Heike Wells nasce nel 1957. È studentessa all'università di Francoforte quando, nel marzo 1980, dedice di scrivere a Primo Levi dopo aver letto Ist das ein Mensch? su consiglio di un'amica della madre.
Terminati gli studi, si stabilisce nello Schleswig-Holstein dove inizia la professione di giornalista.
A causa del trasferimento, Hieke Wells non ricevette la risposta che Levi le inviò l'anno seguente. Sarà solo nel 2025, dopo 45 anni, che ne scoprirà l'esistenza grazie alla pubblicazione su LeviNeT.
Articolo di Wells apparso sullo Schleswig Holstein Zeitung l'8 novembre 2025. L'autrice racconta della scoperta della risposta di Primo Levi alla sua lettera del 1980 dopo essere stata contattata da Martina Mengoni
Giornalista in pensione, Wells vive oggi nello Schleswig-Holstein dove si occupa di tematiche ambientali. Nel 2020 pubblica Mission Hundesenior: Ein Plädoyer für Oldies aus dem Tierheim [Missione terza età canina. In difesa dei cani anziani nei ricoveri per animali], libro dedicato alla cinofilia, una passione che l'accompagna da più di quarnt'anni.
«Rendere immaginabile l’inimmaginabile». Intervista a Heike Wells
a cura di Martina Mengoni, traduzione di Alice Gardoncini
Ci può raccontare chi era e che cosa faceva quando nel 1980 ha deciso di scrivere a Primo Levi?
Heike Wells nel 1981. Per gentile concessione.
Avevo 23 anni, ero una studentessa di americanistica e etnologia curiosa del mondo, e mi occupavo di questioni legate alle minoranze non solo nell’ambito dei miei studi.
Come è arrivata a conoscere il libro di Levi?
Me lo consigliò un’amica di mia madre (un po’ più anziana di lei che era nata nel 1930), e attiva in un’organizzazione antifascista (mi pare l’Associazione dei Perseguitati del Regime Nazista [VVN], oggi Associazione dei Perseguitati del Regime Nazista e Lega degli Antifascisti [VVN-BdA]). Mi ha sensibilizzato sulla storia della Germania e sul passato nazista, su cui a scuola avevo imparato ben poco.
Simbolo della VVN-BdA. Fonte Wikimedis Commons
Perché ha sentito la necessità di scrivere a Primo Levi?
Il libro all’epoca mi aveva colpito particolarmente. Perché le conoscenze che avevo sul nazionalsocialismo e sulle sue atrocità erano stranamente prive di sentimenti, e si limitavano ai dati e ai fatti.
Il libro era tutta un’altra storia. Primo Levi rispondeva a domande che non osavo neanche pormi: com’era la vita di tutti i giorni in un campo di annientamento come Auschwitz? Che cosa succedeva alla personalità di chi era costretto a una quotidiana disumanizzazione, alla negazione di bisogni profondamente umani – e così scontati per la mia generazione – come l’igiene, il sonno, il cibo, la sfera privata? E in fin dei conti dietro queste questioni c’era e c’è ancora oggi la domanda: che cos’è che rende un uomo ciò che è?
Trovai profondamente ammirevole che ci fosse qualcuno che aveva avuto il coraggio di formulare delle risposte a queste domande e di condividerle con degli sconosciuti, le sue lettrici e i suoi lettori. E poi certo, c’è l’arte della scrittura di Primo Levi, la capacità di esprimere tutto ciò con parole intense, capaci di risuonare a lungo.
In seguito ha letto altri suoi libri?
Devo ammetterlo: no. Dopo gli studi ho preso strade diverse, dal punto di vista professionale e privato.
Ora, grazie al contatto con voi, ho comprato e iniziato a leggere quello che credo sia l’ultimo libro di Primo Levi, I sommersi e i salvati. E sono impressionata dal vedere che esprime anche qui un modo tutto particolare di vedere le cose: chiedendosi per esempio come si possa continuare a vivere dopo essere sopravvissuti, o quali tracce lasci l’orrore non solo fisicamente, ma anche sulla psiche di chi ha vissuto quelle cose. E che cosa significhi per un uomo essere un “salvato”, mentre tanti altri sono “sommersi”.
Copertina di Die Untergegangenen und die Geretteten [I sommersi e i salvati]. Edizione dtv Verlag del 2015
Quando, all’inizio degli anni Ottanta, ha letto Se questo è un uomo, come si parlava allora nella società civile tedesca di ciò che era accaduto nei campi di sterminio, per quel che si ricorda? E a scuola, quando lei era studentessa, che cosa si diceva? Ne parla anche nella sua lettera a Levi…
Sì, le cose stavano come ho scritto nella mia lettera: delle atrocità naziste si parlava poco, per lo meno nel mio ambiente, in famiglia, tra i vicini. E le lezioni a scuola si limitavano per lo più a fornire fatti storici: il procedere della seconda guerra mondiale, i nomi dei campi, il numero delle vittime, e così via… Ciò che davvero era successo nei campi restava ampiamente in ombra. Forse perché davvero erano “inimmaginabili”. Proprio per questo il libro di Primo Levi è così straordinario e ha così tanto valore: perché rende immaginabile l’inimmaginabile.
Solo oggi ha avuto l’occasione di leggere la risposta dello scrittore alla sua lettera: che effetto le ha fatto?
Prima di tutto mi sono commossa! Commossa per la gentilezza del tono e per il fatto che si riferisce direttamente al contenuto della mia lettera, e questo significa che l’ha letta davvero.
Poi sono stata contenta di scoprire dopo decenni che Primo Levi in realtà mi aveva risposto. All’epoca mi sono trasferita molte volte e la sua risposta dev’essere andata perduta nel trambusto che ne è derivato.
La mia gioia deriva anche dal rendermi conto che un’azione così piccola, una lettera scritta 45 anni fa, e di cui mi ero quasi dimenticata, ha continuato ad avere degli effetti: uno scambio con Primo Levi e ora il contatto con voi, questa intervista e sapere che ci sono persone che ancora oggi si occupano della sua opera. Questo dimostra che anche i piccoli segnali, apparentemente poco significativi, non sono mai invano. E dalla prospettiva odierna ciò è ancora più importante. Perché come scrivevo nel 1980: all’epoca era impossibile «non vedere e non sentire» i fascisti e i razzisti, i nazisti (vecchi e nuovi). È così ancora oggi, e purtroppo più di allora.