Inge Barth

Biografia


di Riccardo Curcurù

La vita 

I pochi elementi sulla vita di Inge Barth si ricavano dalle informazioni che la donna condivide con Primo Levi nelle sue due lettere. Le ricerche finora effettuate negli archivi locali non hanno fornito riscontri. Non sappiamo se Barth sia il suo cognome da nubile o da sposata.

La piccola Inge nasce a Stoccarda nel 1935, unica figlia di una famiglia di modeste condizioni. Il padre lavora come operaio in una fabbrica della città, mentre la madre si occupa della cura della casa e della piccola Inge, com’era costume nella Germania hitleriana almeno fino allo scoppio della guerra.

Nel 1941, all’età di sei anni, Inge vive il primo dei traumi destinati a segnare la sua infanzia. La madre, “colpevole” di aver dato alla luce una sola figlia, è denunciata dalla vicina di casa della famiglia – un’appassionata nazista attiva nella Lega delle donne nazionalsocialiste – ed è perciò costretta a lavorare per «contribuire in prima persona alla vittoria del Grande Reich Germanico», come scriverà Barth a Primo Levi rievocando la sua infanzia. Dopo la scuola, la piccola Inge rimane quindi in casa da sola, attendendo con ansia davanti alla finestra il rientro della madre. Nel frattempo, il padre è già stato allontanato dalla famiglia, trasferito in una cittadina a sud di Stoccarda per esigenze di lavoro. 

Importante centro industriale, Stoccarda era una città strategica per la macchina bellica tedesca e perciò considerata dagli Alleati come uno dei maggiori obiettivi da colpire per mettere in ginocchio la Germania. Molte fabbriche del luogo furono per questa ragione dislocate in piccoli centri della provincia nell’ostinato tentativo di portare avanti la produzione del Reich.

Fotografia aerea su Stoccarda dopo un'incursione della Royal Air Force, fonte: Imperial War Museum.

Nel 1943, con l’intensificarsi dei bombardamenti sulla città, nell’edifico in cui Inge vive con la madre viene allestito un rifugio antiaereo. Ecco come la donna lo descrive più tardi nella sua lettera a Primo Levi: una «cantina umida e fredda» dove

«ciascuna delle quattro famiglie ha un angolo con due letti a castello di legno» e alla cui «parete sono appesi degli attrezzi: picconi, accette, pale, maschere antigas. Dovremmo usarli per liberarci se rimanessimo sepolti sotto le macerie».

A ciascuna famiglia è richiesto un documento per accedere: «un biglietto d’ingresso per la sopravvivenza». Ma non tutti versano nelle stesse condizioni. Racconta infatti Inge Barth che nel bunker «ci sono anche dei locali extra, accoglienti, ben arredati, con porte robuste e rinforzate» esclusivamente destinati ai funzionari locali del partito nazista.

È nel bunker che la piccola Inge trascorre il natale del 1944. 

Nella primavera dell’anno successivo la situazione precipita; la Germania è al collasso, le scuole chiudono, gli edifici della città sono ridotti a macerie. Inge e la madre abbandonano Stoccarda e si trasferiscono in una piccola città non lontana dal luogo in cui vive il padre. Dopo più di tre anni, la famiglia Barth può finalmente ricongiungersi: «io sono al settimo cielo», scriverà la donna ricordando l’episodio.   

Eppure, contrariamente alle speranze della famiglia (e della macchina industriale nazista), anche le campagne subiscono pesanti bombardamenti. Così Inge Barth descrive quei momenti:

«Attacchi di cacciabombardieri in pieno giorno. Ce ne stiamo sdraiati a terra nei campi e sentiamo l’aereo piombarci addosso con un canto acuto, gli spari, poi riprende quota e si allontana. Tornerà? Mia madre, per la paura, ha quasi una crisi isterica, è stremata dagli anni di guerra vissuti in città. Ogni volta che sente un aereo, scoppia a piangere e trema».

Nel maggio 1945 arriva finalmente la capitolazione del Terzo Reich. In concomitanza con la fine della guerra Inge compie dieci anni; cresciuta tra sofferenze, privazioni e paura, la giovane ragazza festeggia con la famiglia, come scrive nella sua lettera a Levi: «sì, festeggiammo davvero, perché c’era da festeggiare innanzitutto l’“essere sopravvissuti”. Anch’io, una bambina di dieci anni, condividevo l’euforia, la gioia, il sollievo per la fine della guerra. Tutti sentivano il cuore libero da un peso enorme. Eravamo sopravvissuti. Ce l’avevamo fatta».

Una bomba viene caricata su un Avro Lancaster della Royal Air Force in vista di un'incursione notturna su Stoccarda, fonte: Imperial War Museum.

Dopo la guerra, Inge Barth rimane a Stoccarda. Nel 1980, anno della corrispondenza con Primo Levi, vive nel quartiere di Bad-Cannstatt, a nord-est della città, e lavora come insegnante di scuola elementare.

Agli alunni della sua classe parla di Primo Levi e della sua esperienza ad Auschwitz, incitandoli a fare dei disegni da mandare all’autore. Dalla missiva del 1° marzo 1980 emerge che questi sono effettivamente stati allegati alla corrispondenza, sebbene nell’archivio di Levi non ne resti traccia. Sono nominati in particolare due allievi di origini italiane che hanno aiutato la loro maestra a tradurre le lettere di Levi: Daniela Bonavita e Pietro Cimino.

Nel momento in cui corrisponde con l’autore di Se questo è un uomo, inoltre, Barth ha due figli di dieci e tredici anni, i quali – così racconta – rimangono stupiti del fatto che la loro mamma si rivolga per lettera a Primo Levi: «chi è giovane può avere più difficoltà a immaginare concretamente che l’autore di un libro sia una persona reale». 

Riferimenti bibliografici

Le informazioni sulla vita di Inge Barth sono state tratte dalle lettere inviate a Primo Levi.

Carteggi


Inge Barth fa parte dei pochi corrispondenti che scrivono a Primo Levi negli anni Ottanta in seguito alla nuova edizione tedesca di Ist das ein Mensch?, che esce nel 1979 sempre per la Fischer, con una nuova prefazione per i lettori tedeschi in cui Primo Levi costruisce una piccola antologia delle lettere che fino a quel momento gli erano pervenute. Barth reagisce dunque a questo nuovo paratesto e decide di emulare quei lettori degli anni sessanta che scrivevano a Levi rispondendo alla sollecitazione «ma non posso dire di capire i tedeschi».

Nella sua prima lettera a Levi inviata nel gennaio 1980, dopo aver raccontato la sua infanzia durante la guerra Barth scrive: 

«Vorrei tanto tentare di spiegarLe i miei pensieri, raccontarLe qualcosa delle mie emozioni e della mia disposizione d’animo rispetto a questo immenso complesso di questioni. Non so se ci riuscirò, anche solo in parte. Le mie sono opinioni personali, non pretendo certo di rappresentare un intero popolo». (Lettera 101)

Si tratta di un capoverso che apre un nuovo scenario tematico e conduce dal passato al presente; dalle sensazioni della bambina di ieri ai pensieri della donna di oggi.

Alla lettura della prima lettera è ipotizzabile che, in certi passaggi, Levi si metta in allerta. Uno di questi riguarda il «piacere» espresso da Barth di sapere che l’autore sia scampato «all’inferno di Auschwitz». In una nota a margine, infatti, Primo Levi annota «sospetto!», forse avendo in mente quanto uno dei Coniugi L. – ambiguo corrispondente cui Levi fa negativamente riferimento nella Postfazione alla seconda edizione di Ist das ein Mensch? (cfr. OC II, p. 1493) – gli scriveva tempo prima: «Lei, per grazia del cielo, è stato risparmiato, uno fra milioni. Si rallegri della vita che Le è stata ridonata» (cfr. Lettera 148).

D’altra parte, anche il riferimento al mancato aiuto alle popolazioni del presente in difficoltà sembra non convincere del tutto lo scrittore. Dopo aver sottolineato che «quando la gente ha cominciato ad aprire gli occhi, era troppo tardi per agire», che «gli attentati non andavano a segno», che «contestatori e ribelli sparivano in luoghi sconosciuti» e che «il potere di Hitler era assoluto», Barth domanda: «perché tutti insieme non insorgiamo contro le ingiustizie e le persecuzioni?»; «perché […] nel 1956 abbiamo lasciato solo il popolo ungherese?». Un argomento che daccapo fa pericolosamente eco alla lettera del Coniuge L.: «ribellarsi in uno stato totalitario non è possibile. Il mondo intiero, a suo tempo, non ha potuto portare aiuto agli ungheresi […]. Non va dimenticato che, oltre a tutte le altre battaglie di resistenza, solo nel giorno 20/7/44 migliaia e migliaia di ufficiali furono giustiziati» (cfr. Lettera 148).

Tuttavia, la disposizione d’animo con cui Barth pone questi argomenti appare piuttosto lontana da quella giustificazionista e insolente del signore e della signora L. Che Inge Barth sia mossa da ragioni sincere, che sia una corrispondente che si sforza di «capire» davvero il passato recente, Levi lo comprende bene. E anzi, proprio per questa ragione instaura con lei un dialogo altrettanto sincero, facendole notare alcune espressioni che suonano maldestre alle sue orecchie:

Su quanto Lei mi scrive sul popolo tedesco, sono sostanzialmente d’accordo: sarei forse un po’ più severo (pag. 5) sulla percentuale di questo popolo che si trovava rappresentata dal nazismo: ha certo subìto delle variazioni negli anni, non doveva essere tanto alta all’inizio della guerra, ma era sicuramente altissima dopo le prime vittorie. Neppure mi sento di accettare l’equiparazione (pag. 6) che Lei fa, “es ist wie bei Ihnen im Lager”:l’impotenza dei prigionieri e quella del popolo tedesco erano ben diverse. Sono disposto a comprendere (non a perdonare) l’obbedienza e il consenso della massa a Hitler, ma per intellettuali e guide spirituali come erano (o avrebbero dovuto essere) il fisico Stark, il cardinale Faulhaber, il filosofo Heidegger, il discorso è diverso. (Lettera 102)
 

Nella sua risposta (Lettera 103), Barth si mostra appassionata e interessata al dibattito storiografico sul passato nazista, dato che fa addirittura riferimento a un Convegno sull’esodo di massa degli intellettuali europei durante il nazismo che si era tenuto a Washington proprio quell'anno, organizzato dal prestigioso Smithsonian Institution nel quadro delle attività legate al centenario della nascita di Albert Einstein. Si evince il profilo di una donna colta e curiosa, che ancora al principio degli anni Ottanta si interroga e non è soddisfatta delle risposte che rintraccia intorno a sé. 

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