guilty people who still live free on German soil;[2] but I would be horrified if just one innocent person were punished for a crime they had not committed.
I was rather surprised by your sentence in which you mention the necessary “civic courage”[3] to make certain Germans read books like mine. Who are these Germans? And how many of them are there? What importance do they have in today’s Germany? I hope little importance, since otherwise I could not understand why it takes courage to confront them with the truth. And in any case, if it takes courage, it is a necessary courage: because the truth is the medicine that Germany and the world need most today.
mi vorrà scusare se Le rispondo nella mia lingua: leggo il tedesco, lo parlo anche, ma non sarei in grado di scrivere in modo corretto.
La ringrazio per la Sua lettera: insieme con molte altre che mi sono giunte da lettori tedeschi, essa costituisce per me la migliore ricompensa alle avversità che ho subìto, e alla pena di averle descritte. Che io non provi odio verso i tedeschi, non dovrebbe stupire; in realtà io comprendo l’odio, anzi, in certa misura lo approvo, ma unicamente «ad personam». Non esiterei, se fossi un giudice, ad infliggere le pene più gravi, o la morte, ai molti colpevoli che ancora oggi vivono liberi in terra tedesca;[2] ma avrei ad orrore che un solo innocente dovesse venire punito per una colpa non commessa.
Mi ha piuttosto stupito la Sua frase in cui Ella accenna al «Zivilcourage»[3] necessario a fare leggere libri come il mio a certi tedeschi. Quali sono questi tedeschi? e quanti sono? quale peso hanno nella Germania di oggi? Spero un peso non grande, poiché altrimenti non comprenderei che occorra coraggio per presentare loro la verità. Ed in ogni caso, se coraggio occorre, è un coraggio che è necessario avere: poiché la verità è la medicina di cui la Germania e il mondo hanno oggi più bisogno.
La ringrazio ancora, e Le invio i più cordiali saluti
Suo
mi vorrà scusare se Le rispondo nella mia lingua: leggo il tedesco, lo parlo anche, ma non sarei in grado di scrivere in modo corretto.
La ringrazio per la Sua lettera: insieme con molte altre che mi sono giunte da lettori tedeschi, essa costituisce per me la migliore ricompensa alle avversità che ho subìto, e alla pena di averle descritte. Che io non provi odio verso i tedeschi, non dovrebbe stupire; in realtà io comprendo l’odio, anzi, in certa misura lo approvo, ma unicamente «ad personam». Non esiterei, se fossi un giudice, ad infliggere le pene più gravi, o la morte, ai molti colpevoli che ancora oggi vivono liberi in terra tedesca;[2] ma avrei ad orrore che un solo innocente dovesse venire punito per una colpa non commessa.
Mi ha piuttosto stupito la Sua frase in cui Ella accenna al «Zivilcourage»[3] necessario a fare leggere libri come il mio a certi tedeschi. Quali sono questi tedeschi? e quanti sono? quale peso hanno nella Germania di oggi? Spero un peso non grande, poiché altrimenti non comprenderei che occorra coraggio per presentare loro la verità. Ed in ogni caso, se coraggio occorre, è un coraggio che è necessario avere: poiché la verità è la medicina di cui la Germania e il mondo hanno oggi più bisogno.
La ringrazio ancora, e Le invio i più cordiali saluti
Suo
Please forgive me if I write to you in my language: I can read German, I can also speak it, but I would be unable to write it correctly.
I thank you for your letter: along with the many others I have received from German readers, for me it is the best compensation for the adversities I underwent, and the pain in describing them. It should come as no surprise that I feel no hate for the Germans; actually, I understand the hate, in fact to a certain extent I approve of it, but only “ad personam”. If I were a judge, I would not hesitate to inflict the harshest punishment, or the death sentence, on the many guilty people who still live free on German soil;[2] but I would be horrified if just one innocent person were punished for a crime they had not committed.
I was rather surprised by your sentence in which you mention the necessary “civic courage”[3] to make certain Germans read books like mine. Who are these Germans? And how many of them are there? What importance do they have in today’s Germany? I hope little importance, since otherwise I could not understand why it takes courage to confront them with the truth. And in any case, if it takes courage, it is a necessary courage: because the truth is the medicine that Germany and the world need most today.
Thak you again, I send you my best regards
Your
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Mittente: Primo Levi
Destinatario: Ilse Jancovius
Data di stesura: 1963-11-01
Luogo di stesura: Torino
Descrizione del documento: Copia carbone di lettera ds. su foglio bianco. Sul margine superiore del foglio, a sinistra, sono presenti segni di pinzatrice rimossi. Il verso del foglio 164 è una bozza ds. di un passo della Tregua: « [...] dalle russe, per assistere alle loro fantastiche interessanti contrattazioni. Non intendo già negare l'utilità che in un rapporto di affari si parli la stessa lingua, ma, per esperienza, posso affermare che questa condizione non è strettamente necessaria: ognuno dei due sa bene che cosa l'altro desidera, non conosce inizialmente l'intensità di tale desiderio, rispettivamente di comperare e di vendere, ma la deduce agevolmente e con ottima approssimazione dalla espressione del viso dell'altro, dai suoi gesti e dal numero delle sue repliche. | Ecco Cesare, che di buon mattino si presenta al mercato con un pesce. Cerca e trova la Irina, sua coetanea ed amica, le cui simpatie si è conquistato tempo addietro battezzandola “Greta Garbo”e regalandole una matita: Irina ha una mucca e vende latte, “molokò”; anzi, spesso, alla sera, tornando dal pascolo, si ferma davanti alla Casa Rossa e munge il latte direttamente nei recipienti della sua clientela. Questa mattina si tratta di concordare quanto latte valga il pesce di Cesare: Cesare mostra una pentola da due litri (è di quelle di Cantarella, e Cesare la ha rilevata da un “ménage” scioltosi per incompatibilità), e fa segno colla mano tesa, palmo all'ingiù, che la intende piena. Irina ride, e risponde con parole vivaci e armoniose, probabilmente contumelie; allontana con uno schiaffo la mano di Cesare, e segna con due dita la parete della pentola a metà altezza. | Ora tocca a Cesare indignarsi: brandisce il pesce (non manomesso), lo libra in aria per la coda con enorme sforzo, come se pesasse venti chili, dice: “Questa è una ribbona!”, poi lo fa scorrere sotto il naso di Irina per tutta la sua lunghezza, e così facendo chiude gli occhi come in estasi e inspira lungamente aria, come inebriato dal profumo del pesce. Profittando dell'attimo in cui Cesare ha gli occhi c chiusi, rapida come un gatto Irina gli strappa il pesce, ne stacca netta la testa coi denti candidi, e sbatte il corpo flaccido e mutilato in faccia a Cesare, con tutta la notevole forza di cui dispone. Poi, per non rovinare l'amicizia e la trattativa, tocca la pentola a tre quarti di altezza: un litro e mezzo. Cesare, mezzo stordito dal colpo, brontola con voce cavernosa: “Séeee: e come te metti?” e aggiunge altre galanterie oscene per buona misura [idonee a restaurare il suo onore virile]; poi però accetta l'ultima offerta di Irina, e le lascia il pesce, che quella divora seduta stante. | Dovevamo ritrovare la vorace Irina più tardi, a diverse riprese, in un contesto piuttosto imbarazzante per noi latini, in tutto normale per lei. | In una radura del bosco, a metà distanza fra il villaggio e il campo, era il ba-[...]»
Archivio: Archivio privato di Primo Levi, Torino
Segnatura: Complesso di fondi Primo Levi, Fondo Primo Levi, Corrispondenza, Corrispondenti particolari, Fasc. 20, sottofasc. 1, doc. 054, f. 164r/v.
Fogli: 1, solo recto
DOI:
1
Ds. «Francovius» ed emendato ms. a biro rossa.
2Questo passaggio della risposta a Jancovius è riportato nel capitolo “Lettere di tedeschi” dei Sommersi e i salvati (cfr. la biografia di Jancovius).Levi si è espresso pubblicamente sul tema della pena di morte solo a partire dai primi anni Ottanta, e per lo più in interviste. In queste dichiarazioni si è sempre schierato in modo netto contro l’istituto della pena capitale, salvo però rivendicare il fatto di non essersi sentito «offeso» dalle condanne del processo di Norimberga (OC III, p. 314) e, solo nel caso di Eichmann, esprimendo addirittura «soddisfazione» per la sua esecuzione (OC III, pp. 518 e 812), il che appare perfettamente in linea con l’idea, espressa in questa lettera, che l’odio si possa comprendere, purché «ad personam» (e la figura di Eichmann incanala, anche agli occhi di Levi, questo sentimento). Nuova e sorprendente è piuttosto la presenza di questo tipo di riflessione già nel 1963 (datazione non indicata nei Sommersi). Rispetto alla possibilità, enunciata da Levi, di «infliggere le pene più gravi, o la morte, ai molti colpevoli che ancora oggi vivono liberi in terra tedesca», occorre ricordare che siamo a ridosso dell’inizio del processo Auschwitz di Francoforte, seguito, oltre che dalla stampa di tutto il mondo, anche in prima persona dall’amico e corrispondente Hermann Langbein: un processo che mirava a portare a giudizio le alte gerarchie del campo in cui Levi era stato prigioniero undici mesi. Si trattava nella totalità dei casi di uomini che nel frattempo erano tornati a condurre una normale esistenza civile (cfr. sezione argomenti correlati). Per una ricognizione sul tema della pena di morte in Levi, cfr. G. Silvestrini, Metamorfosi della tortura. Riflessioni a partire da Primo Levi, in Il sistema periodico 50. L’antifascismo della Memoria 1975-2025, Scuola Normale Superiore di Pisa, 10-11 aprile 2025. Il video dell’intervento è disponibile all’indirizzo: https://www.youtube.com/watch?v=a7VZ9dUY1fs&t=29115s.