Gottfried Büttner
Biografia
di Alice Gardoncini
Una vita contro la noia
Nella prefazione all’autobiografia che Gottfried Büttner pubblica nel 1997 per la casa editrice antroposofica del Goetheanum, con il titolo In cammino nel ventesimo secolo (Unterwegs im 20. Jahrhunder), l’autore afferma di essere stato da sempre un nemico giurato della noia, e di aver attraversato nell’arco della propria vita movimenti, traiettorie e avvenimenti particolarmente significativi dell’ultimo secolo: è stata per l’appunto questa consapevolezza a spingerlo a scrivere di sé. Medico di ispirazione antroposofica, scrittore e padre di sei figli, Gottfried Büttner ebbe senz’altro una personalità sfaccettata e curiosa, e dedicò la seconda parte della sua vita allo studio dell’arte e della letteratura (fino a prendere una seconda laurea nel 1980), intessendo numerose relazioni epistolari e di amicizia con diversi scrittori, uomini di teatro e artisti figurativi. Non stupisce dunque che tra le lettere dei tedeschi a Primo Levi se ne trovi anche una sua, del 7 dicembre 1963.
L’idillio dei primi anni e l’educazione Waldorf
Gottfried Büttner nasce a Dresda il 13 marzo 1926, in ambiente benestante e di fede evangelico-luterana. Il padre, Ernst Martin Büttner, proviene da una famiglia di cartari ed è ingegnere; negli anni Venti riesce ad aprire un suo studio privato, e lo sistema all’ampio appartamento in cui vive con la moglie, Marie Elisabeth Stock, e i figli, di cui Gottfried è il minore.
Mentre il primogenito muore prima di compiere tre anni, gli altri due fratelli sono per Gottfried una presenza costante e fondamentale nell’infanzia e per tutta l’adolescenza. I ricordi dei primi anni descrivono un periodo di grande serenità: i tre fratelli passano le estati a fare scorribande in giro per Dresda, oppure in famiglia, nell’orto sociale (i tipici Kleingarten che sorgono in prossimità di molte città tedesche) in cui i genitori hanno un piccolo appezzamento, al limitare del centro urbano. Anche l’amore per il teatro, che accompagnerà Büttner per la vita, risale a questo periodo, poiché a Dresda l’offerta culturale è vasta e variegata – l’opera, diversi teatri (i Büttner vivono accanto all’Albert Theater), persino il circo stanziale Sarrasani – e uno dei suoi fratelli, che sogna di diventare cantante lirico, se lo trascina dietro nei camerini dell’opera.
Nei primi anni Venti, i genitori si avvicinano alle idee pedagogiche di Rudolf Steiner, di cui ascoltano una conferenza a Dresda invitati da un amico del padre che fa già parte del movimento. Iniziano a frequentare un gruppo di genitori e nel 1929 partecipano alla fondazione della scuola steineriana di Dresda, di cui sarà direttrice la dottoressa Elisabeth Klein, allieva diretta di Steiner, laureata in scienze della natura e insegnante. Le scuole di ispirazione steineriana, denominate scuole Waldorf, iniziano a diffondersi proprio in quegli anni (la prima viene fondata da Steiner stesso a Stuttgart nel 1919), e nascono in genere proprio su iniziativa di gruppi di genitori. Il nazismo le chiuderà (come tutte le altre scuole private), e proibirà la stessa Società Antroposofica nel 1935, ma proprio la scuola di Dresda sopravviverà più a lungo delle altre (fino al 1941), grazie alle negoziazioni di Klein e altri genitori presso Rudolf Hess, che nutriva un interesse personale per l’antroposofia, l’agricoltura biodinamica e altre disciplini simili e chiederà alla direttrice alcuni compromessi per mantenere aperta la scuola (Staudenmaier 2014, p. 190, Büttner 1997, p. 72). Soprattutto negli ultimi anni, la storiografia inizia a riconosce un rapporto ambivalente e composito tra nazionalsocialismo e movimento antroposofico, che almeno nei primi tempi pensò ingenuamente che il proprio rivoluzionario progetto educativo potesse essere complementare alla rinascita della Germania proclamata dal nazismo (Staudenmaier 2014, p. 192, e più in generale Selg, et al. 2024).
La malattia e la guerra
L’infanzia spensierata di Büttner termina bruscamente a nove anni, quando viene colpito da una grave osteomielite (un’infiammazione ossea) che lo porta a un passo dalla morte. In un primo momento sembra che solo l’amputazione di entrambe le gambe possa salvargli la vita; è il padre a opporsi, e i fatti gli daranno ragione: dopo una complicata operazione e una riabilitazione di anni, Gottfried tornerà a camminare, anche se non recupererà mai del tutto la mobilità. L’esperienza segna Büttner nel profondo, e retrospettivamente individuerà proprio nella malattia sia la spinta iniziale del proprio desiderio di diventare medico, sia il momento in cui nacquero in lui una fervente fantasia e una passione estrema per la lettura, poiché costretto a letto per più di un anno intero.
Nonostante l’invalidità, verrà comunque chiamato alle armi (nel giugno del 1944), e arruolato in marina, dove il suo compito principale sarà quello di addetto alla Maschinenschlüssel, una sorta di macchina da scrivere che cifrava i messaggi da inviare via radio (la celebre Enigma).
Dei tre fratelli, Gottfried è l’unico a superare la guerra, mentre Wolfgang e Eberhard saranno entrambi dispersi nel corso del 1944. Sulla propria solo parziale consapevolezza delle colpe del nazionalsocialismo negli anni della guerra, Büttner menziona una scena vissuta quando si trovava di stanza a Aurich (nel 1944) e gli viene concessa una libera uscita in città:
«Ero nella piazza del mercato di Aurich, stavo per andare al cinema. Poi improvvisamente mi passa davanti un lungo corteo di cosiddetti soldati della palude [Moorsoldaten]: figure penosamente malridotte e smagrite dalla fame, in abiti a strisce da prigionieri. Si trascinavano avanti con difficoltà, scortati da militari armati. Non so se si trattasse di prigionieri di guerra o detenuti dei campi di concentramento. Prima di allora certamente sapevo dell’esistenza dei campi, ma non avevo idea di quali potessero essere le condizioni di vita lì dentro. I nomi Auschwitz e Treblinka non li avevo mai sentiti» (Büttner, p. 114).
Nel caso specifico si trattava probabilmente dei prigionieri del campo di Engerhafe (un sotto campo di Neuengamme) che tra ottobre e dicembre del 1944 furono impiegati per scavare le fortificazioni del Vallo Atlantico a nord di Aurich, e furono fatti marciare nel centro abitato, prima che i percorsi per recarsi sui luoghi del lavoro forzato venissero cambiati per le lagnanze della popolazione.
Studi e famiglia
Negli anni immediatamente successivi alla guerra Büttner studia medicina, prima Göttingen e poi a Tübingen, dove avviene l’incontro forse più significativo della sua vita: quello con Maria Renate Neindorf, a sua volta studentessa di medicina, e dal 1952 sua moglie. Entrambi sono attivi nel movimento antroposofico studentesco e fanno parte della società antroposofica Michael Zweig di Göttingen.
Con la suddivisione della Germania nelle diverse zone di occupazione, i genitori di Büttner decidono di abbandonare Dresda (e la nascente DDR) per trasferirsi a Kassel, mentre Büttner e la moglie passeranno un periodo in Inghilterra, dove lavorano in una comunità residenziale terapeutica di ispirazione antroposofica, poi a Ulm e infine a loro volta a Kassel, dove nel 1961 aprono insieme il proprio studio medico, in cui lavoreranno fino agli anni Novanta, per poi cederlo a uno dei sei figli.
Letteratura, arte e incontri
Dai tardi anni cinquanta Büttner inizia a collaborare anche con diversi giornali (generalisti, come la «Frankfurter Allgemeine Zeitung», o di area antroposofica, come il periodico «Die Christengemeinschaft»), per cui scrive articoli di cultura e salute e di letteratura. Un suo articolo su Joseph Beuys, il celebre scultore e performer, inventore della «scultura sociale», lo porta a conoscere di persona l’artista in occasione di dokumenta V (1972), quando performa «Boxkampf für die direkte Demokratie»: sulla base della comune fede antroposofica, i due si scambiano diverse lettere e varie e reciproche visite negli anni seguenti. Una traiettoria simile si verificherà con lo scultore ucraino Vadim Sidur, con cui si svilupperà una sincera amicizia che tra le altre cose porterà a Kassel l’opera «Die Gefesselte» di Sidur, regalata alla città proprio da Büttner nel 1974.

Ma gli anni Sessanta sono soprattutto gli anni dell’incontro fondamentale con Samuel Beckett. Nella primavera del 1963 Büttner vede L’ultimo nastro di Krapp andato in scena al teatro di Colonia, con Bernhard Minetti nel ruolo di Krapp. Entusiasta, scrive a Beckett, senza sperare in una risposta, ma questa arriva. A partire da questo primo scambio epistolare, negli anni seguenti si svilupperà una corrispondenza ventennale (140 lettere) e un rapporto di amicizia e collaborazione, che comprende anche un confronto puntuale sulle interpretazioni delle opere di Beckett, sui temi di psicologia e medicina ad esse sottesi, fino ad arrivare alle diverse traduzioni in tedesco di alcuni termini chiave (Bind 2019). Büttner scriverà a più riprese su Beckett, a partire dal volume sul teatro dell’assurdo (che tratta di Eugène Ionesco oltre che di Beckett) del 1968 fino ad arrivare alla monografia sul romanzo Watt, che è anche la tesi con cui Büttner prende la sua seconda laurea, nel 1981.
Copertina del libro di Büttner del 1968: Absurdes Theater und Bewußtseinswandel: über den seelischen Realismus (“Teatro dell’assurdo e mutamento della coscienza: sul realismo dell’anima”).
Gottfried Büttner morirà nel 2002, e nella propria autobiografia, tirando le somme della propria vita conclude:
Essere stato in cammino nel ventesimo secolo ha significato anche prendere parte a tutto il dolore, la miseria e l’infelicità della storia, anche quando questa non mi ha coinvolto personalmente. Il nostro è stato un secolo ricco di infelicità, provocata dagli uomini. […] È stata una follia, tutto il dolore che i cosiddetti popoli civili si sono procurati a vicenda. Le turbolenze della Repubblica di Weimar, che ricordo ancora bene, e il dominio nazista e le terribili conseguenze della Seconda Guerra Mondiale: i morti in guerra, lo sterminio soprattutto degli ebrei, ma anche dei Rom, così come dei disabili tramite l’eutanasia, la cosiddetta ‘uccisione dolce’ (Büttner 1997, p. 526).
Il destino individuale di ogni uomo, secondo Büttner, è indissolubilmente intrecciato con la storia che attraversa, e la responsabilità che ognuno ha del proprio percorso risiede soltanto in lui (p. 527), per questo è così importante l’opera di testimonianza in grado di connettere le traiettorie individuali a quelle storiche. In questo senso vanno intese le parole che rivolge a Levi nella sua lettera:
E proprio dalla Germania dovrebbe alzarsi verso di Lei una calda onda di gratitudine; ma immagino che la vergogna del passato farà tacere molti. Inoltre, molti si rifiutano di ammettere che siano stati proprio tedeschi coloro che hanno spinto alle estreme conseguenze la barbarie del delirio razziale (Lettera 113).
Riferimenti e bibliografia
Per le informazioni sul campo di Engerhafe si veda il Gedänkstätte Neuengamme al sitto:https://www.kz-gedenkstaette-neuengamme.de/geschichte/kz-aussenlager/aussenlagerliste/aurich-engerhafe/
L’immagine del profilo è tratta da Büttner 1997, p. 245.